martedì 6 marzo 2012

Quando una persona é omosessuale? - di Gerard Van Der Aardweg

 Capitolo due

Quando una persona
 é omosessuale?

Tratto dal libro 
Omosessualità e speranza
 di Gerard Van Der Aardweg


Le affermazioni «quest'uomo è un omosessuale» o «questa donna è una lesbica» danno l'idea che la persona in questione appartenga a una variante della specie umana, diversa dalla variante eterosessuale. L'omosessualità viene sempre più presentata come una «variante», una «preferenza», una «condizione costitutiva». Questi termini indicano che quella per­sona è nata tale: in ogni caso si tratta di una falsa concezione. 


 Le conoscenze di cui disponiamo ci indicano che le persone con inclinazioni omosessua­li sono nate con la stessa dotazione fisica e psichica di chiunque altro. Non è prova di una «diversità» naturale innata, per esempio, il fatto che una certa percentuale di uomini con tendenze omosessuali diano l'impressione di mancanza di virilità, o ap­paiano effeminati nel comportamento e negli inte­ressi.  


Gerard Van Der Aardweg
Questo è un effetto dell'educazione o di una visione di sé stessi acquisita, di un'immagine di sé appresa. La donna «virile» con tendenze le­sbiche non è tale per disposizione naturale, ma per abitudine e per uno specifico complesso d'inferiori­tà. Ci sono, d'altra parte, donne lesbiche spiccata­mente femminili che pochi, a prima vista, potrebbe­ro sospettare che abbiano quelle tendenze. 


Con le parole «complesso d'inferiorità» sto pre­correndo la mia spiegazione. In effetti, sosterrò che le tendenze omosessuali scaturiscono da un partico­lare tipo di complesso d'inferiorità, poiché per costi­tuzione una tale persona non è omosessuale, bensì eterosessuale. Un uomo o una donna può non avere, o avere in forma molto attenuata, inclinazioni eterosessuali, ma è essenzialmente eterosessuale. A rigor di termini, perciò, non esistono «omosessuali» od «omofili», neppure nel regno animale; esistono solo persone con inclinazioni omosessuali

Per esse­re coerente, eviterò il termine «un omosessuale» e userò la designazione più ingombrante di «persone con inclinazioni omosessuali».



I sentimenti omosessuali possono essere definiti come la sensazioni di essere innamorati o eroticamente attratti da una persona dello stesso sesso; ciò si ac­compagna a uno scarso interesse erotico verso l'altro sesso o alla quasi totale assenza di esso. 

Qui dobbia­mo esprimere una riserva: le sensazioni omosessuali, durante l'adolescenza (pubertà) fino a circa i diciassette anni, sono di solito transitorie e devono essere con­siderate come uno stadio dello sviluppo psicosoma­tico inerente alla sessualità. Esse scompaiono senza lasciare traccia quando, nella fase successiva, com­paiono le sensazioni eterosessuali. Come dirò in se­guito, la prepubertà e la pubertà sono i periodi più importanti per il possibile instaurarsi di una «vera» omosessualità: cioè di sensazioni omosessuali che sopravvivono nel corso della vita.


Inoltre, dovremmo sempre tener presente che la parola «omosessualità» sta a indicare una grande varietà di forme e tipi. Per esempio, alcuni uomini subiscono di fatto un eccitamento sessuale per ogni uomo che incontrano, mentre altri sono solamente interes­sati a certi tipi di maschi. 

Per alcuni, la sensazione omosessuale è continuamente presente nella loro immaginazione, come un'ossessione, mentre in altri compare piuttosto in modo irregolare. Alcuni sono esclusivamente orientati verso compagni all'incirca della stessa età, altri verso più anziani, altri ancora verso giovani, adolescenti o bambini (omosessuali pedofili). Alcuni di essi si diversificano per la loro preferenza per un certo tipo di compagno. 

Ci sono poi delle diversità nei ruoli che essi assumono in rapporto ai loro compagni, poiché alcuni svolgono prevalentemente il ruolo attivo, altri quello passivo, benché molti — la maggior parte — non abbiano un modello di ruolo stabilito. 

Alcune persone con ten­denze omosessuali possono a volte percepire sensa­zioni chiaramente eterosessuali, comunque di ridotta intensità; questi vengono chiamati bisessuali. Alcu­ni, poi, hanno solo sporadici impulsi eterosessuali, o ne sono quasi del tutto privi: sono i cosiddetti omosessuali esclusivi. (Dico «quasi» in quanto Freud giustamente affermava che in un'analisi accurata dei sogni notturni e delle fantasie di una persona con forti inclinazioni omosessuali, si trovano sempre tracce di una normale e profondamente nascosta disposizione eterosessuale.)

Alcune persone con tendenze omosessuali desiderano un partner per una relazione duratura, altre non lo desiderano. Tra il desiderio e la sua realizzazione, tuttavia, queste persone trovano un grande abisso; una relazione veramente durevole e fedele é estremamente rara, se mai si verifica. Ad esempio, da uno studio é scaturito che oltre il  70% di settanta uomini e donne con tendenze omosessuali, che accettavano i propri sentimenti come normali e che conducevano uno stile di vita omosessuale, desideravano una relazione duratura; ma, secondo quanto da loro dichiarato, soltanto quattro uomini e sei donne avevano avuto un solo partner negli ultimi due anni. Non importa in quale Paese questi studi vengano fatti o quale campione di persone venga preso in considerazione, i risultati sono invariabilmente gli stessi. E' tuttavia possibile distinguere tra coloro che cercano contatti transitori (cruising types) e coloro che hanno storie con un partner per un periodo di tempo più lungo - anche se non così lungo. 



Incidenza

Omissis... 



Autoidentificazione
Omissis...


Fine Capitolo due

venerdì 27 gennaio 2012

Uscire dall'omosessualità: L'Autocommiserazione inconscia - di Franco Poterzio

Franco Poterzio, docente universitario, psichiatra
Franco Poterzio
docente universitario, psichiatra


L'autocommiserazione inconscia


      Il nucleo centrale della teoria che da anni il professor Gerard Van den Aardweg sviluppa in sede scientifica e nelle applicazioni cliniche è "il concetto dell'autocommiserazione inconscia dell'omosessuale.
Questa radicata tendenza all'autocommiserazione non è intenzionale, bensì involontaria,e dà origine a un comportamento masochista.
Il desiderio omosessuale, e i sentimenti di inferiorità sessuale ad esso correlati, sono radicati nell'autocommiserazione inconscia.

Questa teoria fonde tra loro gli studi e le osservazioni comportamentali
- di Alfred Adler (1930 - il complesso d'inferiorità e il desiderio di compensazione come atteggiamenti che aspirano a un riscatto dall'inferiorità),
- dello psicanalista austroamericano Edmund Bergler (1957 - l'omosessualità come masochismo psichico),
- e dello psichiatra olandese Johan Arndt (1961 - il concetto dell'autocommiserazione incontrollata).

Alcuni atteggiamenti più o meno specifici dei genitori e in generale i rapporti genitori-figli possono predisporre un individuo allo sviluppo di un complesso d'inferiorità sessuale.

Tuttavia, il fattore che influisce più pesantemente sul comportamento di una persona è la mancanza di adattamento all'interno di un gruppo di individui dello stesso sesso.
La psicoanalisi tradizionale riconduce tutte le nevrosi e le malformazioni emozionali a rapporti disturbati tra genitori e figli.
Malgrado ciò, senza voler negare la grande importanza che ricopre l'interazione genitori-figli, il fattore determinante è generalmente l'immagine che l'adolescente ha di sé in termini di identità sessuale, il confronto con i simili dello stesso sesso.

La paura del sesso opposto è un atteggiamento frequente, ma non è la causa principale delle inclinazioni omosessuali.
Tale paura è piuttosto un sintomo della presenza di sentimenti di inferiorità sessuale; questi infatti possono essere generati da soggetti del sesso opposto, di fronte ai quali l'omosessuale sente di non poter sostenere quei ruoli sessuali che ci si aspetta."

(Gerard Van den Aardweg, Una strada per il domani – Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, Città Nuova, Roma 2004, pagg.17-18)

venerdì 20 gennaio 2012

Omosessualità: Origine nella donna - di Gerard Van den Aardweg

OMOSESSUALITA':
Origine nella donna


di Gerard Van den Aardweg


  

       La situazione della ragazza che finisce per provare un'attrazione omosessuale per altre donne è sotto più di un aspetto l'immagine speculare di quella del ragazzo. Peraltro, il paragone con l'immagine speculare non è assoluto, dato che la varietà dei fattori preparatori è spesso più ampia che nell'uomo (7).

Quand'erano bambine, parecchie donne con inclinazioni lesbiche hanno avuto la sensazione di una mancanza di comprensione da parte della propria madre. Questa sensazione di distanza dalla madre ha parecchie varianti. Valga come esempio quanto una donna ha sintetizzato: «Mia madre ha fatto di tutto per me, ma ben difficilmente potevo parlare con lei delle mie cose personali ed emotive».  

Altre lamentele raccolte: «Mia madre non aveva mai tempo per me»; «Mia madre aveva molto più contatto con mia sorella che con me»; «Essa sistemava ogni cosa in vece mia e mi ha conservata una bambinetta»; «Era spesso malata»; «E’ stata ricoverata parecchie volte in un ospedale psichiatrico»; «Ha abbandonato la famiglia quand'ero ancora bambina»; e così via.

A volte la ragazza ha dovuto assumere lei stessa il ruolo materno per il resto della famiglia essendo la sorella maggiore, per esempio, o in casi in cui la madre non funzionava a dovere come madre, e questo le ha fatto sentire la privazione del calore di una madre che la comprendesse.

La madre può essersi sentita inibita nella sua realizzazione come donna o non essersi sentita a proprio agio nel ruolo femminile. Questo ha ispirato un atteggiamento critico, per esempio, verso quello che essa vedeva come ruolo femminile e ha trasferito quell'atteggiamento alla propria figlia. La ragazza ha quindi sviluppato un atteggiamento di rifiuto verso il proprio lato femminile.
Alcune donne lesbiche avevano l'idea che la loro madre avrebbe preferito un maschio al posto loro e perciò hanno imitato comportamenti e realizzazioni da ragazzo al posto di quelli propri di una ragazza.

Alla fiducia di una ragazza in sé stessa come donna contribuisce in primo luogo la madre. Quando una madre riesce a far sì che sua figlia si senta apprezzata come donna, la ragazza si sentirà a proprio agio nel mondo femminile e fra le sue coetanee. Nelle donne con tendenza omosessuale molto spesso la relazione con la propria madre non era personale e confidenziale; non vi era partecipazione a interessi femminili, nessuna attività svolta insieme nella sfera femminile. Di conseguenza, la ragazza non si sentiva valutata come una ragazza: vale a dire, diversa da un ragazzo, ma altrettanto degna di valore.

Sembra anche che abbiano luogo considerevoli variazioni nel modello delle relazioni padre-figlia. Alcune donne con tendenze lesbiche erano eccessivamente attaccate al padre come a un «amico speciale». A volte questo attaccamento era per loro una forzatura in quanto il padre le voleva in un ruolo specifico, così che la relazione non era naturale e scevra da coercizione. 

A volte il padre avrebbe preferito che quella figlia fosse un figlio, un compagno, e stimolava in lei certi ruoli, interessi e realizzazioni da maschio. Egli dava un'importanza sproporzionata, per esempio, ai suoi risultati professionali a scuola o alle sue prestazioni sportive o alle sue realizzazioni in importanti ruoli sociali. Comprensibilmente, la ragazza nel suo intimo si sentiva incompresa e non realisticamente accettata per la persona che di fatto essa era.

In altri casi, il padre vedeva nella figlia l'appoggio e il conforto di una figura materna. Egli aveva un atteggiamento di lode nei suoi confronti e la metteva in una posizione privilegiata, ma in realtà con questo comportamento si comprava la sua dedizione a sé. Si sono avuti anche padri dalla personalità debole, che si appoggiavano eccessivamente alla propria moglie. In tutti questi casi, i legami emotivi con il padre rimangono fissati nell'intimo della «bambina del passato» della donna lesbica adulta.

Altre donne, invece, con questo problema non erano la «ragazza di papà», ma erano piuttosto, o tali si vedevano, la figlia non desiderata e non accettata. Essa era spesso da lui criticata, sentiva il suo disprezzo o la mancanza d'interesse per lei. 

Comportamenti e interessi mascolini ipercompensativi, in alcune di queste donne, possono essere ascritti a reazione verso questo atteggiamento di non accettazione da parte del padre. Di conseguenza, la ragazza ha imparato a vedere il ruolo maschile come superiore e ha cercato di rivestirlo. Di nuovo, le sensazioni negative verso il padre come pure gli sforzi mascolinizzanti ipercompensativi, fatti allo scopo di vivere al suo livello e di conquistarsi così il suo apprezzamento, confluiranno nel complesso nevrotico.

Per concludere, una buona e normale relazione padre-figlia è statisticamente meno frequente nelle donne con tendenza omosessuale che in quelle a tendenza eterosessuale.




Altre influenze
In alcune donne, un complesso di bruttezza con l'accentuazione del sentirsi meno femminile, meno attraente come ragazza, può avere giocato una parte come fattore precipitante. In altri casi lo era il paragone con una sorella, considerata (dalla ragazza stessa o dal suo ambiente) come più attraente o migliore sotto altri aspetti.

In altri casi ancora, la ragazza si sentiva inferiore rispetto ai suoi fratelli — «sono soltanto una ragazza» —, e su questa base ha cercato di emularli nella loro mascolinità. Nell'adolescenza, il tipo di attenzione di cui è stata oggetto da parte dell'altro sesso può aver creato il suo punto dolente: «Non mi trovano attraente come le altre ragazze», «Non mi danno appuntamenti», e così via. Una ragazza che si sente meno apprezzata dai ragazzi può arrivare ad ammirare la femminilità di altre ragazze che sono più guardate. Alcuni fattori predisponenti come quelli sopra ricordati di solito cooperano insieme e si rafforzano reciprocamente sia nelle ragazze sia nei ragazzi.

Una parte delle ragazze che più tardi ha sviluppato il complesso omosessuale si comportavano in maniera meno femminile rispetto alle loro coetanee. Ciò le faceva sentire insicure nell'ambito della femminilità, e sviluppavano così reazioni ipercompensatorie come l'assumere atteggiamenti di menefreghismo e indifferenza, dominanti, "da bullo", cercando di superare i ragazi in mascolinità, osando qualsiasi cosa,, comportandosi aggressivamente, da dura. Esse possono aver sviluppato una manifesta antipatia nei confronti del comportamento femminile, vestiti ed attività domestiche. Questa ipercompensatoria auto-assertività mascolina é tuttavia caratterizzata da una mancanza di naturalezza, di fluidità. E' esagerata; é percettibile una tensione emotiva sottostante.

Ciò non significa che tutte le donne con questo complesso tendono a compartirsi in modo mascolino. E non significa neanche che tutte le donne con tali tipi di comportamento assertivo sviluppano necessariamente inclinazioni omosessuali; ma esiste una correlazione tra questi due tratti. Un comportamento eccessivamente maschile, tuttavia, quasi sempre é un sintomo di un complesso di inferiorità.

Il fattore principale nello sviluppo di un orientamento lesbico è l'auto-comparazione da parte della ragazza con le sue coetanee o con certe donne "ideali" più grandi. Come nel caso dei ragazzi, il fattore cruciale è soggettivo, cioè, la percezione che la ragazza ha di se stessa.  

Per questa ragione, a volte, sebbene non spesso, anche una ragazza il cui compotamento é molto femminile può sviluppare un tale complesso di inferiorità.
Durante l'adolescenza una ragazza desidera avere amiche e sentirsi come loro. La sua solitudine e il suo sentimento di distacco nei loro confronti fa nascere in lei il desiderio intenso di avere accanto amiche per le quali nutre ammirazione o figure di donna ideali. 
Se una ragazza si sente privata dell'affetto e della comprensione della madre, può rivolgeresi verso un tipo ideale di donna che possiede ai suoi occhi le caratteristiche materne desiderate: ad esempio, una professoressa bonaria e affettuosa e o una ragazza più grande con atteggiamenti materni. La ragazza "che si autocommisera" desidera l'esclusiva attenzione del suo idolo, si "attacca" a lei. "Se solo mi amasse!" 

"La lamentela ricorrente di così tante ragazze lesbiche era di non aver trovato amiche vere durante l'adolescenza" - scriveva lo psicologo americano Gundlach and Riess nel suo studio di più di 200 donne che soffrivano di questo complesso. Il loro "Io lamentoso"  continua a nutrirsi con gli stessi sentimenti che provavano nella loro gioventù: inferiorità, solitudine, auto-commiserazione, e un desiderio insaziabile.

sabato 31 dicembre 2011

Una madre ex-omosessuale si racconta, per Amore...


Una madre ex-omosessuale si racconta, per Amore...

Suo figlio: logorato da droga, schizofrenia e omosessualità. 



"... PER  PAURA DI  FERIRLI  NON  NEGHIAMOGLI  LA VERITA'"



--------------------------------------------------- Testimonianza:


Sono una donna di 52 anni nata in un paesino nel Bergamasco, ma potrei averne anche 60 e essere nata in Sicilia che non cambia niente. Ho superato i miei problemi di omosessualità in un tempo dove potevi solo superarli, trovandomi delle mie strategie. Non vi erano altre possibilità nè nella società, nè nella mia testa.

Ho superato il problema in apparenza, ma senza guarire la ferita che restava alla base. La mia strategia è stata molto semplice, io che volevo essere un uomo e mi sentivo uomo, ho fatto esattamente come ogni omosessuale uomo fa senza rendersene conto, cioè, prendevo dagli uomini la loro virilità che volevo in me e che mi era stata negata. In poche parole li usavo per un mio bisogno psichico.

Se l'omosessualità è come un giro di vite che un ragazzo crea nella sua psiche per adattarsi a qualche cosa che è più grande di lui, io in seguito per rimettermi in regola con quello che la società imponeva, non ho allentato questo giro di vite, ma l'ho stretto ancora di più dall'altra parte. Con il risultato che non riuscivo a legarmi a nessun uomo, passavo da avventura in avventura per la paura di soffrire ed essere abbandonata. 

Io nella mia testa avevo capito tutte queste dinamiche. Ma erano talmente radicate dentro che non riuscivo ad andare oltre. Erano più forti di me. Come una persona che soffre di vertigini e deve passare su un palo sospeso nel vuoto.

Fin dalla mia più tenera età avevo capito che il mio desiderio ossessivo d'essere bambino corrispondeva anche ad un senso di deludere i genitori ogni volta che ero costretta a smascherarmi come bambina. Il perchè sentivo così, non lo capivo e tantomeno che il mio problema si chiamasse omosessualità. Solo dopo essere rimasta incinta e dopo la nascita di mio figlio, questa ferita è guarita da sola. Avevo finalmente qualcuno che mi amava e non mi avrebbe abbandonato, mio figlio.

Inutile dire che come sono guariti i miei problemi, sono iniziati quelli del figlio. Ero stupita di come così piccolino cercasse la figura di un padre. Si affezionava ad ogni uomo che entrava in casa e appena scopriva che non c'era più ne soffriva terribilmente. Per questo sono completamente contraria all'adozione e all'avere figli tra coppie omosessuali. Proprio perchè so quanto sia difficile uscire dall' omosessualità, per me possono pur sposarsi, ma l'avere figli è un grave errore. 

Dobbiamo volere per tutti i bambini del mondo, quello che noi da bambini volevamo per noi stessi, cioè la presenza della mamma e del papà che ci amano. Sono tutti bugiardi quelli che dicono che un figlio non soffre. O semplicemente insensibili verso le sue sofferenze, perchè troppo concentrati a guardare la loro egoistica gioia. 

In seguito mi sono legata ad un uomo che non ha saputo dare tutte le piccole attenzioni che un vero padre dovrebbe dare e di questo non posso fargliene una colpa, sono io che ho messo al mondo un figlio senza il padre. Dovevo ringraziare per tutta l'altra parte che ha dato, non puntare il dito dove non ha saputo dare. Ho iniziato ad essere super protettiva, a cercare di togliere il figlio da lui e tirarlo a me. Istintivamente pensavo di evitargli delle sofferenze. Probabilmente alcune le ho evitate, ma ne ho causate altre. 

Vedevo crescere nel figlio un'eccessiva vergogna verso la sua sessualità. Si comportava come si comportano i ragazzi che subiscono abusi sessuali. Eppure ero certa che non era il suo caso. Finchè in adolescenza è uscita la sua omosessualità. Ha iniziato a frequentare gli ambienti omosessuali e ne è talmente rimasto deluso che per anestetizzare il tutto, si è buttato nella droga. Dalla droga è finito per mesi in cliniche psichiatriche.

Allora ho iniziato a leggere tutti i racconti sull'omosessualità, a confrontarli con il nostro vissuto. A 50 anni ho capito che il problema che ha convissuto con me per i primi 30 anni della mia vita si chiamava omosessualità. Non avevo saputo dargli un nome, in un tempo dove la società ti obbligava a reagire, punto e basta. 

Oggi ci sono libri che descrivono tutto, come fossero la fotocopia della mia infanzia. Ho capito i problemi di mio figlio, di come sono cresciuti con lui e come si sono sviluppati in questa società che invece ti obbliga a prendere tutt'altra strada. Ma anche qui, punto e basta. Lui al contrario di me ha saputo subito dargli un nome ma dietro quel nome c'era solo la falsa idea di essere nato così. 

Abbiamo parlato, litigato, l'ho messo davanti a tutta la verità sulla sua infanzia, ricordandogli ogni particolare. Le fidanzatine all'asilo e i primi anni di scuola. Gli ho ricordato tutta l'evoluzione del suo cambiamento negli anni, di come si è piegato sotto la sua sofferenza, con segni evidenti che però non ho saputo leggere e interpretare. L'ho ferito profondamente e il suo dolore era il mio dolore, ma ho voluto andare in avanti fino in fondo e infine gli ho chiesto il perdono a mio nome e a nome del papà. Non ho buttato le colpe sul padre, ma le ho divise tra noi, come giusto. E' stato come azzardare qualche cosa di veramente doloroso in nome della verità.

Sebbene non credeva alla possibilità di cambiare e a tutte queste teorie, dopo aver ricevuto una forte delusione da parte di una ragazza che l’ha fatto sentire ferito e umiliato, lui è cambiato. Quello che sosteneva impossibile per se stesso, cioè l'avere rapporti con una ragazza, si è in seguito contrariamente avverato e ne era felicissimo.

Come vorrà continuare la sua vita, ora sarà solo una sua scelta. Lui ha visto il mondo dell'omosessualità e lui ha aperto una nuova porta sul mondo dell'eterosessualità. L'ho informato che se vuole continuare la strada su questa seconda possibilità, deve stare lontano dalla pornografia omosessuale. Coltivare amicizie maschili sane e sentirsi uno di loro. Essere cosciente che nei momenti di sconforto o delusioni varie, questi pensieri possono ritornare e saperli vedere per quello che sono. Ferite della vita. Soprattutto essere cosciente che non si può avere tutto, che nella vita vanno fatte delle scelte che implicano anche delle rinunce. Questo vale per tutti e in tutti i campi. 

Mentre se vuole arrendersi al mondo dell'omosessualità non c'è altra felicità che quella di cercare e di trovare veramente l'amore del cuore, nel rispetto e nella fedeltà reciproca, come per ogni coppia. Perchè al di là di ogni moralismo, tutti sanno che in un mondo di soli rapporti sessuali, nessuno trova felicità. Si resta vittime di se stessi con la paura di invecchiare soli.

SONO DINAMICHE CHE SI CREANO A 3 MAMMA, PAPA, FIGLIO.

ED E' PIU' FACILE SE SI E' IN 3 A CERCARLE.
NON LASCIAMOLI SOLI ILLUDENDOCI CHE POI MAGARI GLI PASSA
PER PAURA DI FERIRLI NON NEGHIAMOGLI LA VERITA'
MA DELLA VERITA' CHE E' COLPA DELL'ALTRO NESSUNO NE HA BISOGNO.
INFINE NON SMETTIAMO DI CREDERE AL DESTINO O A DIO (come preferite chiamarlo).

Perchè per me è stato un dono del destino o Dio a dare il colpo finale al mio cambiamento. Mentre per mio figlio è stata alla fine una forte delusione che lo ha portato a reagire positivamente. Per altri un incontro casuale con una persona o anche con la fede. Anche queste sono verità da non negarci.

Mio figlio non prega e non crede o perlomeno è quello che lui dice.
Io credo fortemente che l'aiuto dei genitori può essere di grande importanza in queste dinamiche. Non nell'obbligarlo a prendere una nostra decisione. Ma scavando nei nostri errori in modo da poter dare delle risposte e chiederne il perdono. Credo anche fortemente che le preghiere dei genitori vengono sempre ascoltate. 


Infine che tutti quelli che intraprendono un viaggio per uscire dall’omosessualità non devono precludere alle circostanze della vita di venirgli incontro. Se sapete attendere vedrete che prima o poi il destino o Dio, vi aiuterà, magari anche sottoforma di circostanza negativa.

Davanti a una guarigione da droga, schizofrenia e omosessualità gridare al miracolo sarebbe solo il guardare la stessa medaglia dall'altro lato, riducendo l'Amore e la Misericordia di Dio al nostro caso specifico. Mentre Lui vuole raggiungere tutti anche fuori dalle chiese, proprio come faceva Gesù.

Ora penserete, ma nell'omosessualità ci può ancora ricadere, non è sicuro che si continui sulla strada dell'eterosessualità. Anche nella droga ci può ricadere e se ricade nella droga è sicuro che anche la schizofrenia farà la sua comparsa e questa volta per sempre. Gli specialisti hanno assicurato che dal primo episodio psicotico alcuni guariscono, ma dal secondo si instaura la malattia per sempre. Sì, tutto vero. Tutto vero anche che domani possiamo essere morti e tutto vero anche che per il momento sta vivendo il periodo più bello e felice della sua vita, libero da tutte le dipendenze, ferite e malattie.

Non firmo questa mia testimonianza solo per rispetto verso i miei figli e famigliari

Però se qualcuno degno della mia attenzione vuole verificare l'attendibilità del racconto non mancherò di presentarmi personalmente. Saluti

martedì 20 dicembre 2011

Testimonianze di ex omosessuali - Testimonianza di Andrea Terreno /Torino 2011

 
Testimonianza di
Andrea Terreno 
Torino 2011


"...ma io cercavo con l'erotismo di prendere dagli uomini quello che desideravo per me. Fu incredibile, in poco tempo  la carica erotica verso gli uomini sparì e capii anche che probabilmente mi piaceva una ragazza su un miliardo. Gesù è stato così delicato da farmela incontrare e innamorare"
           
         E' sempre difficile riassumere la propria vita pensando che ogni mia parola potrà essere d'aiuto o di ostacolo alla comprensione di chi legge. Ho ancora in memoria ogni mio pensiero, ogni mia sensazione che hanno guidato questo mio percorso di comprensione di quale fosse il progetto di Dio su di me. Per capire come sono arrivato all'età di 17 anni a credere di essere gay devo per forza partire dai miei primi anni di vita e ripercorrere la mia storia nella mia famiglia. 

Sono nato in Brasile nel 1987 dove la mia famiglia (padre madre e fratello) si era già trasferita da due anni per seguire mio padre e il suo lavoro, e il primo e nitido ricordo che ho è mio padre in auto che bacia la sua amante che incontrava quando portava me ai giardinetti.
Io stavo li seduto sul sedile posteriore e non percepivo bene la gravità della situazione ma ricordo il disagio e il mio cercare di dividerli anche in maniera scherzosa-infantile. Sta di fatto che giurai a me stesso che non avrei mai detto nulla a mia madre per proteggerla da questo pericolo. Il silenzio nel quale mi chiusi non passò inosservato a mia madre e assieme ad altri eventi il problema uscì fuori. 

Quando avevo 4 anni tornammo in Italia, a Lecce, con la promessa e la speranza di ricominciare una vita di famiglia a 4 ma la situazione non fece altro che peggiorare. Nei quattro anni che abitammo in un paesino vicino Lecce i miei genitori non fecero altro che litigare, discutere, sbattere le porte e aimè, ogni tanto, mettersi le mani addosso, e io assistevo a tutto con una tremenda angoscia, uno strappo al cuore continuo nel vedere le due persone che più amavo farsi e farmi così male... ma un processo ormai aveva iniziato a scavarmi dentro: non amavo i miei due genitori allo stesso modo, ma mia madre era la vittima da difendere dal male che prendeva sempre più le sembianze di mio padre. 

E' da qui che iniziarono pensieri come “Io non farò mai soffrire una donna come ha fatto mio padre”, “Io non sarò mai come mio padre”, “Io sarò carino e gentile con tutte le donne”, e sentendo i discorsi di mia madre le cose si evolvevano in “Io non sarò come tutti gli uomini”, “Gli uomini sono tutti fatti così, io sarò diverso, sarò gentile, imparerò tutto quello che passa nella testa delle donne per capirle e farle felici”. 

Nasceva così in me una divisione tra quello che ero in quanto maschio, e la delusione che il mondo maschile prima con mio padre, poi con gli i coetanei mi dava. Iniziai così a stare sempre più con le femmine, amiche di mia madre, compagne di classe e di giochi, un mondo più sicuro, più emotivamente connesso alla mia sensibilità caratteriale, ed a essere sempre lontano dal mondo degli uomini che parlavano solo di calcio, soldi e sesso.
Sta di fatto che dopo Lecce ci trasferimmo definitivamente a Torino, io avevo 8 anni e molte amiche femmine e forse solo una amicizia sincera col mio attuale migliore amico. Mio padre dopo pochi anni andò a vivere fuori casa e così lo vedevo a cena una volta durante la settimana e il sabato per uscire assieme. Il rapporto era molto freddo, io non parlavo molto con lui e il distacco emotivo e difensivo era molto grande nei suoi confronti. La mia psiche si conformava a tutto quello che imparavo dalle ragazze e da mia madre e il bisogno estremo di accettazione e di affetto mi portava a non avere un carattere definito, ma a comportarmi per essere simpatico a ognuno, avevo mille sfaccettature che si adattavano a chi avevo di fronte,  non sapevo chi ero. 

Durante l'adolescenza il mondo maschile mi attirava perchè non lo conoscevo, era lontano da me ed entrare in relazione con i mie compagni di classe mi era difficilissimo e iniziavo a fare confronti anche dal punto di vista fisico con loro, la mia insicurezza mi portava ad avere sensi di inferiorità e inadeguatezza. Dev'essere lì che iniziai a provare attrazione erotica per gli uomini. 
Ovviamente se prima questo era solo un pensiero, crescendo fu come un mostro che mi cresceva dentro e si sovrapponeva a me in ogni aspetto della mia vita. Purtroppo per capire meglio, per sfogare la mia curiosità e il mio erotismo iniziai a navigare nella pornografia, nelle chat erotiche facendone diventare una dipendenza dalla quale non riuscivo a slegarmene, non ne potevo fare a meno.

In contemporanea la mia migliore amica iniziò ad avere gli stessi dubbi sulla propria identità e assieme decidemmo di andare nel nostro primo locale gay. Da li è iniziata la nostra accettazione e il nostro entrare nel mondo gay. Andavamo a ballare, conoscevamo ragazzi e ragazze, tanti flirt alla ricerca dell'amore e del compagno per la vita. A 18 anni conobbi un ragazzo,  col quale mi fidanzai per 4 anni. E' stata una relazione importante, ci siamo voluti veramente bene e per questo decisi di fare coming out con i miei genitori.

Non fu un bel momento perchè, nonostante sospettassero da tempo della mia omosessualità ebbero una reazione di rifiuto di questa situazione. Oltretutto mia madre, di fede cristiana, non accettava quella che al tempo definivo natura ora chiamo scelta e iniziarono parecchi dibattiti e accese discussioni sull'argomento. Col tempo la relazione con mia madre di logorò e forse si gettarono le basi per una giusta distanza nella relazione morbosa tra mia madre e io, mentre mio padre iniziò ad accettarmi, a venirmi in contro e a cercare complicità con me.

Su consiglio di mia madre parlai con un frate, Padre Raimondo Bardelli, psicologo e esperto in sessuologia e curante anche qualche omosessuale, il quale mi parlò di quale fosse il progetto di Dio sull'uomo e la donna. Mi spiegò dove stava l'incompatibilità nella relazione tra due uomini e mi fece una sorta di educazione sessuale. Io ovviamente non volli continuare questi colloqui e scelsi di continuare sulla mia strada e soprattutto la relazione col mio fidanzato che avevo tanto desiderato, però questo frate aveva già gettato dei semi che germogliarono in me e mi misero in discussione per molti anni, solo ora mi accorgo di aver detto a Bardelli “ma io non voglio cambiare”.
Sta di fatto che decisi comunque di andare da una psicologa per cerare di trovare un equilibrio tra tutte le difficoltà che vivevo nella vita, con me stesso, con la mia famiglia e le mie relazioni amorose e amicali. Per due anni andai dalla psicologa e anche grazie al mio fidanzato iniziai a formare in maniera più indipendente il mio carattere anche se in realtà era molto legato a quello che pensava il mio compagno e a mia madre. 

Fu in questi anni che mi accorsi di avere un vuoto dentro di me, un'insoddisfazione e una pace mancata che portava a cicli alterni a chiedermi se ero gay o meno, se era la mia strada o no, se era omofobia interiorizzata o se c'era di più da capire. Ovviamente tutto questo a livello di inconscio, non ammettevo all'esterno queste mie angosce.
Allora mi ricordai di quando avevo otto anni e del senso di gioia che provavo quando uscito da messa ringraziavo Gesù e di come la fede mi aveva dato speranza e gioia. Mi chiesi cosa voleva veramente Gesù da me, se ero giusto o sbagliato, se ero sulla strada giusta. Iniziai a leggere di ogni. Mi informavo su internet sul pensiero della Chiesa cattolica, ma anche delle altre confessioni, chi accettava o meno l'omosessualità e il perchè delle cose.

Cercai tra i santi e i mistici cosa Gesù aveva detto loro magari sull'argomento. Lessi la Bibbia per vedere come poteva essere interpretata, provai a scorporarla in tutti i modi, a trovare mille giustificazioni ma non trovavo la pace. Lessi anche le teorie di Joseph Nicolosi e mi innervosì parecchio, forse perchè parlava troppo direttamente alla mia vita.

Un giorno mi capitarono tra le mani delle fotocopie sulla testimonianza di Gloria Polo, una donna che era stata colpita da un fulmine e aveva subito il giudizio particolare ed era tornata in vita per raccontare quanto la sua vita fosse lontana da Dio. Per me fu un colpo. Mi accorsi come in mille azioni ferivo il prossimo e di come erano importanti tutte le parole e le azioni che influivano sul prossimo. Decisi di andarmi a confessare. Scelsi una chiesa dove nessuno poteva conoscermi e nel caso il parroco mi avesse gridato contro, non avrei rischiato di incontrarlo troppo facilmente. 

“Per caso” trovai in confessionale don Massimo con il quale mi sfogai e parlai della mia situazione e gli chiesi cosa potevo fare per essere un cristiano. La cosa che più mi colpì fu la sensazione di non essere giudicato, di essere ascoltato e accettato dalla Chiesa e soprattutto che Dio mi amava! Era una cosa che avevo dimenticato e uscito da li camminavo un metro da terra! Il don mi aveva parlato anche di castità ma io gli avevo detto chiaramente che per me era qualcosa fuori dal mondo e che non la capivo ma non per questo il mio percorso doveva finire. 

Proprio la sensazione di felicità che avevo mi portava a credere che quella fosse la strada giusta anche se non potevo prendere messa. Sta di fatto che con don Massimo mi trovai molto bene e seguivo le sue prediche con molto interesse, le sue parole entravano nella mia vita e educavano la mia fede, iniziai a confessarmi ogni settimana e andare a messa tutte le domeniche. Sentivo proprio che Gesù mi chiamava, e io lo inseguivo per avere questi momenti di gioia. Se all'inizio il mio fidanzato opponeva resistenza a poco a poco anche lui iniziò ad accompagnarmi in questo cammino e per un anno ci avvicinammo molto alla Chiesa. Il mio dilemma però rimaneva se la mia situazione era volontà di Dio o meno e per trovare una risposta, o scendeva Gesù in Terra o non mi sarei mai deciso e nelle mie preghiere chiedevo in continuazione di farmi capire in maniera chiara cosa dovevo fare. 

Capitò nel dicembre del 2009 di avere un colloquio con una suora che nella sua vita aveva avuto molte esperienze mistiche e come ultima missione Gesù le aveva chiesto di portare la Verità nel mondo. Proprio questa mia sete di Verità mi portò a parlare con lei della mia situazione. La risposta fu quasi scontata ma quello che lei mi chiedeva era di fuggire da questa relazione per slegarmene, come recita l'atto di dolore e che avrebbe pregato per me che il Signore mi desse la forza per farlo. Io ovviamente non avrei mai voluto troncare la relazione col mio ragazzo perciò tornai a casa senza nemmeno pensarci troppo. Il mattino seguente successe il miracolo. 

Mi svegliai con una pace, una serenità che mai avevo avuto prima, e con la sensazione di aver compreso quanto fosse importante la castità. La sentivo come una roccia nel mio cuore, qualcosa di profondamente ancorato in me e dal quale non potevo smuovermi, non sarei mai potuto tornare indietro. Con queste parole affrontai il mio fidanzato nella speranza di poter proseguire questo rapporto assieme, ma non comprese e con lui finì il rapporto. Quel momento fu un momento di grazia. Ero solo con me stesso, con il cuore libero da condizionamenti, e con una pace interiore liberante. 

Parlando con i miei amici uno in particolare mi suggerì di fare chiarezza dentro di me, di capire veramente fossi gay o meno perchè dovevo trovare una risposta definitiva per essere felice. Decisi di prendermi tutto il tempo necessario per capirlo ormai non avevo nessuno a cui rendere conto se non a Dio. In questo periodo iniziai a guardare i ragazzi che mi scatenavano l'attrazione e notai che mi piacevano sempre i ragazzi che avevano un'aria mascolina, vestiti in un certo modo, con un certo fisico, tutto quello che in realtà avrei voluto io, tutto quello che sentivo di non avere...capendo questo l'attrazione si affievoliva e spariva.
Dio mi fece capire che non mi piacevano gli uomini e basta, ma io cercavo con l'erotismo di prendere dagli uomini quello che desideravo per me. Fu incredibile, in poco tempo  la carica erotica verso gli uomini sparì e capii anche che probabilmente mi piaceva una ragazza su un miliardo. Gesù è stato così delicato da farmela incontrare e innamorare.

Trovo sempre commovente quando ascolto o leggo la testimonianza di Luca di Tolve o di altri ex omosessuali, notare come i meccanismi che hanno mosso la nostra storia nel diventare omosessuali e poi nell'uscirne, sono molto simili se non identici. Oltre alla profonda convinzione che Dio mi ha dato di vivere la Verità anche con questo confronto mi e ci conferma. Che Dio vi benedica e illumini i vostri cuori, le vostre menti e vi porti alla vera Pace
Andrea

sabato 17 dicembre 2011

Testimonianze tratte dal Forum SI PUO CAMBIARE: "Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale..."


"Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale, capite, dicono accettati cosi. Invece io non mi accetto cosi. Vorrei fare le cose da maschi ma una forza immensa in me me lo proibisce. Ho paura"


Manuel ha detto... 
Ciao a tutti. io sono manuel. Manuel lo dico è un nome fittizio.ho già raccontato la mia storia sul forum. Adesso sono seguito da uno psicoterapeuta ad indirizzo freudiano e ci vado una volta a settimana. E' uscito una cosa non bellissima in me. Ho interiorizzato i comportamenti di mia madre. Faccio, mi comporto, dico le cose che dice mia madre. Sono triste per questo perchè ho scoperto che la mia infanzia non è stata bella. 

Ho ricordi della mia infanzia non belli. Ricordo che a 3 anni mio padre per me era un perfetto estraneo: chi è per me quell'uomo? Ricordo che se volevo vedere gli sport di forza, i muscoli grossi dei maschioni e avevo 3 anni, venivo posto in una posizione di vergogna. Come se io facessi una cosa immorale. Ragazzi oggi dico che non sono omosessuale, ma peggio, dico di essere una donna.
Vorrei stare in mezzo ai maschi ma mi sento un pesce fuor d'acqua. Non esco da otto mesi perchè la gente mi prende in giro. Mi chiama femminuccia. I miei genitori litigano in continuazione e io non posso far nulla. 

Ho letto una pubblicazione in lingua inglese di un noto psichiatra. Ragazzi non sapete come mi sono ritrovato appieno in quello che ha scritto. Io voglio dire una cosa. Non è un caso che tutte le persone omossessuali hanno alle spalle la stessa storia, le stesse problematiche ecc. 

Allora perchè le associazioni di psicoterapia fanno orecchie da mercanti e non ti aiutano? Capisco anche che inserire l omosessualità e le altre patologie come disturbo, sarebbe la fine del mondo gay, perchè per loro è normale vivere cosi. Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale, capite, dicono accettati cosi. Invece io non mi accetto cosi. Vorrei fare le cose da maschi ma una forza immensa in me me lo proibisce.  

Ho paura.Sapete di cosa ho paura. Ho paura che se sto in mezzo agli uomini, gli altri dicono vuoi stare in mezzo agli uomini perchè ci vuoi scopare. Invece no è cosi. Una carezza. un gesto di affetto, questo avrei voluto. Invece soffro in silenzio e non sto assolutamente bene. Ciao e scusate per lo sfogo
Vorrei contattare marco dagli usa: nessuno di voi é riuscito a contattarlo? 
17 dicembre, 2011


manuel ha detto... 
Volevo fare l uomo fin da bambino invece mi hanno fatto vergognare di esserlo. ora vorrei essere una donna ma non posso esserlo. sono a metà. e bastava poco per essere uomo. avrei voluto da bambino l'abbraccio di un uomo e la stima di mio padre. volevo essere confermato come uomo da mio padre. e invece ho avuto un padre abusante e distante, gli amici della mia città che mi hanno preso e mi prendono in giro e una mamma che mi diceva che ho capelli ricci come una donna, il seno come una donna, nascondi il pisellino. Si dice che si nasce omosessuali ma io penso che è tutto un fattore ambientale. se io muoio e mi suicidio non soffro più: la verità non la so neppure io. 
10 gennaio, 2012

Sono sempre Manuel. io ho 30 anni, ormai potrei dire che la mia vita è distrutta. Si vi dico che è distrutta perchè per 30 anni sono stato a stretto contatto con mia mamma e mia sorella. Mio padre sbatte la porta e se ne va. ho 30 anni ma mi sono bloccato all' età di 3 anni perchè a 3 anni toccare un maschio per mio padre e mia madre era cosa da ricchioni. Oggi in un centro commerciale, famiglie con bambini, coppie tutte felice e allegre. io ero l'unico infelice. Vedevo le donne abbracciate dai loro uomini. Io in quegli uomini cerco protezione. Protezione che un padre non mi ha dato.Ogni giorno davanti alla televisione a vedere le partite e a masturbarsi il pene. Questo è stato mio padre. Un modello che non ho seguito e ho assorbito mia madre. Una che mi ha detto di nascondere il pisellino e che bella femminuccia che ho. Meglio nascere orfano 
11 gennaio, 2012 

domenica 4 dicembre 2011

Uscire dall'omosessualità - Prima Fase della Terapia con Donne SSA - di Janelle Hallman


Janelle Hallman - Psicoterapeuta

La Prima Fase  della Terapia
con Donne SSA*

 Costruire Fondamenta Sicure

Parte 2

di Janelle M. Hallman


Nella prima parte di questa serie ho esposto il processo di accettazione e in che modo un ambiente terapeutico accogliente può accrescere il senso di sicurezza di una donna. Di seguito descriverò brevemente il processo di "sintonizzazione" e la sua importanza nella creazione di un ambiente sicuro.

Sentirsi al sicuro grazie alla Sintonia

Una cliente una volta mi ha detto:

Sei rimasta a lungo in silenzio. Sapevo che stavi ascoltando.
Il tuo silenzio mi diceva: "Continua a parlare, io sono impegnata con te.
"Tu mi guardavi sempre, anche quando dovevo dire cose disgustose e vergognose.
Ti sei addirittura sporta in avanti. Questo genere di cose mi hanno confortata.
Sapevo che eri con me, mi ascoltavi e non eri disgustata.    – Ellen


La Sintonia è la comunicazione non verbale, come il contatto visivo, la mimica, la modulazione della voce, i gesti, il momento giusto e il tocco, propria del rapporto tra un/a bambino/a e la propria madre , “in cui entrambi condividono affetto e focalizzano la propria attenzione l’uno sull’altro in modo che le esperienze piacevoli del/la bambina/o siano amplificate e le sue esperienze stressanti siano ridotte e contenute” [2]

Recentemente ho visto un video che illustrava la potenza della sintonizzazione con i genitori. A una mamma di una bambina di sei mesi fu chiesto di rimanere sintonizzata e impegnata con la sua bambina entrando negli stati emotivi della bambina. Quando la bambina rideva, rideva anche mamma, affermando la gioia e il piacere della bambina. Se la bambina si agitava, la mamma le mostrava la sua attenzione attraverso la sua espressione facciale e il suo tocco rassicurante. Quando la bambina emetteva suoni e gorgoglii, la mamma la incoraggiava con lo sguardo e imitando i gorgoglii della bambina. La bambina era interessata ed eccitata.

Ma poi la madre è stata incaricata di interrompere sintonia mantenendo un’espressione vuota o girando la faccia dall'altra parte. La bambina inizialmente continuava a giocare gioiosamente. Ma quando la mamma le offriva soltanto una risposta impassibile, la bambina diventava vistosamente agitata. Ma la mamma non era lì a rassicurarla. La madre distoglieva lo sguardo. La bambina diventava sempre più sopraffatta dall’angoscia e da un’insicurezza crescente.

Egli provava e riprovava ad attirare l’attenzione della mamma agitando le membra ed emettendo percettibili vagiti, ma senza alcun risultato. La bambina alla fine si accasciò sul suo seggiolone, abbassò gli occhi e cercò di trovare conforto succhiandosi una manina. Il suo io interiore si era letteralmente spento.


La sintonia con i genitori è considerata dagli specialisti dell’attaccamento uno dei processi più influenti nello sviluppo di un nucleo autonomo all'interno di un bambino e nel mantenimento un attaccamento sicuro con il bambino anche in età adulta.
Senza di esso, il bambino vive un isolamento relazionale. La formazione del loro fondamentale senso di sé sarà seriamente alterato, se non del tutto arrestato.

Purtroppo, molte donne, quando erano piccole come questa bambina, non hanno vissuto momenti di sintonia con una certa costanza o regolarità.
E’ mancata loro l'esperienza significativa di essere oggetto della completa, impegnata ed equilibrante  attenzione di un’altra persona.
Erano, quindi, state deprivate dell’ambiente in cui crescere e sviluppare i propri stati d'animo e il proprio nucleo fondante. Anche ora, possono essere facilmente inondate dal vuoto della vergogna e della paura dell'abbandono, quando percepiscono di non essere comprese o amate. La sintonia terapeutica è una potente tecnica curativa per queste donne. Può essere letteralmente ristabilito l'ambiente in cui una donna può continuare la sua formazione interiore. Una donna descrive questa esperienza:


Sono rimasta scioccata la prima volta che sono andata da Beverly, la mia nuova psicologa.
Era così attenta e compassionevole.
Mentre mi ascoltava, le uscirono delle lacrime dagli occhi.
Sapevo che era lì con me. Sapevo che qualcuno si interessava a me.
Questo è stato importantissimo per me!
Non ci sono parole per esprimere il senso di benessere che ho vissuto.
Avevo così bisogno di qualcuno che semplicemente mi ascoltasse e si prendesse cura di me.
Era un rifugio sicuro. - Joyce

Per offrire ai miei clienti sintonia totale o comunicazione emotiva, devo aprirmi e permettere al mio "stato d'animo" di essere influenzato da loro. Il mio obiettivo è di allineare  il più possibile allineare il mio stato interiore con il loro così posso sperimentare ciò che il mio cliente sta vivendo all'interno del suo mondo soggettivo interno in un dato momento. [6] Per poi comunicare la mia sintonia attraverso il contatto con gli occhi o i gesti.


Quando lei si rivolge a me con forza e rabbia, punto i miei piedi sul pavimento e, restando seduta con la schiena eretta, mi chino in avanti con forza e determinazione - e un leggero
sorriso. Io sono con lei e la posso gestire.
Questa sintonizzazione le invia il messaggio non verbale chela comprendo nel senso più profondo e che quindi non è da sola. Io e lei siamo in armonia, sperimentando
qualcosa insieme. E dal momento che io sono "con lei", lei si
sente al sicuro.

Mi ricordo che mi guardavi dopo che mi ero aperta con te.
Mi abbracciavi con gli occhi. Avevo la pelle d’oca.
L’abbraccio era autentico. La luce e il calore che
Provenivano dai tuoi occhi mi hanno avvolta.
E’ stato davvero incredibile. Ho sentito qualcosa toccarmi
fino al fondo della mia anima. - Wendy


L'esperienza della sintonia fornisce a una donna la struttura e il supporto di cui ha bisogno per cominciare a collegarsi, a regolare e a comprendere le proprie emozioni, reazioni e comportamenti. Mentre riflette su queste esperienze dentro di sé, può essere in grado di riconoscere e quindi integrare aspetti di se stessa in precedenza ignorati, negati o trascurati.
Il lavoro della psicoterapia quindi non è quello di de-enfatizzare o disinnescare tali momenti di sintonia ma è quello invece di incoraggiare e abbracciare tali momenti. Solo così saremo potremo aiutare i pazienti nel recupero del loro nucleo, del loro sè distaccato, alienato. Come un altro scrittore spiega:

L'esperienza affettiva di innescare una connessione  empatica
tra due esseri separati è la magia d'amore,
la santità della spiritualità, e il miracolo dell’umanità.
Che due esseri, separati da una vita di esperienze uniche,
possano "sentire se stessi dentro l'altro "
è veramente straordinario.



Contenere e regolare
La Sintonia è particolarmente importante per aiutare una donna a regolare e gestire la sua ansia. Quasi
ogni donna con cui ho lavorato, lotta con una qualche forma di ansia. Può esserle familiare, qualcosa con cui ha convissuto per anni, oppure può essere circostanziale, derivante dalla novità o dalla natura del
lavoro terapeutico. L’ansia p servire come "coperta" emotiva utilizzata per coprire altre forti emozioni che non si è mai sentita abbastanza sicura o abbastanza forte da affrontare. indipendentemente dalla sua fonte, ho imparato che è estremamente importante che io gestisca la sua ansia con attenzione e rispetto. Mentre l’affronto in questo modo, lei impara attraverso l'esempio come accogliere, regolare, e processare non solo la sua ansia ma anche tutti i suoi sentimenti.

Riassumendo, la prima fase della terapia con donne attratte da persone dello stesso sesso può essere suddivisa in tre distinti compiti terapeutici:

1. Creare sicurezza - Accogliere
Processi terapeutici fondamentali: Accettazione e Sintonia
Compito del cliente: Rilassarsi

2. Creare  fiducia - Aiutare
Processi terapeutici fondamentali: Cura e Impegno
Compito del cliente: Ricevere

3. Stabilire e mantenere un sicuro attaccamento: Rapporto
Processi terapeutici fondamentali: Empatia e il qui-e-Adesso
Compito del cliente: "Divenire"

*SSA= Same Sex Attraction (attrazione per lo stesso sesso)
Traduzione di Patrizia B.