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venerdì 2 novembre 2007

Omosessualità, sofferenza e libertà

Claudio Risé
Claudio Risé è uno scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta italiano di formazione e orientamento psicoanalitico junghiano. 
 
 
Omosessualità, sofferenza e Libertà
di Claudio risè

(Articolo pubblicato su Il Domenicale, 25 febbraio 2007)

Nel bacino informe della «società liquida» (come la chiama Zygmunt Baumann, con i suoi continui dissolvimenti e metamorfosi, un solo comportamento tende, invece, nel dibattito collettivo, ad assumere una consistenza inspiegabilmente pietrosa, contro la quale qualsiasi discorso, sia di buonsenso, o di scienza, tende a infrangersi. Si tratta del comportamento omosessuale.


Questa cristallizzazione è il risultato di due opposte convinzioni, che sono anche (a mio avviso) due opposti pregiudizi. Il primo è quello che ritiene il comportamento omosessuale una sorta di fulmine che una volta caduto non può che incenerire per sempre il malcapitato. Esso prende forma nell’Ottocento, quando appunto nasce il termine “omosessualità” (fino ad allora inesistente, all’interno dell’enorme sforzo positivista di dare nome e forma stabili a tutti i comportamenti umani, che in società più “solide” venivano invece lasciati variare a seconda delle circostanze della vita, a meno che prendessero forme evidentemente antisociali. Solo in quel caso, quando, per esempio, il tasso di natalità cadeva pericolosamente, chi praticava sessualità non riproduttive, anche con donne, veniva punito.


Al di fuori di quei casi, cui si provvedeva senza discutere per la sopravvivenza dello Stato, prevaleva il buon senso, e l’umiltà, di non interpretare e prescrivere in materie molto intime, che originavano con ogni evidenza dalla storia individuale, e che manifestavano spesso versatilità, e volubilità. Come dimostra perfettamente Michel Foucault nei suoi lavori, l’irruzione contemporanea della scienza e del diritto, con i rispettivi deliri di onnipotenza, nella sfera della sessualità, la irrigidisce e ne fa uno strumento del potere.


Il potere ottocentesco, e dei totalitarismi della prima metà del Novecento, aveva fatto dell’“omosessualità” una categoria maledetta, o almeno maledibile all’occorrenza, quando il soggetto dava fastidio o passava il segno, come nel caso del processo a Oscar Wilde, o in quello della “notte dei lunghi coltelli”, contro le camice brune di Ernst Röhm.


Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. Anch’esso, come ogni visione ideologica, è cristallizzante, e tende a sottrarre la verità della storia individuale alla libertà dell’esperienza trasformativa (una libertà – tra l’altro – che nella cultura cristiana è garantita dal dono della grazia. Qui però se l’omosessuale (ideologicamente trasformato in “gay”, anche se magari non ha nessuna voglia di ridere) fa la cortesia di starsene dove l’ideologia gay friendly lo mette, senza muoversi dalla postazione assegnata, viene benedetto (come prima maledetto).


Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo? Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla.


Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?».


La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista.


E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Questo darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati».


Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie.


Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità. La storia della terapia in generale, e in particolare quella della psicoanalisi, ha insegnato a prendere sul serio i vissuti del paziente per diminuirne le sofferenze. Questo disagio, il terapeuta senza pregiudizi ideologici e al servizio del paziente, deve dunque accoglierlo, se sa come fare.


È questa l’esperienza, negli Stati Uniti, di Joseph Nicolosi e del Narth, un network di terapeuti di cui lo stesso Nicolosi è presidente. Il suo nuovo libro Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, testimonia e illustra in modo semplice e pratico questo lavoro. Essenziale, come Nicolosi mi ha recentemente dichiarato è «che il cliente non s’impegni in un comportamento e non accetti un’idea che sente non essere giusta per lui. Il terapeuta deve stabilire e mantenere con il cliente una relazione tale, da rendere possibile a quest’ultimo di dissentire liberamente. L’alleanza terapeutica si basa sempre sui bisogni e i desideri del cliente. Egli deve sentire che il terapeuta è lì per essere al suo servizio».


Quindi ascolto e servizio, e non persuasione e manipolazione. Nicolosi mostra come funziona la sua “terapia riparativa” (il termine è di derivazione kleiniana: da riparare è in questo caso la relazione del soggetto con l’oggetto d’amore perduto, che nell’omosessualità infelice è il genitore dello stesso sesso e il proprio genere, attraverso otto casi chiari e toccanti, in uno dei quali la terapia non è riuscita (onesto mostrarlo).


La domanda di cambiamento che viene dalle persone insoddisfatte dal proprio orientamento omosessuale, cresce oggi in tutto l’Occidente: perché? Nicolosi mi ha risposto: «Abbiamo scoperto che più lo stile di vita gay viene promosso, maggiore è il numero di chiamate d’aiuto da parte di persone che cercano di cambiare.


L’iperpromozione dello stile gay ha permesso una discussione più aperta e una più ampia presa di coscienza personale, che hanno portato un maggior numero di persone a affrontare apertamente la loro attrazione per il proprio sesso». È necessario però che, negli Stati Uniti così come in Europa, l’ideologia si arresti di fronte al desiderio di cambiamento della persona. E consenta alla psiche di aiutarlo a diventare ciò che è realmente, al di là dei pregiudizi di oggi e di ieri.

C.R.


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Per questo articolo alcuni blog di area liberal e radicale hanno accusato Claudio Risè di razzismo e, al solito, di oscurantismo clericale perché avrebbe scritto che l’omosessualità è una malattia, arrivando perfino ad invocare l’intervento censorio dell’ordine degli psicologi.Come ognuno può constatare non c’è nulla di quello per cui l’autore viene criticato. Al contrario, in tutte le sue opere si è sempre battuto contro ogni tentazione omofobica. Basterebbe leggerle.Non è la prima volta che Risè viene attaccato falsificando il suo pensiero. Accadde qualche anno orsono a Gad Lerner che lo accusò in TV di antisemitismo e dovette chiedere scusa e ritrattare tutto in tribunale.


Risè è studioso troppo serio e limpido perché quelle sciocchezze possano nuocergli. Tuttavia la cosa non è meno grave.- E’ la prova, se ancora ce ne fosse bisogno, della disonestà intellettuale e dell’intolleranza dei nuovi ideologi del “politically correct”, che non esitano a falsificare e distorcere la verità pur di attaccare, anche sul piano personale, chi non ne condivide in pieno le posizioni. Ciò che costoro non tollerano è un pensiero libero, che si pone fuori dai loro schemi e intende indagare la verità ovunque sia, riscuotendo per di più un grande successo di pubblico e di critica.- E, ancor più grave, è la dimostrazione che quando si vuole adattare la realtà all’ideologia si finisce per perdere di vista la “persona”, relegandola al ruolo di mero ingranaggio della macchina ideologica. Questo e non altro significa il disinteresse per il vissuto di dolore e sofferenza di quelle persone che desiderano uscire dall’omosessualità.


Il secolo scorso è stato attraversato dai peggiori totalitarismi della storia, ma quello che sta accadendo oggi va nella stessa direzione, con la differenza che pretende di essere il portatore unico dello spirito di tolleranza e laicità.
E spiace che anche lo stesso editore de Il Domenicale si sia sentito in dovere di emettere un comunicato di critica al direttore della rivista che ha ospitato l’articolo, evidentemente senza averlo letto e senza nessuna conoscenza del suo pensiero. Segno, anche questo, di quanto il pensiero unico della così detta “modernità” sia capace di colonizzare le menti e spaventare la ragione.