giovedì 13 dicembre 2007

Omosessualità- Una Storia- Parte IV

UNA STORIA - PARTE IV



"Essere reali, non è il modo in cui si è fatti", disse il Cavallo di Cuoio. "E' qualcosa che ti succede.
Quando un bambino ti ama per tanto, tanto tempo,
non soltanto per giocare con te, ma ti ama realmente, per davvero,
allora tu diventi reale."
"Fa male?", chiese il Coniglio.
"Qualche volta", rispose il Cavallo di Cuoio. 1*
Margery Williams

Incontrare un uomo completo

L'immagine interiore che abbiamo di nostro padre e di nostra madre riflette la loro capacità o incapacità di amarci correttamente. Talvolta alcuni genitori cercano di educare i loro figli senza aver mai conosciuto essi stessi ciò che significa essere amati correttamente dai propri genitori. Tutto ciò che la madre e il padre sono esattamente per noi, oltre a tutto ciò che rappresentano per noi, sarà storpiato se abbiamo ricevuto da loro un amore disordinato. Siccome nostro padre e nostra madre sono i prototipi dell'uomo e della donna nei nostri cuori, il modo in cui il nostro cuore simbolizza i due sessi rifletterà le loro fratture e mancanze.


Quando questi simboli sono confusi, diventano contenitori di false idee sulle qualità maschili e femminili in noi e negli altri. Siccome questi simboli confusi risiedono nel nostro inconscio, percepiamo soltanto le emozioni, gli atteggiamenti e i modelli di comportamento che emergono nella nostra coscienza. Giunti all'età adulta, alla domanda "Che cos'è un uomo completo?" o "Che cos'è una donna completa?", intendendo per completo l'essere emozionalmente sani, equilibrati e con il maschile e il femminile ben integrati, ci diamo semplicemente la risposta sbagliata.

Durante quelle importanti e fatidiche vacanze che avevo passato a Milwaukee seguendo il corso di Leanne Payne sulla restaurazione dell'identità personale, incontrai il pastore aggiunto della chiesa che ci ospitava e che faceva parte dell'équipe di preghiera di Leanne Payne. Il pastore Brown era un uomo di buon cuore, con un viso tondo e gentile e la corporatura di un lottatore. Al momento del nostro primo incontro mi domandò: "Mario, che cos'è un uomo completo?" Seduto là, attonito, risposi: "Non lo so."

Mentre tentavo di figurarmi un uomo completo, il mio cuore fece riaffiorare delle immagini: mio padre imprecante e infuriato in un accesso d'ira; dei compagni di scuola crudeli che mi molestavano perché ero effemminato; degli uomini uniti insieme in abbracci omosessuali. Queste erano le sole immagini di uomini che il mio cuore aveva.

Allora mi chiese: "Ti ricordi di aver conosciuto qualche uomo completo a partire dalla tua infanzia?" "No." Non mi veniva in mente nessuno. La sola immagine molto vaga che avevo proveniva dalle storie che mia madre mi aveva raccontato su suo padre: di com'era stato sempre caro e gentile e che traboccava d'amore per le sue figlie. Ma anche lui era un uomo spezzato, un alcoolista. In effetti, il pastore Brown era il primo uomo completo che si fosse mai interessato a me.

Facendo fatica a credere che avevo trascorso la vita senza aver mai conosciuto un uomo completo, degno di questo nome, egli insistette su questo punto dicendomi: "Di certo avrai incontrato, nella tua vita, se non altro un uomo completo."
Irritato, risposi seccamente di rimando: "Senta, amico, probabilmente lei è cresciuto in qualche buco come l'Indiana, e probabilmente da ragazzo ha fatto parte di una squadra locale di baseball. E sono sicuro che suo padre veniva a fare il tifo per lei durante le partite. Ebbene, io non sono cresciuto così. Quindi, deve semplicemente credermi quando dico che in tutti i miei venticinque anni passati su questo pianeta non ho mai conosciuto un uomo completo."

Mi guardò negli occhi in modo amorevole e non reagì alla mia risposta sarcastica. Prese la sua Bibbia e l'aprì al capitolo 7 del Vangelo di Luca sul passo dove si narra della fede del centurione. Mi spiegò come quest'uomo amava tutte le persone che Dio metteva sulla sua strada, dal suo servo ai giudei del suo distretto.

Mentre il pastore mi spiegava questa stupenda storia con molto affetto e sollecitudine, cominciai a percepire l'amore di un uomo sano e completo: il pastore Brown. Era per me l'esempio vivente del centurione buono e caritatevole del racconto biblico. Ogni volta che ritornava a leggere un altro versetto della Scrittura, davo un'occhiata furtiva al suo viso pieno di bontà o alle sue mani forti e gentili come se stessi esaminando una creatura che veniva da un altro pianeta. Non avevo assolutamente idea di come relazionarmi a lui.

Alla fine del nostro primo incontro, prese le mie mani nelle sue e si mise a pregare. Era la prima volta in vita mia che un uomo sano e completo mi accoglieva così. Quando mi prese le mani ebbi una reazione erotica a questo segno d'affetto e troppa vergogna di dirgli ciò che provavo. Non c'era posto dentro al mio essere per ricevere quest'affetto maschile, questa philia ispirata dall'amore agape che il pastore Brown mi stava offrendo. In aggiunta, eros si era iscritto nel copione d'identificazione di genere del mio cuore. Conoscevo soltanto un modo d'intendere il tocco affettuoso di un altro uomo: quello erotico.

Mentre pregava tenendo con molta dolcezza le mie mani nelle sue, aprii gli occhi e guardai ancora furtivamente il suo volto. La sua sincerità aumentò la vergogna che sentivo per la reazione erotica del mio corpo. Ad un certo momento, qualcosa che il pastore Brown disse mentre stava pregando fece sgorgare in me un amore vero e non erotico. Penso che fu quando si riferì a me dicendo "mio fratello Mario" alla fine della sua preghiera. Non soltanto sentii l'amore di Dio fluire dentro di me attraverso le mani di quest'uomo buono, ma provai pure un vero amore umano. Il suo tocco fu più potente dei sentimenti nevrotici dovuti alla confusione simbolica presente in me. Immediatamente, l'amore cominciò a mettersi in ordine.

Le sue mani erano teneramente forti e reali rispetto alle mie, che sembravano come di plastilina sotto al suo tocco. Mentre pregava, ebbi come l'impressione che le mie mani venissero modellate. In effetti, ero io che venivo plasmato nell'uomo per la cui redenzione Gesù era morto. Era doloroso, ma stavo diventando reale.


Liberarsi dalle immagini mentali malate

Il vero me stesso cominciò ad emergere man mano che il reale, il vero e il buono presenti nella persona del pastore Brown mi venivano trasmessi attraverso i suoi tangibili segni d'affetto. Semplicemente dimostrando di essere un cristiano fedele, egli divenne un canale sacramentale attraverso il quale la guarigione divina si riversò in me. Ciò che egli era, ossia un uomo integro in Cristo, lasciò in me un'impressione assai più profonda delle sue parole. Quel giorno il mio cuore cominciò a ricevere dei simboli nuovi. I vecchi simboli deformati di una mascolinità confusa incominciarono ad essere estirpati dal copione di identificazione di genere nel più profondo del mio cuore. In quel momento, nuove immagini di una mascolinità completa cominciarono a trovare il loro giusto posto.

Lasciando l'ufficio del pastore Brown, sentii per la prima volta che la guarigione dall'omosessualità poteva essere possibile. Non mi azzardai però a sperare una guarigione completa per paura di essere deluso. Era infatti soltanto perché avevo l'impressione che Dio mi stesse guidando in questa direzione che tenevo in considerazione questa storia della guarigione, e non perché avevo tutta quella grande fede sul fatto che avrebbe funzionato. Per di più, godevo molto del piacere che provavo negli incontri omosessuali e non sapevo se ero pronto ad abbandonare questo per sempre. Tuttavia sapevo che questa guarigione che credevo ormai possibile non avrebbe mai potuto avvenire senza uno sforzo morale da parte mia. Pertanto, finché consideravo la guarigione una possibilità, mi impegnai davanti a Dio di non aver più rapporti omosessuali.

Da quando avevo letto "The Broken Image" otto mesi prima, avevo ricominciato a pregare. Ciò che motivava innanzitutto la mia preghiera era il desiderio di essere liberato da tutti i sentimenti e i ricordi negativi che avevo di mio padre, e non necessariamente quello di essere guarito dalla mia omosessualità. Ogni mattina, in preghiera, chiedevo a Gesù di far affiorare dal mio cuore almeno un ricordo doloroso per il quale poter donare il suo divino perdono a mio padre, che aveva estremamente bisogno d'essere guarito e perdonato. Poi pregavo il Signore di perdonare le mie reazioni colpevoli ai peccati di mio padre commessi contro di me. Ogni giorno, per otto mesi, Dio mi mostrò durante la preghiera qualche ricordo che necessitava di guarigione e di perdono.

Al momento in cui conobbi il pastore Brown, la croce di Gesù, con la sua straordinaria capacità di perdonare i peccati in me e negli altri, aveva grandemente ammorbidito il mio cuore di pietra. Ero pronto ad essere risimbolizzato. Le vecchie immagini deformate dell'uomo e della donna, come pure i sentimenti e i ricordi che vi erano associati, non erano più cementati nel mio cuore dall'amarezza e dal rifiuto di perdonare. Ma affinché i simboli confusi venissero sostituiti con dei simboli reali, dovevo affrontare tutte le emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti che ne erano derivati.

Inestricabilmente legata alla mia nevrosi omosessuale c'era la mia vita di fantasie omosessuali, spesso alimentate dalla pornografia. Come Leanne Payne fa notare, questo tipo di fantasie, al pari delle immagini che emergono da una psiche non guarita, forniscono all'individuo immagini simboliche della confusione dei generi.
Per disinnestare il mio immaginario malato, ossia tutti i simboli confusi riguardanti i sessi fortemente radicati nei miei pensieri, decisi innanzitutto di distaccarmi da questo mio mondo di fantasie e dall'uso della pornografia.

In aggiunta, dovevo pentirmi della concupiscenza sessuale legata a queste pratiche e ricevere la guarigione dalla masturbazione indotta dall'angoscia. Si trattava però qui di pratiche alle quali avevo fatto ricorso quotidianamente per quasi dieci anni. Non sarebbe stato facile. Dopo essermi pentito della mia lussuria, gettai via ogni singolo pezzo di pornografia che possedevo.

Dovevo poi affrontare le immagini interiori malate radicate nei miei pensieri. Incominciai col ricercare il significato contenuto nelle immagini delle mie fantasie omosessuali. Per riprendere la terminologia di Leanne Payne, dovevo imparare a decodificare la mia "compulsione cannibale".

In "The Broken Image" Leanne racconta la storia di Matthew, un giovane che, come me, aveva bisogno di disinnestare la confusione simbolica dei suoi fantasmi sessuali. Quando li si comprende correttamente, si scopre che questi simboli sono delle grida confuse del cuore che esprimono il desiderio d'identificazione e d'integrazione personale con lo stesso sesso. Leanne comincia la sua conversazione con Matthew chiedendogli:

"Cosa fai nelle tue fantasie?"
"Quando fantastico, vorrei abbracciarlo, baciarlo sulla bocca. Desidero unirmi a lui. E nei miei sogni, è ciò che faccio."
Dopo questa risposta gli ho chiesto: "Conosci le abitudini dei cannibali? Sai perché mangiano le persone?"
Completamente attonito, mi ha risposto: "No, non ne ho idea."
Questa serie di domande sono spesso la chiave che rivela a delle menti e a dei cuori come quello di Matthew ciò che succede realmente nella compulsione omosessuale. Gli ho allora raccontato ciò che un missionario mi aveva detto una volta: "I cannibali mangiano soltanto quelli che ammirano, e li mangiano per appropriarsi delle loro caratteristiche."
Ciò che stava succedendo a Matthew era chiarissimo; guardava l'altro giovane e amava in lui un parte perduta di lui stesso che non poteva né riconoscere né accettare. 3* (corsivo aggiunto)

Nel suo libro "Homosexuality: A Symbolic Confusion" (L'omosessualità: una confusione simbolica), Ruth Tiffany Barnhouse definisce l'omosessualità come un tentativo nevrotico di conseguire l'identificazione di genere attraverso rapporti sessuali con lo stesso sesso. Così scrive:

... Si può ricorrere all'atto sessuale con lo scopo di identificarsi con la forza "maschile" del partner. Come ha detto uno dei miei pazienti: "Non era tanto il fatto che volevo amare Peter; volevo essere Peter." 4* (corsivo aggiunto)

D'un tratto mi si chiarì la mente e colsi questa verità: il mio desiderio omosessuale non era una pulsione biologica, ma piuttosto la proiezione di un amore disordinato e di una identificazione di genere incompleta su una persona del mio stesso sesso che simbolizzava la mia mascolinità. Cominciai così a far morire la menzogna secondo la quale l'omosessualità è un'espressione legittima della sessualità umana.

Per disinnestare i simboli confusi della mascolinità dentro di me, presi l'abitudine di farmi delle semplici domande sugli uomini che apparivano nelle mie fantasie sessuali o su quelli per i quali provavo un'attrazione fisica: "Che cos'è, di quest'uomo, che sto cercando di prendere? Quale parte della mia mascolinità, con la quale non sono in contatto, simbolizza?"
Mi sembrò evidente che tutti gli uomini di cui ero stato "innamorato" non erano altro che contenitori delle mie proiezioni. Cercavo semplicemente di completare la mia identificazione di genere attraverso un'unione erotica con loro. In effetti non li avevo mai considerati come persone reali, fatte di carne e di sangue, ma mi ero relazionato con loro sulla base (seppur inconscia) dei miei bisogni personali e della mia confusione.

La liberazione dalla masturbazione indotta dall'angoscia

Siccome ero sempre più libero dalle mie immagini mentali malate, sapevo che dovevo incominciare ad affrontare la mia inveterata abitudine alla masturbazione e l'angoscia a cui essa era legata. Poiché la masturbazione è spesso indotta dall'angoscia, non credo sia saggio parlare dell'una senza includere l'altra. Ad ogni modo, per motivi di chiarezza, le tratterò qui separatamente.

Dato che mi masturbavo sempre nello stesso posto, ossia in camera mia, e proprio prima di addormentarmi la sera, avevo finito per associare la mia camera da letto a questa pratica. Ogni volta che entravo nella mia stanza avevo un riflesso pavloniano, e mi mettevo a pensare alla masturbazione. La mia camera da letto aveva bisogno d'essere risimbolizzata; doveva cioè, nel mio cuore, significare un'altra cosa.

Innanzitutto, ogni volta che mi sentivo spinto a masturbarmi uscivo semplicemente dal letto e m'inginocchiavo sul pavimento. Quindi mi mettevo a pregare con le parole dette dal Signore a San Paolo: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza." (2Corinzi 12,9), finché la pulsione si placava. Ammettendo la mia debolezza davanti a Dio, gli domandavo di riversare la sua forza in me. Cominciai semplicemente ad esercitare una certa autorità sul mio proprio corpo. Poi tornavo a letto e cercavo di riaddormentarmi.

La prima notte che tentai ciò, mi alzai per pregare dieci o dodici volte. Dormii molto poco. Tuttavia, quando giunse il mattino, non mi ero masturbato. Era la prima volta da anni che erano passate ventiquattr'ore senza che avessi fatto ricorso a questa pratica.
Sempre grandemente influenzato dalle convinzioni sulla sessualità che avevo acquisito dallo stile di vita gay, questa cosa mi sembrava però decisamente anormale. Nel mio diario di preghiera scrissi:

Ieri sera non mi sono masturbato; mi sembra così innaturale di non darmi a una pratica così naturale. Ma la regola della mia vita non è più la mia percezione di ciò che è o non è naturale: è Gesù. Voglio fare ciò che mi dice di fare, al di là di quello che penso.

I miei sentimenti e pensieri egoisti e soggettivi cessarono di essere il mio unico metro di verità. Gesù era ormai per me l'unico criterio di verità. Mi sembrava uno strano paradosso l'essere legato da due serie di convinzioni contraddittorie: una proveniente dal mio proprio cuore non ancora guarito, e l'altra dalla mia fede in Dio.
La notte seguente ci fu la stessa lotta, ma resistetti alle pulsioni. La terza notte caddi, ma ebbi l'intelligenza di non essere impietoso verso me stesso. La notte successiva, ricominciai semplicemente di nuovo la lotta.
Ben presto la mia camera da letto fu risimbolizzata. Diventò un luogo di riposo e di comunione con Dio. Nel mio cuore, non era più associata alla masturbazione.

L'angoscia da separazione infantile

All'età di due anni fui ricoverato in ospedale per oltre un mese a causa di una grave infezione respiratoria. Durante quel mese a mia madre non venne permesso di stare nella stessa stanza con me. Isolato da lei in modo prolungato, sviluppai una seria angoscia da separazione. Da bambino, portai quest'angoscia profondamente dentro di me, assieme alle difese della vergogna, della rabbia e del rifiuto ad essa correlate. Giunto alla pubertà, cominciai a sentire la pulsione a masturbarmi quale mezzo per calmare quest'angoscia. Man mano che avanzavo verso l'età adulta, la masturbazione era diventata una reazione abituale per alleviare ogni tensione, ansia ed angoscia. A distanza, mi rendo conto che durante la mia vita omosessuale le situazioni stressanti mi spingevano spesso in un ciclo di attività sessuale.

Durante la prima infanzia, il bambino non sa di essere un individuo separato da sua madre. Essere separato dalla presenza fisica della madre significa essere separato dalla fonte del proprio essere. Il bambino giunge ad acquisire il proprio senso di esistere e una sensazione di benessere attraverso un vero attaccamento a sua madre. Per avere ciò deve sperimentare una profonda pace interiore nell'amore di sua madre. Il bimbo è profondamente consapevole del fatto che sua madre è la fonte del suo essere. Quest'intensa consapevolezza non può essere confusa con gli istinti biologici, come il bisogno di cibo, né equiparata ad essi. E' più profonda e più elementare. Questo spiega perché i bambini cercano costantemente di restare in stretta vicinanza alla mamma.

Quando mio nipote Alexander aveva appena qualche settimana, osservavo il suo bisogno di stare vicino a mia sorella Karen. Eravamo in cucina, io e lei, e parlavamo mentre preparava la cena. Alexander stava ben seduto sul suo seggiolone fissato al tavolo della cucina e osservava la sua mamma con i suoi grandi occhioni blu. Ovunque si spostava, i suoi occhi la seguivano come un proiettore che illumina un attore sul palcoscenico. Ad un certo punto Karen usci dalla cucina. Dall'istante in cui Alexander perse il contatto visivo con sua madre, cominciò ad agitarsi e finì col piangere. Ma non appena Karen rientrò e lui riprese il contatto visivo con lei, le sue lacrime cessarono immediatamente.

Sebbene il bambino debba inevitabilmente separarsi da sua madre per maturare e diventare un individuo equilibrato, il momento per questa separazione deve coincidere con un periodo-chiave dello sviluppo durante la prima infanzia. Commentando la capacità del bambino di vivere questa separazione in modo positivo, la dott.ssa Sally Provence scrive:

La capacità del bambino ad affrontare lo stress della separazione dipende in modo significativo dalla sua capacità di evocare delle immagini mentali di coloro verso i quali prova un senso di sicurezza e di benessere. 5*

Questa abilità di evocare delle immagini mentali si chiama memoria evocativa. Si può dire che un bambino abbia sviluppato la sua memoria evocativa quando ha imparato che un oggetto continua ad esistere anche quando è fuori dalla sua vista. Se un bambino è capace di ricostruire con l'immaginazione un'immagine di sua madre e perciò sapere che lei continua ad esistere anche se non la vede più, non soffrirà di angoscia da separazione. Mio nipote Alexander non poteva evocare mentalmente un'immagine di sua madre, né era capace di capire che era semplicemente fuori dalla sua vista, anche se sempre presente in casa con lui. Quando lasciò la stanza, si mise a piangere. Tutto ciò che sapeva, era che se n'era andata.
Il dott.John Bowly, un teorico molto noto dell'attaccamento, avverte che una prolungata separazione dalla madre durante i primi tre anni di vita "è pericolosa e dev'essere evitata il più possibile". 6* Il dott.Bowly ha constatato tre livelli di risposta dei bambini alla separazione. Il primo livello è la protesta. In quel momento il bambino urla, piange e reclama la madre. Tutti i bambini passano attraverso questa tappa di separazione, nel senso che tutti, prima o dopo, piangono per riavere le loro madri quand'esse sono assenti. Il secondo livello è la disperazione. A questo stadio il bambino perde ogni speranza di veder tornare sua madre e si ritira in se stesso. Il terzo livello è il distacco. A questo punto il bambino ricomincia ad interessarsi al suo ambiente e non risponde positivamente a sua madre quand'essa ritorna. Soltanto i bambini che hanno vissuto delle separazioni prolungate dalla loro madre entrano negli ultimi due stadi dell'angoscia da separazione.

Nel suo libro "Clinical Theology" (Teologia clinica), il dott.Frank Lake nota che l'angoscia da separazione può causare nei bambini ogni genere di difesa e reazione: rabbia, concupiscenza, tensione genitale, rifiuto. Una separazione prolungata con la madre può manifestarsi in un bambino con una tensione genitale dolorosa. Il bambino sfrega allora i suoi genitali per alleviare la tensione, un po' come un atleta si massaggia un muscolo dolorante per diminuirne la sofferenza. Il dott.David Benner aggiunge che, nel caso di una separazione prolungata con la madre, il bambino prova spesso vergogna perché sente di non aver valore 7*; ha l'impressione di non essere voluto.

Questo tipo di reazioni infantili quali la rabbia, la concupiscenza, le tensioni genitali, il rifiuto e la vergogna, possono continuare lungo l'infanzia e persistere nell'adolescenza ed anche nell'età adulta. In questi casi il comportamento del bambino che si sfrega i genitali per alleviare la tensione dolorosa è spesso male interpretato dai genitori come masturbazione. Ad ogni modo, una volta che il bambino entra nell'adolescenza, il fatto di sfregarsi i genitali porta naturalmente a una stimolazione sessuale che prende la forma della masturbazione. In questi casi, come scrive Leanne Payne: "ne risulta una masturbazione piena d'angoscia (piuttosto che una improntata puramente alla ricerca del piacere)." 8*

Il fatto di comprendere che alcune mie pulsioni sessuali erano direttamente collegate all'angoscia e non completamente al mio desiderio omosessuale, fu liberatorio. Mentre progredivo nella guarigione dall'omosessualità, cominciavo ad affrontare il dolore dovuto all'angoscia da separazione infantile. La preghiera accompagnata dall'imposizione delle mani giocò un ruolo essenziale in questo processo di restaurazione. Queste preghiere comprendevano sempre la richiesta precisa a Dio di ricevere un senso di benessere. Eccone un esempio:

Padre celeste, ti confesso il peccato di un mondo decaduto dove i bimbi nascono senza nessun senso di connessione alla loro madre e senza provare la pace nell'amore materno. Signore, se la mia relazione con mia madre è stata interrotta a causa di un peccato da parte sua, le perdono ora il suo peccato. Se questo è stato dovuto a un'altra circostanza di questo mondo decaduto, perdono questa circostanza colpevole.
Quale ne sia la ragione, Signore, ho perduto un attaccamento rassicurante con mia madre, oppure non l'ho mai avuto. Ho avuto talvolta l'impressione di non esistere, come se stessi cadendo nelle crepe della vita, senza aver legami con nessuno e sentendomi disperatamente solo. Entra in questo vuoto interiore, in quest'assenza di senso d'esistere e riempimi, Signore, con l'amore di cui ho bisogno per avere delle relazioni con gli altri.
Signore, non c'è pace dentro di me, solo un'angoscia che mi attanaglia e che mi opprime quando sono solo. Entra nella mia solitudine, affinché la possa fronteggiare davanti a te. Riempi il mio vuoto con il tuo amore. Prendi la mia solitudine e trasformala in un giardino di raccoglimento.
Entra nella mia angoscia, Signore. Che la tua pace entri nella mia pelvi, dove quest'angoscia si è manifestata come tensione genitale. Riempimi della tua pace, e facendo ciò guariscimi da quest'angoscia che ho cercato di alleviare con un comportamento sessuale nevrotico. Prego questo nel santo nome di Gesù. Amen.

La donna di New York

Per le donne che soffrono di nevrosi lesbica, il terrore dato dall'essere sconnesse con la loro madre è spesso la base dei loro problemi sessuali. Il distacco che hanno avuto dalla loro fonte di esistenza non ha causato loro soltanto una fortissima angoscia, ma anche un distacco nell'ambito delle loro relazioni primarie, e perciò da quei mezzi per acquisire una sana identità di genere. A motivo di quest'angoscia alcune di esse sentono sin dalla prima infanzia una tensione causata dall'ansietà nei loro genitali. Il loro bisogno d'amore femminile di tipo storge può essere così confuso che tutte le loro relazioni con le donne assumono un carattere erotico.

Nei miei incontri con loro, queste donne mi raccontano spesso che la pelle delle loro braccia fa loro male, tanto grande è il bisogno che hanno di toccare ed essere toccate. Questo deriva da gravi carenze tattili. Tuttavia ogni forma di tocco femminile è spesso confusamente intesa come erotica (come la mia reazione al tocco del pastore Brown). Di conseguenza, possono non permettere a nessuno di avvicinarsi troppo a loro per paura di erotizzare anche le più semplici forme di affetto.

Durante un'importante conferenza nella regione di New York dove insegnavo, esercitai il mio ministero assieme ad un'altra collaboratrice aiutando una donna lesbica che aveva questo genere di bisogni. Come iniziammo a pregare per questa donna un po' persa, ricevetti dal Signore un'immagine. Si trattava di una tazza di gabinetto. Dopo aver riferito a questa donna ciò che avevo visto, le chiesi: "Ha qualche significato per lei, questo?"

Con grande vergogna, la donna cominciò a piangere e ci raccontò l'orribile ricordo di una situazione che aveva vissuto quando aveva cinque anni. Sua madre la sorprese seduta sul gabinetto mentre si stava sfregando ansiosamente gli organi genitali. Guardandola con disgusto, l'accusò di masturbarsi, infliggendo così a questa bambina già ferita una grande vergogna e una profonda colpa.

Ci occupammo immediatamente della vergogna e della colpa ingiustificate che aveva portato dentro di sé per più di quarant'anni. La benedimmo con l'acqua santa, comunicandole così simbolicamente la purificazione di tutti i suoi peccati da parte di Cristo e mettendo in fuga gli spiriti di vergogna e di colpa che l'opprimevano. Poi la rassicurai: "E' inusuale che delle bambine di cinque anni si masturbino. Però alcune si sfregano talvolta i genitali per calmare una tensione dolorosa che si è focalizzata lì. Può trattarsi di una tensione dovuta a un terrore e un'angoscia profondi conseguenti al fatto di non aver avuto un sano e giusto attaccamento alla madre."

Dopo aver invocato la presenza di Cristo in questo ricordo, abbiamo dato il perdono di Gesù su questa relazione infranta tra madre e figlia. Fu poi necessario pregare per la guarigione delle ferite conseguenti da quel rapporto spezzato. La unsi d'olio. Mentre chiedevo a Dio di infonderle un forte senso d'esistere nell'amore materno, Willa, la collaboratrice che pregava con me, abbracciò fraternamente questa donna ferita accogliendola nelle sue braccia. Attendemmo ed osservammo Dio compiere la sua opera in lei.

Domandando a Dio di benedire il femminile in quella donna, pregai che potesse ricevere in modo adeguato l'abbraccio amorevole di Willa. Lei ci disse allora che c'era in lei un forte impulso ad erotizzare il tocco di Willa. Chiedemmo a Dio di entrare in quella pulsione, di scacciare ogni vergogna e colpa e di mettere in ordine l'amore. Quindi gli domandammo di far entrare la sua amorevole presenza dentro tutti i muscoli del corpo di quella donna e di liberarla da ogni tensione che si era accentrata nei suoi organi femminili. Non è raro che le donne che soffrono di una forma grave di angoscia da separazione abbiano pure dei dolori atroci durante le loro mestruazioni. Ciò avviene perché la sofferenza causata dall'angoscia si mescola al dolore effettivo del loro ciclo mestruale.

Quando rivedemmo quella donna il mattino successivo, il suo viso irradiava gioia e pace. Era una cristiana fedele, e sebbene quella non era che una delle numerose guarigioni che Dio aveva operato nella sua vita, essa era forse la più grande, dopo quella della conversione. Doveva ancora completare questa guarigione e, come fu il suo caso, sarebbe stata tentata da Satana di minimizzarla e avrebbe trovato qualche cristiano insensato che la negava. Ma lei aveva la maturità cristiana per poter guardare al di sopra e al di là di se stessa e fissare il suo sguardo su Gesù.

In questo tipo di preghiera è preferibile che sia una donna a tenere nelle braccia colei che ha bisogno d'aiuto perché è la forma femminile dell'amore storge che manca a quest'ultima. Ad ogni modo, quando non ci sono donne a disposizione, un uomo con un'adeguata comprensione del tocco terapeutico può essere utilizzato da Dio per pregare per tali guarigioni sia per gli uomini che per le donne.


Un'altra forma di comportamento indotto dall'angoscia

Ho incontrato recentemente delle persone che lottavano contro un'altra forma di masturbazione indotta dall'angoscia, quella della stimolazione anale.
Questo tipo di problema è accompagnato in genere da una grande vergogna e da un profondo senso di colpa. Ancora una volta, questi sentimenti devono essere dissipati con molto amore e grazia per poter trattare il problema in modo appropriato.

Le persone in causa quasi sempre soffrono di una forte tensione ai muscoli dello sfintere all'interno del retto. Essa è legata a ciò che hanno subito alle parti basse del loro corpo. Restano sempre stupiti quando constatano che possono liberarsi da questa tensione muscolare semplicemente inviando a questa parte del corpo il messaggio di rilassarsi.
Se questo comportamento è associato ad una concupiscenza, bisogna prima pentirsene e scacciarla. In quasi tutti i casi è necessario pregare perché un senso d'esistere o una sensazione di benessere si stabilisca.

L'eccitazione sessuale e l'angoscia

Gli psicologi clinici hanno da tempo compreso che le situazioni che provocano delle angosce spesso stimolano sessualmente una persona. Un ricercatore riporta il caso di un giovane "descrivendo come sin dagli inizi della sua adolescenza aveva delle lievi erezioni tutte le volte che si sentiva angosciato." 9* Per porre rimedio a questa eccitazione sessuale provocata dall'angoscia bisogna conoscere delle pratiche per affrontare l'angoscia, invece di fissarsi sulla masturbazione che talvolta ne deriva. Una volta che il livello d'ansia si è ridotto, la pulsione a masturbarsi decresce anch'essa.

Nel mio caso personale, dopo aver ricevuto un sentimento rassicurante di benessere interiore, continuai per un certo tempo a reagire a certe angosce con una forte spinta a masturbarmi. Durante questo periodo non permisi a nessun falso senso di colpa d'insinuarsi. Ciò non avrebbe fatto che aumentare il mio livello d'ansia, che a suo turno avrebbe rinforzato la spinta a masturbarmi. Queste tentazioni, tuttavia, erano molto differenti dalle pulsioni lascive che provavo quand'ero ancora omosessuale o dal bisogno legittimo che provo ora, da normale giovane non sposato, di unirmi con una donna.

Per l'uomo in transizione dall'omosessualità verso l'eterosessualità alcune spinte a masturbarsi vengono dall'emergere della sua eterosessualità repressa. Può forse essere un'esperienza tardiva del risveglio sessuale verso la donna che avviene normalmente durante la pubertà. Questo risveglio non dev'essere soltanto ben accolto, ma anche gestito con maturità. E l'individuo deve imparare che il semplice fatto di avere un bisogno sessuale legittimo non l'autorizza a soddisfarlo immediatamente.

La tentazione sessuale legata all'angoscia divenne particolarmente evidente per me dopo varie visite fatte alla casa dei miei genitori: sempre lo stesso ambiente disfunzionale e carico di tensione della mia giovinezza. Durante e dopo queste visite lottavo contro la tentazione di masturbarmi. Avevo imparato delle tecniche pratiche per affrontare lo stress e ciò m'aiutò a rompere questo schema. Dapprima stabilii dei sani confini confini tra me e i membri della mia famiglia che mi causavano maggiore angoscia. Poi imparai la tecnica di sopravvivenza del distacco, indispensabile per chiunque sia cresciuto in una famiglia disfunzionale. "Distacco significa liberarsi o staccarsi da una persona o da un problema con amore. Ci disimpegnamo mentalmente, emozionalmente e talvolta fisicamente da ogni intrico malsano (e spesso doloroso) che ci lega alla vita e alle responsabilità di un'altra persona e da problemi che non possiamo risolvere... Il distacco non è sinonimo di disinteresse. Significa imparare ad amare, ad aver cura e a coinvolgersi senza diventare matti." 10* Infine decisi di limitare le visite alla casa della mia infanzia a qualche giorno per volta soltanto.

La preghiera diventò il mezzo più importante per affrontare quest'angoscia e l'eccitazione sessuale che ne era correlata. Innanzitutto invocavo il nome di Gesù e mi mettevo a dialogare con lui su ciò che mi stava succedendo. Quindi, parlando gentilmente al mio corpo in preghiera, dicevo: "D'accordo, corpo, va' avanti così e sentiti pure ansioso. Gesù è qui e ti calmerà... (Mentre sentivo sia l'angoscia che l'eccitazione sessuale, continuavo a pregare.) Gesù, per favore, entra in queste due sensazioni e comincia a sciogliere il legame che il mio corpo ha creato tra l'angoscia e i desideri sessuali."
Questa è una preghiera che ho dovuto fare spesso per me. Il suo scopo non è quello d'impedire al corpo di avere dei desideri sessuali, ma di far in modo che essi non siano provocati dall'angoscia. Qualche volta pregavo: "Signore, fa' che i desideri sessuali si manifestino nel mio corpo soltanto in seguito ad un'appropriata relazione tra me e una donna."

Il digiuno e la preghiera

Un'ultima parola su qualcosa che mi ha aiutato a vincere la masturbazione e a progredire nella guarigione: la pratica cristiana del digiuno. Quando il cristiano digiuna, dice al suo corpo: "Ho autorità su di te. Non sono uno schiavo di ogni mio desiderio carnale." Propio come il bambino impara a controllare i suoi intestini quando gli si insegna ad usare il vasino, così pure l'adulto deve imparare il controllo di sé davanti alle pulsioni del suo corpo.

Avendo avuto l'abitudine di non solo lasciarmi andare a soddisfare ogni minima pulsione fisica, ma di abbandonarmi ad essa in modo nevrotico, trovai che il digiuno era una disciplina di guarigione dinamica per la mia vita cristiana. Quando ero messo a confronto con un problema che non riuscivo a vincere, ne facevo spesso l'oggetto della mia preghiera quando digiunavo. Frequentemente, durante questi momenti di preghiera e di digiuno, il Signore mi dava qualche luce interiore che faceva avanzare la mia guarigione.

Quando questo bisogno di profonda guarigione emozionale diminuì, questi periodi di digiuno e preghiera sono diventati e sono tuttora delle meravigliose esperienze di comunione con Dio e dei momenti di preghiera particolarmente sensibili per discernere la sua volontà.


Disinnestare il desiderio di agganciare

Nel periodo in cui avevo da poco cominciato a vivere a New York secondo lo stile di vita gay, ricordo che guardavo tutti per strada con un senso di stupore. Ero cresciuto nel Midwest e New York era per me come il paese di Oz. Notai subito che alcuni uomini si voltavano a guardarmi in modo insolito. Un giorno che stavo camminando sulla Quinta Avenue con un mio amico omosessuale, accadde di nuovo. Gli chiesi allora che cosa volessero dire quegli sguardi strani.

"Oh, stanno cercando di agganciarti", mi rispose. "Quando cammini per la strada, se vedi un tipo da lontano che ti potrebbe piacere e lui incrocia il tuo sguardo intendendo di rimando che potrebbe essere interessato, nel momento in cui vi avvicinate l'un l'altro sul marciapiede, vi valutate reciprocamente ancora con lo sguardo. Dopo che vi siete incrociati, dai un'occhiata dietro le tue spalle, e se lui sta facendo la stessa cosa ciò significa che c'è accordo per stabilire il contatto. Allora è possibile che accada qualcosa tra voi due."

Per anni avevo guardato gli uomini con la speranza che mi guardassero anch'essi di rimando desiderandomi. Cercare di agganciare è il modo confuso mediante il quale l'omosessuale cerca di captare uno sguardo maschile che dice: "Ti desidero", "Ti amo", "Ho bisogno di te". Questo comportamento non è che una delle molte manifestazioni della confusione simbolica.

Durante il periodo di guarigione dalla mia nevrosi omosessuale, mi imbattei in un articolo del "Sunday New York Times Magazine" scritto da David Shorewood, in cui l'autore citava una lettera di suo fratello Andy, un maturo omosessuale che viveva a Parigi e stava invecchiando:

"Faccio voltare molte meno teste rispetto una volta", scrive adesso. "Un amico ed io abbiamo un passatempo che abbiamo chiamato "esistere": esso consiste nell'indovinare se uno sconosciuto ci guarda e, se così, chi tra noi due, oppure se evidentemente noi non esistiamo per lui ed egli guarda attraverso di noi e non verso di noi."
Questi sconosciuti tramite i quali Andy e i suoi amici definiscono la loro "esistenza" sono ragazzi e uomini visti prima da lontano e poi da vicino quando s'incrociano sul marciapiede.
"Quando attiriamo uno sguardo", aggiunge, "quello è di solito per Patrice, che ha quindici anni meno di me."
Andy si è adattato alla crescente assenza di sguardi lanciati da sconosciuti. Ma ciò che gli pesa è non esser mai riuscito ad ottenere uno sguardo affettuoso da parte di nostro padre." 11*

Gli sguardi che mio padre mi dava non hanno mai espresso amore, stima o incoraggiamento; erano spesso pieni di un crudele scherno. Uno dei suoi impiegati un giorno mi disse: "Mario, tuo padre è il solo uomo che conosco che possa castrare un altro uomo con uno sguardo cattivo."

Noi veniamo confermati da nostro padre non solo attraverso ciò che egli dice, ma anche dal suo toccarci e dal suo sguardo. Se non riceviamo la conferma necessaria della nostra identità - un'affermazione positiva che riguarda il nostro essere, la nostra esistenza - i nostri cuori diventano confusi. Di conseguenza, cerchiamo di prendere simbolicamente questa conferma e questo amore in modo inappropriato.

Molto tempo dopo che la masturbazione e l'evidente tentazione omosessuale avevano smesso di essere un problema per me, mi ritrovai che stavo ancora cercando di agganciare. Una sera, rientrando in auto da un corso di relazione d'aiuto che stavo seguendo, notai che ogni volta che superavo una macchina davo un'occhiata sperando di vederci dentro un uomo al volante. Chiesi al Signore perché. Sebbene non avessi ricevuto una risposta, ebbi la saggezza di non giudicarmi in modo intransigente, senza misericordia.

Qualche tempo dopo, stavo cenando con un amico che aveva superato la sua omosessualità e gli chiesi il suo parere al riguardo. Mi rispose: "Non so perché lo facevo, ma so come pregare per questo. Ogni volta che vedevo un uomo che mi attirava, chiudevo gli occhi e immaginavo la donna che Dio aveva creato per stare con lui. Mentre li vedevo insieme, ringraziavo Dio per il fatto che quest'uomo era stato creato per diventare una sola carne con la compagna che egli aveva previsto per lui, ossia una donna e non io."

Seguendo il consiglio del mio amico, cominciai a dirmi la verità nel più profondo del mio cuore. In pratica, Dio stava risimbolizzando il mio cuore mentre rimuoveva da esso le vecchie immagini distorte e false di uomini uniti ad altri uomini e le sostituiva con delle immagini integre e vere di uomini e di donne correttamente in relazione gli uni con le altre. Questo processo avanzò moltissimo quando mi integrai nel corpo di Cristo, ossia nella Chiesa, e fui testimone di magnifici ed integri matrimoni: uomini e donne assieme, maschi e femmine ad immagine di Dio.


Risposte colpevoli alla solitudine

Nel suo libro "Clinical Theology" (Teologia clinica), il dott.Frank Lake scrive:

Le forme di solitudine del momento presente hanno sempre la tendenza ad invocare i loro prototipi che sonnecchiano nel fondo del nostro essere. Facendo così, il passato sepolto può trasformare un momento attuale terribile, ma tollerabile, in un'angoscia intollerabile. 12*

Prosegue poi dicendo che "la solitudine attuale può provocare l'angoscia nevrotica", che a sua volta può suscitare in colui o colei che soffre dei desideri sessuali che portano alla tentazione.
Alcuni, anche dopo aver ricevuto un senso d'esistenza o di benessere attraverso la preghiera, possono continuare ad avere delle risposte colpevoli alla solitudine, poiché occasionalmente nel passato essa li ha portati a cedere a dei peccati sessuali per colmare l'angoscia nevrotica. Tra queste reazioni colpevoli alla solitudine ci sono la passività (indolenza, pigrizia, accidia), l'egoismo e l'orgoglio. Io ero colpevole di tutte e tre.

La reazione passiva è direttamente legata alla voce di autocompatimento del bambino interiore le cui ferite non sono state ancora guarite. Egli è senza immaginazione e non si preoccupa neanche di cercare un'alternativa a questo stato passivo.
Preso in questa passività, spesso disteso sul mio divano guardando il vuoto senza scopo, mi lamentavo del mio triste stato con Dio credendo che questa fosse una preghiera (in realtà non facevo che evocare e mettermi alla presenza del vecchio Mario).
Una volta, mentre pregavo in questo modo sospirando debolmente, il Signore rispose nel mio cuore dandomi un passo biblico: Giobbe 38,2-3. Immaginate la mia sorpresa quando cercai i versetti e lessi: "Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti? Cingiti i fianchi come un prode; io t'interrogherò e tu mi risponderai."
Lessi quindi i due capitoli seguenti di Giobbe ad alta voce, in piedi dinanzi a Dio, nel mio salotto. Le domande che Dio poneva a Giobbe mi sembravano così impressionanti che non potei leggerle senza alzare gli occhi, distoglierli da me stesso e ricevere una nuova prospettiva della mia situazione. Dopo essermi pentito della mia passività, terminai la mia preghiera più da uomo rispetto a quando l'avevo iniziata.
La risposta egoista alla solitudine viene spesso dal fatto di proteggere gelosamente la propria vita privata e di non lasciarvi nessuno entrare. Può essere legata ad anni di vita solitaria e come risultato porta l'individuo ad abbandonare ogni amicizia e relazione con altri cristiani.

Una domenica mattina, quando avevo abbandonato lo stile di vita gay da un po' meno di un anno, il Signore mi rese consapevole del mio egoismo. All'ora del caffé dopo la funzione, una delle responsabili mi invitò a casa sua ad un brunch organizzato per i nuovi arrivati. "No, grazie", dissi gentilmente, "ho altri impegni". I miei "altri impegni" non erano altro che passare il pomeriggio nel miglior negozietto di squisitezze ebraiche della città a leggermi tranquillamente il "New York Times" mangiando un panino al salmone affumicato e al formaggio fresco e sorseggiando un buon caffé caldo. Era un rituale che compivo da cinque anni.

Mentre stavo recandomi in auto verso il ristorantino, il Signore mi fece prendere coscienza di non aver tenuto conto delle buone intenzioni di quella donna e dell'amore che ci aveva messo nel preparare quel brunch. Più mi avvicinavo al ristorantino, più mi sentivo a disagio. Il "New York Times" avrebbe potuto aspettare, mentre quel brunch non ci sarebbe stato che in quel giorno. Alla fine feci voltare la macchina ed andai al brunch, dove incontrai molte persone con le quali in seguito entrai maggiormente in amicizia.

La reazione orgogliosa può esprimersi anche in un modo irrealista di scegliersi gli amici. Invece di accogliere tutti quei figli di Dio che il Signore via via ci porta per fraternizzare, utilizziamo spesso un metro graduato col quale decidiamo chi è degno del nostro tempo. Oppure, in altri casi, non entriamo in relazione se non con delle persone che stimiamo superiori a noi, cosa che può essere un modo di cercar di elevare una bassa autostima e superare un senso d'inferiorità. Da una parte ci sentiamo inferiori agli altri e desideriamo essere accettati da loro per sentirci meglio ed avere una migliore opinione di noi stessi. Dall'altra ci riteniamo superiori agli altri e non vogliamo essere disturbati.

Anche se ero cresciuto nel Midwest ed avevo ricevuto delle potenti preghiere in quella chiesetta dell'Ohio, mi soprendevo talvolta a guardare tutta quella "gente di fattoria" con condiscendenza, con quello sguardo acquisito da cittadino cosmopolita. Dayton, una cittadina dell'Ohio, era un insulto al mio senso estetico bostoniano, raffinato e acculturato (nonché acquisito). Sentivo come di aver fatto loro un favore venendo in Cow-hio (è così che i miei amici di Boston chiamano l'Ohio).

Ad ogni modo provai una gran vergogna (una vera vergogna morale), una volta che riconobbi la mia arroganza. Dopo tutto era altresì difficile per questa gente superare le barriere culturali che ci separavano. Ciononostante, erano riusciti ad andar oltre a tutti i miei atteggiamenti e al mio abbigliamento alla moda dell'East Village newyorkese e a volermi bene.

Possiamo risolvere tutte queste risposte colpevoli alla solitudine pentendoci di esse come si deve davanti a Dio. Se non lo facciamo, la nostra solitudine continuerà, portandoci anche all'angoscia, che a sua volta potrà sottometterci a delle tentazioni non necessarie.

Affrontare l'angoscia davanti a Dio

Dopo aver ricevuto così tanto aiuto dal pastore Brown e dai corsi di Leanne Payne, essermi pentito ed esser stato riempito dallo Spirito Santo, ebbi un'incredibile esperienza con Dio durante un fine settimana. Era un giovedì pomeriggio e i corsi del venerdì erano stati cancellati. Tre lunghe notti e due giorni vuoti mi aspettavano prima di domenica mattina e di un incontro fraterno con altri cristiani. Seduto nel mio piccolo appartamento confortevole nell'Ohio, cominciò ad invadermi il terrore di dover restare da solo per così tanto tempo. L'eccitazione sessuale legata a quest'angoscia ebbe come conseguenza delle irresistibili tentazioni omosessuali. Sapevo perfettamente che se avessi lasciato il mio appartamento avrei avuto un incontro sessuale.

Avendo quindi deciso di restare a casa quella sera, guardai un po' di televisione, poi mi misi a leggere. Il venerdì mattina una profonda angoscia e un violento desiderio omosessuale mi presero nuovamente dal momento che mi svegliai, con la differenza che queste pulsioni sembravano essersi accresciute durante la notte.
Quella mattina, durante la preghiera, sentii Dio dirmi: "Ti amo, Mario." Alla fine di quella preghiera una certezza profonda datami da Dio mi riempì: se riuscivo ad arrivare fino alla domenica mattina senza cedere alle spinte carnali, il mio corpo non sarebbe stato mai più divorato da una tentazione omosessuale come quella. Ne ero semplicemente certo. Allineando la mia volontà con quella di Dio e decidendo che una caduta d'ordine sessuale era assolutamente fuori questione, presi del nastro adesivo e lo misi tutt'intorno alla mia porta d'ingresso, applicandolo ben bene. Poi promisi a Dio che non avrei rotto quel sigillo fino a domenica mattina, indipendentemente da quanto grandi avrebbero potuto essere la mia angoscia o le mie tentazioni sessuali.

Man mano che il pomeriggio e la sera di venerdì avanzavano, la tentazione e l'angoscia peggioravano, cosa che non pensavo fosse possibile. Pulii a fondo il mio appartamento non tralasciando neanche un angolo, riordinai delle cartelle che non avevo toccato da anni, scrissi delle lettere a vecchi amici, feci delle chiamate interurbane a persone lontane, e, soprattutto, praticai la presenza di Gesù. La notte di venerdì mi sembrò la più lunga della mia vita, perché la passai principalmente a girarmi e a rigirarmi nel letto. Il nastro adesivo era ancora incollato alla porta.

Arrivò sabato mattina. Avevo ora un appartamento immacolato, delle cartelle ben ordinate e una pila di lettere scritte a persone con le quali non avevo scambiato corrispondenza da anni. Tutto ciò che potevo fare era pregare, leggere e praticare la presenza di Gesù. Un'angoscia lancinante e una potente tentazione omosessuale infuriavano dentro di me.

Quel pomeriggio, tutto solo nel mio salotto, mi misi a leggere ad alta voce e ad interpretare un'opera teatrale, "The Passion of Lady Bright" (La passione di Lady Splendente), un monologo scritto da Joe Orton, un drammaturgo gay. Il dramma racconta la storia di un omosessuale che sta invecchiando e non è più abbastanza giovane da attirare dei compagni di letto. Le pareti della sua camera sono coperte dalle firme di coloro che ha portato a casa sua negli ultimi vent'anni e vi sono rimasti per una notte. Man mano che l'opera si svolge, egli cerca di ricordare i visi corrispondenti alle centinaia di firme che ornano le pareti. Si rammenta di alcuni, ma non riesce a ricordarsi degli altri. E' un dramma triste, ma particolarmente vero quando alla fine si rende conto di chi è: un omosessuale che sta invecchiando senza nessuno da amare. Nel lavoro teatrale Lady Bright è davvero una vecchia "regina" logorata che vive monologando, totalmente sola e senza speranza.

Dopo aver terminato d'interpretare il dramma nel mio salotto, caddi in ginocchio con orrore. Gridando a Dio, supplicai: "Oh Signore, fa' che non diventi un'altra Lady Bright." A quel punto mi venne alla memoria uno dei più terribili ricordi della mia vita gay.

Era la vigilia di Natale, quattro anni prima. Ero uscito con diversi amici per andare a bere qualcosa in uno dei nostri bar gay preferiti. La città era coperta da uno strato di neve fresca appena caduta e larghi fiocchi scendevano ancora silenziosamente e lentamente dal cielo. Nel momento in cui stavamo uscendo dalla macchina per dirigerci verso il bar, una campana suonò mezzanotte.
"Hey, è Natale", disse uno dei nostri amici, "Buon Natale!"
Come raggiungemmo la porta del bar, questa si aprì di colpo ed uscì fuori un vecchio omosessuale ubriaco e barcollante. Cadde sul marciapiede coperto di neve, proferì un'imprecazione, tentò di rimettersi in piedi e ci passò davanti vacillando. Lo stesso amico che ci aveva augurato Buon Natale si mise a sogghignare con disprezzo: "Vi piacerebbe essere come questo vecchio frocio la mattina di Natale?"

Nel momento in cui disse questo, venni preso da una calma sconvolgente. Con pungente sincerità dissi ciò che sapevo noi tutti temevamo. "Tra trent'anni, io sarò quel vecchio frocio solitario il giorno di Natale." Non c'era dubbio, se continuavamo come stavamo facendo a condurre quel genere di vita saremmo diventati tutti delle Lady Bright o dei vecchi trolls che si nascondono negli angoli oscuri dei bar gay. E' orribile ciò che diventiamo quando viviamo le nostre vite separati da Dio.

Anche se in quel momento stavo lottando contro la mia omosessualità, non ero solo. Non vivevo in un arido monologo, come descritto nel dramma di Orton. Senza la grazia di Dio, è così che sarei finito. Ero invece entrato in un dialogo vivo con Dio. Mi dissi: "Meglio essere nella sofferenza davanti alla croce che finire solo e senza speranza." Le parole di Giobbe 13,15 risuonarono alle mie orecchie: "Quand'anche mi uccidesse (Dio), spererò in lui." Anche se le tentazioni non dovessero cessare mai, resterei in piedi davanti alla croce soffrendo, fino alla fine dei tempi se necessario. Incapace di formulare una preghiera, la mia solitudine dolorosa e angosciosa divenne la mia preghiera. Là, nel mezzo di una sofferenza insostenibile, decisi risolutamente di obbedire a Dio. Era esattamente ciò che stava aspettando da me.

Sebbene la mia volontà fosse ancora debole e bisognosa di una guarigione più profonda, l'avevo esercitata di concerto con quella di Dio. La sua presenza costante dentro di me mi rese capace di fare ciò che avevo creduto impossibile. Con Gesù, affrontai la paura della solitudine, l'angoscia, le tentazioni sessuali e l'abbandono che non avevo mai potuto affrontare prima.
Questo fu un punto di svolta nella mia guarigione, perché lasciai volontariamente morire l'uomo vecchio in me per identificarmi con Cristo nella sua sofferenza e agonia. Quando arrivò la domenica mattina e ruppi il sigillo di nastro adesivo sulla porta, il mio vero me stesso, l'uomo nuovo unito al Cristo risuscitato, era più saldamente stabilito al centro della mia anima.

La settimana seguente ebbi una nuova potente presa di coscienza di Cristo vivo in me. Ciò cambiò la mia vita. E non dovetti mai più affrontare un week-end di tre giorni da far torcere le viscere come quello che avevo vissuto.