sabato 13 ottobre 2007

UNA STORIA - I Parte - SCEGLI!

UNA STORIA
- I Parte

SCEGLI!
Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore; gli darai sollievo nella sua malattia.
Io ho detto: "Pietà di me, Signore; risanami, contro di te ho peccato".
(Salmi 41,4-5)


Stavo in piedi nel reparto di radiologia dell'ospedale pronto per farmi fare una radiografia al torace quando un'infermiera mi disse: "Per favore, si tolga l'oggetto metallico che porta al collo."
Si trattava in effetti di una croce molto originale con inciso sopra il volto di Gesù. Mi misi a toccare con delicatezza quel prezioso regalo che i miei genitori mi avevano fatto anni prima e l'infermiera dovette cogliere la paura nei miei occhi.
"Se l'avvolgiamo con del nastro isolante, la può tenere mentre le fanno i raggi," disse. "Grazie," risposi.
Quel simbolo di Gesù attorno al mio collo era l'ultimo vestigio della fede cristiana che avevo una volta considerato fonte di speranza.

Più tardi, ritornato nella mia stanza e disteso su un letto d'ospedale, mi sentivo vuoto e in preda alla paura mentre mi venivano in mente gli eventi accaduti negli ultimissimi anni prima del mio ricovero in ospedale. Durante gli ultimi tredici mesi la mia salute si era deteriorata considerevolmente. Tra la mia prima malattia venerea nel gennaio 1982 e il ricovero al Boston City Hospital nel febbraio 1983, avevo avuto in progressione dodici sintomi sempre più allarmanti. Nella mia mente questi avvenimenti, verificatisi in meno di due anni dopo che avevo intrapreso una vita sessuale deliberatamente attiva a New York, puntavano in una sola direzione: l'Aids.

Dopo cinque giorni di analisi del sangue rivelatesi tutte negative, non mi restava che un'altra opzione: una biopsia del midollo osseo. Si trattava dell'ultimo test rimasto per scoprire perché il numero dei miei linfociti T era così basso. Il mio medico mi aveva già proposto questo test, ma l'avevo rifiutato perché sapevo che si trattava dell'ultimo esame adottato per diagnosticare l'Aids. Temevo pure il dolore che il fare questo esame avrebbe comportato. Ad ogni modo, non avendo nessun'altra scelta e trovandomi in una totale disperazione, avevo accettato di sottopormi alla biopsia per il giorno seguente.

Quella sera, mentre ero steso sul letto, mi rimisi a sfregare dolcemente la croce che avevo attorno al collo. Un nome mi si formò alle labbra: "Gesù... oh, Gesù. Che cosa ho fatto? Ti ho cercato prima a quattrordici anni, poi di nuovo a diciotto, ma né la prima né la seconda volta ho ricevuto la guarigione necessaria per liberarmi dall'omosessualità. Perché, Signore? Perché certe persone riescono a venire a te ed entrano facilmente nella vita della Chiesa mentre altre come me, che hanno così tanto bisogno di te, non ricevono alcun aiuto?"

Nessuna risposta. Però ebbi una visione. Sbigottito da ciò che vedevo, mi rialzai di scatto sul mio letto d'ospedale. Sulle prime credevo che stavo per diventare matto e mi dissi: "Mario, chiudi gli occhi e se ne andrà via." Ma anche con gli occhi chiusi la visione era sempre presente. Riaprii gli occhi, restando seduto, per vederla scorrere davanti a me come un film proiettato ai piedi del mio letto. Due scene diverse erano rappresentate simultaneamente su due schermi sospesi nell'aria. Quello di sinistra mostrava un omosessuale, io, in una stanza d'ospedale mentre riceveva un trattamento di cura per l'Aids. Sullo schermo di destra vedevo il profilo della testa e delle spalle del Signore irraggiato da una grandissima luce che splendeva forte dietro di lui. Poi lo Spirito del Signore disse: "Voglio guarire tutta la tua persona, non solo il tuo corpo. Scegli!"

Siccome la guarigione fisica era la mia unica preoccupazione in quel momento, non compresi appieno che cosa volesse significare la guarigione di "tutta la mia persona". Capivo tuttavia che qualcosa di straordinariamente reale stava succedendo e così scelsi lo schermo che mostrava il Signore. Appena fatto, l'altro schermo svanì. Ebbi allora l'impressione che tutta la stanza d'ospedale fosse trasportata dentro lo schermo restante. Mi trovavo alla presenza di Dio. Ero senza parole.

Attesi in silenzio davanti a lui. All'inizio mi domandai se questa presenza era un angelo. La luce che veniva da dietro era talmente brillante che m'impediva di fissare lo sguardo sul suo volto. Ma ora sono convinto che l'essere presente nella mia stanza era veramente Gesù. Dopo un tempo che mi sembrò interminabile, lo Spirito del Signore mi guidò a pregare per me stesso. Mi prese le mani e mi fece pregare con l'imposizione delle mie proprie mani sul mio corpo. Mi addormentai con una mano sopra l'altra vicine alla mia clavicola sinistra.

Una volta addormentato sognai una ragazza che avevo conosciuto all'Università di Milwaukee (a quell'epoca mi ero trovato spesso a pensare che se fossi stato eterosessuale sarebbe stata il genere di ragazza che avrei voluto sposare). Nel sogno eravamo sposati. Qualche mese più tardi, quando Gesù cominciò a guarirmi dalla nevrosi omosessuale, questo sogno mi ritornò spesso alla mente. Lo interpretavo come una promessa di Dio, che significava che un giorno avrei desiderato una donna e avrei avuto voglia di sposarla.

Il giorno dopo, la mattina presto, arrivò un'infermiera e mi fece un ultimo prelievo di sangue prima della programmata biopsia del midollo osseo. Passarono diverse ore. Quindi il mio medico, un giovane interno, entrò nella mia camera. Perplesso, mi disse che l'ultima analisi del sangue aveva rivelato un incremento sorprendente dei miei globuli bianchi. Di conseguenza decise di rinviare la biopsia fino ad un nuovo conteggio del numero dei miei linfociti T che sarebbe stato eseguito con un'altra analisi qualche giorno più tardi. Compresi allora che avevo veramente ricevuto una guarigione da Gesù!

Dopo altri cinque giorni d'osservazione nel Boston City Hospital, venni dimesso. Il mio medico era sbalordito. Ricordo lo sguardo attonito che aveva sul viso e la sua fronte aggrottata, mentre scuoteva la testa e attribuiva la mia miracolosa rimessa in salute alla natura di un virus non diagnosticato che mi aveva colpito. Essendo lui il medico che mi seguiva, mi chiese di ritornare otto giorni più tardi per una visita di controllo.
In questa occasione fece sì che fosse presente anche il suo superiore. Insieme esaminarono il mio referto medico e l'allarmante crollo immunitario che aveva reso necessario il mio ricovero in ospedale. Con grandissimo stupore, questo giovane medico interno raccontava al suo superiore più anziano e con maggiore esperienza che avevo già ripreso a lavorare e che mi esercitavo pure nuovamente in palestra.

Quando scelsi la vita durante quella visione in ospedale, Dio mi guarì dalla mia malattia fisica. Tuttavia, non mi rendevo affatto conto che avevo preso una strada che mi avrebbe condotto ad abbandonare del tutto l'omosessualità. Non avevo la minima idea che l'aver detto di sì a Gesù avrebbe radicalmente trasformato ogni aspetto della mia vita. Sapevo solo che volevo tutto ciò che aveva da darmi. La mia preghiera è che tutti coloro che leggono questo libro possano pure dire: "Sì, Gesù" e ricevere i suoi bellissimi doni.
Nel palmo della mano di Dio
Quando arrivai a Gesù Cristo per la prima volta all'età di quattordici anni, provavo un'immensa gioia al pensiero della vita eterna ed ero pieno di speranza riguardo al mio futuro. Pur non riuscendo a dare un nome ai confusi desideri sessuali che si stavano sviluppando in me, sapevo che c'era qualcosa di terribilmente scombinato nel profondo del mio essere. Sfortunatamente, la chiesa che frequentavo non era formata per provvedere alla guarigione di cui avevo così disperatamente bisogno. Coloro che la dirigevano non capivano come Gesù potesse restaurare la sessualità di una persona e guarire le profonde ferite emozionali.

Ciononostante, in quella comunità di credenti fondata sulla Bibbia Dio era presente. Durante l'anno che frequentai quella chiesa, ci furono molti cambiamenti positivi nella mia vita. Adottando gli insegnamenti morali cristiani e una visione biblica del mondo, cominciai a trovare un ordine che dava un senso significativo alla vita. Grazie ad una serie di insegnamenti profondi impartiti dal pastore principale sul "Discorso della montagna" di Gesù, diventai una persona più amabile ed attenta verso il prossimo malgrado le dure realtà che c'erano a casa mia.

Nel corso di quello stesso anno mi imbattei nella parola "omosessuale" leggendo una rivista. Avevo infine un nome da poter dare alle pulsioni sessuali che stavano prorompendo in maniera incontrollata dentro di me. Continuando ad assistere alle prediche di quell'eccellente pastore, presi nettamente coscienza del fatto che l'omosessualità era incompatibile con il cristianesimo. Siccome "l'omosessuale" in me stava sviluppandosi molto più rapidamente del "cristiano", decisi di smettere di andare in chiesa. Continuai però a credere in Gesù e a vivere osservando i precetti cristiani che mi erano stati insegnati.

Lungo i tre anni successivi lottai silenziosamente dibattendomi tra le mie tendenze omosessuali e il cristianesimo. Nel più profondo di me stesso temevo che se l'omosessualità fosse diventata più forte della mia fede cristiana avrei dovuto giungere alla conclusione che il cristianesimo era una religione di aspettative irrealistiche, di promesse vane e di false speranze. Durante questo periodo il desiderio di vivere secondo i precetti cristiani cominciò a smorzarsi.

A diciott'anni mi accadde di sentire la notevole testimonianza di un ex-sacerdote satanista convertitosi al cristianesimo, e la mia fede si ravvivò. Pensavo: "Certo che se Gesù ha potuto liberare un uomo come questo, potrà fare sicuramente la stessa cosa per me." Decisi però di non ritornare alla chiesa che avevo frequentato perché temevo che non vi avrei trovato alcun aiuto.
Pregai segretamente per più di sei mesi chiedendo a Dio di condurmi in un posto dove avrei potuto trovare la guarigione dall'omosessualità. A un certo punto chiamai l'American Psychological Association per avere il nome di un terapeuta. Siccome non avevo la possibilità di pagarmi la terapia e non potevo domandare i soldi necessari ai miei genitori, non presi mai un appuntamento. La mia fede rinnovata declinò rapidamente. (A partire da quel momento ho scoperto che la maggior parte dei nuovi cristiani che cercano di vivere il cristianesimo falliscono in questo tentativo, quando non trovano una chiesa che sia come a una famiglia che li accoglie e nella quale crescere). Non avendo nessun'altra scelta davanti a me, cominciai ad accettare le mie tendenze omosessuali come una parte di me stesso.

Poco prima del mio diciannovesimo compleanno, nell'autunno del 1977, entrai all'Università del Wisconsin a Milwaukee (UWM) e vi seguii dei corsi d'arte drammatica. Vi incontrai molti omosessuali, uomini e donne intelligenti e creativi che avevano una direzione e uno scopo nelle loro vite. In un modo o in un altro erano giunti ad accettare il loro orientamento sessuale. Nel corso del mio primo anno alla UWM ebbi un professore apertamente omosessuale che era anche molto convinto dei miei talenti d'attore e di cantante. Più avevo contatti con queste persone omosessuali, più cominciavo a sentire una sorta di "parentela" con loro. Avevo le loro stesse pulsioni sessuali, con la differenza che tenevo le mie segrete, mentre essi erano completamente aperti riguardo le proprie.

All'età di ventun anni andai a stare a New York dopo aver passato con successo una prova d'audizione che permetteva di incominciare là dei corsi di recitazione. Fu in quel momento che uscii completamente allo scoperto (o come si dice in gergo, "out of the closet") e cominciai a considerarmi apertamente e liberamente come "gay". Per la prima volta in vita mia dicevo la verità sul mio orientamento sessuale. Sperimentai un senso di libertà mai conosciuto prima. La verità, anche riguardo il proprio stato decaduto, permette di alleggerire il peso delle maschere che continuiamo a voler portare. Non ci volle molto tempo prima che mi identificassi completamente con la mia omosessualità. Ero gay e cominciavo a provarne una crescente fierezza.

Sorprendentemente, quando arrivai a New York City nell'autunno del 1980, ritrovai lo stesso professore dell'Università del Wisconsin che era stato così incoraggiante nei miei confronti che era venuto anche lui ad abitare a New York. Sia lui che il suo compagno erano stati incaricati di insegnare al corso d'arte drammatica al quale mi ero iscritto.
La mia amicizia per questi due uomini crebbe, ed essi divennero miei mentori. Avevano un sincero ed affettuoso interesse per la direzione che stava prendendo la mia vita e mi sconsigliarono di sprecare tempo ed energie nell'ambiente superficiale e narcisistico dei bar gay. M'incoraggiarono piuttosto a fare qualcosa della mia vita. Può sembrar strano, ma ricevetti da loro parte di quel reale sostegno affettivo e di quella stima affermativa di cui avevo sempre così profondamente avuto bisogno e che avrei desiderato ricevere da mio padre. C'erano molte buone cose in quei due uomini.

Quell'anno passai il Natale a New York con degli amici. La vigilia di Natale alcuni di noi, la maggioranza dei quali era gay, decidemmo di andare in chiesa. Sapendo che un gruppo di uomini e donne omosessuali non sarebbe stato il benvenuto nella maggioranza delle chiese, telefonai a una linea gay per ottenere l'indirizzo di una chiesa che accettava gli omosessuali. Fummo indirizzati ad un servizio di lode liturgica per gay sponsorizzato da una chiesa di una denominazione tradizionale sita vicino a Union Square.

Assistemmo, i miei amici ed io, all'ufficio di mezzanotte. La musica era stupenda e l'assemblea era composta da molte coppie di gay che si tenevano abbracciati l'un l'altro. Quando arrivò il momento dell'omelia, il sermone del pastore cominciò a vertere sull'essere gay e non su Gesù. Fece solo un rapido accenno alla nascita di Gesù letta poco prima nel Vangelo. I rari passaggi della Bibbia a cui faceva riferimento erano al servizio del tema principale del suo sermone: l'essere gay. La sua predicazione era svuotata dalla verità oggettiva dei sermoni ai quali ero stato abituato nella chiesa interconfessionale che avevo frequentato durante la mia adolescenza. Avendo sentito la vera versione, riconobbi la contraffazione. Lasciai quella celebrazione più convinto che mai che l'omosessualità e il cristianesimo erano incompatibili.

Alla fine del mio primo anno a New York i miei due amati professori-mentori mi annunciarono che si sarebbero trasferiti a Boston. Il più famoso dei due aveva avuto l'incarico di professore principale in una delle università di Boston. Quando lo seppi, gli chiesi se avrebbe accettato di istruirmi per diventare insegnante di metodologia della dizione, di cui egli era uno specialista. Accettò, e quindi lasciai i miei corsi per andare a stare a Boston. L'anno seguente, a causa dell'eccellente reputazione professionale di questi due uomini che mi avevano formato, quando essi decisero di lasciare Boston venni incaricato di quell'insegnamento in quella stessa università.

A Boston il mio coinvolgimento nello stile di vita gay crebbe. Ignorando il consiglio dei miei professori, frequentavo con costante assiduità i bar gay. Una sfrenata attività sessuale assieme all'uso di droga e di alcool che non avrei neppure preso in considerazione alcuni anni prima divennero parte integrante della mia vita. Vi fu tuttavia uno spiraglio di luce durante questo periodo: la mia amicizia con una donna che era anch'essa gay. Quando venni ricoverato all'ospedale di Boston, Shauna venne a trovarmi ogni giorno e mi sostenne con il suo affetto. Attraverso lei conobbi molte lesbiche di una comunità di donne politicamente attiva della vicina città di Cambridge. Una di loro, capo di un movimento politico gay del Massachusetts, disse scherzando che il giorno del mio compleanno avrebbe dovuto essere dichiarato festa nazionale.

Una sera d'autunno, dopo aver cenato a Harvard Square, Shauna ed io facemmo una passeggiata nei viali alberati di Cambridge. Da lontano, avevamo scorto il campanile in mattoni rossi di una chiesa. Mentre ci avvicinavamo, sentimmo un coro di cantori negri che intonava a pieni polmoni un gospel sul sangue di Gesù. La musica era così avvincente che ci fermammo ad ascoltare davanti alla chiesa. Più la corale cantava, più eravano attirati verso la porta. Il loro canto fu come una brezza leggera che ci prese quasi fossimo due foglie morte e ci spinse delicatamente ad entrare e a sederci su uno degli ultimi banchi.

Quando il canto terminò, un giovane predicatore nero fece un sermone sulla potenza di Dio. Durante la sua predicazione camminava deciso senza sosta avanti e indietro nella navata centrale; scavalcò pure qualche banco. Temevo che venisse verso di noi. Eravamo gli unici due bianchi della chiesa. Mi immaginai che fossimo come due brutte macchie bianche su un bellissimo abito da sera di velluto nero. Con mio grande sollievo il predicatore non si avvicinò a noi. Lungo tutto il suo sermone la gente punteggiava le sue frasi con degli "Amen" e "E' vero!".

Quand'ebbe finito, l'assemblea intonò diversi potenti canti di lode. La presenza di Gesù riempiva quella piccola chiesa. Sia Shauna che io eravamo senza parole. Stavo per piangere. Erano passati molti anni da quando avevo sentito la presenza di Dio.
Fuggendo sempre dal Signore, mormorai a Shauna con voce soffocata: "Usciamo da qui prima della fine." Una volta fuori, ci incamminammo in silenzio verso Harvard Square e il suono del canto proveniente dalla chiesa sfumò gradualmente. Quando non lo sentimmo più, Shauna ruppe il silenzio: "Mario, la lesbica ebrea che sono ha appena sentito la presenza di Gesù in quella chiesa." Aveva le lacrime agli occhi. Con una debole voce, risposi: "Anch'io."

Arrivati a Harvard Square ci separammo. Io presi il treno e Shauna rientrò a piedi a casa sua. Non ne riparlammo mai più.
A partire dall'ottobre 1982 le dure realtà della vita gay mi divennero più evidenti. Era il quarto anno che vivevo apertamente da omosessuale. L'iniziale senso di sollievo avuto al momento dell'uscita allo scoperto, al pari del fascino esercitato su di me dallo stile di vita gay, erano ambedue diminuiti. Avevo cominciato a vedere gli aspetti orribili di questo genere di vita: l'ossessione per la giovinezza nella comunità gay, le malattie sessualmente trasmissibili per le quali venivo ripetutamente curato, le rotture devastanti con gli amanti e gli inizi della crisi dell'Aids. Queste oscure nubi di realtà si profilavano sopra le false promesse di felicità e di libertà offerte ai giovani uomini incoraggiati ad abbracciare l'omosessualità.

Durante questo periodo i ricordi del mio passato cristiano mi riempivano di sentimenti dolorosi. Mi vedevo come un fiume in cui scorrevano due correnti opposte: una che mostravo al mondo, la mia identità omosessuale; l'altra, il cristiano, che restava nascosta dentro di me. Nella misura in cui questo dolore cresceva, mi sentivo sempre più disperato e depresso, e tuttavia continuavo a conformarmi all'immagine politicamente corretta dell'omosessuale sereno e disinvolto. Cominciai a credere che la speranza che tempo addietro avevo conosciuto in Cristo era falsa, che non si trattava che di un sentimento tribale a buon mercato. Una cosa però impedì a questa nascosta corrente cristiana di smettere di scorrere: credevo sempre che Gesù era Dio. Per questa ragione continuai a colpevolizzarmi per il fatto di non vivere secondo le norme cristiane. Inoltre, in certi momenti, parlavo con Gesù, senza però darmi la pena di aspettare a sentire le sue risposte.

Una sera, di ritorno da un bar gay, stavo salendo le scale dello stabile dove abitavo parlando ad alta voce con Gesù. Ero un po' turbato dal fatto che continuavo ad avere l'impressione che Dio vegliava su di me nonostante avessi fatto la scelta per uno stile di vita che era evidentemente contro la sua volontà. Con voce ubriaca gli gridai: "Starei meglio se tu mi lasciassi in pace, così potrei finalmente vivere la mia vita sgravato da questa colpevolezza cristiana che mi sta addosso sin dall'adolescenza." In quel momento mi fece irruzione nella mente questo versetto della Bibbia: "Non ti lascerò e non ti abbandonerò" (Ebrei 13,5).

Giunto al terzo piano, decisi che se Dio non mi lasciava in pace, avrei dovuto cercare io di lasciarlo del tutto. Quest'idea non mi aveva mai sfiorato prima. Mi fermai davanti alle porte del corridoio che portava al mio appartamento e dissi a Gesù: "Ora basta. Ti lascio su queste scale, e quando avrò attraversato quelle porte, sarò liberato dalla tua presenza e da questi sentimenti di colpa per sempre."

Attraversai le porte ed entrai nel corridoio. Mentre mi avvicinavo al mio appartamento, mi si aprirono gli occhi e vidi letteralmente centinaia di demoni precipitarsi su di me. Mai prima d'allora avevo visto una cosa simile, ma capivo di che cosa si trattava. Terrorizzato, ritornai di corsa verso le scale, chiusi la porta dietro di me e dissi: "Non dicevo sul serio, Signore. Non ti voglio lasciare. E' meglio soffrire con te che soffrire senza di te."

Con mano esitante, aprii nuovamente le porte e diedi un'occhiata nel corridoio. Non vedendo nulla, raggiunsi cautamente il mio appartamento. Una volta entrato, chiusi la porta a chiave, andai a letto e cercai di dimenticare ciò che era appena accaduto.
Da quell'incidente imparai che Dio non ci impone la sua volontà, né ci tiene in ostaggio. Dio tiene ogni credente sul palmo della sua mano, e nonostante la sua volontà di non abbandonarci non venga mai meno, noi abbiamo la libertà di poter scegliere di lasciare quel luogo sicuro. Inoltre, nel Vangelo, Gesù ci insegna che sia lui che il Padre custodiscono i credenti nella fede e che nessuna forza esterna, per quanto potente possa essere, ci può strappare via dalle sue mani.

Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. (Giovanni 10,28-29)

Dio in un bar gay
Oltre ai miei impegni di insegnante part-time, facevo il cameriere in un ristorante di un hotel della catena Marriott. Una sera, diverse settimane dopo, avendo terminato il turno, presi la metropolitana per Copley Square. Mi fermai nel mezzo del parco davanti a Trinity Church: un edificio gigantesco e magnifico. Alzando gli occhi al cielo stellato, mi chiesi: "Dov'è Dio?" Lasciando la chiesa alle spalle, continuai il mio percorso attraverso Copley Square, passai dietro la John Hancock Tower e seguii una strada stretta e male illuminata che portava a un bar gay che frequentavo spesso.

Una volta dentro, mi diressi verso il bar principale e ordinai un vodka-martini "on the rocks". Mentre sorseggiavo il mio drink, gettai lentamente uno sguardo tutt'attorno sugli uomini presenti nel bar. Un centinaio di corpi maschili pulsavano sulla pista da ballo al ritmo di una canzone di Michael Jackson. L'odore acre del loro sudore riempiva l'aria. Un piccolo e grassoccio latino-americano con un enorme ventaglio faceva una danza che immagino fosse originaria del Sud-America.
La pista da ballo era delimitata su due lati da lunghi gradini a forma di banco e ricoperti di moquette. All'estremità di ogni gradino, degli altoparlanti grandi come frigoriferi sbraitavano musica. La sala dava poi su un altro bar separato e più piccolo. Questa parte del locale era piena di tavolini circondati da sedie, e gli uomini che non volevano ballare conversavano tra loro urlando, tanto forte era la musica. In un altro angolo erano disposti dei tavoli da biliardo dove si incontravano dei giovani neri e sud-americani. Un mio amico aveva l'abitudine di chiamare questa parte del bar "Swoozie Land" per l'assonanza con la parola Swaziland, una nazione africana: una scherzosa allusione un tantino però razzista.

Il bar era sostenuto da colonne fittizie create dal fumo delle sigarette catturato da solidi raggi di luce emessa da piccole potenti plafoniere. In numerosi angoli più oscuri si nascondevano gli omosessuali più anziani, dagli occhi vitrei e profondamente vuoti. Guardavano, senza alcuna speranza, gli uomini più giovani presenti nel bar. I giovani gay, me incluso, li chiamavano "trolls". Al pari dei leggendari folletti scandinavi, delle creature subumane che non vedevano mai la luce del giorno, vivevano anch'essi di notte, nutrendosi dei ricordi della loro lontana e scomparsa gioventù.
C'erano pure dei bar speciali per i trolls chiamati "wrinkle rooms" (sale delle rughe). Il mio amico Bob ed io certe volte ci andavamo per far divertire i trolls cantando al pianoforte dei motivi di commedie musicali di Broadway.
Quella sera lo sguardo vitreo e senza speranza dei trolls mi rattristò. Mentre stavo bevendo ancora il mio vodka-martini, pensai: "Di certo Dio ama questi uomini. E sicuramente ha in mente più che questo per le loro vite." Poi mi guardai in uno specchio vicino e mi chiesi: "Saranno anche i miei occhi un giorno cupi e vuoti come i loro?" Alcune parole della Bibbia mi attraversarono la mente: "La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quando grande sarà la tenebra!" (Matteo 6,22-23)

Mi prese quindi un profondo e viscerale senso di vuoto e cominciai a sprofondare nella disperazione. Allora sentii una voce che proveniva da sopra di me che disse: "Mi aiuterai a liberare questa gente." Pensando che fosse un commento sardonico di Bob, mi voltai credendo di trovarlo in piedi dietro di me a sfoggiare il suo largo sorriso impertinente. Ma non c'era. "Oh no," pensai, "sto sentendo delle voci." Ordinai subito un altro vodka-martini.

Con un secondo bicchiere in mano lasciai il bar principale e attraversai la pista da ballo gremita. Cercando di soffocare quella voce indesiderata, mi sedetti su uno dei gradini ricoperti di moquette proprio vicino a un grande altoparlante. Con le orecchie martellate dalla musica, sentii nuovamente la stessa voce, ma più chiaramente della prima volta: "MI AIUTERAI A LIBERARE QUESTA GENTE." Sapevo che era la voce di Dio. Mi prese un sentimento di terrore.

Posai il bicchiere di martini che non avevo neanche iniziato a bere e decisi di andarmene. In quell'istante la musica cessò. Nel momento in cui stavo per attraversare la pista da ballo per raggiungere poi l'uscita, ogni uomo presente sulla pista fece un passo indietro per lasciarmi passare: era come la divisione delle acque del Mar Rosso. Fuori dal bar un taxi attendeva. Aprendo la porta del passeggero, il tassista mi chiese familiarmente: "Bisogno di una corsa, amico?" "Sì."

Mi riportò a casa. Una volta dentro il mio appartamento, mi affrettai subito a scacciar via tutto questo dalla mia mente e andai a dormire.
La mattina dopo a colazione mi rimisi a pensare su ciò che avevo sentito nel bar. Cercando di razionalizzare la cosa, decisi che fatica e vodka combinate avevano avuto la meglio su di me. "Perché Dio vorrebbe parlarmi?", mi domandai. Non l'aveva ancora mai fatto; perché avrebbe dovuto ora? Il cristianesimo era una faccenda del passato. Per anni ero stato preso nella morsa conflittuale tra omosessualità e cristianesimo. Quell'episodio doloroso della mia vita era ora finito, e solo per poco ero riuscito a preservare la mia salute emozionale e mentale. Niente più religione per me, grazie.

Ma non avevo tenuto conto dell'inesorabile e irresistibile amore di Dio, che continuò pazientemente a concatenare le circostanze della mia vita per mostrarmi le conseguenze del modo di vita che avevo scelto. Man mano che un nuovo sintomo dell'Aids faceva la sua comparsa, la mia paura e la mia disperazione aumentavano. Mi fu sempre più difficile agganciarmi all'illusione di pienezza che mi proponeva l'utopia gay. Così, nel corso di quella fatidica notte all'ospedale di Boston, quando Gesù mi propose di scegliere, la mia resistenza crollò. Strinsi la sua mano e cominciai ad incamminarmi, uscendo dalle tenebre, verso la sua luce e la sua incredibile libertà.

La via del pentimento
Dopo essere stato dimesso dall'ospedale, telefonai a mia sorella Annelyse a Milwaukee e le raccontai della mia miracolosa guarigione fisica. Annelyse aveva contribuito molto al mio ravvicinamento a Cristo durante la mia adolescenza. A quell'epoca stava seguendo un corso per cristiani adulti organizzato dalla sua chiesa sul tema "La restaurazione dell'integrità personale attraverso la preghiera di guarigione" guidato da Leanne Payne.

Qualche settimana dopo Annelyse mi scrisse una lunga lettera inserendola tra le pagine di una copia del libro di Leanne Payne, "The Broken Image" (L'immagine spezzata), che mi spedì. Siccome ero aperto alla potenza di Dio perché mi guarisse fisicamente, riteneva che quello era il momento opportuno per informarmi che con la stessa sua potenza lui poteva guarire anche la mia sessualità. Ma non ero ancora pronto per accettare questo.

Quando ricevetti il pacco, aprii il libro di Leanne Payne alla pagina della prefazione e lessi il primo paragrafo, dove definisce l'omosessualità sia come una nevrosi che come un problema. Ritenendomi un omosessuale ben adattato, mi offesi, e riposi via il libro senza aver trovato la lettera di Annelyse inserita tra le pagine.
Passarono vari mesi. Arrivò quindi un week-end in cui mi ritrovai solo a casa con un grosso raffreddore. Siccome ero stato sul punto di sentirmi dire che avevo contratto l'Aids, un semplice raffreddore era sufficiente a farmi prendere completamente dal panico. Mentre stavo là sul mio divano, avvolto in diverse coperte e pieno d'inquietudine, mi rammentai del libro, ma non riuscivo a ricordarmi dove l'avevo messo.

Dopo averlo cercato per un bel po', notai un suo angolo che sporgeva dall'alto del mio armadio. Cercando di prenderlo, il libro cadde e la lettera di Annelyse saltò fuori.
La lettera era talmente piena d'amore per me che preparò il mio cuore a leggere il libro di Leanne. In essa mia sorella mi spiegava che Dio era presente in ogni istante della mia vita, compresi tutti quelli passati, come se fosse adesso, perché Dio è fuori dal tempo; il tempo è una cosa creata. Di conseguenza, Dio può guarire tutte le ferite indipendentemente dal momento in cui ci sono state inflitte. Perciò non siamo stretti senza speranza da queste ferite e da questi peccati del passato che ci continuano a influenzare nelle nostre vite d'adulti. Annelyse mi domandava poi di perdonarla per ogni volta in cui non aveva saputo trattarmi con amore e mi aveva giudicato per la mia omosessualità. Fu questo, senza dubbio, il fattore chiave che mi motivò a leggere il libro di Leanne Payne.

Feci molta fatica a leggere "The Broken Image". Non volevo credere alle guarigioni che vi erano descritte perché non volevo ancora abbandonare lo stile di vita omosessuale. Sapevo, sì, che Gesù mi aveva guarito fisicamente qualche mese prima, ma ero sempre intrappolato in quella menzogna attualmente in voga che afferma che l'omosessualità è uno stile di vita alternativo e non una nevrosi che necessita di una cura. Ad ogni modo le potenti verità contenute nel libro si fecero strada in me. Tutti portano delle ferite che provengono da relazioni rovinate o infrante: relazioni con Dio, con gli altri, con se stessi. Non c'è nessuna guarigione senza la croce di Gesù. E' dalle sue piaghe che sgorga il perdono.

Avevo avuto molte relazioni che mi avevano arrecato delle ferite, ma una tra loro era decisamente la più rilevante: il rapporto con mio padre. La profondità della ferita che sentivo di aver ricevuto da lui era così grande che, anche se vivevamo ad un migliaio di miglia di distanza, lo percepivo come una specie di presenza tenebrosa che osservava ogni mia minima mossa. Basandomi sugli esempi descritti in "The Broken Image", decisi di cominciare a pregare tutti i giorni e di domandare al Signore di mostrarmi tutti quegli avvenimenti passati riguardanti mio padre dove avevo bisogno di perdonare e di essere perdonato. I ricordi emersero in massa, uno dopo l'altro. Alcuni erano troppo dolorosi da affrontare, ma mi ritrovai a fare delle preghiere di "guarigione dei ricordi" come quelle descritte in "The Broken Image". Non avrei mai immaginato che questo tipo di preghiere mi avrebbe alla fine condotto a pentirmi dell'omosessualità in quanto peccato o a ricercarne la guarigione in quanto nevrosi. Credevo semplicemente di pregare per essere liberato dalle influenze negative del passato che continuavano ad affliggere la mia vita.

Pregando così regolarmente per la prima volta dopo anni, mi resi conto che non solo Gesù mi stava parlando, ma che cercava di dare un nuovo orientamento alla mia vita. Fu in preghiera che sentii Dio dirmi di accettare un posto di professore in una piccola università dell'Ohio e di rifiutare un'offerta di lavoro a Montreal. In meno di sei mesi lasciai Boston, i miei amici omosessuali e la vita notturna gay, per ritrovarmi a Kettering, nell'Ohio.

Durante il primo trimestre alla Wright State University nell'autunno 1983 venni travolto dalla solitudine. Non avevo molte occasioni d'incontrare altri omosessuali e mi mancavano gli amici gay che stavano sulla costa orientale. Verso la fine del trimestre entrai in depressione. Cominciai a prendere coscienza del fatto che Dio mi stava chiedendo di scegliere tra lui e l'omosessualità. Per la prima volta in vita mia considerai seriamente la possibilità che l'omosessualità potesse essere invertita per mezzo della fede in Gesù Cristo.
Fino ad allora, a causa del mio coinvolgimento nel pensiero "politicamente corretto" tipico dello stile di vita omosessuale, non mi ero mai concesso la libertà di credere ad una tale eventualità (è decisamente soprendente che coloro che s'inorgogliscono d'essere "politicamente corretti" non tollerino né in sé né negli altri la libertà intellettuale necessaria per esplorare tutte le vie possibili di pensiero, come la guarigione dall'omosessualità). Non passava giorno che non pensassi alla miracolosa guarigione fisica che Gesù aveva operato in me diversi mesi prima.

In prossimità delle vacanze d'inverno Annelyse mi chiamò. Mi disse che Leanne Payne stava per dare nuovamente il corso sulla restaurazione dell'integrità personale con la sua chiesa a partire dalla prima domenica di dicembre. "Mario, vorresti seguire il corso mentre sei qui per le vacanze?" Esitai, ma infine dissi: "Sì." E lei mi rispose: "Bene, perché ti ho già iscritto."

Quando arrivò il primo giorno del corso ero in piena apprensione. La chiesa aveva organizzato le sessioni presso l'auditorium di una scuola elementare ad est di Milwaukee. Mentre mi avvicinavo all'ingresso della sala, la paura e l'angoscia mi presero così violentemente che mi provocarono una grande nausea.
"Oh, Gesù, aiutami", pregai. Con mia sorpresa mi si presentò un'immagine. Vidi un grande bidone per l'immondizia scoperto e pieno di rifiuti in decomposizione.
Continuando a pregare vidi il coperchio del bidone cominciare a coprire quelle immondizie scure e puzzolenti. Solo una piccola parte vicino al bordo restava scoperta. Sentii che Dio mi rassicurava che durante il corso avrebbe sollevato soltanto quelle questioni che avrei potuto essere in grado di fronteggiare. In effetti temevo che se tutto ciò che era compresso dentro di me fosse emerso in un colpo sarai crollato completamente. Guardando indietro, adesso mi rendo conto che cominciavo ad abbassare le mie difese e ad accettare contemporaneamente il fatto che l'omosessualità era una nevrosi. Le emozioni e una depressione che erano state represse per anni stavano iniziando a venire in superficie. Ero sull'orlo di un esaurimento nervoso.

Quando entrai nella sala, Leanne aveva già cominciato a parlare. Annelyse mi aveva tenuto un posto in una delle ultime file e mi fece un cenno. Una volta seduto mi guardai attorno: era una vecchia palestra. Leanne stava insegnando sotto un canestro da basket girato verso il soffitto. Indossava una camicetta bianca e una semplice gonna nera. Aveva sulle spalle un bellissimo scialle a maglie larghe che aveva l'aria di essere stato fatto a mano. Mi misi ad ascoltare le sue parole nel momento in cui stava leggendo, con autentica gioia, il Salmo 139. Insisteva particolarmente sui versetti 13-16:
"Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno."

Qui fece una pausa, quindi aggiunse: "Miei cari amici, Dio Padre vi conosceva ben prima che voi veniste al mondo. Lui si delizia di stare in mezzo al suo popolo. Fu immensamente felice di farsi presente a noi incarnandosi in suo figlio Gesù. Dio è presente in tutti i ricordi dolorosi che vi hanno segnato e modellato. E' presente per guarire ogni ferita della vostra vita."
Sapevo che viò che stavo ascoltando era la verità, con quella stessa certezza con cui alle elementari avevo appreso che uno più uno fa due. I miei occhi si riempirono di lacrime e strinsi forte la gola mentre soffocavo il dolore che cercava di uscire da dentro di me.

Da quel momento in poi il dolore, internamente, divenne così intenso che non sentii che poco o nulla d'altro. Mentre Leanne proseguiva con il suo insegnamento, coglievo solo una parola qui e là che ogni volta penetrava profondamente in me. Per la maggior parte del tempo, comunque, tutto ciò che sentii fu: "Bla, bla, bla, bla, PADRE. Bla, bla, bla, PERDONO. Bla, bla, bla, LA CROCE DI GESU'." Dentro di me pensavo: "Questa donna sta facendo forse un'insalata di parole, o sono io che non capisco niente?" Ora so, retrospettivamente, che il meccanismo di sopravvivenza della negazione mi permise in quel giorno di ascoltare soltanto ciò che la mia anima poteva accettare.

Leanne incoraggiò tutti i presenti a cominciare a tenere un diario di preghiera, cosa che feci. Ci consigliò di scrivere tutti i nostri pensieri davanti a Dio, di dialogare con lui e poi di attendere la parola di guarigione che avrebbe dato. Ecco ciò che scrissi per la prima volta nel mio diario di preghiera:
7 dicembre 1983
Provo una certa apprensione dentro me riguardo al voler cambiare ciò che si è sviluppato così naturalmente nel corso della mia crescita fino all'età adulta. Sebbene questo possa suonare come retorica politica difensiva pro-gay, è ciò che sento realmente in me. Ma soprattutto e al di là di tutto, il mio primo interesse è la fede in Dio, in Gesù e nello Spirito Santo. E lo ripeto: "La mia fede non si basa sull'ipotesi che Dio mi cambierà; è perché ho fede che posso considerare la possibilità che lo farà."

Non ero ancora convinto che la guarigione dall'omosessualità era possibile, ma ero arrivato ad un punto nella mia relazione con Dio in cui non potevo più negarlo. Non avrei mai più vissuto senza di lui. Se voleva liberarmi dall'omosessualità ero disposto a lasciarlo fare. Accettai quindi di fare qualsiasi cosa che mi avesse chiesto a tal fine. E fui onesto con lui. A una gran parte di me, infatti, piaceva essere gay. Apprezzavo molto il cameratismo dello stile di vita gay e le gratificazioni sensuali che provavo negli incontri omosessuali. L'omosessualità non era per me qualcosa di disgustoso; al contrario, molte cose di essa mi davano piacere, e lo scrissi, questo, nel mio diario di preghiera.

Quel periodo a Milwaukee mise in luce gli angoli bui del mio passato, angoli nei quali si nascondevano numerosi ricordi d'infanzia dolorosi che mi ero sforzato a lungo di negare. Cominciai a domandarmi: "Se questi ricordi dolorosi hanno svolto un ruolo importante nel modellare la mia sessualità, in che misura l'omosessualità è naturale?" Durante quel mese di dicembre presi delle decisioni per facilitare la guarigione che Dio cercava di operare in me. Smisi pure di darmi alle mie fantasie sessuali e tenni a freno la masturbazione che le accompagnava, anche se ciò richiese uno sforzo immenso e molta preghiera.

Una volta tornato nuovamente in Ohio per il nuovo trimestre universitario, divenni depresso. Non dovevo affrontare soltanto una terribile solitudine, ma anche tutta quella sofferenza interiore non lenita che era affiorata a Milwaukee. Ricordandomi vagamente il nome di una chiesa frequentata dall'unico studente praticante della mia classe, decisi di andarci per la funzione serale.

Mentre ascoltavo il semplice messaggio del Vangelo, le ragioni dello sviluppo della mia omosessualità si concretizzarono solidamente nei miei pensieri. Il libro "The Broken Image", alcuni consigli di Dave Brown, il pastore di Annelyse, il corso di Leanne Payne e in quel momento quel predicatore modesto, tutto puntava nella stessa direzione: la croce di Gesù. Mi sembrava evidente che la mia omosessualità non era nient'altro che la mia reazione colpevole ai peccati commessi contro di me e alle ferite che questi peccati avevano inflitto alla mia anima
L'omosessualità era un muro difensivo che la mia anima aveva eretto per lottare contro la sofferenza. Compresi per la prima volta che la mia omosessualità era anch'essa un peccato che richiedeva un pentimento. Proprio come il figlio prodigo "rientrò in se stesso" davanti ai porci (Luca 15,17), così anch'io rientrai in me stesso affrontando i peccati del passato che mi avevano modellato, sia i miei che quelli degli altri.

Quando il predicatore domandò a tutti quelli che avevano bisogno di riconciliarsi con Dio di venire vicino all'altare, mi avvicinai trattenendo le lacrime. Un pastore che concelebrava mi venne accanto e mi sussurrò: "Sai che il tuo nome è scritto nel Libro della Vita dell'Agnello?"
Avevo la gola stretta dal doloroso, profondo dispiacere che mi causava l'aver commesso il mio peccato. Il mio corpo tremava alla presenza di Dio manifesta in quel luogo. Con voce strozzata gli risposi: "No, ho commesso troppi peccati."
"Non importa. Questo non cambia la realtà del perdono di Dio. Pentiti semplicemente di tutti quei peccati."

Dicendo queste parole, mi seppe comunicare la vera grazia. Con gli occhi inondati di lacrime d'afflizione, mi pentii di tutti i miei peccati, compreso quello della mia omosessualità.

Allora quel pastore mi disse: "Ora chiedi a Gesù di mostrarti il Libro della Vita dell'Agnello e vedrai là il tuo nome scritto con il suo sangue." E lo vidi davvero! Quell'immagine del mio nome, Mario Bergner, scritto in rosso sul Libro della Vita penetrò così profondamente nella mia anima che delle lacrime di gioia sgorgarono dal più profondo del mio essere. Ciò che accadde dopo non può che essere considerato un miracolo.

Il pastore mi chiese: "Vuoi essere riempito di Spirito Santo?"
"Certamente," risposi. Non sapevo neanche che si potesse chiedere una cosa simile.
Fece allora venire qualche anziano della chiesa. Mentre alcuni m'imponevano le mani ed altri tenevano alzate le mie braccia, il pastore si mise a pregare: "Signore Gesù, vieni e riempi quest'uomo con il tuo Santo Spirito."

Come un potente impeto di vento dal Cielo, lo Spirito Santo discese nelle profondità del mio essere. La paura e l'angoscia che attanagliavano le mie viscere mi lasciarono e nuove lacrime di gioia fluirono dai miei occhi. Qualche istante dopo dei suoni di una lingua celeste sorgarono da dentro di me. Emisi parole di pura lode e adorazione a Dio.

Rientrando a casa quella sera, l'angoscia opprimente, la lancinante paura e il tumulto di pensieri confusi che mi avevano tormentato per così tanti anni erano scomparsi. Ero in pace con Dio. La mia anima era immersa nella serenità. Non solo avevo ricevuto il perdono dei peccati e un potente battesimo nello Spirito Santo, ma ero stato pure liberato dalla presenza di demoni che, a causa del mio peccato, avevano preso dimora in me.

Quella notte, per la prima volta in dieci anni, dormii profondamente e ininterrottamente fino al mattino. Quando mi risvegliai, scesi lentamente dal letto, andai in cucina, mi feci del caffé, uscii in strada, contemplai il cielo blu del mattino e sempre ricolmo di una pace profonda domandai a Dio: "E' forse questo un sogno?"
Ciò che mi accadde nel corso di quegli undici mesi, tra il mio ricovero all'ospedale di Boston e il mio pentimento in quella piccola chiesa dell'Ohio, fu il compimento della conversione iniziata durante la mia adolescenza.
Durante quel periodo le esperienze peccaminose della mia vita mi portarono davvero a toccare il fondo. Paradossalmente Gesù continuò, nella sua misericordia, a corteggiarmi e ad attirarmi verso il regno di Dio. Furono gli undici mesi più dolorosi della mia vita, perché durante questo periodo Dio fece maturare in me "un cuore affranto e umiliato" (Salmi 51,19) affinché mi abbandonassi infine a lui in uno spirito di pentimento.

Un insegnamento rabbinico popolare al tempo di Gesù dichiarava: "Il pentimento è meraviglioso, perché porta la guarigione al mondo." 1* Sono riconoscente a Dio per avermi protetto durante quegli undici mesi da insegnamenti insensati che danno ad ogni sofferenza interiore un nome psicologico e omettono di chiamare col loro vero nome quelli che sono veramente peccati. Una parte della sofferenza interiore, inoltre, è legata al desiderio dell'anima di liberarsi dal peccato. Purtroppo molte persone non ricevono mai quelle grazie e quei benefici che cambiano la vita e che derivano da un profondo pentimento del proprio peccato e dal ricevere il perdono di Dio.

Il pentimento ai piedi della croce di Gesù è il fondamento della guarigione per tutti coloro che cercano di essere liberati da un problema che controlla la loro vita, qualsiasi esso sia. E' il rimedio di cui ha bisogno l'anima per cominciare a liberarsi dalla sofferenza, perché è solo da questa base che può seguire la guarigione. La croce di Gesù e il pentimento che essa esige mi hanno dato la capacità di liberarmi dal mio passato colpevole.
La mia identità non era più quella di un omosessuale; ora potevo intraprendere il cammino glorioso dell'identificazione con Cristo. L'opera di guarigione che Gesù aveva cominciato in me poteva ora proseguire verso il suo compimento.