martedì 25 settembre 2007

Orgoglio "gay": troppi luoghi comuni - di Mario Palmaro


Orgoglio «gay»: troppi luoghi comuni

Il Timone - n. 9 Settembre/Ottobre 2000

Sette sintetiche illuminanti risposte ai luoghi comuni sull'omosessualità.
Da ricordare, da utilizzare.


di Mario Palmaro

Attenti al lupo. Quel lupo astuto e pericolosissimo che si nasconde dietro la maschera rassicurante del "luogo comune". Il luogo comune è oggi il peggior nemico del cristianesimo: esso si diffonde a macchia d'olio, come una malattia il cui contagio avviene per trasmissione orale. Di bocca in bocca l'errore travestito da buonsenso circola nelle piazze, negli uffici, nelle case, e trova spesso il povero cattolico assolutamente impreparato. Come un lupo vorace si mangia la sua fede e la sua capacità di ragionamento, e lo trasforma in un uomo del mondo che ragiona come il mondo. Un esempio su tutti: l'omosessualità. Prendendo spunto dall'intelligenza del Beato Pio IX, utilizziamo l'espediente letterario del Sillabo, e riassumiamo sette "false proposizioni" che riguardano l'omosessualità, spiegando in sintesi dove sta l'errore.

1. L'omosessualità è una tendenza innata, e quindi agire di conseguenza non è una colpa.
"La genesi psichica dell'omosessualità rimane in gran parte inspiegabile". Così il n. 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica. Delle due, l'una: o l'omosessuale è tale per ragioni di patologia psichica o organica e allora la sua è una malattia che può e deve essere curata. Oppure l'omosessuale vuole essere tale per una scelta culturale, e in tal caso entra in gioco il suo libero arbitrio. In entrambi i casi, la Chiesa non giudica la tendenza omosessuale, ma chiede di vigilare sulla condotta: "le persone omosessuali sono chiamate alla castità" (n. 2359 Catechismo).

2. Ci sono tante persone che vivono da omosessuali, quindi è una cosa normale.
I mezzi di comunicazione utilizzano con grande abilità un meccanismo elementare: parlare molto di un certo comportamento serve a renderlo normale. È stato così per il divorzio e per l'aborto.
Oggi si tenta la stessa operazione con la pornografìa e l'omosessualità. Noi non ce ne accorgiamo, ma è una sorta di avvelenamento progressivo a lento rilascio: alla fine tutto è normale. Compresa la pedofilia. Ma la Chiesa ci insegna che non è la statistica a tracciare la strada maestra verso il Paradiso. La verità non è democratica: non si può mettere ai voti.


3. Non esistono comportamenti "normali" e "anormali".
Sintesi della follia contemporanea: nessuna legge, nessuna convivenza civile sarebbero possibili cancellando queste due categorie fondamentali del pensiero Se non esiste la normalità, non esiste nemmeno il giusto e l'ingiusto, il vero e il falso. La vita dell'uomo sarebbe condannata all'insignificanza.

4. L'importante è che due persone si amino: il resto non conta.Classico luogo comune buonista capace di ammaliare schiere di cattolici privi di anticorpi. La Chiesa ma prima ancora la natura ci insegna che l'amore è autentico solo quando è "creativo", cioè quando produce, quando dona, quando trae dal nulla qualcosa di bello. Quando, in una parola, genera. Per questo il diritto canonico considera nullo un matrimonio nel quale siano stati esclusi in partenza i figli. L'omosessualità è per definizione un non-amore, perché è per definizione sterile. È un amore impossibile, perché vorrebbe piegare la natura, violentandola.

5. La Chiesa discrimina e abbandona nella solitudine gli omosessuali.
L'unico luogo dove un omosessuale può essere accolto come fratello è la Chiesa. La Chiesa ama come Maestra, dicendo la verità che libera: va e non peccare più. E la Chiesa ama come Madre, attendendo ognuno di noi, omosessuali compresi, nell'oasi sempre fresca del confessionale. Dentro il quale non c'è posto per nessun tipo di orgoglio, tanto meno gay.

6. Chiedere agli omosessuali di vivere castamente significa operare una discriminazione intollerabile ai loro danni.Gesù chiede a tutti gli uomini di vivere castamente: in particolare, a tutti coloro che non sono sposati, e che magari sono in quello stato non per scelta ma per le circostanze della vita, come pure a divorziati e separati. Ma, per citare una battuta del Cardinal Biffi, anche agli sposati è richiesto un grande sforzo: rinunciare a tutte le donne (o a tutti gli uomini) del mondo, ad eccezione del proprio sposo. Il mondo si meraviglia o deride la fatica di questo cammino perché non crede nella potenza della Grazia, ed è accecato dalla presunzione di fare da sé.

7. Ognuno ha diritto a vivere la sessualità come preferisce, anche con persone dello stesso sesso.Come tutti purtroppo sperimentiamo, l'uomo è certo libero di peccare. Ma per poter conservare questa libertà, di fare il bene e di fare il male, occorre che sia sempre capace di riconoscere il bene e il male. E la condotta omosessuale è - almeno oggettivamente - un male grandissimo. Quando poi a questa miseria umana si aggiungono la rivendicazione, l'ostentazione, la pretesa di uno status giuridico, le manifestazioni di piazza e l'irrisione del Papa e della Chiesa, allora il male si moltiplica perché grande è lo scandalo che si semina nel cuore di molti innocenti. E con questi peccatori Gesù non fu tenero...


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Corrispondenza Romana - Agenzia di informazione settimanale

Un grave lutto per il mondo cattolico. È morto Mario Palmaro

La sera del 9 marzo, nella sua casa di Monza, ha reso l’anima al Signore, dopo un lunga malattia, Mario Palmaro.
Mario Palmaro aveva 46 anni ed è stato uno dei migliori studiosi e difensori della fede cattolica nei tempi travagliati in cui viviamo. Fino all’ultimo istante della sua vita ha combattuto la buona battaglia con gli scritti, con le parole e soprattutto con l’esempio della sua vita cristiana. “Corrispondenza Romana” si onora di averlo avuto tra i suoi amici più fedeli e si associa al dolore e alle preghiere della famiglia e di tutti coloro che lo hanno stimato ed amato. In attesa di ritornare sulla sua luminosa figura, lo ricordiamo oggi con le sue stesse parole, tratte da un’intervista a “Il Foglio”.

La prima cosa che sconvolge della malattia è che essa si abbatte su di noi senza alcun preavviso e in un tempo che noi non decidiamo. Siamo alla mercé degli avvenimenti, e non possiamo che accettarli. La malattia grave obbliga a rendersi conto che siamo davvero mortali; anche se la morte è la cosa più certa del mondo, l’uomo moderno è portato a vivere come se non dovesse morire mai.

Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il Crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa. Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.

D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età.

Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia. Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello” (Mario Palmaro).