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domenica 22 luglio 2007

L'IDENTITA' SESSUALE MASCHILE: UN INCONTRO CON JOSEPH NICOLOSI


L’identità sessuale maschile

Un incontro con Joseph Nicolosi presidente del NARTH


(5 giugno 2003, teatro Silvestrianum Milano, Italia)




Sintesi della prima parte della presentazione
a cura della dottoressa Chiara Atzori


Alcuni di voi sono operatori altri genitori, giovani, educatori. Alcuni vivono con un problema di omosessualità, altri affrontano problemi terapeutici, educativi, di informazione, di aiuto. Non voglio che nessuno ascoltando questa conversazione si senta in colpa e tanto meno i genitori: lo scopo è conoscere, educarci ed educare. Dopo avere ascoltato, dipenderà da voi  decidere se quanto avrò detto abbia un senso anche per voi.
Una breve presentazione del nostro centro NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality, contattabile al sito www.narth.com): 
abbiamo aiutato molte persone ad uscire dalla omosessualità indesiderata, soprattutto maschile, e stiamo seguendo più di cento famiglie che hanno figli con problemi di omosessualità.
Nella clinica che dirigo (S.Tommaso d’Aquino, Encino, California) lavorano sette psicoterapeuti, riceviamo moltissime persone da tutti gli Stati Uniti e siamo in collegamento con altri centri che operano nello stesso senso. Narth è un'organizzazione non-profit affiancata dal centro terapeutico.

Cos’è l’omosessualità:
L'omosessualità non è un problema sessuale ma di identità di genere. L’omosessualità è solo il sintomo di un arresto dello sviluppo dell’identità di genere maschile (o femminile, nel lesbismo).

I “sintomi” che i pazienti descrivono in genere al primo incontro sono un’immagine negativa di sé, la difficoltà stabilire e a mantenere una profonda intimità che non sia sessuale con altre persone, problemi di vergogna e molti sensi di colpa riguardo al fatto di essere la persona che si è.

Un primo passo importante è analizzare i 4 miti/bugie gay:
1. il 10% della popolazione è gay
2. gay si nasce
3 se si è gay lo si è per sempre
4 l’omosessualità è normale sotto ogni aspetto
Credere in 1+2+3+4 porta all'accettazione supina e fatalistica della propria situazione, anche quando la si vive nella sofferenza e nella menzogna (e ciò accade in più dell’80% dei casi).

Qual'è invece la realtà?
1. Solo l’1-2% della popolazione sviluppa questa tendenza nelle società occidentali. Studi seri al riguardo hanno dimostrato che l'omosessualità ha una bassa incidenza anche in condizioni sociali favorevoli. Il mito del 10% nasce dall’influenza del rapporto di Alfred Kinsey, biologo omosessuale presso lUniversità dell'Indiana e fondatore dell'Istituto Kinsey che notoriamente “ritoccò” le statistiche piuttosto che riportare dati scientifici ed aggiornati.
2. Gay non si nasce: nel 1991 provocò grande scalpore la notizia della scoperta del cosiddetto “cervello gay”, giustificazione biologica di uno stile di vita, ma dopo 10 anni nessuno studio ha potuto confermare questa osservazione e neanche gli attivisti gay si basano più su questa ipotesi.

3. Non si è gay per sempre: ne sono prova le moltissime testimonianze di cambiamento.
4. La stragrande maggioranza delle persone con comportamento omosessuale soffre, anche se maschera la sofferenza. Invece i mass media “politically correct” modificano e gonfiano l’immagine dell’omosessuale, che appare sempre bello, curato, in pace con se stesso, positivo, non erotizzato né libidinoso ma, anzi, equilibrato. E’invece l’eterosessuale che viene mostrato come insicuro e con tratti caratteriali e comportamentali negativi.
E' necessario a questo punto operare una distinzione tra tolleranza ed approvazione.

La tolleranza consiste in un atteggiamento di rispetto per le scelte delle persone, se compatibili con diritti umani e civili.E’ un diritto civile esprimere le proprie opinioni, l’accordo o il disaccordo in base alle proprie esperienze, letture, fede religiosa etc. Anche voi qui presenti alla conferenza avete il diritto di approvare o disapprovare le mie argomentazioni.  Essere tolleranti, avere un atteggiamento di rispetto nei confronti delle persone non significa approvare tutte le loro scelte.

"Gay" e "omosessuale" non sono termini equivalenti.
Gay è è un' identità politica costruita attorno alla rivendicazione di una preferenza sessuale come diritto. I gay non parlano a nome di tutti gli omosessuali, anzi osteggiano quelli che vogliono uscire da questa condizione contrastando l’informazione su terapie, gruppi, esperienze di cambiamento.

Non esiste l’omosessualità come identità di genere, siamo tutti eterosessuali. 
Non esiste il "genere omosessuale". Esistono eterosessuali che hanno problemi di omosessualità, che è possibile risolvere.

E’una bugia della nostra società l'affermazione che esistono due generi sessuali, i cosiddetti “omo” ed “etero”. La realtà è che esistono uomini e donne, il "genere maschile" e il "genere femminile", e che l’identità sessuale è un percorso graduale di crescita, ne è il corollario.

Tappe nel percorso di formazione dell'identità sessuale maschile (non parliamo in questa sede dell'identità femminile, che è molto più complessa):
Dall'età di 1 anno e mezzo all'età di 3 anni: fase della identificazione di genere
-prima fase androgina: il bambino è ancora molto unito alla madre e ama il padre. Può identificarsi con entrambi, non sceglie. La società lo spinge ad una scelta per esempio nel momento della comparsa del linguaggio, imparando a parlare deve dire "lei" per la mamma e "lui" per il papà, suo, suo, sua, etc.
-seconda fase: tentativi di appropriazione della mascolinità e disindentificazione dalla madre: il bambino sente di essere maschio come il padre e cerca di avvicinarsi a lui. Se la madre lo lascia libero ed il padre è affettuoso e accoglie il bimbo, amandone il suo essere maschio, allora il bambino si identifica.
-ferita narcisistica e distacco difensivo: se il bimbo è particolarmente sensibile ed il padre non lo accoglie oppure ha uno dei seguenti profili:
  1. un modello deludente
  2. una persona che non si accetta
  3. un uomo violento
  4. un uomo eccessivamente mite e schiacciato dalla madre,
accade che il bambino si sentirà ferito nel suo io (ferita narcisistica) e non si identificherà con la mascolinità rappresentata dal padre.
Chi lotta per la liberazione politica dei gay per lo più maschera e nega la sofferenza legata alla mancanza di identità di genere, bloccando il desiderio profondo di guarire dalla ferita narcisistica. E’ la pretesa di legittimazione della cristallizzazione nella fase androgina, è la pretesa di imporre a tutta la società di riconoscere l'omosessualità come “naturale" e "innata".

Le società primitive aiutano i maschi a disidentificarsi dalla madre e ad abbracciare la mascolinità attraverso i riti di iniziazione dove il ragazzo deve mostrare il suo valore. La famiglia e più in generale la società purtroppo non aiuta il bimbo in questa fase; spesso il padre è indifferente o assente, non significativo come modello maschile.

Le femmine hanno meno problemi perché non devono disinteficarsi dalla madre. Per questo c’è più omosessualità maschile che lesbismo (in USA la proporzione è di 1 sola lesbica ogni 5 omosessuali maschi).

Conseguenze del distacco difensivo: il bambino”ferito” sviluppa una doppia tendenza: da una parte si sente attratto dagli uomini (cerca il “padre”), dall'altra ne ha paura, timore, anticipando quel senso di rifiuto o di distanza che ha già sperimentato. Le persone omosessuali sono spesso molto vergognose ed ansiose, mai a loro agio con l’analista proprio a causa della mancata identificazione con il proprio genere maschile, di un IO solido. I pazienti eterosessuali, che anche se con problemi, sono in genere più rilassati.

Vorrei approfondire l’importanza del padre specialmente riguardo ai due attributi di benevolenza e forza: il bambino ha bisogno di un padre che possegga entrambe le qualità per disidentificarsi dalla madre, non basta la bontà ma è necessaria anche la forza, l’autorevolezza accogliente. Oggi in particolare sembra mancare soprattutto la forza (che non è machismo) nella figura maschile.

Un esempio concreto: un mio paziente alla domanda “com’era suo padre?” rispose "lo adoravo, lo consideravo un santo, era buono, scherzava, faceva il pagliaccio, ma quando mia madre lo mandava in un angolino lui stava là e mi sono fatto l’idea che l’uomo è un essere debole”. Quel paziente non volle identificarsi con il padre.

Dai dati costruiti su più di 1000 casi possiamo tracciare una “tipica famiglia pre-omosessuale”, la cosiddetta “classica triade relazionale”:
M=Madre emozionalmente troppo dominante, con personalità forte
P=Padre tranquillo, estraneo, assente oppure ostile
B=bambino dal temperamento timido, introverso, sensibile, artistico, con forte immaginazione.
F=fratello

Relazione:
M---P caratterizzata da scarsa comunicazione
M---B relazione “speciale” (io capisco bene la mia mamma)
P---B antagonistico, guardingo, a disagio.
B---F spesso il rapporto tra fratelli è schiacciante, antagonistico, competitivo.

Posso affermare di non avere mai visto un paziente omosessuale uscire da questo schema, non c’è mai, quindi, compresenza di amore e rispetto per la autorevolezza del padre.
Se il ruolo del padre è molto importante, quello della madre è anch'esso abbastanza importante nella genesi della omosessualità maschile, sia per la figura femminile che rappresenta come moglie e come madre, sia per la percezione di se stessa come persona di genere femminile.

Una donna che si stima come essere femminile, che  ha stima del marito e ne cerca il consiglio, attua un importante imprinting nella percezione primaria della mascolinità come fatto positivo nel figlio.

La moglie che critica in continuazione il marito, lo schiaccia, lo allontana o “non lo vede” agisce sulla mascolinità del figlio ma in modo negativo, influenzandone in modo deleterio la percezione della mascolinità nel padre. Se la madre stima la mascolinità del marito (verbalmente e non verbalmente), gli dimostra fiducia, ad esempio, assecondando il bambino quando verso gli uno-tre anni vuole avvicinarsi di più al padre, faciliterà in questo modo l’acquisizione della mascolinità da parte del figlio.

Un esempio: nell'età in cui la maggiore mobilità del bambino attira il padre, lasciare che padre e figlio, senza interferenze materne, facciano giochi “da maschi”. Ciò aiuterà il bambino a costituire un approccio positivo verso la mascolinità. Quando il bimbo, ad esempio, viene preso in braccio e lanciato   in aria dal papà che lo riprende al volo, nel momento in cui il padre ride, ed anche il bimbo pur sperimentando una forte emozione ride, fidandosi del papà, il padre gli comunica, in modo non verbale, una caratteristica tipicamente mascolina e cioè che il pericolo può essere divertente. La madre di solito assiste terrorizzata a questo tipo di gioco.

Vi è inoltre una fisicità diversa nel contatto fisico del papà rispetto all’abbraccio della mamma, che è molto importante che il bambino sperimenti. In caso di mancato “aggancio” con la mascolinità rappresentata dal padre vi è una distorsione della percezione dell’essere maschio e il padre finisce per essere considerato come un "mistero". Il bimbo/ragazzo/uomo dice “conosco benissimo” mia madre, quello che passa per la sua testa, invece mio padre è un mistero, non so come la pensa, non lo conosco sul serio.

Dai 5 ai 12 anni (fase di latenza) spesso si sviluppa un tipico comportamento che caratterizza il bambino preomosessuale, anche se non è detto che in seguito svilupperà sicuramente sentimenti omosessuali. Il disturbo di identità di genere nell’infanzia è altamente predittivo (75%) di un futuro problema di omosessualità, bisessualità o transessualismo nell’età adulta.

Questo comportamento è caratterizzato da scarse relazioni con i coetanei dello stesso sesso, spesso si tratta di un bambino che “resta a guardare dalla finestra”, cioè dal di fuori, in qualche modo segregato in un ambito “femminile”, escluso dal gioco dei coetanei maschi, che, come il padre, sono percepiti come “mistero”.

Il distacco difensivo (con l’anticipazione del rifiuto legato anche alla confusa percezione di inadeguatezza fisica, incapacità relazionale, emotiva) inizialmente messo in atto nei confronti del padre viene trasferito anche ai coetanei. Dalla fisicità del contatto maschile vi è un distacco che si attua attraverso un non essere sportivo, preferire i giochi delle bambine, avere quindi atteggiamenti da “femminuccia”, il bimbo vorrebbe imitare i maschi ma si sente debole, inadeguato, incapace, ed inizia perciò ad ammirarli dall’esterno, con un inizio di attrazione omosessuale (erotizzazione della mancanza).

Nessuno, di solito, a questo punto avvisa i genitori affinchè cerchino un aiuto,
per evitare che il bambino sviluppi un falso sè da cui sarà difficile liberarsi più tardi.

Di questo percorso ho scritto in dettaglio, con mia moglie nel 2002, un libro ricco di documenti ed esempi concreti, che ha avuto una larga accoglienza  negli USA (sarà disponibile nella traduzione italiana in autunno: “Omosessualità: una guida per genitori” edizioni Sugarco).

Il “falso sé del bravo bambino” è caratterizzato da:

- Finzione (o “azione teatrale”):
il bambino frustrato nella relazione spontanea e gioiosa con il padre abbandona le espressioni genuine della sua mascolinità e sviluppa un sé costruito con la fantasia e “recitato”: recita la parte del bravo bambino. E a proposito di “recite” vorrei riportarvi un episodio raccontatami da un paziente: da bambino a scuola gli affidarono in una recita scolastica la parte del “padre”. Tornato a casa si sentì redarguire dalla madre che gli disse:” torna a scuola e fatti dare la parte di qualcuno che parla”. Perfetta sintesi per esemplificare la triade familiare di cui parlavamo sopra a proposito dell’imprinting verso la mascolinità fornito dalla famiglia.

-Alienazione dal corpo
eccessivo pudore nella fanciullezza, spesso contrapposto a esibizionismo nell’età adulta. 

Un esempio: ricorda un paziente come, non sentendo di “possedere” il corpo maschile, da bambino non si vergognava di fare il bagno in presenza della mamma e della zia, eppure si scoprì pieno di vergogna quando arrivò uno zio chiamato dalla mamma per sistemare un problema idraulico della vasca.

Da adulto vi è una reazione verso questo eccesso di pudore che si manifesta attraverso la ricerca di corpi virili a compenso di questo “corpo mancante”.


L’impatto dell’abuso/contatto sessuale uomo-bambino rispetto allo sviluppo dell’omosessualità:

Nella mia esperienza di psicoterapeuta 1/3 dei pazienti con pulsioni omosessuali ha subito abusi da parte di adulti o ragazzi più grandi. Particolarmente nefasto rispetto agli esiti è l’effetto del mix vergogna per ciò che viene percepito come “anomalo”, senso di trasgressione/ richiesta di segretezza/ eccitazione o piacere eventualmente provato e la sensazione di “appagamento affettivo” sperimentato grazie al fatto che spesso chi ha compiuto il gesto sessuale ha circuito il bambino-ragazzo facendolo oggetto di attenzioni, regalini etc che incontrano un vuoto/fame psicologici di mascolinità reale.

Chi ha subito un abuso tende a perpetrarlo a sua volta, anche come meccanismo difensivo rispetto al senso di colpa che ne consegue. E’ significativo come gli attivisti gay in USA cercano di fare pressione per fare abbassare l’età dei cosiddetti “diritti sessuali” per evitare l’accusa di abuso se non addirittura di pedofilia.

Nell’adolescenza, dai 12 anni e fino all’età adulta, vi è una fase erotica transizionale caratterizzata da passaggi progressivi, caratterizzati da un alto livello di sofferenza e tensione, verso un comportamento omosessuale vero e proprio.

Segue un comportamento omosessuale spesso compulsivo che in realtà è un vero e proprio sintomo riparativo: la psichiatria cioè considera la personalità in questa fase attraverso la metafora di una costruzione (da riparare, se malcostruita), quindi gli atteggiamenti omosessuali sono un tentativo di riparare le ferite dell’infanzia.

La persona omosessuale
cerca di creare il contatto che non ha avuto nell’infanzia con il proprio padre e con i suoi coetanei, ma più lo cerca in un uomo buono e forte, meno lo troverà, perché questo tipo di uomo non cerca il contatto sessuale con un altro uomo ma con una donna. Infatti nel mondo omosessuale trovi persone con i tuoi stessi problemi, alla ricerca del “simil padre”, dunque la soluzione va cercata in un’altra direzione, cioè nella riparazione/guarigione della ferita narcisistica e nel superamento reale del distacco difensivo”.

Alcune caratteristiche associate all'omosessualità maschile sono infatti un'identità di genere deficitaria legata all’arresto nello sviluppo dell'identità maschile, problemi nel farsi valere che sfociano in una sessualizzazione dell'aggressività, distacco affettivo dagli uomini come meccanismo di anticipazione del rifiuto esemplificato dalla instabilità dei rapporti.

Il fallimento della fedeltà nella coppia maschile è stato paradossalmente presentato in modo esemplare da due autori, una coppia gay, (Whister e Matteson ) che nel 1984, analizzando 160 coppie gay selezionate tra le “migliori” nel senso della stabilità, in quanto legate da 5/10 anni, non fu in grado di trovare neppure una coppia fedele durante il rapporto.

In realtà tutti gli studi in materia concordano sull’alto tasso di infedeltà delle coppie gay, a riprova di una natura “compulsiva” della sessualità, che travalica il senso fondante della fedeltà.

Nel mondo gay la fedeltà viene liquidata e considerata “ininfluente” rispetto alla relazione di coppia.
La ricerca della mascolinità, mai appagata, porta a sempre nuove esperienze, spiegabile in base all’impulso di cercare il vero uomo che però non può mai essere trovato in un altro omosessuale perché un uomo vero non fa sesso con un gay.

La promiscuità e le relazioni statisticamente di breve durata, se non addirittura fugaci, sono conseguenza di
uno schema che ossessivamente si ripete: innamoramento, delusione, infedeltà promiscuità, rottura… Un paziente esprimeva così il suo vissuto:”un vero uomo è quello che cerco. Ma un vero uomo cerca il corpo di una donna, non il mio”.

Un altro paziente diceva di essere ossessionato dall’immagine di atleti che aveva visto nelle docce degli spogliatoi: “vorrei essere uno di loro o possederli”. Questa confusione rivela il vero bisogno: superare l’arresto dello sviluppo dell’identità maschile superando l’invidia e divenendo un vero uomo. Altrimenti la persona rimane come un affamato che per sfamarsi di fronte alla vetrina di un negozio di alimentari si getta… sull’insegna!

Passi da compiere:

-identificazione dei soggetti “a rischio”: bambini, adolescenti, adulti con storie o sintomi quasi sempre purtroppo riconducibili a quelli descritti.

-attenzione all'educazione all’identità di genere e ai problemi di identificazione fin dall’infanzia;

-attenzione ai gruppi e alle dinamiche interne (a scuola, nello sport, nei luoghi di aggregazione);

-terapia ricostituiva e corsi per terapeuti, sostegno e testimonianza di chi ha superato la pulsione/sintomo omosessuale e ha rimesso in moto lo sviluppo della sua identità maschile.

le testimonianze personali sono quelle che più incoraggiano ad intraprendere il cammino.