giovedì 7 maggio 2015

SI PUO CAMBIARE - Da bambina volevo essere un maschio Menomale che allora non c'era il gender

Testata
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  Mi chiedo: ma  non è che stiamo esagerando? Non è che finiamo per confondere le idee ad adolescenti che vivono una fase delicata e non sanno neanche loro bene cosa sono?

DA BAMBINA VOLEVO ESSERE UN MASCHIO 

MENOMALE CHE ALLORA NON C'ERA IL GENDER 

 di

Articolo pubblicato su  "LA 27ora"



          Io so cosa vuol dire non riconoscersi nel proprio sesso di nascita, perché tra i 5 e i 14 anni volevo essere un maschio. Non un maschiaccio, come si dice bonariamente delle bambine più vivaci, ma proprio un maschio. Odiavo merletti e fiocchi, portavo solo pantaloni ed ero così contenta quando la gente mi scambiava per un bambino.

Cercavo di camminare in modo non aggraziato e passavo ore a chiedermi perché mi era toccata la sorte tragica di non avere il pisellino. Giocavo a pallone, dicevo parolacce perché mi sembrava più virile, schifavo le bambole, il colore rosa mi faceva orrore. I miei ebbero l’intelligenza di assecondarmi senza ingigantire la cosa. Ma quando sono entrata nell’era della pubertà non potevo più fingere di essere quello che non ero. Ero letteralmente disperata. Mi ricordo ancora la tristissima gonna salopette jeans che mia mamma mi comprò a 14 anni. Mi sentivo brutta, goffa, sbagliata. Eppure oggi sono super contenta di essere femmina/mamma e non vorrei proprio per nulla essere un uomo.

A quel tempo, però, nessuno parlava di «disforia di genere» o proponeva di sospendere la pubertà a quei ragazzi/e che non si riconoscono nel proprio sesso come fanno ora in una clinica olandese.

Mi chiedo: ma non è che stiamo esagerando? Non è che finiamo per confondere le idee ad adolescenti che vivono una fase delicata e non  sanno neanche loro bene cosa sono? Cosa sarebbe successo se qualcuno allora mi avesse detto che potevo veramente fare la transizione e diventare maschio? Io temo proprio che in quel momento avrei detto di sì. E sarei stata infelice per la vita.

Ultimamente siamo bombardati da notizie sui transgender, otto articoli dall’inizio dell’anno solo sul Corriere, e mai si profila il caso che la «disforia di genere» sia solo un momento di crescita dell’adolescenza. A questo si associa un altro dibattito, per me altrettanto spinoso. Un’amica di vecchia data mi scrive: «Firma per favore visti gli attacchi di un certo integralismo cattolico». Il link rimanda a una petizione per introdurre nelle scuole la cosiddetta teoria del gender, quella che, per riassumerla in poche parole, distingue tra il sesso di nascita e il genere con cui una persona si identifica. «No, non firmo – rispondo – perché da femminista sono contraria a una teoria che annulla le differenze tra uomo e donna».

I miei amici della comunità Lgbt mi perdoneranno ma la strada che alcuni di loro hanno intrapreso mi sembra sia nociva anche alla loro causa. È come se si stesse perdendo il contatto con la realtà e si volesse calare dall’alto un modello fissato a priori che ci rende forzatamente tutti uguali cancellando quelle differenze che invece sono la nostra forza. Una cosa mi sembra abbastanza acclarata: noi umani nasciamo maschi o femmine. E, al di là degli stereotipi e dei condizionamenti, i due sessi sono fondamentalmente diversi per sensibilità e modo di ragionare oltre che fisicamente. Lo sappiamo bene noi femministe che tanto abbiamo insistito sul valore della differenza.
Parità sì ma di certo non per appiattirci sul modello maschile, non per diventare come gli uomini bensì per esaltare le nostre capacità e rivendicare il valore di un nostro modo di sentire, di ragionare. La nostra emotività, per esempio, è un punto di forza non una debolezza. La possibilità di uscire dai binari della razionalità per far parlare l’istinto, le emozioni, la pancia, è una capacità di cui andiamo fiere.
Per questo la cosiddetta teoria gender mi sembra addirittura pericolosa là dove vuole annullare queste diversità. Perché se mia figlia apre l’armadio e guarda tutti i vestiti prima di sceglierne uno di certo io non ci vedo un effetto malvagio dello stereotipo che vuole le bambine leziose e carine ma una manifestazione della sua innata femminilità. Esattamente come il mio secondo figlio maschio va in brodo di giuggiole ogni volta che vede una palla o una macchinina. E di sicuro non sono io ad averglielo insegnato. Una come me che da bambina disdegnava le bambole e si ostinava a vestirsi come un maschio. Proprio a me doveva capitare la figlia tutta trucchi e fiocchettini.  Una bambina che vede il mondo dipinto di rosa. Ma non la contrasto, essendo sicura che crescendo apprezzerà anche altri colori, smetterà di sognare principesse e scalerà il mondo senza paura.
E quelli che non si ritrovano in questo schema? Si sentiranno diversi? Esclusi? Emarginati? Penso che questo sia un falso problema perché il nostro compito è di educare i bambini a rispettare le diversità, a non discriminare, ad essere tolleranti, ad aiutare gli altri. Un principio generale che vale per tutti: gli omosessuali, i migranti, i neri, gli obesi, i portatori di handicap. Non serve un’educazione mirata contro l’omofobia, serve un’educazione e basta.
Mio figlio Simone a tre anni aveva una fidanzatina e io, come tutti i genitori, mi divertivo a raccontare le loro gesta: «Vogliono 11 figli, anzi 99». Tutti ridevano. Finché un mio amico omosessuale, scandalizzato, mi apostrofò così: «Monica ma che fai lo cresci come un eterosessuale?».  Ecco questa domanda racchiude tutte le mie perplessità sulla teoria di genere. Quando uno ha un figlio cerca di allevarlo nel migliore dei modi ma certo a tre anni non gli prospetta tutte le diverse opzioni di una sua futura sessualità come se fosse un menu à la carte. È folle anche il solo pensarlo.
Amici della comunità Lgbt è possibile dire quello che sto dicendo senza essere tacciata di omofobia? Non pensate che voler imporre una simile sovrastruttura possa ottenere l’effetto contrario a quello desiderato? Veramente vogliamo imitare quei genitori canadesi che si rifiutavano di rivelare il sesso del figlio/figlia di 3 anni perché non subisse condizionamenti di genere? Una simile ipotesi mi fa orrore.

sabato 18 aprile 2015

OMOSESSUALITA'_ L'IDEOLOGIA NEGA IL DOLORE CHE INVECE VA ASCOLTATO _ di CLAUDIO RISÉ

LA CURA DEI DISTURBI DELLA SESSUALITÀ
L’ideologia nega il dolore che invece va ascoltato

CLAUDIO RISÉ



L’ ascolto e l’accoglienza del dolore umano (la parte più difficile, ma decisiva, della psicoterapia) ha un grande nemico: l’ideologia, che pretende di distinguere tra sofferenze 'giuste', ascoltabili, e sofferenze sbagliate, inaccettabili.

Quando Freud, alla fine dell’800, a Vienna, incominciò a prestare ascolto (anche) alle fantasie o ai disagi sessuali di ottimi mariti e padri, o delle loro mogli e figlie inquiete, la cosa infastidì i benpensanti, e i relativi Ordini. Cosa mai poteva esserci di strano nella sessualità di una coppia regolarmente sposata? Perché quello psichiatra ebreo ascoltava queste storie? Cosa aveva a che fare, tutto ciò, con la malattia psichiatrica, organica, l’unica 'ufficialmente riconosciuta'?

Un secolo dopo, ancora si rifiuta, in un nuovo modo, di dar voce al dolore umano dissonante con pregiudizi potenti. Che oggi sostengono (tra l’altro) che nella persona omosessuale tutto va bene, e quindi non ci può essere un dolore che un terapeuta debba ascoltare, per aiutarla, se lo desidera, a porvi rimedio.
Questo, e non altro è lo sfondo della penosa vicenda (di cui Avvenire si è già occupato il 6 e il 10 gennaio scorsi), che ha visto un collaboratore del quotidiano Liberazione presentarsi sotto le spoglie di un omosessuale desideroso di mutare il proprio orientamento, dal professor Cantelmi, presidente dell’Associazione Psicologi e Psichiatri Cattolici, per poi procedere al suo linciaggio mediatico.

Un’operazione rivelatrice del cinismo con cui certa politica guarda al dolore umano che non porti voti al proprio partito. Poi, però, il presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, su sollecitazione del presidente dell’Arcigay, ha scritto al quotidiano del Partito di Rifondazione Comunista. La lettera cita opportunamente l’art. 4 del Codice Deontologico degli Psicologi:
«Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto... all’autodeterminazione... di chi si avvale delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, … sesso di appartenenza, orientamento sessuale». Perfetto. Poi conclude: «È evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna 'terapia riparativa' dell’orientamento sessuale di una persona».

Ora, come si concilia il «diritto all’autodeterminazione e all’autonomia del paziente» col rifiuto di terapie che accolgano il bisogno che egli esprima di modificare il proprio orientamento sessuale? Se una persona credente, con tendenze omosessuali, si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo può derogare al rispetto di «opinioni e credenze»? In quel caso non rispettando, cioè, la sua fede religiosa, perché ha un orientamento omosessuale?
In realtà, l’omosessualità egodistonica, indesiderata, è prevista come disturbo nei due principali manuali diagnostici oggi in uso nella comunità scientifica.

Vale a dire innanzitutto il DSM-IV-TR (pubblicato dall’American Psychiatric Association), che riporta tra i sintomi del Disturbo Sessuale Non Altrimenti Specificato (302.9): «Persistente e intenso disagio riguardo all’orientamento sessuale».

Omosessuale o eterosessuale non fa differenza: se qualcuno soffre per la propria sessualità, va ascoltato, e preso in carico. Inoltre il manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-10, riporta il disturbo F66.1 Orientamento Sessuale Egodistonico, prevedendo che «l’individuo può cercare un trattamento per cambiare... la propria preferenza sessuale». Anche in Italia dunque, come negli altri Paesi democratici, gli psicologi rispondano al bisogno di cura di chi soffre, e non alle intimazioni di partiti e ideologie

giovedì 22 gennaio 2015

L’omosessualismo, la natura, i gemelli: non esiste il DNA gay

L’omosessualismo, la natura, i gemelli: 
non esiste il DNA gay 



Chi promuove l’omosessualismo (e l’ideologia gender) fa di tutto per sdoganare l’idea che l’omosessaulità sia “naturale”. 



Gay si nasce o si diventa? La fatidica domanda, riguardo l’esistenza di un presunto gene gay innato, ogni tanto ritorna, sebbene il quesito abbia, da tempo, ricevuto ampie e inequivocabili risposte. Recentemente la questione è stata portata nuovamente alla ribalta da una organizzazione di ex gay, americana, chiamata PFOX, la quale ha promosso a Richmond, capitale dello Stato della Virginia, una ampia campagna pubblicitaria per far conoscere i reali dati scientifici riguardo l’omosessualità.


In particolare, tali dati riportano diversi casi di gemelli omozigoti, quindi perfettamente identici, che tuttavia differiscono per tendenze sessuali. Esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.



 Il dott. Neil Whitehead, che dopo avere prestato servizio per 24 anni come ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, e aver lavorato alle Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oggi ricopre il ruolo di consulente per alcune università giapponesi, sottolinea il ruolo irrilevante della genetica nella scelta dell’orientamento sessuale, affermando: «al meglio la genetica è un fattore secondario».


I gemelli monozigoti derivano da una singola cellula uovo fecondata, ciò significa che essi sono nutriti in condizioni prenatali uguali e condividono il medesimo patrimonio genetico.

Da qui consegue che, se l’omosessualità fosse una tendenza innata, stabilita dai geni, ci si aspetterebbe che tale attrazione fosse sempre identica nei gemelli monozigoti. Come nota infatti il dott. Whitehead: «dal momento che hanno DNA identici, dovrebbero identici al 100%». 


Tale ipotesi è però smentita dalla realtà dei fatti che attestano che «se un gemello identico ha attrazione per lo stesso sesso la possibilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione è solo di circa il 11% per gli uomini e del 14% per le donne». Il dott. Whitehead conclude dunque escludendo categoricamente che l’omosessualità possa dipendere da fattori genetici: «nessuno nasce gay. (…) Le cose predominanti che creano l’omosessualità in un gemello identico e non negli altri devono essere fattori post-parto».

Secondo lo specialista l’attrazione per lo stesso sesso (SSA) è determinata da «fattori non condivisi», cose che accadono ad un gemello, ma non l’altro, o da una differente reazione personale ad un specifico evento da parte di uno solo dei gemelli. 


Pornografia, abusi sessuali, particolare ambiente familiare o scolastico sono tutti elementi che possono influenzare in modo diverso l’uno rispetto all’altro. Un gemello potrebbe non essere in grado di interagire socialmente come l’altro gemello, provocandosi una sensazione di solitudine, che potrebbe poi portare alla necessità di essere accettato da un gruppo di persone, e in alcuni casi, tale gruppo diventano le comunità LGBT. Secondo il dott. Whitehead infatti, «queste risposte individuali e idiosincratiche a eventi casuali e ai fattori ambientali comuni predominano».


Il primo studio approfondito su gemelli monozigoti è stato condotto in Australia nel 1991, seguito da un altro grande studio americano nel 1997. Oggi, lo strumento principale per la ricerca biomedica, secondo lo specialista, sono i registri nazionali sui gemelli: «i registri dei gemelli sono la base dei moderni studi sui gemelli. Ora sono molto grandi, ed esistono in molti paesi. Al momento è in progettazione un gigantesco registro europeo del quale faranno parte 600.000 membri, ma uno dei più grandi attualmente in uso si trova in Australia, con più di 25.000 gemelli registrati».


Nel 2002 la coppia di sociologi americani Peter Bearman e Hannah Brueckner ha pubblicato uno studio che ha coinvolto 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti, mettendo in evidenza come l’attrazione per persone dello stesso sesso tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine. La stessa ricerca ha preso in esame anche il cambiamento di orientamento sessuale durante il corso della vita, osservando come la maggior parte di questi cambiamenti, avvenuti per via “naturale” piuttosto che terapeutica, sono indirizzati verso una esclusiva eterosessualità, con il 3% della popolazione eterosessuale che afferma di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale.


Alla fine tali dati hanno fatto emergere un dato curioso per il quale il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso una totale eterosessualità risulta più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole, conclude Whitehead, «gli ex gay superano per numero gli attuali gay».


Ancora una volta la realtà sbatte la porta in faccia all’ideologia. La forsennata ed tendenziosa ricerca degli attivisti LGBTQ riguardo l’esistenza di un agognato gene gay, che attesterebbe la normalità dell’omosessualità si deve, infatti, bruscamente arrestare davanti agli inoppugnabili dati concreti che certificano chiaramente come l’omosessualità non ha nulla di genetico e naturale. 

Più che di “gene gay” sarebbe corretto parlare di “virus gay”; se nessuno nasce infatti con il gene dell’omosessualità tutti, e in particolare le giovani generazioni, sono a rischio contaminazione dell’ideologia del gender imposta come diktat etico dal mainstream culturale dominante.

Lupo Glori