martedì 16 ottobre 2007

Una storia - II Parte - Uscire dalla negazione

UNA STORIA
II Parte- Uscire dalla negazione

Accettare di affrontare il male e il rifiuto
Gli inferi e l'abisso sono davanti al Signore,
tanto più i cuori dei figli dell'uomo.
(Proverbi 15,11)



Una pesante eredità familiare
Mio padre è nato in Germania, in una bellissima cittadina della Sassonia. E' l'ultimo di tredici figli cresciuti da un padre autoritario e crudele e da una madre mite e amorevole. Non ho mai sentito mio padre raccontare un episodio su suo padre che contenesse una parola gentile. Mi sembra evidente che mio nonno paterno non abbia mai considerato e rispettato mio padre come persona, né l'abbia mai confermato come uomo nella sua mascolinità. Di conseguenza, mio padre non ha potuto a sua volta confermare me come uomo. I peccati di mio nonno verso mio padre continuano a modellare la sua persona e la sua vita ancora oggi.

Mio padre non si è ancora liberato dagli effetti nefasti di un'infanzia trascorsa nella Germania nazista. Le sue convinzioni personali sono macchiate dalle idee antisemite e dall'idea della supremazia della razza ariana che apprese a scuola. Dal 1945 al 1948 venne fatto prigioniero di guerra dagli americani. Internato in uno dei numerosi campi di prigionia dislocati lungo le rive del Reno, visse per più di un anno continuamente all'aperto all'interno di uno spazio recintato da una rete metallica, dormendo sulla terra in una buca e ascoltando ogni notte le grida di centinaia di compatrioti che morivano di fame. In qualche modo, per grazia di Dio, riuscì a resistere. In seguito, gli americani lo consegnarono ai francesi. Una volta trasferito in un campo di prigionia a Soulac, in Francia, arrivò a pesare appena quaranta chili.

L'educazione che ricevette mio padre e la subìta prigionia fecero di lui una persona completamente all'opposto rispetto agli intendimenti di Dio per lui. Le fratture della sua personalità lo portarono ad abbandonarsi a dei colpevoli comportamenti oppressivi verso i suoi familiari. Spesso sembrava incapace di controllarsi ed era alla mercé della sofferenza, dell'odio e della rabbia profondamente radicate nella sua anima. Avevo anch'io cominciato a prendere la stessa direzione quando Gesù intervenne e ruppe quello schema ereditario secondo il quale le colpe dei padri ricadono sopra i figli (Esodo 20,5).

Mio padre aveva il vivo bisogno di controllare coloro che gli stavano accanto. Dato che non riusciva a trattare gli altri come persone da rispettare, si relazionava con coloro che erano a lui più prossimi come se fossero delle pure estensioni della sua personalità. L'amore che ci dimostrava non era di quel genere che ci avrebbe convalidato come persone e confermato per le nostre qualità; si trattava bensì di un amore malsano, un amore che non rispettava i giusti e normali limiti tra lui e noi. Manipolava e controllava sua moglie e i suoi figli al punto di farci fare delle cose che secondo lui dimostravano che l'amavamo. Le sue esigenze erano così confuse e divoranti che tutti coloro che entravano in contatto col suo mondo personale finivano per sentirsi contaminati dai suoi stratagemmi manipolativi. Alla fine arrivai a rendermi conto che era impossibile farlo contento o convincerlo che gli avevamo sempre veramente voluto bene. Per liberarmi dal suo schiacciante controllo, a vent'anni me ne andai via da casa per sempre, esasperato ed amareggiato.

Mio padre sa cosa voglia dire essere allo stesso tempo vittima e carnefice. Era ed è ancora un uomo interiormente fratturato, bisognoso dell'amore redentivo di Cristo. Anche dopo avergli perdonato, ho lottato ancora tanti anni per cercare di capire il suo comportamento perverso e colpevole verso me, le mie sorelle e mia madre. In qualche rara occasione poteva rivelarsi gentile e amabile, cosa che mi rendeva ancora più confuso. Raramente vidi nei padri dei miei amici d'infanzia un amore per la natura, il giardinaggio e gli animali pari al suo.

Mia madre nacque e visse in una regione viticola del sud della Francia. Era la seconda di una famiglia di sei ragazze cresciute da una madre fredda e distante e un padre affettuoso anche se alcoolista. Cinque delle sei ragazze sposarono degli alcoolisti. Mia madre fu l'eccezione; tuttavia i problemi di mio padre eguagliarono senz'altro quelli di una persona sofferente di alcoolismo. Mio padre, per tenerla sottomessa a lui, le faceva spesso delle osservazioni che la ridicolizzavano o la degradavano.
Dopo la guerra i francesi bollarono mia madre come collaborazionista per aver messo al mondo una bambina mezza francese e mezza tedesca: mia sorella maggiore Maryse. Le trattarono tutte e due in maniera crudele e degradante.

Anche se nostra madre ci amava in modo evidente, in alcuni momenti cedeva al male che affliggeva mio padre e così mancava di proteggere i suoi figli o di esercitare i suoi diritti di essere umano. Scusava il comportamento di mio padre ricordandoci "la dura vita che aveva patito" o che era stato trattato brutalmente quand'era prigioniero di guerra. Entrambe le cose erano vere, ma ciò non poteva di per sé giustificare un comportamento davvero inescusabile.

Mia madre non sapeva come mantenere delle appropriate barriere personali tra se stessa e gli altri. Si confidava spesso con me in modi inappropriati tra una madre e suo figlio. Un legame malsano si stabilì tra noi, contribuendo alla nevrosi omosessuale che si sviluppava in me. Questo attaccamento malsano, che alcuni psicologi chiamano "incesto emozionale" provoca un capovolgimento di ruolo tra il bambino e il genitore. Nel mio caso, divenni per mia madre un sostituto coniugale.
Secondo Hemfelt, Minirth e Meier:
E' così che una relazione affettiva tra il genitore e il bambino viene in qualche modo capovolta. Il genitore coinvolto arriva a dirsi (raramente in modo cosciente): "Io non provo affetto per il mio sposo/la mia sposa, ma ho questo bambino/bambina che amo più d'ogni altra cosa al mondo." 1*

Alla fine ebbi bisogno della preghiera per arrivare a un divorzio emozionale da mia madre e poter quindi riacquisire un sano equilibrio. Dovetti pure porre delle normali barriere affettive tra noi per conservare in me questa sana situazione interiore.

Le carenze affettive nella mia famiglia
Prima di sposarsi, sia mia madre che mio padre ebbero molte sventure. Mia madre vide la piccola azienda di suo padre bombardata e distrutta due volte durante la Seconda Guerra Mondiale. Mio padre una volta mi raccontò che il giorno in cui venne arruolato contro la sua volontà nell'esercito tedesco fu come se fosse stato prematuramente strappato dal ventre di sua madre. Durante la guerra perse sette fratelli e sorelle. Entrambi i miei genitori erano nel periodo della loro piena adolescenza, quando la guerra scoppiò. Persero la loro infanzia, diversi membri delle loro famiglie, i loro paesi e il loro primogenito. In poche parole, persero la vita così come l'avevano conosciuta.

E' impossibile descrivere il danno che perdite come queste provocano nella personalità di un individuo. Quando due persone che hanno subito tali carenze affettive si sposano, cercano di guadagnare il terreno perduto ripartendo da zero. La nuova famiglia diventa il mezzo col quale il dolore del passato può essere guarito e i coniugi fanno così dei sacrifici incredibili per la loro famiglia. Mio padre aveva da due a tre lavori per farci uscire dalla miseria. A forza di volontà, creò da sé un'attività di rilievo che gli permise di guadagnare bene, di costruire una grande casa in periferia e di mandare i suoi figli all'università. Cercò con determinazione di darci ciò che a lui era stato negato. Sia lui che mia madre fecero davvero il massimo per poterci dare la miglior vita possibile. Li amo e li rispetto per questo.

Ma nel profondo di loro stessi, senza alcuna colpa da parte loro, le carenze affettive del passato avevano lasciato in essi un grande vuoto che impediva loro di essere emozionalmente presenti per i loro figli, anche quando questi ne avevano più bisogno. I miei genitori non poterono darci quello che essi stessi non avevano ricevuto. Così, di conseguenza, anche noi abbiamo sofferto di una profonda carenza affettiva.

In aggiunta, a casa ci trovavamo ad affrontare situazioni di aperta malevolenza e di rifiuto e ci mancavano quelle cose semplici, necessarie ad uno sviluppo sano lungo l'infanzia. Raramente mangiavamo tutti assieme, come una famiglia. I nostri genitori non ci leggevano mai delle storie. Non ci trattavano con dignità e rispetto come piccole persone che crescevano per diventare degli individui. Quando ci facevamo male, raramente correvamo da mamma e papà per farci consolare. Qualche volta ci consolavamo a vicenda, ma quasi sempre ci ritiravamo in noi stessi.

La nostra famiglia era composta da sette persone. Potevamo trovarci tutti e sette a casa ed essere ciononostante del tutto soli. Non abbiamo mai sviluppato quei legami familiari normali, necessari per uno sviluppo emozionale sano. Eravamo "scollegati" gli uni dagli altri. Solo in tempi di crisi straordinaria collaboravamo insieme come una famiglia. Ma per i problemi ordinari della vita di ogni giorno non eravamo reciprocamente disponibli. Nel suo eccellente libro "Beyond identity" (Oltre l'identità), Dick Keyes scrive:
Cresciamo per diventare degli individui e scopriamo la nostra identità non da noi stessi, ma nel contesto di molte relazioni differenti: con i nostri genitori, i nostri fratelli e sorelle, i nostri nonni, congiunti, bambini, compagni e amici. 2*

E' all'interno di queste relazioni familiari di base che si sviluppa il senso del sé. Privato di queste relazioni essenziali, un bambino non percepirà forse mai più un solido sentimento di esistenza nel più profondo della sua personalità. Si rivolgerà allora verso gli altri per sapere chi è. Da parte loro, i miei genitori hanno tentato di trovare il senso della loro identità personale attraverso i loro figli. L'omosessuale, incerto della sua propria identità sessuale, cerca di attaccarsi a qualcuno dello stesso sesso nel tentativo di trovare la sua identità.

Il fatto che i bisogni affettivi di base non siano stati colmati comporta per il bambino una specie di "nevrosi carenziale", un'intensa sofferenza interiore che spinge in seguito la persona a compensare questo deficit. Non avendo mai potuto avere un appropriato legame psico-emozionale con un'altra persona, il bambino conseguentemente non conosce, per non averlo provato, quel benessere tranquillo derivante dalla sicurezza dell'affetto vivo e costante di qualcuno per lui. Ne risulta un senso pervasivo di vuoto interiore. Gli sforzi per tentare di colmare questo vuoto possono diventare la forza motrice della sua vita. Che sia uomo o donna, cercherà forse di attaccarsi in modo inappropriato a delle persone, degli oggetti o delle sostanze. Questo vuoto può provocare pure un'angoscia profonda. In questo caso, nella vita della persona che soffre di carenza affettiva, il desiderio di alleviare quest'angoscia diventa di un'importanza estrema.

La carenza affettiva è caratterizzata da dei potenti sentimenti negativi che possono soverchiare il buon senso e la capacità di ragionamento. L'invidia, l'odio, la rabbia e il rifiuto possono essere gli unici sentimenti che la persona prova. Lui o lei ha avrà la tendenza ad agire in modo totalmente soggettivo sulla base di questi suoi sentimenti. Contrariamente a coloro che sono capaci di reprimere o d'isolare i propri sentimenti per mezzo di difese intellettuali o d'altro tipo, le persone affettivamente carenti sono incapaci di reprimere i propri sentimenti negativi. Come compensazione, possono sviluppare delle dipendenze che procurano loro piacere, come l'alcool, il cibo, le sigarette o il sesso. Una volta adulte, alcuni tra coloro che soffrono di carenze affettive possono provare soltanto desideri sessuali. Di conseguenza, erotizzano tutte le loro relazioni.

La persona che soffre di carenza affettiva si sente spesso intellettualmente incompetente. Un funzionamento intellettuale normale, come la capacità di esprimere tutto il proprio potenziale a scuola, avviene raramente senza un fondamento affettivo stabile. Quando l'ambiente familiare non fornisce questa sicurezza, la maggior parte dei bambini a scuola lavora immancabilmente al di sotto delle proprie capacità. Questa era la situazione che ci fu a casa nostra. Nessuno di noi andò bene a scuola fino a che non ce ne andammo da casa e ci creammo un sistema di sostegno emozionale con degli amici o dei congiunti per incoraggiarci negli studi.
La seguente citazione, tratta da "Healing the Unaffirmed" (Guarire i non-confermati) del dott.Conrad Baers e della dott.ssa Anna Terruwe ricalca le difficoltà che io stesso dovetti affrontare nell'ambito delle attività intellettuali:
Una ragazza che soffriva di una seria nevrosi carenziale si sentiva sempre come incapace di fare alcunché di buono, nonostante fosse eccezionalmente dotata in quasi ogni campo. Era d'intelligenza superiore, molto artistica ed abile manualmente. Malgrado ciò, non finiva mai il lavoro che aveva intrapreso; quando cominciava qualcosa, l'abbandonava dopo poco tempo con la scusa che "in ogni caso non sarebbe stata in grado di terminarla!" Dopo un anno di trattamento, tuttavia, superò la sua angoscia e giunse a perseverare nei suoi sforzi. Cominciò a riuscire in tutto ciò che intraprendeva. Ci confidò poi che non aveva mai voluto imparare prima, perché aveva paura che tutto ciò che avrebbe cercato di fare sarebbe risultato un fallimento. 3*

Soltanto dopo che cominciai a ricevere la guarigione e gli incoraggiamenti tramite la Chiesa, Leanne Payne e l'équipe di Pastoral Care Ministries osai terminare i miei studi e laurearmi. Leanne fu per me di gran sostegno lungo quel periodo. Mi spinse amorevolmente a proseguire nello studio, assicurandomi che con l'aiuto di Dio avrei completato il corso di laurea che avevo intrapreso anni prima.

La carenza affettiva può pure manifestarsi in ciò che i dottori Baars e Terruwe chiamano il "rapporto provocato". Siccome alla persona affettivamente carente mancano quelle profonde emozioni positive normalmente acquisite nel contesto di un ambiente familiare amorevole e rassicurante, essa non riesce a farsi delle amicizie basate su dei sentimenti positivi. Pertanto molte relazioni che stabilisce sono delle amicizie volutamente provocate.

L'amicizia suppone un mutuo scambio di sentimenti e il fatto di essere sulla stessa lunghezza d'onda a livello emozionale. Ma questo è esattamente ciò che manca al nevrotico carenziale. ... Egli può essere capace di stabilire dei contatti superficiali attraveso delle conoscenze, anche delle buone conoscenze, ma queste non si trasformano mai in amicizie soddisfacenti sul piano affettivo. Non soprende quindi che tutti i nevrotici carenziali dicano che si sentono soli. 4*

Questo era certamente il mio caso. Per dieci anni mi sono spostato di città in città. Era facile per me andare da un luogo all'altro perché non avevo relazioni solide, impegnate, eccetto i legami familiari e gli amici d'infanzia. Inoltre, la mie capacità di socializzare mi permettevano di stabilire facilmente delle amicizie superficiali. Una volta arrivato in un nuovo posto, riuscivo a raccogliere rapidamente attorno a me molti "nuovi amici", ma di quegli anni non ne ho conservato neanche uno. Oggi, al contrario, le mie amicizie sono durevoli e profondamente impegnate, costruite su una reciproca vulnerabilità e fiducia.

L'ipersensibilità è un'altra manifestazione della carenza affettiva. I sentimenti negativi soggiacenti in una persona carenziale vengono sempre inconsciamente proiettati nelle relazioni che essa ha in quel momento. La minima parola negativa detta da qualcuno può suscitare dei profondi sentimenti di rifiuto o di rabbia. In altri momenti può accadere che il sentimento sottostante di rifiuto subìto venga proiettato all'interno di relazioni o di situazioni in cui non c'è stato nessun reale rigetto della persona. Il risultato è che coloro che soffronno di carenza affettiva si sentono spesso rifiutati quando invece nessun reale rifiuto è stato espresso nei loro confronti.

La mia profonda paura di essere rifiutato mi costringeva a tenere le persone a distanza di sicurezza. Anche se potevo essere divertente in un contesto mondano, non permettevo a nessuno di conoscermi veramente. Se qualcuno si avvicinava troppo, alzavo un muro protettivo invalicabile. In numerose occasioni alcune persone che conoscevo mi fecero notare quanto io sembrassi distante e distaccato.

La carenza affettiva può anche manifestarsi con sentimenti paranoici. Non intendo il termine paranoia nel senso di tendenza ad elucubrare un sistema di fantasmi illusori, come nel caso di un individuo che crede che la CIA stia complottando contro di lui per ucciderlo. Uso il termine paranoia nel senso del nutrire verso gli altri dei sospetti basati sull'incapacità di aver fiducia in loro. La persona carenziale non ha infatti mai sperimentato una relazione di fiducia profonda con coloro che avrebbero dovuto accudirla amorevolmente durante la sua infanzia. Conseguentemente, essa inizia ogni nuova relazione con sfiducia, diffidando. Quando sorgono dei conflitti nelle relazioni esistenti, può reagire in modo eccessivo ed attribuire agli altri delle intenzioni inesistenti.

Uscire dalla negazione
Molte storie dolorose e segrete sugli orrori della guerra riempivano la nostra casa e ognuno di noi sapeva che non doveva toccare quegli argomenti. Alcune notti mi svegliavo di soprassalto per le urla d'agonia di mio padre, seguite dalla voce di mia madre che tentava di ridestarlo da uno dei suoi incubi riguardanti il suo periodo di prigionia. In famiglia, mio padre esplodeva frequentemente come un vulcano colmo di rabbia bollente, spesso senza motivo apparente. Il suo comportamento corrispondeva perfettamente ai criteri diagnostici concernenti le turbe da stress post-traumatico. 5*
Le ferite provocate dalla guerra erano sempre presenti a casa nostra.
Sia gli schemi relazionali malsani riscontrabili nelle famiglie disfunzionali che i ruoli di sopravvivenza che li accompagnano (come il soccorritore, il bambino perduto, la mascotte e il capro espiatorio) emergevano tutti, all'interno della nostra famiglia. Questi ruoli che io e le mie sorelle assumevamo ci permettevano di vivere nel caos della nostra vita familiare. Tuttavia, ebbero un lato nocivo. Non riuscivamo a capire gli schemi di comportamento connessi ai ruoli di sopravvivenza come conseguenza del peccato (ossia del disordine) vigente a casa nostra e ci portammo dietro questi comportamenti disfunzionali nelle nostre vite di adulti cristiani.

Come la maggioranza dei bambini appartenenti a famiglie disfunzionali, facevamo fronte all'intensa sofferenza rifugiandoci nella negazione. La negazione potrebbe essere definita come la decisione conscia o inconscia di rifiutarsi ad affrontare la realtà riguardante qualcosa. Quando l'immediata guarigione da una tale sofferenza non è possibile, la negazione permette di evitare di attraversare la vita in una confusione dolorosa e inutile. Nella nostra famiglia il disordine era così evidente che non potevamo negare facilmente certe cose. Ad ogni modo, riuscivamo a negare in pieno il livello di disfunzionalità che la nostra famiglia aveva raggiunto e fino a che grado eravamo arrivati ad essere personalmente colpiti da quell'ambiente malsano.

Ho dovuto uscire dalla negazione a tappe, dato che non potevo affrontare tutto nello stesso tempo. La cosa che mi fu più difficile fu riconoscere fino a che punto mio padre aveva scelto di mettersi dalla parte del male. Arrivavo ad ammettere alcuni suoi comportamenti perversi, ma mai tutti. La presenza palpabile del male riempiva la nostra casa.

Il libro di Scott Peck "People of the Lie" (Gente della menzogna) mi aiutò moltissimo a capire la psicologia del male nell'uomo, come pure i suoi effetti devastanti su mio padre e la sua esistenza nelle profondità del mio proprio cuore. L'introduzione del libro è intitolata "Maneggiare con cura". Il dott.Peck mette in guardia i suoi lettori del fatto che certe persone potrebbero fare un cattivo uso delle informazioni contenute nel suo libro per nuocere agli altri. Egli avvisa:
E' facile odiare i cattivi. Rammentatevi però che S.Agostino raccomandava di odiare il peccato, ma di amare il peccatore. Davanti ad una persona cattiva ricordatevi di dire: "Se non fosse per la grazia di Dio, io sarei così." 6*

Faccio fatica ad accettare come corretta l'idea di poter catalogare un altro essere umano come irrimediabilmente cattivo. La redenzione per mezzo della croce di Gesù è offerta anche al peggior peccatore, e in ogni persona, indipendentemente dai suoi peccati, restano racchiuse le velate vestigia del suo essere stato creato ad immagine di Dio. Attraverso la storia, i grandi santi della cristianità hanno insegnato che a prescindere da qualsiasi atto che una persona possa aver compiuto, la potenza della croce di Cristo attende d'essere infusa in quella sua specifica situazione. Di S.Caterina da Siena è stato scritto:
Benché grande fosse il suo orrore per il peccato, non la si vide mai rifuggire dal peggiore dei peccatori fintantoché c'era speranza di riconquistarlo a cose migliori. Vedeva le possibilità nascoste sotto l'apparenza meno promettente ed era il suo invacillabile credo nell'esistenza di quel "sé migliore" nel profondo della natura umana, quantunque decaduta, che dava così spesso alla gente la forza e il coraggio di superare quello "peggiore". 7*

Il dono della divina obiettività
Fortunatamente per me, nel periodo in cui mi sforzavo di uscire dalla negazione, venni circondato da cristiani affettuosi, sia nella mia chiesa locale che nell'équipe di Pastoral Care Ministries. Questi preziosi amici mi esortarono ad affrontare oggettivamente il male che c'era in mio padre, ad amare la vera persona in lui per la cui redenzione Gesù era morto e a pregare per la sua salvezza. Per fare questo, ebbi bisogno di ricevere "il dono della divina obiettività".

Il libro di Leanne Payne "Crisis in Masculinity" (Crisi nella mascolinità) mi fu eccezionalmente d'aiuto a questo riguardo. Lei scrive:
Un bambino riesce difficilmente a distinguere tra i suoi genitori in quanto persone e i loro peccati, malattie o debolezze. Genitore e comportamento appaiono come un tutt'uno per il bambino. In seguito, per essere libero, il figlio deve separare le due cose. Deve perdonare il peccato e accettare il peccatore. Per poter fare questo, deve ricevere ciò che sono giunta a chiamare "il dono della divina obiettività".

E' una dura impresa individuare ed affrontare le oscurità che animano il proprio genitore. Ed è soltanto in questo modo che queste persone possono incominciare a dissociare la propria identità da entrambi i loro genitori, dare un taglio al passato e ricevere la forza per perdonare veramente. In questo modo, inoltre, possono assumersi la piena responsabilità per le proprie gravi reazioni al problema. Possono confessare di tutto cuore i propri errori e pentirsi dei peccati commessi correlati alla questione. 8*

Nella misura in cui la guarigione è entrata nel mio cuore, mi sono sentito sempre più libero di amare mio padre oggettivamente, senza aspettarmi niente in cambio. Ogni volta che il "sé migliore" emerge in lui, posso rallegrarmene e convalidare quella sua parte interiore vera.

Conservo nel cuore il ricordo di una visita che feci a casa dei miei genitori durante la quale il "sé migliore" di mio padre emerse per un intero pomeriggio. Dopo aver pranzato sul patio, mio padre, da amante della natura, suggerì di fare una passeggiata in un parco vicino. Come ci avviammo, prese gentilmente la mano di mia madre ed entrambi si misero a dondolare le braccia camminando. Le manifestazioni pubbliche d'affetto tra lui e mia madre sono sempre state rare.
Una volta dentro il parco, mi disse che se avessimo seguito il sentiero avremmo visto un'anatra con i suoi sei anatroccoli in un ruscello. E incappammo davvero in questa gioiosa famiglia d'anatre; al che mio padre ci ordinò di non fare rumore per non disturbarle. Verso la fine della nostra passeggiata salimmo su una grande collina su cui avevo l'abitudine di andare con la slitta durante i lunghi inverni nevosi del Wisconsin. Vicino a questa collina c'era una linea ferroviaria. Sentimmo da lontano il fischio di un treno che si avvicinava.

"Aspettiamo che passi il treno", disse mio padre. Quando arrivò, mia madre e mio padre si misero a contare insieme il numero dei vagoni, ognuno nella sua lingua materna. Alla fine lei disse il numero risultante in francese nello stesso momento in cui lui lo fece in tedesco. Si rallegrarono moltissimo di essere arrivati allo stesso risultato e risero insieme di gioia.

Purtroppo è il "sé peggiore", falso e orgoglioso, che perlopiù regna in mio padre, quel sé che mi ha così tanto ferito quand'ero bambino. Ho dovuto imparare a stabilire dei limiti molto precisi tra quella parte della sua personalità e me stesso per impedire definitivamente che il male in lui non mi ferisse più. Facendo ciò onoro mio padre, perché non gli do l'occasione di peccare contro di me.

I miei vani tentativi di capire il male
Prima di ricevere questo dono della divina obiettività, ero ricorso a due estremi per cercare di comprendere il male che c'era in mio padre, nelle circostanze della vita dei miei genitori e a casa nostra. Questi due estremi erano l'intellettualizzazione e la super-spiritualità. Si trattava di difese che utilizzavo con la negazione per controllare la mia sofferenza interiore.

Quando m'impantanavo nell'intellettualizzazione, rievocavo incessantemente nella mia mente gli eventi del passato, specialmente quei terribili ricordi di situazioni vissute a casa mia che sembravano così assurde e crudeli. Cercavo di capire quali ferite psicologiche avessero potuto spingere una persona a comportarsi in modo così mostruoso verso un altro essere umano. Credendo che avere una conoscenza degli orrori della Seconda Guerra Mondiale mi avrebbe dato delle risposte, lessi diverse opere su questo argomento. Poco tempo prima della mia piena conversione a Cristo, lessi il libro di Victor Frankl "Man's Search for Meaning" (L'uomo alla ricerca di significato), che mi rivelò una grande verità: la fondamentale speranza di sopravvivenza nell'uomo sta nelle sue relazioni. Molti di coloro che sopravvissero ai campi di concentramento vissero nell'attesa del giorno in cui si sarebbero riuniti con i loro cari. La sola immagine di una persona amata era sufficiente per qualcuno a sostenere e rafforzare la propria volontà di perseverare.

Dopo il mio ritorno a Cristo, cercai d'interpretare il male che vedevo in mio padre, in me e nel mondo da un punto di vista puramente spirituale. Ero in grado di spiegare i comportamenti cattivi di mio padre (e quelli del mio passato) attribuendoli esclusivamente a delle influenze demoniache. Ero pure giunto a chiedermi se Hitler non fosse stato un'incarnazione del diavolo.

Ma questa prospettiva scusava il male presente nell'umanità, attribuendone la responsabilità a Satana. Pur riconoscendo che Satana ha introdotto il peccato in questo mondo, non lo possiamo rendere responsabile della decisione dell'uomo di scegliere questo peccato. Accusando Satana, scarichiamo l'uomo della sua responsabilità davanti a Dio e della necessità di pentirsi.

Sapevo che "il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo" (1Giovanni 3,8b). La Bibbia non spiega come Dio è buono e sovrano davanti al male del mondo, ma ci propone un rimedio divino contro il male. In più, ci dona quattro descrizioni di questo grande rimedio: i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In preghiera, ai piedi della croce, mi resi conto che per il peccato nell'umanità e nel mondo era veramente necessario che Dio si facesse uomo, morisse su un legno per vincere il peccato e prendesse su di lui tutti i peccati del mondo.

Nella mia futile ricerca di capire il male, ebbi a volte l'impressione che i miei pensieri oscillassero tra la lucidità e la follia. Nei momenti in cui temevo che la vita non fosse che uno scherzo crudele o che la mia guarigione non sarebbe mai stata totale, il mio cuore era sostenuto e rafforzato dall'immagine di Cristo sulla croce. Allora la mia preghiera consisteva semplicemente di vedere Gesù inchiodato sulla croce e morente per prendere i peccati del mondo nel suo corpo. A volte non facevo altro che ripetere il suo santo nome nella preghiera: "Gesù, Gesù, Gesù..." finché la mia anima veniva riconfortata. C'è potenza, nel nome del Signore.

In altre occasioni andavo in una chiesa cattolica, mi sedevo nell'ultimo banco e alzavo gli occhi verso l'enorme crocifisso sospeso sopra l'altare, lasciando che quell'immagine di Gesù sulla croce mi comunicasse la realtà della sua opera redentrice. Proprio come l'immagine di una persona amata aveva sostenuto dei prigionieri davanti al male dei campi di concentramento nazisti, così l'immagine di Gesù mi nutriva e mi guariva mentre il mio corpo e la mia anima venivano scossi dal dolore causato dal male che aveva regnato nella casa della mia infanzia.

Corrie e Betsie ten Boom, assieme al loro padre e al loro fratello, fecero parte della resistenza in Olanda. Nascosero degli ebrei e li aiutarono a fuggire dai nazisti e a ritrovare la libertà. Nel 1944 tutta la famiglia fu arrestata e Corrie e Betsie furono mandate al campo di concentramento di Ravensbruck. Novantaseimila donne morirono a Ravensbruck. Betsie ten Boom fu una di quelle. Ma fino all'ultimo giorno in cui morì, Betsie ripetè una frase su Gesù che incoraggiò nella fede molte prigioniere e fu un sostegno negli orrori di quel luogo: "Non c'è nessuna fossa così profonda in cui Gesù non sia presente ancor più profondamente."9*

In preghiera davanti alla croce, potevo chiedere a Dio tutti i perché che chiedono coloro che soffrono. "Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione?" (Abacuc 1,3). Un giorno, mentre pregavo, mi fu ricordato che Gesù sulla croce aveva chiesto pure lui a Dio "perché": "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Marco 15,34). Mi resi allora conto che il Padre non aveva risposto alla domanda di Gesù (come pure Dio non aveva risposto a quella di Abacuc). Ma Dio rispose tre giorni dopo, risuscitando Gesù dai morti. Forse non otterremo tutte le risposte ai nostri perché, ma riceveremo la consolazione delle nostre sofferenze per mezzo della potenza di risurrezione di Gesù, la quale ci è accessibile nella preghiera.

Alla fine imparai a concentrarmi sul rimedio e a fare delle domande più importanti, quali i "come": "Come posso, Signore Gesù, in queste presenti circostanze, applicare la potenza guaritrice della croce?" La risposta consisteva nell'alzare lo sguardo e nel guardare al di là di me stesso, nel pieno del mio dolore e delle mie sofferenze, tenendo fissi gli occhi su Cristo, risorto dai morti e vittorioso sul peccato e sul male.

Non c'è posto in albergo
Gli insegnamenti sulla famiglia disfunzionale ampiamente diffusi nella Chiesa hanno permesso a molte persone di conoscere la verità che li ha liberati. Ma c'è un aspetto negativo di questa sovrabbondanza d'informazioni: è che esse tendono a banalizzare il trauma subìto dal bambino di essere cresciuto in una famiglia disfunzionale, perché costruiscono un modello che si adatta a tutte le famiglie. Si è così inclini a dimenticare che ogni famiglia ha la sua propria storia che è unica e che nessuna di esse dev'essere mai puramente considerata come un'ulteriore famiglia disfunzionale simile alle altre.

Soltanto attraverso la preghiera Dio rivela quanto veramente unico sia ogni sistema familiare. Non ce ne sono due che siano simili. Nessun sistema psicologico avrebbe mai potuto essere sufficiente per trattare la sofferenza e le carenze affettive proprie della storia della mia famiglia. Soltanto la croce, la cui opera si applica a tutte le situazioni della vita, poteva guarirle. Non comprendevo il ruolo che un sentimento profondo di rifiuto, risalente al passato dei miei genitori nell'Europa lacerata dalla guerra, aveva giocato nelle disfunzioni della mia famiglia. Tutto ciò divenne chiaro per me man mano che, nella preghiera, le intuizioni e i chiarimenti si susseguivano.

Arrivò un week-end in cui andai con vari amici ad assistere a una conferenza sulla guarigione organizzata dalla chiesa presbiteriana di College Hill a Cincinnati, nell'Ohio. Per prepararci a questo ritiro avevamo studiato un libretto intitolato "Breaking Free from the Past" (Liberarsi dal passato), scritto dal dott.Gary R. Sweeten. 10* Per due mesi, tra i vari esercizi, avevamo esplorato anche il passato delle nostre rispettive famiglie. Al momento in cui ci siamo ritrovati per il ritiro, ognuno di noi aveva un'idea abbastanza precisa di ciò che era la storia della propria famiglia.

L'incontro era strutturato in questo modo: si veniva ripartiti in piccoli gruppi e si pregava gli uni per gli altri per essere liberati dagli elementi distruttivi del passato. La preghiera per ogni persona durava circa un'ora e mezza. Il mio turno arrivò nel tardo pomeriggio del sabato. Tra il nostro arrivo il venerdì sera e il sabato pomeriggio, Dio mi aveva fatto ricordare le numerose storie dolorose del passato delle quali la mia famiglia aveva sempre evitato di parlare troppo. Quei ventisei anni di rimozione sembravano in quel momento riassumersi in un tema: "Non c'è posto in albergo."
L'animatore del nostro piccolo gruppo disse: "E' il tuo turno, Mario."
Trattenendo le lacrime, gli risposi: "Sì, lo so. Ma non posso parlare." Avevo la gola talmente chiusa dalla sofferenza che non mi riusciva di emettere le parole.
Dolores, una signora della mia chiesa a Milwaukee che faceva parte del gruppo, m'incoraggiò affettuosamente: "Sì che puoi, Mario. Siamo qui per te, per aiutarti, e così Gesù."
Dissi semplicemente: "Non c'è posto in albergo." Poi mi misi a piangere amaramente.
"Cosa intendi dire con questo?", domandò qualcuno.

"E' tutta la storia della mia famiglia. Siamo stati alla ricerca di un posto da poter chiamare casa, ma non l'abbiamo mai trovato. Quando avevo sette anni, mia sorella Maryse nominò in una conversazione il nome di Karl, mio fratello morto. Non avevo mai sentito, in casa nostra, pronunciare il suo nome prima d'allora. Mio padre s'infuriò e urlò: "Sono quei medici francesi che l'hanno ucciso. Non gli hanno dato le giuste medicine.""

Mi rammentai che mio padre urlava riguardo a molte cose che in seguito si rivelavano essere delle complete menzogne. Non posso sapere con certezza se i dottori furono negligenti o no con mio fratello, ma su questo credetti a mio padre.
"Riesci a perdonare quei medici francesi, Mario?", domandò una persona del gruppo.
"No, non posso."
"Lascia che Cristo li perdoni per mezzo di te."
Allora, per fede, espressi il mio perdono a quei dottori che avevano curato male mio fratello, il figlio di un odiato tedesco, dicendo: "Nel nome di Gesù, vi perdono."

Poi mi venne in mente una vecchia fotografia dei miei genitori ritratti innanzi ad un cumulo di terra con una porta davanti. Questa foto mi aveva fatto credere che alla fine della Seconda Guerra Mondiale mia madre e mio padre avevano vissuto in un vecchio rifugio antiaereo trasformato in appartamento. Nel mio cuore ero convinto che i miei genitori non avevano potuto trovare un alloggio migliore in Francia dopo la guerra principalmente perché erano una coppia franco-tedesca.
"Vivevano in un vecchio rifugio antiaereo nel sud della Francia. Non era una casa, quella!", gridai amaramente. Mentre piangevo, diverse persone mi confortavano nel nome di Gesù. La sofferenza s'intensificò.

Mi ricordai quindi che mio padre era tornato in Germania alla ricerca di un posto dove poter stabilirci. Era andato a Passau, un bel villaggio nelle Alpi bavaresi, ma non c'erano appartamenti disponibili. La guerra aveva lasciato gran parte della Germania e dell'Europa con una grave penuria d'alloggi. Non c'era posto per noi, in Germania.
"Mio padre è pure ritornato in Germania, per trovarci una casa. Neanche là c'era posto per noi.", dissi mentre la gola mi si serrava strettamente.

Un'altra immagine mi risalì dal cuore: riguardava una collezione di fotografie apparse sulla rivista "Life" e mostrava una giovane donna francese con la testa rasata che portava in braccio un bambino. La legenda diceva: "La vergogna di una collaborazionista, rasata per punizione, si riflette sul viso di questa madre (francese) che attraversa la strada sotto gli insulti dei suoi vicini stringendo nelle braccia il suo bambino avuto con un tedesco."

Mi ricordai di ciò che mia madre mi disse anni prima: "I francesi sono stati crudeli con me e Maryse. Hanno sputato e orinato su di noi diverse volte mentre camminavo per la strada tenendola in braccio."
Il mio corpo fu scosso dal dolore nell'evocare questa foto e le parole di mia madre, e molte persone dovettero tenermi fermo.
"Hanno sputato e orinato su mia madre e su mia sorella!"
"Chi?"
"La loro stessa gente. Odio i francesi."
"Puoi perdonarli?"
"No. E non voglio farlo."
"Lascia che Cristo li perdoni per mezzo di te."
Sapevo che se non lasciavo passare il perdono di Cristo ai francesi tramite me, l'odio e la rabbia nel mio corpo avrebbero finito per uccidermi. Così, per fede, dichiarai: "Perdono i francesi".

Poi mi rammentai del primo ricordo che avevo di mio padre. La mia famiglia emigrò in Canada nei primi anni cinquanta per cominciare una nuova vita e fuggire da quel doloroso passato in Europa. In questo ricordo avevo tre anni. Stavo giocando sull'altalena che mio padre aveva costruito nel cortile della nostra casa a The Ford Mines, nel Quebec, quando mio padre rientrò a casa correndo con una gamba tutta sanguinante. Penso che l'avessero picchiato sul lavoro. Molti canadesi francesi erano ostili verso mio padre perché lavorava sodo e ci rifiutavano a causa del matrimonio misto dei miei genitori. Mi ricordai pure di ciò che mio padre ci disse in seguito: "Abbiamo lasciato il Canada perché i canadesi francesi avrebbero trattato Mario nella stessa maniera in cui i francesi hanno trattato Karl." Non so se questo era vero, né se si trattava di un pensiero paranoide di mio padre radicato nelle ferite non cicatrizzate causate dalla morte di Karl, ma ci avevo creduto sin da quando ero piccolo.

Dissi a quelli che pregavano per me: "Abbiamo lasciato il Canada perché mio padre aveva paura che mi succedesse qualcosa. Non eravamo i benvenuti, là."
"Puoi perdonare ai canadesi?"
Sapevo che dovevo farlo. Così, nel nome di Cristo, ancora una volta perdonai.
Il ricordo più doloroso sorse allora. Avevo quattro anni quando mio padre emigrò negli Stati Uniti. All'età di cinque anni ci eravano trasferiti a Milwaukee e vivevamo in un quartiere di immigrati nella parte ovest della città.

Una domenica pomeriggio andammo tutti insieme in un grande magazzino. Uscendo, mio padre s'accorse che diversi giovani stavano cercando di manomettere la nostra automobile. Corse verso di essi e con tono calmo disse loro nel suo forte accento tedesco di lasciar stare la macchina. Gli risposero con parolacce, e nel momento in cui se ne andarono uno dei giovani gridò a mio padre: "Perché non te ne torni al tuo paese?"

La voce di mio padre gli si serrò in gola dal dolore e sempre nel suo forte accento tedesco rispose debolmente: "Qvesto è anke il mio paese." Aveva le lacrime agli occhi e lo vidi chiaramente deglutire il rifiuto e il dolore. Qualche istante dopo, in auto, la sua sofferenza scoppiò sotto forma di un eccesso di collera contro di noi. Ma oggi so che non era arrabbiato con noi. Soffriva. Ora so che la sua rabbia era una reazione al suo dolore.

Nel tratto di ritorno verso casa pensai tra me: "Questo non è il nostro posto." Tra di noi, in famiglia, ci eravano sempre riferiti agli americani dicendo "loro". Noi eravamo degli europei che non avevano nessun posto da poter chiamare casa. Odiavo gli americani.
"Non c'è posto in albergo", gridai. "Non c'è posto. L'albergo è al completo. Proprio come Maria e Giuseppe, non avevamo nessun posto da poter chiamare casa. I francesi, i tedeschi, i canadesi e gli americani: tutti ci avevano rifiutati." Volevo morire ed essere con Gesù per ritrovarmi finalmente a casa.

Allora una signora fece una preghiera di espiazione. Disse più o meno così: "Signore Gesù, io confesso i peccati dell'America verso la famiglia Bergner. Mario, puoi perdonarci, noi americani qui con te, per i peccati del nostro paese verso la tua famiglia?"
"Nel nome di Gesù, sì, vi perdono." A quel punto era chiara una cosa: il perdono è un atto di volontà ed è possibile soltanto quando la volontà è sulla stessa linea di Dio, fonte di ogni perdono.

Poi qualcuno pregò che il mio cuore fosse guarito da tutti i rifiuti ricevuti che avevano così fortemente inciso sulla mia famiglia e su di me. Era come se essi, presenti per decine d'anni nella storia della mia famiglia, avessero soffocato la mia anima come un serpente che uccide lentamente la sua preda. In quel momento preciso della preghiera, la luce del perdono di Cristo entrò nel mio cuore. Quel perdono che guarisce sciolse in me la stretta del rifiuto subito. L'amore di Gesù irruppe dentro di me, riunì i pezzi frantumati del mio cuore e mi rianimò. Il mio desiderio di morire scomparve.

"In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualche cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro." (Matteo 18,18-20)

Fino ad allora, in generale, mi aspettavo di esser rigettato dagli altri perché avevo interiorizzato il rifiuto che aveva così fortemente contrassegnato il passato della mia famiglia. Questo tipo di attesa era come una specie di profezia auto-pronunciata verso di me ed attirava ancora di più il rifiuto. Per la prima volta fui libero da quel sentimento che aveva forgiato la mia vita. Divenni capace di ricevere l'amore degli altri, sia dagli uomini che dalle donne. In più, questa guarigione mi permise di poter amare gli altri incondizionatamente, anche davanti a un reale rifiuto.

L'autocommiserazione, l'afflizione e l'invidia
Se non riceviamo il dono della divina obiettività continuiamo ad aspettare dai nostri genitori l'amore che non sono riusciti a darci quando eravamo bambini. Non riusciamo a renderci conto che pure loro sono probabilmente frantumati interiormente e forse segnati nello stesso modo dalle loro carenze affettive, sia oggi che nel passato. Inoltre questa mancanza di obiettività ci spinge a deresponsabilizzarci per le reazioni infantili e colpevoli che abbiamo avuto davanti alle carenze affettive della nostra famiglia disfunzionale. In tal caso, vediamo noi stessi solo come vittime impotenti. Di conseguenza, siamo forse portati ad adottare il comportamento del "bambino che si ripiega su di sé piagnucolando e lamentandosi".
Lo psicologo cristiano Gerard van den Aardweg scrive:
Le persone che hanno delle tendenze nevrotiche a lamentarsi continuano con il loro comportamento a rimproverare ai loro genitori ciò che questi ultimi hanno loro inflitto. Bisogna rendersi conto che questa non può essere che un'altra maniera di recriminare. Per di più, una prolungata recriminazione verso i genitori (in cui il recriminatore si considera come la vittima) è quasi sempre fondata su una rappresentazione irrealistica dei genitori. La visione che un bambino recriminante ha dei propri genitori è per definizione infantile, e perciò determinata da sentimenti egocentrici. Essa ha bisogno di essere corretta se si vuole che la persona maturi sul piano emozionale. 11*

Man mano che la voce del bambino recriminante si faceva sentire dentro di me, scrissi tutti i suoi sentimenti negativi e di autocommiserazione nel mio diario di preghiera. Così facendo, la vera sofferenza radicata in questo bambino immaturo cominciò a comparire. Era l'afflizione dovuta al fatto di non aver mai avuto un'infanzia.

Questa afflizione emerse completamente non appena mi misi a vedere il genere di relazioni che i padri emozionalmente sani avevano con i loro figli all'interno della comunità cristiana. All'inizio invidiavo quei figli per avere ciò che avrei voluto avere anch'io così disperatamente. Ad ogni modo confessai il mio peccato d'invidia a Dio e smisi di compiacermi in questo ripiegamento malsano sul piccolo bambino ferito dentro di me. Come mi concessi la libertà di esprimere la mia sofferenza davanti a Gesù, di gridare verso di lui, di stare male, la guarigione incominciò.

Questa afflizione durò diversi mesi. Il mio unico conforto fu, ancora una volta, l'immagine di Gesù morente sulla croce mentre prende nel suo corpo tutti i peccati e le sofferenze di un mondo frantumato e decaduto. Sapevo dove portare il mio dolore. Verso la fine di questo periodo emerse un'altra forma di afflizione: quella dovuta al mio peccato. Per quattro giorni fui profondamente afflitto per il fatto che avevo peccato contro il mio corpo e contro Dio con le mie passate attività omosessuali.

"Là vi ricorderete della vostra condotta, di tutti i misfatti dei quali vi siete macchiati, e proverete disgusto di voi stessi, per tutte le malvagità che avete commesse. Allora saprete che io sono il Signore, quando agirò con voi per l'onore del mio nome e non secondo la vostra malvagia condotta e i vostri costumi corrotti, uomini d'Israele". Parola del Signore Dio (Ezechiele 20,43-44)
La linea di demarcazione tra l'autocommiserazione e l'afflizione non è sempre facile da tracciare. Tuttavia ecco le sei maggiori differenze che il pastore Clay McLean ha stabilito tra le due:

AUTOCOMMISERAZIONE AFFLIZIONE
1. distrugge 1. guarisce
2. debole e piagnucolosa; 2. fortifica ed è verbale;
non riesce a far formulare riesce a far formulare chiare affermazioni
un'affermazione chiara della verità per le legittime perdite subite
e i sentimenti correlati a queste perdite
3. circolare e rimuginante; 3. fa distogliere lo sguardo da se stessi,
introspettiva e discendente; alzare gli occhi e focalizzarsi su Dio
egocentrica e morbosa
4. non spinge a compiere le attività 4. spinge a compiere le attività basilari;
basilari neanche per la sopravvivenza: fa interagire con Dio, se stessi e gli altri
niente preghiera, niente ascolto di Dio, in modo maturo
niente volontà di affrontare i problemi fondamentali
5. drammatizza il passato 5. attiva una reale comunicazione del dolore con Dio, con se stessi e con degli amici fidati
6. colleziona ferite 6. rende le ferite oggettive senza negarle

L'autocommiserazione è una parte della pratica della presenza dell'"uomo vecchio", il sé carnale, mentre l'afflizione è la capacità di prendere contatto con la nostra sofferenza praticando allo stesso tempo la presenza di Dio. Esprimere la propria afflizione quando si coglie la propria sofferenza è un bisogno legittimo. Alla persona ferita si deve dare la misericordia e il permesso di vivere la sua afflizione fino in fondo. Allo stesso modo dei salmisti e di Giobbe, ogni cristiano deve abbracciare alla presenza di Dio ogni vera sofferenza redentiva.

Barriere alla guarigione
Negli ultimi anni molto è stato scritto sugli effetti negativi di un'infanzia vissuta in una famiglia disfunzionale. Sfortunatamente alcuni di questi insegnamenti sono stati trasformati in parole psicologiche alla moda che si rivelano incapaci di guarire e riescono soltanto a dare delle etichette. Esercitando il mio ministero in gruppi importanti, trovo due reazioni comuni a questi insegnamenti, reazioni che si rivelano essere delle barriere alla guarigione.

Alcuni, sotto la direzione di gruppi d'autoaiuto, sono caduti nello schema del bambino interiore in collera che si ripiega su se stesso. Sebbene questi cristiani abbiano così potuto acquisire molte conoscenze intellettuali, la loro visione della guarigione è divenuta soggettivamente focalizzata sull'uomo e non oggettivamente centrata su Dio. Passano il tempo a scavare nella memoria scervellandosi, alla ricerca di un altro ricordo d'infanzia che possa dar loro una nuova ragione per essere arrabbiati. Quando li si mette davanti a questa tendenza, sono grati per essere stati esortati a conservare tutte le cose positive che hanno ricevuto in questi gruppi e ad uscire dalla loro rabbia per oggettivarle alla presenza guaritrice di Dio.

Per contro, è ugualmente abituale il fatto di trovare dei cristiani che disprezzano ogni conoscenza psicologica e la rifiutano, considerandola anti-cristiana. Spiritualizzano le ferite del passato e sono rapidi nel dare a Dio i problemi che egli desidera siano loro ad elaborare e risolvere alla sua presenza. Quando li si interroga sulla loro infanzia e le loro famiglie, spesso rispondono: "Oh, era terribile, ma ho veramente messo tutto nelle mani del Signore." La loro vita dimostra tuttavia che vivono ancora sotto gli effetti negativi di un'infanzia vissuta in un ambiente penoso. Hanno fiducia in Gesù, cosa buona e giusta, ma non gli permettono di entrare nel loro cuore in modo che ne riveli loro le ferite e le guarisca. La loro "fede" diventa allora una nuova difesa che utilizzano per mantenersi nella negazione.

I cristiani che desiderano diventare delle persone complete, e cioè mature in Cristo, non possono permettersi d'ignorare le verità rivelate dalle informazioni relativamente recenti sulla famiglia disfunzionale. Hanno disperatamente bisogno del consiglio di Sant'Agostino: "Ogni buono e vero cristiano deve comprendere che, ovunque egli possa trovare la verità, essa è quella del suo Signore." 12* Coloro che continuano a ignorare questi concetti recentemente scoperti sono come gli israeliti all'epoca di Osea che "muoiono per mancanza di conoscenza" (Osea 4,6).

Durante il periodo in cui Gesù cominciò a guarirmi dalla mia omosessualità mi sono ritrovato in entrambi questi campi. Mentre mi sentivo ancora infiammato da quella potente effusione dello Spirito Santo che avevo ricevuto in quella chiesetta dell'Ohio, ebbi a quel tempo la tendenza a spiritualizzare quei problemi che Dio non aveva alcuna intenzione di eliminare se non attraverso una sofferenza redentrice (ossia con l'entrare in contatto con la mia autentica afflizione e sofferenza ed esprimere la mia ferita e il mio dolore alla presenza del Signore).

Una volta a contatto con questa ferita interiore rivelata attraverso le conoscenze che ricevetti a mezzo di seri insegnamenti sulla famiglia disfunzionale, caddi nell'altro estremo: ebbi la tendenza a voltolarmi nella rabbia e nell'autocompatimento e a non riuscire ad alzare lo sguardo al di sopra e al di là di me stesso per vedere Gesù.

Fortunatamente, ero circondato da cristiani pieni d'amore e maturi che mi aiutavano quando m'impantanavo in una di queste due tendenze, quella di compiangermi in una collera immatura o quella di eludere i miei problemi spiritualizzandoli.

Penso che alcuni lettori di questo libro possano ritrovarsi in uno o l'altro di questi estremi. E vorrei fortemente raccomandare loro di non permettere né alla spiritualizzazione né all'autocommiserazione di impedire a Cristo di accedere alla loro sofferenza che egli patì morendo per renderli liberi.