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domenica 3 febbraio 2008

Omosessualità: Una storia - VIII ed Ultima Parte - Amare l'altro sesso

UNA STORIA - VIII ed ULTIMA PARTE

AMARE L'ALTRO SESSO

Pubblicato sul sito "GO! Guarire dall'omosessualità"


Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò;
gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.
Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolto all'uomo, una donna
e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse:
"Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa."
(Genesi 2,21-23a)



L'ambivalenza verso l'altro sesso


L'ambivalenza verso l'altro sesso è uno dei fattori principali che impediscono agli uomini e alle donne di avere delle relazioni sane gli uni con le altre. Sebbene sia gli uomini che le donne possano provare ambivalenza verso l'altro sesso, le donne sono più spesso il bersaglio di un'ambivalenza di entrambi i sessi. Ciò può correlarsi ad una tappa nello sviluppo durante la prima infanzia, quando tutti i bambini provano ambivalenza verso la madre. Se non abbiamo superato con successo questo stadio dello sviluppo, l'ambivalenza non risolta verso nostra madre può generalizzarsi a tutte le donne. Una volta adulti, possiamo allora proiettare inconsciamente sulle donne i nostri problemi non guariti (come i rifiuti) legati alla madre.


Nella nevrosi omosessuale, l'ambivalenza verso l'altro sesso è spesso un fattore altrettanto importante quanto l'ambivalenza verso lo stesso sesso. Per l'uomo che cerca di superare l'omosessualità, qual'ero io, l'incapacità di andare fino in fondo alla sua ambivalenza verso le donne è sinonimo d'incapacità di realizzare completamente la sua vera identità eterosessuale. Dato che la persona con un vissuto omosessuale è cresciuta con un deficit d'affetto da persone dello stesso sesso, non è raro che finisca per essere centrata sui suoi bisogni affettivi riguardanti lo stesso sesso, cosa che si potrebbe chiamare omocentricità. L'omosessualità può essere vista come l'incapacità di vedere correttamente l'altro sesso a causa di una preoccupazione malsana per lo stesso sesso. Per poter affrontare l'alterità del sesso opposto, bisogna sentirsi sicuro con i membri dello stesso sesso.


Per quanto riguarda l'uomo eterosessuale, l'ambivalenza verso l'altro sesso può manifestarsi come una paura d'impegnarsi con la donna. Egli è incapace di avere una relazione sufficientemente lunga e seria con una donna per permettere all'amore di risvegliarsi. Inoltre, può sottostimare la donna come essere umano e, come l'omosessuale, essere preso nell'omocentricità.


Può essere ossessionato dal bisogno di piacere ad altri uomini o essere eccessivamente preoccupato di "ciò che gli amici" pensano di lui. Se è sposato, può essere infedele a sua moglie. Se è cristiano, può soffocarla con un'esigenza eccessiva di sottomissione alla sua persona. All'estremità dello spettro, l'ambivalenza verso l'altro sesso negli uomini è legata alla misoginia, all'odio del femminile. La misoginia è il problema che sta alla base di ogni abuso sessuale sulle donne attraverso la pornografia e lo stupro.


L'ambivalenza verso l'altro sesso proviene solitamente da ferite, rifiuti, confusioni o paure non guarite di fronte all'altro sesso che risalgono al nostro passato. Da adulti, proiettiamo inconsapevolmente questi problemi non risolti sui rappresentanti dell'altro sesso. A causa della natura inconscia di queste proiezioni, restiamo incapaci di riconoscere l'ambivalenza quando si presenta.


In quanto uomini, siamo soltanto consapevoli delle nostre irritazioni irrazionali verso alcune donne, della nostra paura di certe donne, e della nostra irresistibile attrazione sessuale verso altre. Queste irritazioni, paure e tentazioni sessuali provengono generalmente da proiezioni psicologiche. In certi momenti, una donna nella nostra vita è il bersaglio principale di queste proiezioni. Può trattarsi di nostra madre, nostra moglie, nostra figlia, nostra sorella, della nostra ragazza o di una collega. (Da qui in poi, ogni volta che mi riferirò all'ambivalenza verso l'altro sesso, si tratterà dell'ambivalenza degli uomini verso le donne.)


La donna che è l'oggetto della nostra ambivalenza potrà forse avvertire che qualcosa non va, ma non riuscirà a rendersi conto che il problema non dipende da lei. Può esaminare affannosamente il suo cuore per una colpa che non c'è. Reagirà forse alla nostra ambivalenza arrabbiandosi quando la rimproveriamo per qualcosa che non ha fatto.


Poi, avendo un'errata comprensione della sua collera (giustificata, date le circostanze), potrà riavvicinarsi a noi per chiedere scusa. Questo non farà che rinforzare i nostri sentimenti ambivalenti verso di lei. Ne approfitteremo allora per accusarla del problema, pensando tra noi: "ha ancora dentro molta rabbia repressa." In effetti, il problema è nel nostro cuore. Se questo è il caso, siamo come l'uomo della parabola del Vangelo che toglie la pagliuzza dell'occhio dell'altro mentre ha una trave piantata nel suo.


Accusare la donna è un'espressione tipica dell'ambivalenza dell'uomo verso di lei. Nella Bibbia, durante una delle prime interazioni tra l'uomo e la donna dopo la caduta, l'uomo accusa Eva. Dopo che Dio chiese ad Adamo se avesse mangiato del frutto dell'albero, egli rispose: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato" (Genesi 3,12). Invece di prendere la responsabilità per le sue proprie azioni, Adamo punta il dito su Eva prima di confessare alla fine: "ne ho mangiato."



Lasciare la madre
I nostri cuori racchiudono spesso delle immagini confuse e distorte dell'altro sesso. Esse contengono tutti gli atteggiamenti negativi e colpevoli che abbiamo verso le donne. Veramente infrante, queste immagini provengono dal vivere in un mondo decaduto, un mondo in cui le famiglie sono spesso disfunzionali, in cui la bionda hollywoodiana è l'ideale femminile delle nostre società e in cui la Chiesa si è dimostrata spesso incapace di vedere la donna in modo corretto.



Nella nostra condizione decaduta, possiamo avere pure un'immagine distorta dei membri dell'altro sesso a causa delle nostre relazioni colpevoli ai loro peccati contro di noi. Si tratta spesso di reazioni nei confronti di nostra madre. Fintantoché noi uomini non gestiamo queste reazioni negative, rischiamo di essere incapaci di lasciare nostra madre e perciò di trovare la libertà di unirci correttamente alla donna e di diventare una sola carne con lei. "Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Genesi 2,24). Walter Trobisch scrive:



La Bibbia è molto sobria e concreta. Dice: "Un uomo lascia suo padre e sua madre." Partire è il prezzo della felicità. Ci dev'essere un taglio chiaro e netto. Proprio come un neonato non può crescere finché il cordone ombelicale non viene tagliato. 3*


L'uomo che non ha lasciato sua madre non può dare a un'altra donna; non può né servirla, né amarla. In questa posizione immatura un tale uomo si relazionerà con la donna solo nella prospettiva di soddisfare i suoi bisogni personali. Di conseguenza, avrà la tendenza a considerarla come un'estensione di se stesso, invece che altra da se stesso. Nel letto coniugale, sarà forse più cosciente del piacere che riceve che di quello che dà. Nel contesto di un matrimonio cristiano, abbraccerà forse gli insegnamenti radicali sulla sottomissione delle donne, i quali esigono che sia unicamente la moglie a dare continuamente al marito. Inversamente, secondo il modello biblico, l'uomo assume invece la personalità di Cristo: dando a sua moglie fino alla sua stessa vita.


La Bibbia non comanda anche alla donna di lasciare suo padre e sua madre. Una ragione può essere nel fatto che la donna ha un compito più facile nel realizzare la sua identità di genere. A differenza dell'uomo, che deve separare sia la sua identità personale che la sua identità sessuale da quella di sua madre, la donna ha solo bisogno di separare la sua identità personale da quella di sua madre. Condivide la stessa identità sessuale della madre, mentre l'uomo no, ed egli deve arrivare a rendersi conto di questo.



Parte dell'omosessualità nell'uomo è legata all'incapacità di separare completamente la sua identità di genere dalla madre. Nel caso della transessualità e del travestitismo sempre nell'uomo, è più un problema di non riuscire a separare entrambe l'identità di genere e l'identità sessuale dalla madre. In questo tipo di situazioni, la madre può aver manifestato dei grandi bisogni affettivi, aver esercitato un controllo eccessivo o aver addirittura abusato sessualmente di suo figlio, conseguendo come risultato un attaccamento malsano tra lei e il bambino. Fintantoché questo legame nocivo non è riconosciuto né spezzato, il figlio (che sia omosessuale, transessuale o travestito), non può maturare sufficientemente sul piano affettivo per scoprire che la sua identità di genere è differente da quella di sua madre.



In "The Broken Image" (L'immagine spezzata), Leanne Payne mostra come una persona che soffre di nevrosi sessuale possa essere liberata dall'attaccamento malato che la lega a sua madre. Nel contesto del libro, l'estratto qui sotto riportato si riferisce al modo in cui le donne possono guarire dal loro lesbismo. Tuttavia, ciò che l'autrice descrive si applica ugualmente agli uomini che hanno bisogno di lasciare la loro madre.



In questa preghiera di liberazione, chiedo generalmente alla persona di guardare Gesù con gli occhi del suo cuore, di vederlo sulla croce a prendere su di sé la sofferenza e la schiavitù con le quali essa lotta in quel momento, così come ogni rifiuto di perdono od ogni peccato dentro al suo cuore. Le chiedo di tendere le mani verso Gesù e di vedere il dolore e le tenebre entrare nelle sue mani tese e lacerate, mentre prego per la separazione della sua anima dal dominio di sua madre. Spesso, senza interrompere il ritmo della preghiera, le domando a mezza voce: "Cosa stai vedendo con gli occhi del tuo cuore?" E' meraviglioso sentire che vede come delle tenebre uscire dal cuore ed entrare nel Signore. Spesso accade che lo Spirito Santo mi mostra la stessa "immagine" mentre conduce il tutto.



Poi (e trovo che questo sia un passo molto importante), le chiedo di far presente alla sua mente sua madre. Siccome lo Spirito Santo domina la situazione e la guarigione sta avendo luogo così potentemente attraverso la sua azione, la persona avrà quasi sempre un'immagine particolarmente rivelatrice di sua madre che le permetterà di vederla obiettivamente per la prima volta in vita sua, un'immagine che l'aiuterà a perdonarla in maniera più piena.


Quindi la invito a vedere se c'è il minimo legame malsano tra di loro: la persona lo vedrà e spiegherà di cosa si tratta. Le domando allora di tagliare di netto i legami che vede, come se avesse delle forbici in mano. La liberazione che ne risulta è spesso del tutto fenomenale, e ci sono dei momenti in cui essa provoca delle precise reazioni emozionali e addirittura fisiche. Questi legami si presentano talvolta sotto forma di grossi cordoni ombelicali malati, oppure come corde filiformi che legano madre a figlia(/o). Quando vengono recise, si vede un'immagine simbolica, ma vera, della liberazione che sta avendo luogo. 4*


Lasciare la propria madre è la chiave che permette di vedere il mondo dell'altro e di amare la donna nel modo giusto.



L'ambivalenza verso la madre nell'età dello sviluppo
La funzione di una madre non si esaurisce con il dare al bambino rifugio, protezione e soddifsazione dei suoi bisogni. La madre ci mette al mondo con l'atto del parto; si potrebbe quasi dire che il primo incontro con la madre comporta l'evento di essere respinti da lei. Il cordone ombelicale viene reciso al momento della nascita e se l'amore della madre per il suo bambino è sano, il processo di separazione continua non soltanto fisicamente ma mentalmente.


La madre mostra al bambino che lei non è il solo oggetto del suo amore. Gli insegna a distogliere da lei i suoi sguardi. Il figlio è obbligato ad affrontare la realtà. Solo la madre nevrotica mantiene suo figlio in uno stato di dipendenza e di fissazione; la madre saggia sa non soltanto legare, ma anche tagliare. Infatti l'uomo è veramente capace di amare solo se il legame psicologico della fissazione materna è reciso. Soltanto allora siamo capaci di affrontare il mondo e l'"altro". 5*



Quando un bambino prende coscienza che non è il solo beneficiario della presenza e dell'amore di sua madre, è normale che provi un'ambivalenza verso di lei. Ho potuto chiaramente vedere ciò un giorno che stavo facendo visita a mia sorella Karen. Arrivai mentre suo figlio Alexander, a quel tempo di dieci mesi circa, stava facendo un sonnellino pomeridiano. Da zio infatuato che sono, entrai allegramente nella sua stanza per attendere il momento del suo risveglio. Lo presi quindi tra le braccia e lo portai in cucina. Ancora intontito e con gli occhi tutti assonnati, sembrava un cherubino dai biondi riccioli scompigliati. Appena vide Karen, voltò la testa arrabbiato.



Karen si avvicinò a noi ridendo, aprì le braccia e disse: "Su, Alex, vieni dalla mamma."
Alexander agitò il pugno verso mia sorella come per colpirla, si voltò nell'altra direzione ed appoggiò la testa sulla mia spalla.
"Com'è caro, Karen. E' contento di vedermi."
"Non mi rallegrerei troppo, se fossi in te, Mario", mi rispose con cognizione di causa. "E' furente con me perché stamattina ho dovuto metterlo nel suo box per finire i lavori di casa."



In effetti, quel ragazzetto di meno di un anno era furente con sua madre per "essere stato respinto" da lei. Stava rendendole in quel momento la pariglia in rappresaglia. Se Karen non fosse stata consapevole delle sue tattiche infantili, avrebbe cercato di rabbonirlo. Ciò gli avrebbe solo insegnato che la rabbia è la reazione appropriata quando non è l'unico oggetto del tempo e dell'amore della sua mamma. Se lei avesse ceduto al comportamento di quel piccolo birbante, avrebbe acquisito col tempo un'immagine della donna pari a nulla più di una geisha occidentalizzata, sempre in attesa di essere chiamata o mossa ad un gesto del suo uomo. In seguito Alexander avrebbe potuto sviluppare un serio caso di ambivalenza verso l'altro sesso.



Quanti uomini hanno delle reazioni imprevedibili verso una donna che ha semplicemente detto "no"? O quanti uomini in relazione amorosa con una donna sono gelosi quando si accorgono di non essere i beneficiari esclusivi del suo tempo e del suo amore?





Vedere la donna
L'uomo arriva a conoscere la donna per esperienza diretta, con uno stretto contatto con lei. In ogni uomo risiede un bisogno datogli da Dio di non solo incontrare la donna, ma anche di comunicare profondamente con lei. Questo è radicato nel fatto che prima della separazione di Eva da Adamo essi erano uniti in uno stesso corpo.
Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: "Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta." (Genesi 2,22-23)



Adamo sentì il bisogno di diventare una carne sola con Eva perché un tempo era stato una carne sola con lei. Che ne siano pienamente coscienti o no, tutti gli uomini provano per disegno lo stesso bisogno di essere in comunione con la donna, di essere riuniti con lei, di diventare uno con lei. A questo riguardo Walter Trobisch scrive:


Questo racconto (della Genesi) descrive in modo assolutamente meraviglioso ed unico la realtà dell'amore. Perché i due sessi anelano incessantemente l'uno per l'altro? Come spiegare la loro reciproca attrazione? La risposta è: sono tratti dalla stessa materia... sono parti di un tutto e desiderano ricostruire quest'unità, desiderano completarsi, vogliono diventare "una sola carne". 6*



La prima volta che lessi qualcosa su questa attrazione magnetica tra i sessi fu l'ormai classico libro di Karl Stern "The Flight from Woman" (La fuga dalla donna), in cui egli scrive:
E' nella Genesi che si trova il più celebre esempio di questa teoria, quando Dio creò l'uomo a sua immagine, "maschio e femmina", prima della separazione di Eva dal corpo di Adamo. 7*



A quell'epoca ero ancora in via di guarigione dalla mia nevrosi omosessuale. Dopo aver letto la descrizione di Karl Stern sulla separazione di Eva dal corpo di Adamo, mi sentii come se dei fuochi d'artificio scoppiassero dentro al mio corpo. Mi resi improvvisamente conto che non potevo conoscere la pienezza dell'essere creato ad immagine di Dio se non riunendomi alla donna. Che lo credessi o no, c'era, secondo il disegno di Dio, una parte di me in quanto uomo che aveva bisogno di essere con la donna. Era solo una questione di tempo, prima che questo bisogno della donna emergesse pienamente dal suo stato represso dentro di me. In effetti, questa percezione fece scattare essa stessa un interesse sessuale per la donna che non avevo mai provato prima d'allora. Per la prima volta credetti che sarebbe stato possibile per me ricevere gioia e piacere da un'unione sessuale con una donna.



Mentre praticavo la presenza del Signore, il mio vero sé maschile emergeva ogni giorno sempre più. Non ero più omocentrico (centrato sul mio proprio sesso), e cominciavo ad essere sempre più orientato verso l'esterno e interessato in ciò che era al di fuori e differente da me stesso. Conseguentemente, iniziai a notare delle cose che non ero mai riuscito a vedere prima. All'inizio, la creazione e le creature di Dio mi parvero rivestite di una bellezza nuova, come le dolci colline dell'Ohio sud-occidentale e il mio gatto grigio tigrato, Tipetto.



Una nuova piacevole consapevolezza della differenza tra i miei studenti e le mie studentesse catturò la mia immaginazione, qualcosa che ora so che si risveglia normalmente nella maggioranza della gente durante la pubertà. Come insegnante di dizione e di tecnica della voce, avevo una certa esperienza della kinestesia (lo studio del corpo in movimento nello spazio), ma le varianti tra il modo di camminare di una donna e quello di un uomo o la differenza tra il loro modo di sedersi mi saltarono tutto a un tratto agli occhi. Non erano cose che cercavo apposta di notare. Erano invece esse stesse che s'imponevano a me e non mi lasciavano finché non avevo dato loro la debita attenzione.



Un pomeriggio, una studentessa venne nel mio ufficio per un corso accompagnato su un testo di Shakespeare. Entrò e si sedette su una sedia dallo schienale molto rigido. Passai metodicamente in rassegna l'allineamento del suo corpo per verificare che la sua posizione fosse confortevole e le assicurasse una respirazione ottimale. Poi mi sedetti su una sedia di fronte a lei per ascoltare quella graziosa ragazza dai capelli rossi recitare il testo. Improvvisamente, il mio occhio si posò su una parte particolarmente bella del suo corpo. Per una ragione sconosciuta, restai impalato. Incantato e come paralizzato, non riuscivo a sentire una parola di quello che stava recitando.



Notando che non prestavo attenzione, mi richiamò ad alta voce: "Mario? Mario?"
Stavo là seduto con la bocca aperta cercando di rispondere, ma ero così affascinato che la mia bocca era incapace di formulare una parola. Cercai di parlare, ma avevo un nodo alla gola che mi permetteva di emettere soltanto dei suoni rochi.
Preoccupata, Carol mi domandò cautamente: "Mario, va tutto bene?"
Non sapendo se tutto andava bene o no, inghiottii quel groppo in gola e mormorai: "Ehm, io, ehm, non lo so."
Riflettendo un istante e sentendomi alquanto stupido per il mio atteggiamento da tonto davanti a quella studentessa, le chiesi con un'aria impacciata: "Carol, ehm, potrebbe andar via?"
"Certo", rispose. Guardandomi in modo strano, si alzò dalla sedia ed uscì di colpo dal mio ufficio.



Mentre ero seduto sulla sedia davanti a lei, la luce del mio ufficio era caduta sul suo viso, dando una bellissima sfumatura alla sua guancia. La dolcezza della sua pelle e il suo colore rosa-seta illuminato dalla luce avevano un aspetto che non avevo mai visto prima. Era così diverso dal modo con lui la luce avrebbe potuto rischiarare il viso di un uomo.
La bellezza di quella piccola parte del suo volto mi toccò nel più profondo del mio essere. Una serie di sentimenti inspiegabili percorsero il mio corpo come un fiume di piacere e di gioia. Più la guardavo, più questo piacere e questa gioia aumentavano. Non volevo smettere.



Non sapendo che cosa fossero questi sentimenti, mi misi a pregare dopo che se ne fu andata e domandai semplicemente al Signore: "Che cos'era?"
Allora, come se un angelo fosse entrato nel mio ufficio portandomi la poesia di Shakespeare su un piatto d'argento, mi vennero in mente queste parole di Romeo quando vide Giulietta sul suo balcone:
"Vedi com'ella posa la guancia sulla mano.
Oh, fossi io un guanto su quella mano per poter toccare quella guancia!"
("Romeo e Giulietta", atto II, scena II, versi 23-25)



Per la prima volta in contatto con la mia mascolinità e non più dominato dai continui pensieri nei confronti del mio proprio sesso, avevo gli occhi per poter vedere l'alterità dell'altro sesso. Vedevo la donna.



Quando vide la donna che il Signore Dio gli portò, Adamo esclamò con gioia: "Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa" (Genesi 2,23a). Così fece pure la mia anima, che esultò gioiosamente vedendo la donna per la prima volta. Come Adamo, riconobbi anch'io una parte di me stesso in lei: "Questa volta è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta" (Genesi 2,23). L'abisso tra me e la donna era ora colmato. Paradossalmente, scoprendo l'alterità della donna, mi stavo pure risvegliando alle somiglianze tra lei e l'uomo. Incantato dalla femminilità di Carol, compresi pure che condividevo con lei un'umanità comune. Per quanto strano possa sembrare, non avevo sperimentato mai prima d'allora questa normale connessione tra me stesso e una donna.



Il piacere indefinibile risvegliato in me vedendo la donna mi era così straniero che non sapevo semplicemente che cosa stava accadendo. Guardando indietro, capisco che stavo vivendo la normale reazione sessuale che un uomo prova verso una donna che trova attraente. Siccome conoscevo il desiderio sessuale soltanto nella sua irresistibile forma lasciva e nevrotica, non avevo dei criteri per riconoscere questa nuova e vera sessualità che emergeva dal suo stato represso dentro di me.



L'appetito sessuale sano è dolce e sottile, non rumoroso e chiassoso. Provenendo da un'esperienza personale omosessuale, mi aspettavo che il mio desiderio sessuale per la donna avesse la stessa forza lasciva irresistibile dell'attrazione nevrotica che avevo provato in precedenza per gli uomini. Ne ho parlato poi con molti uomini che hanno superato la loro omosessualità. Nel corso del loro processo di guarigione, anch'essi hanno scoperto questa stessa differenza tra l'omosessualità e una sana eterosessualità. Gli uomini la cui pulsione sessuale per le donne è irresistibile e lasciva dimostrano con ciò di avere bisogno di guarire la loro sessualità. Le pulsioni di questo genere non sono un segno di virilità.





Un amore fatale
Il risveglio sessuale che avvenne durante la lezione guidata con la mia studentessa corrispondeva a ciò che la maggior parte degli uomini prova al momento dell'adolescenza. Non l'avevo cercato; mi aveva piuttosto trovato, prendendomi alla sprovvista. Sebbene questo risveglio fosse naturale e reale, aveva bisogno di maturare. Come il primo amore dell'adolescenza, era tipicamente narcisistico. Il punto focale di quest'esperienza erano i miei sentimenti per la studentessa, e non lei in quanto persona.


Sulle prime mi sentii un po' imbarazzato di trovarmi ad attraversare la pubertà a venticinque anni. Ma sembrava che molti dei miei colleghi maschi all'università, la maggior parte più vecchi di me, non fossero molto più maturi, sessualmente parlando. Mi resi conto a questo punto che le persone nella società odierna danno l'impressione di amare come degli adolescenti ancora puberi. Gli appartenenti a questa "generazione-io" fanno mostra di un narcisismo e di un egocentrismo che li rende incapaci di vedere null'altro che loro stessi.


Molti tra coloro che leggono "Romeo e Giulietta" o ne vedono una rappresentazione a teatro pensano che si tratti di una storia di un vero amore. A mio giudizio non lo è. D'altronde Shakespeare intitolò giustamente quest'opera "La tragedia di Romeo e Giulietta".


La maggior parte delle persone di questo mondo decaduto e spezzato confondono il vero amore con le idee tragico-romantiche sull'amore. Anche se dubito che questa sia la ragione per la quale Shakespeare scrisse questo classico, il suo testo potrebbe certamente essere interpretato come un'esposizione illustrativa dell'amore tragico, immaturo e narcisistico.


L'opera comincia con un prologo in forma di sonetto. I sonetti erano una forma di poesia d'amore popolare durante l'età elisabettiana. Venivano letti ad alta voce durante le riunioni di corte ed erano il modo d'espressione dell'amore cortese allora in voga.


I sonetti di Shakespeare sono caratterizzati da un linguaggio e da immagini altamente potenti, con delle parole strettamente legate tra loro da raffinati intrecci. Quand'egli introduceva un sonetto in un'opera, era per inviare un messaggio all'uditorio, annunciandogli che qualcosa d'importante stava per accadere. Molti magnifici sonetti fanno la loro comparsa durante il corso dell'opera per mettere in luce i momenti chiave.



Il sonetto d'apertura di "Romeo e Giulietta" svela tutta la trama e descrive appropriatamente l'amore tra questi due adolescenti, definendolo come "nato sotto cattiva stella" e "segnato dalla morte."
... nasce una coppia d'infelici amanti, predestinati da sinistra stella
a seppellire con la propria fine l'odio dei padri.
Il tremendo corso del loro amor, segnato dalla morte, ... 8*
(prologo, versi 6-9)



All'inizio vediamo Romeo che dialoga con suo cugino Benvolio. Romeo è malato d'amore perché la sua beneamata attuale, Rosalina, ha fatto voto di condurre una vita di castità. Suo cugino gli consiglia di dimenticarla. Sicuro del fatto che incontrare un'altra ragazza risolverà il problema di Romeo, Benvolio lo porta a una festa. Quando arrivano, tutti gli invitati portano delle maschere. Romeo vede al principio il viso di Giulietta da lontano, prima che lei si metta la maschera. Si copre il viso con la sua e si avvicina a lei. Anch'essa porta ora una maschera. I primi quattordici versi che si dicono l'un l'altra formano un altro sonetto:



Romeo (prende la mano di Giulietta) - Se io profano con la mia mano indegna questo sacro tempio, ecco la mia gentile penitenza: le mie labbra, due pellegrini soffusi di rossore, sono pronte ad addolcire la ruvidezza di quel tocco con un tenero bacio.
Giulietta - Buon pellegrino, fate troppo torto alla vostra mano, che in ciò dimostra cortese devozione; perché anche i santi hanno mani che i pellegrini possono toccare e palma contro palma è il bacio del palmiere santo.
Romeo - Non hanno labbra i santi, ed anche i devoti palmieri?
Giulietta - Si, pellegrino: labbra che debbono usare in preghiere.
Romeo - Oh allora, santa cara, consenti alle labbra di fare ciò che fanno le mani; esse pregano: tu esaudisci, perché la fede non si volga in disperazione.
Giulietta - I santi stanno fermi anche se esaudiscono le preghiere.
Romeo - Allora non muoverti mentre io ricevo la grazia per la mia preghiera. Così dalle tue labbra le mie sono purificate dal loro peccato. (La bacia) 9*
(atto I, scena V, versi 95-108)



Notate che né Giulietta né Romeo si vedono reciprocamente. Entrambi guardano delle maschere. E' veramente spaventoso constatare quanto spesso due persone s'innamorano della maschera sociale (l'apparenza) dell'altro e non della persona dietro alla maschera (il sé reale). Quanto poco è cambiato l'amore immaturo in quattrocento anni! Notate pure che le prime parole che Romeo rivolge a Giulietta la descrivono come un sacro tempio, che sarebbe profanato se lo si toccasse. Giulietta non è, agli occhi di Romeo, una donna ordinaria.



Il secondo atto si apre con un altro sonetto, in cui si declama:
Ora Romeo ama, riamato,
dalla magia degli sguardi sono entrambi presi; 10*
(atto II, prologo, versi 5-6)



Sembra che Romeo, come molti in questo ventesimo secolo, si sia lasciato prendere da un bel visino.
Incantato dall'amore, Romeo scala il muro che separa il cortile di Giulietta dalla strada e guarda fisso verso la finestra della sua stanza. Nascosto nel giardino, vede il suo "amore" e pronuncia i celebri versi:
Ma piano! Quale luce sfolgora da quella finestra lassù! Essa è il levante e Giulietta è il sole. Alzati, bel sole, e uccidi l'invida luna, che già sviene e impallidisce di dolore al pensiero che tu, sua ancella, sia molto più bella di lei. Non farti sua vestale poiché essa è invidiosa; la sua livrea è di colore smorto e livido, e solo le sciocche accettano d'indossarla; gettala via. E' la mia signora, oh, è il mio amore. Oh, se solo sapesse di esserlo! Ella parla, pure non dice nulla. Che importa? Parlano i suoi occhi, ed io risponderò al loro discorso. La mia speranza è troppo ardita: non a me ella parla. Due delle stelle più fulgide del firmamento, avendo qualche faccenda altrove, supplicano i suoi occhi di brillare nelle loro sfere finché esse non tornino. Quale differenza farebbe se i suoi occhi fossero lassù ed esse splendessero nel suo volto? Lo splendore della sua guancia mortificherebbe di vergogna quelle stelle come la luce del sole una lucerna; i suoi occhi nel cielo irradierebbero con tanta luce le regioni dell'etere che gli uccelli si metterebbero a cantare credendo che fosse già giorno. Vedi com'ella posa la guancia sulla mano. Oh, fossi io un guanto su quella mano per poter toccare quella guancia! 11*
(atto II, scena II, versi 2-25)



Prima alla festa, Romeo, sotto il fascino dell'amore, era stato così incantato da Giulietta che l'aveva vista come un tempio sacro. Ora, nel suo cortile, la paragona al sole, alla luna, alle stelle nel cielo. Questo povero ragazzo è così sfortunato che vede tutto in Giulietta fuorché la donna in carne ed ossa che ella è realmente. Non è tanto innamorato di Giulietta come persona, quanto del modo in cui il suo amore la simbolizza (tempio sacro, sole, luna, stelle). Si potrebbe dire che è innamorato dell'immagine di Giulietta o dell'idea che se ne fa. Romeo ha confuso l'apparenza con la realtà dell'amore.



Verso la fine della scena del balcone, i due hanno fatto voto di sposarsi. Al momento in cui Romeo sta per lasciare Giulietta, lei lo richiama. La risposta di Romeo all'appello della sua beneamata merita un'attenzione particolare:
E' l'anima mia che chiama il mio nome. Come suonano dolci e argentine le voci degli amanti nella notte! Come la più dolce musica ad orecchi tesi all'ascolto. 12*
(atto II, scena II, versi 164-167)



Questo è uno dei versi più rivelatori che Romeo pronuncia in tutta l'opera. Giulietta simbolizza per Romeo la sua propria anima. Poiché l'anima è femminile, accade spesso che l'uomo veda nella donna un aspetto della sua anima. Nella Bibbia, l'anima è simbolizzata dal femminile; ecco perché sia gli uomini che le donne sono chiamati "Sposa di Cristo".


Il desiderio che Romeo e Giulietta provano l'uno per l'altra è in parte alimentato dal fatto che appartengono a delle famiglie nemiche. A causa della nostra natura decaduta, desideriamo perversamente ciò che ci è proibito. Il desiderio proibito è spesso la forza motrice che sta dietro a relazioni amorose adulterine appassionate. Qualora il partner adulterino divorzi da sua moglie, si rende rapidamente conto che il fuoco del suo nuovo "amore" si è estinto. A quel punto anela generalmente all'amore vero che condivideva un tempo con la sposa abbandonata. Siccome siamo creature decadute, desideriamo a volte intenzionalmente ciò che ci è negato. Una volta che abbiamo ottenuto ciò che desideriamo carnalmente, ci sentiamo spesso vuoti e insoddisfatti.


Romeo chiede ora a Fra' Lorenzo di sposarli. All'inizio il frate pensa che Romeo sia ancora affettivamente legato a Rosalina ed è colpito dall'apprendere che egli è adesso "innamorato" di Giulietta e vuole sposarla pur conoscendola da così poco tempo. E dice:
Beato San Francesco! Quale mutamento è questo! Rosalina, che tu amavi così follemente, così presto abbandonata? Allora l'amore dei giovani non sta veramente nei loro cuori, ma nei loro occhi. 13*
(atto II, scena III, versi 61-68)



Pensando però che quel matrimonio tra due membri di famiglie nemiche potrebbe causare la loro riconciliazione, il frate acconsente a celebrare l'unione.
Mentre Romeo e il frate attendono l'arrivo di Giulietta prima che la cerimonia segreta abbia luogo, Romeo dice:
Unisci solo le nostre mani con sante parole, e poi la morte divoratrice dell'amore faccia tutto quello che può. A me basta poterla dire mia. 14*
(atto II, scena VI, versi 6-8)



L'amore tragico è narcisistico; è egoista. A Romeo interessa possedere Giulietta allo stesso modo di un oggetto. La Bibbia ci insegna che il vero amore è esattamente il contrario: "(l'amore) non cerca il suo interesse" (1Corinzi, 13-5).



Romeo e Giulietta si sono sposati e poco tempo dopo un amico stretto di Romeo, Mercuzio, viene ucciso di spada da Tebaldo, il cugino di Giulietta. Le ultime parole di Mercuzio a Romeo sono: "La peste su tutt'e due le vostre case!"
L'amore tragico porta anche distruzione nelle vite di coloro che lo circondano. La maledizione di Mercuzio sulle due famiglie comunica la natura dell'amore tragico: non è benedetto.



A questo punto dell'opera appare Paride. E' forse la sola persona di questa storia che si avvicina al vero amore. Egli ama Giulietta. Si è assicurato di avere la mano della sua futura moglie tramite il canale appropriato: l'assenso del padre. I genitori hanno fissato la data delle nozze. (Soltanto Romeo, Giulietta, la nutrice di Giulietta e il frate sono a conoscenza del matrimonio segreto.) Giulietta è atterrita dal piano di suo padre di maritarla a Paride. Non lo ama, ed è già sposata.
Romeo uccide Tebaldo per sbaglio in uno scontro. Ricercato ora per omicidio, deve nascondersi.


Giulietta sprofonda nella disperazione all'idea del matrimonio che si approssima e di sapere che Romeo è diventato un fuggitivo. Alla ricerca d'aiuto, incontra il frate che escogita un piano per salvarli. Dà una pozione a Giulietta che, una volta ingerita, la immergerà in un sonno così profondo che coloro che la troveranno la crederanno morta. Una volta che Giulietta sarà posta in una tomba, il frate le porterà Romeo. Allora andrà tutto bene.


Ma l'amore tragico attira il disastro e sembra pure nutrirsene. Nonostante le due morti già avvenute, gli occhi di questi due amanti sventurati restano ciechi. L'amore tragico è clandestino. Non può essere condiviso con gli altri. Il vero amore è libero d'invitare gli altri a partecipare della gioia che gli innamorati condividono. L'amore vero dà; benefica tutti quelli che entrano nel suo cammino.


L'amore tragico è irresponsabile; cerca la via facile. Romeo non si assume la responsabilità dell'uccisione di Tebaldo. Preferisce scappare. Giulietta non si prende la responsabilità di aver sposato Romeo. Mente a suo padre e non gli dice che non può sposare Paride. La soluzione facile per uscire da quest'imbroglio consiste nel prendere una "pozione magica". Una volta che i suoi effetti saranno svaniti, tutto andrà bene.


L'amore tragico è idolatra. L'idillio tra un uomo e una donna può essere talmente distorto che diventa quasi adorazione. Nell'amore romantico noi cerchiamo forse di provare una sensazione divorante. Ma l'unico vero luogo dove l'uomo può davvero trovare una sensazione totalmente divorante è nello stupore religioso vissuto nella presenza di Dio. La ricerca dell'amore romantico può pure esprimere la nostra sete di un sentimento di pienezza. Ma l'unico luogo in cui l'uomo deve cercare la pienezza è in Dio, in una relazione con Gesù. Fintantoché siamo "innamorati", il mondo è bello, pieno di colori, come una primavera che non finisce mai. Quando non siamo "innamorati", il mondo è come una fredda e grigia giornata di febbraio in una città mineraria.


Com'è che quando è malato d'amore, all'inizio dell'opera, Romeo si rivolge al frate per avere un consiglio? Perché, quando la loro relazione è minacciata, Giulietta si rivolge anch'essa a lui? E' perché il frate è un simbolo della Chiesa, la rappresentante di Dio.
Adamo ed Eva conobbero il vero timore religioso prima della Caduta. Poiché erano in corretta relazione con Dio, erano in corretta relazione reciproca. Si vedevano com'erano veramente, senza proiettarsi la loro immagine idealizzata dell'amante perfetto. Per questa ragione potevano stare spalla contro spalla, fianco a fianco, nudi e senza vergogna davanti a Dio e davanti l'uno all'altra. E' soltanto dopo la Caduta che Adamo ed Eva provarono vergogna e si coprirono di foglie di fico. Facendo ciò, misero le prime maschere per coprire la loro vera identità.


Il piano del frate fallisce. Siccome Romeo si nasconde, il frate non può avvisarlo che Giulietta non è morta, ma giace soltanto in un sonno indotto dalla pozione. Dopo che Giulietta è deposta nella sua tomba, Romeo viene a conoscenza della sua "morte". Pensando che ha perso il suo amore, va da un apotecario a comprare del veleno. Poi si reca alla tomba di Giulietta per uccidersi accanto alla sua beneamata.


A sorpresa, Romeo vi trova Paride, che è venuto a piangere la perdita di Giulietta. I due si affrontano e si battono a duello, durante il quale Romeo uccide Paride. Poi Romeo apre la tomba e vi trasporta il corpo del rivale. Dopo aver trovato il corpo "morto" di Giulietta, la bacia un'ultima volta, beve il veleno e muore.
Romeo non va alla tomba di Giulietta per piangerla, ma per darle un ultimo drammatico bacio e togliersi la vita. Non considera il dolore e la tristezza che arrecherà alla sua famiglia e ai suoi amici con il suo suicidio. L'amore tragico non tiene conto dei sentimenti degli altri.


Paride, al contrario, va alla tomba di Giulietta per piangere la sua morte e dirle addio. L'afflizione è la reazione consona alla perdita del vero amore. Benché un sincero dolore contenga spesso degli elementi di disperazione e l'afflitto si domandi come potrà continuare a vivere, egli si guarda bene dall'infliggere una pena supplettiva ai suoi cari sopprimendo la sua vita. Col suo dolore Paride prova che amava Giulietta nel modo giusto. Romeo non prende neanche il tempo per affliggersi.


Poco tempo dopo, il frate, vecchio e lento, giunge alla tomba di Giulietta per scoprirvi i cadaveri di Romeo e Paride. Gli effetti della pozione data a Giulietta svaniscono e lei si risveglia. Il frate cerca di convincerla a fuggire quando sente avvicinarsi altre persone alla tomba. Ma lei si rifiuta ed ordina al frate di andarsene. Sola con i corpi di Paride e Romeo, dà a Romeo un ultimo bacio, prende il suo pugnale e si uccide.


Giulietta (come Romeo) non pensa al dolore; opta anche lei per il suicidio. In alcune rappresentazioni dell'opera, il pugnale usato da Giulietta è lo stesso di quello col quale Romeo ha ucciso Paride: un ironico colpo di scena. L'amore di Paride per Giulietta è il solo amore di tutta l'opera vicino alla realtà. Il pugnale diventa allora un simbolo di ciò che fa l'amore tragico all'amore vero: l'uccide.
Le famiglie di Romeo e Giulietta arrivano, accompagnate dal Principe di Verona. Disperate per la perdita di quelle vite, le due famiglie si riconciliano, e l'opera termina con queste parole:
perché non vi fu mai storia più dolorosa di questa di Giulietta e del suo Romeo.
(atto V, scena III, versi 309-310)





L'immagine idealizzata della donna
Come Romeo, anch'io sono passato attraverso uno stadio d'idealizzazione della donna. Dopo essermi dimesso dal mio incarico di professore alla Wright State University, mi trasferii a Milwaukee per tre anni. Lungo questo periodo lavorai con una compagnia di teatro cristiana nella quale incontrai "Melanie". Melanie era, ed è senz'altro ancora, una donna "più grande della vita". Piena d'energia e molto viva, mi ricordava quella studentessa che aveva acceso la prima scintilla di una sessualità normale in me. Mi "innamorai". Melanie, tuttavia, non era innamorata di me.



Dopo aver lavorato con lei in numerose rappresentazioni, i miei sentimenti romantici verso di lei divennero più forti. Tutto ciò sarebbe potuto andar bene, se i suoi fossero stati reciproci. Si prese pure il disturbo di avere un incontro con me per dirmi gentilmente che non era interessata, cosa che apprezzai davvero. Dopo quell'incontro decisi di smettere di correrle dietro. Ma il mio cuore aveva altri piani. Anche se sapevo razionalmente che non c'era nessuna speranza di una relazione sentimentale tra di noi, continuavo a provare dei sentimenti fortissimi per lei. Appariva addirittura frequentemente nei miei sogni.



Nello stesso periodo, Leanne Payne ed io diventammo amici. Condivisi con Leanne alcuni miei sentimenti per Melanie e lei ne fu incantata; finché le dissi dei miei sogni nei quali sia lei che Melanie comparivano. Dal contenuto di quei sogni, comprese che sia Melanie che lei stessa erano per me delle figure molto idealizzate. Non ero pronto a capire ciò che tutto questo, a quel tempo, significava per me, ma dai consigli che Leanne mi aveva dato, mi resi conto che nei miei sogni Melanie e Leanne simbolizzavano il mio proprio femminile e che dovevo interpretarli in maniera simbolica e non letterale. In altre parole, non sognavo letteralmente di Melanie e Leanne; sognavo di quella parte di me che esse rappresentavano.



Dopo aver confidato a Leanne certi sogni un po' imbarazzanti su Melanie con lei, mi disse: "Mario, credo che tu stia vivendo una confusione simbolica riguardo a Melanie." Non comprendendo veramente cosa intendesse per "confusione simbolica", ne feci un oggetto di preghiera. Il Signore mi rispose, dandomene la comprensione, attraverso due incidenti importuni.


Il primo incidente accadde durante una cena in onore del corpo teatrale per il quale Melanie ed io lavoravamo. Eravano seduti assieme agli altri membri della compagnia a una tavola rettangolare lunga e stretta, ed ero davanti a lei. Mentre cenavamo, il mio corpo si piegava continuamente verso Melanie, attirato da lei come da una calamita. Improvvisamente, la mia cravatta cadde nel piatto. Cercai consciamente di resistere al desiderio di avvicinarmi fisicamente a lei. Malgrado i miei sforzi, il mio corpo continuava a chinarsi in avanti in modo incontrollabile. Se tutto ciò avesse dovuto continuare, sapevo che la mia camicia e la mia cravatta si sarebbero completamente coperte di cibo. Alla fine, snervato e imbarazzato dai miei sentimenti e movimenti, mi scusai semplicemente e andai a sedermi a un altro tavolo.


Il secondo incidente fu un appuntamento con una ragazza che chiamerò Louise. Siccome era chiaro che Melanie non aveva nessuna intenzione di uscire con me, cercai di interessarmi ad altre donne. Pensavo che questo mi avrebbe aiutato a superare i miei sentimenti per Melanie. Incontrai Louise in chiesa. Era una cristiana matura e intelligente, ed anche molto carina. Cominciammo a passare del tempo assieme per conoscerci meglio.


Una sera Louise ed io uscimmo insieme a cena. Durante tutta la serata, avevo la mente talmente occupata da Melanie che dovevo pensare due volte prima di chiamare Louise con il suo nome, per paura di pronunciare per sbaglio quello di Melanie. Durante la cena, molte qualità femminili di Louise mi ricordarono Melanie: il suo pullover delicato d'angora, la collana di perle attorno al collo, il modo con cui i suoi capelli s'arricciavano un attimo prima di toccarle le spalle, il suo bellissimo sorriso. Eppure Louise non assomigliava per niente a Melanie. Infatti erano del tutto diverse l'una dall'altra, con una sola eccezione: erano entrambe molto femminili. Dopo quella serata, seppi che non ero ancora pronto per avere una relazione con una donna. Così Louise ed io c'incontrammo un'ultima volta a cenare insieme e terminammo serenamente la fase romantica della nostra amicizia.


Dopo questi due incidenti, collegai questi miei potenti sentimenti per Melanie a quelli nevrotici che avevo provato un tempo per un giovane quando ero ancora afflitto dall'omosessualità. Ora sapevo che dentro di me qualcosa non andava. Il consiglio di Leanne riguardo alla confusione simbolica mi ritornò alla mente.
Nel mio cuore, la femminilità e Melanie erano inestricabilmente legate. Lei era il metro che impiegavo per riconoscere il femminile nelle altre donne e in me. In quanto simbolo del mio cuore, Melanie era un tempio della femminilità, un tributo a tutto ciò che è femminile. Quando vedevo qualcosa di femminile, pensavo immediatamente a Melanie. Mentre stavo con Louise, avevo proiettato inconsciamente su di lei il simbolo della femminilità racchiuso nel mio cuore: Melanie.


Le mie relazioni con Melanie erano guidate dal mio bisogno immaturo di possederla, di averla per me. Avevo una fame divorante per Melanie, molto simile alla mia vecchia compulsione cannibale verso gli uomini. Volevo prendere da lei una parte di me stesso con la quale non ero in contatto. Melanie simbolizzava una parte del mio femminile da cui ero separato e che avevo bisogno d'integrare.


Come l'amore immaturo che abbiamo visto in "Romeo e Giulietta", i miei pensieri riguardo a Melanie volgevano tutti molto velocemente al matrimonio. Tuttavia avevo omesso di farmi alcune domande importanti e necessarie quali: "Mi ama?" Come Romeo, non vedevo realmente la persona in carne ed ossa che stava innanzi a me. Vedevo Melanie solo conformemente all'immagine idealizzata della donna che avevo proiettato su di lei. Melanie era la mia Giulietta.


Una volta che questa consapevolezza penetrò profondamente nel mio cuore, divenni consapevole del peccato di aver cercato di trovare la felicità nella creatura anziché nel Creatore. Come per Romeo, Melanie era una specie di sacro tempio nel mio cuore. Era perciò necessario che mi pentissi della mia idolatria.


Quella settimana, al gruppo di preghiera, confessai il mio peccato e me ne pentii. Poi dei membri dei gruppo pregarono per me imponendomi le mani perché ricevessi il perdono e la guarigione dei peccati. Dopo aver ricevuto il perdono di Dio, irruppi spontaneamente in grida d'amore per Gesù. Siccome tutta la mia religiosa venerazione era diretta verso di lui e non più confusamente verso la donna sotto forma di un'adorazione idolatra incosciente, ero libero di amare ed adorare Gesù ancora di più.


Il pericolo reale da cui Melanie ed io fummo risparmiati, innanzitutto perché Melanie non condivideva i miei sentimenti, fu il matrimonio. Se l'avessi sposata, avrei forse potuto svegliarmi una mattina ed accorgermi che non era all'altezza della mia immagine idealizzata della donna: l'"altro" romantico e perfetto. Questo accade a molti giovani sposi. Nella maggior parte dei casi ciò non significa che non avrebbero dovuto sposarsi, ma che hanno bisogno di amare in un modo più maturo. Ad ogni modo, nel mio caso, il mio "amore" per Melanie avrebbe potuto mutarsi in odio molto facilmente, perché il volto dell'ambivalenza verso l'altro sesso avrebbe potuto voltarsi per rivelare il suo opposto, l'odioso volto della stessa ambivalenza.





La paura e il disprezzo per l'altro sesso
Noi possiamo serbare, in un angolo del nostro cuore, la nostra immagine idealizzata della donna vista come oggetto di adorazione e venerazione (un sacro tempio) e contemporaneamente, in un altro angolo, quella della donna vista invece come oggetto di timore e disprezzo.

Poco tempo dopo il mio arrivo a Milwaukee, Leanne Payne mi offrì cortesemente la sua amicizia e la sua assistenza psicologica. Benché molti, al mio posto, sarebbero stati ben lieti di cogliere l'opportunità di lavorare con Leanne e di imparare da lei, io non lo ero. Infatti provavo una strana resistenza all'idea di farmi troppo vicino a lei, pur provando allo stesso tempo un affetto sincero nei suoi confronti.



Avevo dei sentimenti contrastanti e volevo sia evitarla che avvicinarmi a lei. Senza saperlo, stavo provando l'ambivalenza verso l'altro sesso anche nei confronti di Leanne. Ma invece di vedere in lei l'immagine idealizzata della donna, la vedevo sia idealizzata che svalutata. Una parte di me considerava Leanne come l'"altro" temuto e disprezzato.
All'inizio razionalizzai queste emozioni ambivalenti con dei pensieri negativi riguardo a Leanne. Fondamentalmente, la incolpavo di questa ambivalenza, pensando che quei sentimenti erano in qualche modo colpa sua.



In realtà provavo un vero affetto per lei e apprezzavo tutto ciò che aveva fatto per me. I suoi libri mi riempivano di profonda gratitudine per il suo cuore pieno di sollecitudine e di comprensione. In più, Dio aveva usato "The Broken Image" per riportarmi a lui. Se non altro per questo solo motivo, le ero riconoscente. Tuttavia, quand'ero con lei non riuscivo mai a ringraziarla in modo cortese per il modo con cui Dio l'aveva usata nella mia vita. Facevo fatica a guardarla negli occhi, e ancor più a dirle grazie.



Leanne m'invitava talvolta a casa sua per un pranzo e un momento di condivisione fraterna con altri cristiani. Condividevamo assieme ciò che il Signore faceva nelle nostre vite. Non ha mai mostrato condiscendenza, quel tipo di atteggiamento da cristiana matura che guarda dall'alto il fratellino immaturo. Mi ha sempre rispettato sia come persona che come fratello in Cristo. Quando le confidavo le mie lotte, Leanne si offriva spesso di pregare per me. Più di una volta l'ho chiamata chiedendole di venire a pregare per me e durante quei momenti di ministero raramente ho sentito qualcosa accadere (talvolta la mia mente era troppo occupata da pensieri ambivalenti su di lei). Tuttavia, diverse ore dopo la preghiera, la potenza dello Spirito Santo scendeva su di me e una guarigione aveva luogo dentro di me.



Una ragione per la quale avevo difficoltà a ricevere da Leanne era che non volevo esserle debitore. Eppure, dalla lettura dei suoi libri e dalla sua amicizia, sapevo che era una tra le poche persone della cristianità che poteva veramente aiutarmi. Così mi sofrzavo di ricevere da lei, ma malvolentieri.


In seguito compresi il perché quando lessi il libro di Walter Trobisch "All a Man Can Be" (Tutto ciò che un uomo può essere), il quale è composto da tre parti: le sofferenze specifiche dell'uomo, come l'uomo reagisce alle sue sofferenze, come l'uomo viene liberato e guarito dalle sue sofferenze. Riguardo alle sofferenze dell'uomo insicuro, egli scrive:
L'uomo, il grande conquistatore, la figura monumentale, deve ammettere, quando si osservano semplicemente i fatti, che è dipendente dalla donna. Sin dall'inizio della sua esistenza è stato colui che riceve; ed è la donna colei che dà.

Dappertutto nel mondo è la stessa storia: chi riceve si sente sempre umiliato, abbassato, davanti a chi dona. 16*



Secondo Trobisch, questa è la condizione dell'uomo finché non porta tutti questi sentimenti alla luce redentrice di Cristo e si pente. Non soltanto noi uomini dobbiamo riconoscere il nostro bisogno di ricevere dalla donna, ma per diventare degli uomini integri, dobbiamo avere l'umiltà di chiedere il suo aiuto ogni volta che ce n'è il bisogno. Trobisch continua: "Un uomo liberato è qualcuno che non ha paura di chiedere la sua direzione. In questo modo egli diviene guida: solo chi è guidato può guidare." 17*



Leanne appariva anche nei miei sogni. Quando le raccontai di questi sogni, mi ricordò gentilmente che non sognavo direttamente di lei, ma piuttosto di una parte di me stesso che lei simbolizzava per me. Al principio mi fu difficile afferrare questo concetto, ma lo deposi nel cuore davanti al Signore in preghiera, chiedendogli di farmelo capire.



Verso la fine del mio primo anno al Milwaukee, assistetti a una conferenza dove Leanne era una delle oratrici principali. Nel corso della conferenza ebbi un incontro privato con lei, durante il quale mi mise affettuosamente di fronte alla mia ambivalenza verso l'altro sesso che avevo verso di lei. Tuttavia, siccome questa si situava ancora ad un livello inconscio, le dissi che non ero cosciente di nessuna ambivalenza.



E' importante sottolineare qui il fatto che, a causa della natura inconscia delle proiezioni ambivalenti verso l'altro sesso, le persone spesso non si rendono conto di ciò che fanno. Per questo motivo ogni confronto deve aver luogo al momento appropriato e dovrebbe essere condotto da una persona rispettata e di fiducia. Fino a quel momento i consigli e le preghiere di Leanne avevano sempre portato buoni frutti nella mia vita, quindi misi le sue osservazioni davanti al Signore nella preghiera. In aggiunta, sapevo che mi voleva bene e che ciò che mi aveva detto poteva probabilmente essere vero.



Ritornai al mio posto, attendendo che iniziasse la sessione seguente. Stavo lì seduto, pregando in silenzio Gesù ed elevando a lui le esortazioni affettuose che avevo ricevuto da Leanne. Leanne poi si avvicinò al podio e riprese il suo insegnamento. Come ogni volta che parlava, faceva degli ampi gesti con le mani e, per la prima volta, notai che aveva messo dello smalto rosso sulle unghie.


Mentre guardavo quelle unghie rosse, che mi apparivano come dei tizzoni ardenti, fluttuare nell'aria ad ogni suo movimento, cominciai a sentirmi a disagio. Iniziai a pensare che Leanne sembrava un po' quasi ad una strega, con quelle unghie rosse. La mia mente cominciò a vaneggiare: "Oh Signore, forse è davvero una strega travestita. E io mi trovo probabilmente coinvolto per sbaglio in una setta." Improvvisamente, provai per Leanne sia paura che disprezzo.



Pieno d'ansia per questi miei pensieri, mi concentrai nuovamente sull'insegnamento in corso. In quel preciso istante, sentii Leanne dire: "A volte, quando lavoro con un uomo che è in via di guarigione dalla confusione dei generi, tutto ciò che devo fare per rendergli evidente la sua ambivalenza verso l'altro sesso, è mettere dello smalto rosso per le unghie."



Ebbene, era esattamente ciò che mi era capitato. Proprio come le qualità femminili in Melanie avevano suscitato in me dei pensieri e dei sentimenti legati alla mia immagine idealizzata della donna, in quel momento Leanne suscitava in me l'estremo opposto di questi pensieri e sentimenti. Le sue unghie smaltate richiamavano alla mia coscienza l'immagine temuta e disprezzata che avevo della donna. La manifestazione di questa confusione simbolica era iniziata con dei pensieri ambivalenti generici verso Leanne, era stata provocata dal mio disagio alla vista delle sue unghie rosse, ed era culminata infine con la mia proiezione su di lei dell'immagine temuta e disprezzata della donna-strega che avevo nel cuore.



Guardando indietro, mi rendo conto che trattai Leanne, sul piano emozionale, come la gente trattò, con le debite proporzioni, Giovanna d'Arco al suo tempo. In un momento vedevo Leanne come "la Santa", una serva obbediente di Dio; un momento dopo la vedevo come "la Strega" e la condannavo al rogo con i miei pensieri ambivalenti.



Giovanna d'Arco è un triste esempio di ciò che molte donne hanno vissuto durante i secoli. La Storia conta un numero sproporzionato di donne che sono state bruciate come streghe, in confronto agli uomini bruciati come stregoni o maghi. Ciò non significa che non esistano delle vere streghe o delle donne spezzate che debbano correggere una loro propensione a controllare e dominare. Tuttavia, l'autentica risposta cristiana di fronte a una vera strega consiste nel guidarla verso la Croce e non di bruciarla sul rogo.



Anche oggi nella Chiesa, non è raro che una donna molto dotata, o dominatrice, o manipolatrice sia accusata di avere uno spirito di stregoneria. Ciò che molti non riescono a capire, è che una donna può diventare dominatrice o manipolatrice in una relazione con un uomo passivo. In certi casi, questa può essere la sola difesa che una donna sposata disponga per tenere assieme la famiglia o il solo mezzo che conosca per motivare suo marito a provvedere per i suoi figli. Il problema potrebbe essere posto altrettanto facilmente in termini pseudospirituali etichettando l'uomo di passività e quindi accusandolo di avere uno spirito di indolenza.



Ho sentito dei pastori dire di certe donne: "Ha uno spirito di Gezabele" oppure "ha uno spirito di stregoneria". Sono pure venuto a sapere che un uomo ambivalente, cacciatore di streghe, aveva spinto una donna contro un muro, cercando di cacciare via da lei uno spirito di Gezabele. Ma non ho mai sentito che un uomo dominatore e manipolatore sia stato accusato di avere uno spirito di Acab (il marito altrettanto malvagio di Gezabele nell'Antico Testamento) o di Simon Mago. Credo che gli uomini che passano il loro tempo ad additare spiriti di Gezabele soffrano di ambivalenza verso le donne. In queste circostanze non è il dono del discernimento degli spiriti maligni che essi mettono in pratica, ma piuttosto un sospetto carnale di presenza demoniaca unito all'ambivalenza verso l'altro sesso.



Che sia verso lo stesso sesso o l'altro sesso, l'ambivalenza è legata a ciò che gli psicologi chiamano transfert. Il transfert consiste nel proiettare su una persona del presente le dinamiche relazionali riguardanti persone che abbiamo conosciuto nel passato. Ci sono dei transfert positivi, come la visione idealizzata della donna nell'ambivalenza verso l'altro sesso. Ci sono anche dei transfert negativi, come la visione della donna temuta e disprezzata nell'ambivalenza verso l'altro sesso. Per essere guariti, dobbiamo affrontare direttamente i nostri transfert e comprendere come si sono originati. Ma spesso rifiutiamo di capire. Infatti, questa resistenza può manifestarsi al momento stesso in cui un transfert è più evidente, come abbiamo visto con l'evangelista della televisione che rifiutò l'aiuto che la sua chiesa gli offriva, benché il suo problema fosse diventato di pubblico dominio e che avesse confessato il suo peccato.



E' l'orgoglio che alimenta generalmente la nostra resistenza e ci impedisce di affrontare apertamente i nostri peccati e i nostri difetti. Spesso l'inganno penetra allora in noi. Dick Keyes scrive:
Più spesso di quanto vogliamo ammettere, l'inganno è il modo con cui facciamo fronte a situazioni minacciose e colpe personali. La disonestà può insorgere naturalmente al pari dell'azione di riflesso di chiudere un occhio o di alzare una mano per proteggersi il viso. 18*



Quando illudiamo noi stessi pensando che i problemi interni alla nostra anima non esistono, di solito incolpiamo gli altri. Una volta che troviamo qualcuno da incolpare, il nostro problema è deviato su un'altra persona. Tale è il caso dell'uomo afflitto di ambivalenza verso l'altro sesso che rifiuta di affrontare il suo problema. Prende in senso letterale le immagini confuse della donna che sono presenti nel suo cuore e la vede come una persona da temere e disprezzare. Proiettando quest'immagine deformata su una donna in carne ed ossa, inganna se stesso e gli altri nel credere e nel far credere che essa è una strega o che ha uno "spirito di Gezabele".




Le donne dei miei sogni
Le figure retoriche in letteratura sostituiscono generalmente una cosa con un'altra. Una figura retorica può avere un significato letterale o figurato. Le persone che appaiono nei nostri sogni possono quindi essere delle rappresentazioni sia in senso letterale che figurato di una parte di noi stessi. Una volta che compresi questo, chiesi a Dio di aiutarmi a capire i miei sogni.


I sogni che facevo con Melanie e Leanne mi rivelarono delle parti del mio cuore che avevano bisogno di essere guarite. Nella mia infanzia, avevo visto la donna soltanto sotto la luce negativa della sottomissione degradante. Era sintomatico della mia lacerata condizione che il mio cuore fosse alla ricerca del vero femminile, della vera donna. A causa delle mie fratture interiori il femminile in me urlava, tanto cercava di esprimersi e di trovare un significato. Il mio corpo desiderava ardentemente delle immagini di donne sane e complete. Questo anelito si traduceva nei miei sogni. Leanne e Melanie rappresentavano il vero femminile in me.


Leanne, in quanto autrice, professoressa, donna di Dio, simbolizzava il mio femminile nei suoi doni creativi elargiti da Dio. Nel suo cammino con Cristo e nella sua competenza nell'ambito del sostegno pastorale alle persone, vedevo in lei la maturità cristiana verso la quale il Signore mi stava conducendo. Più contatti avevo con lei, più lei faceva emergere in me le dimensioni guarite e non guarite del mio femminile.



Quanto a Melanie, lei rappresentava il mio femminile quale avrebbe dovuto essere: vivo, libero di rispondere a Dio e gioioso. Nel momento in cui presi coscienza dell'alterità della donna, incontrai Melanie. Anche lei rappresentava la vera donna, il giusto partner per l'uomo vero. In sua presenza mi sentivo spesso come se tutta la sana mascolinità in me prorompesse al pari di un giovane cervo saltellante di gioia in un prato. Proprio come Romeo afflitto da un amore infausto vedeva la sua anima in Giulietta, così io vedevo la mia in Melanie.


Quando non riceviamo la guarigione dalla nostra ambivalenza verso l'altro sesso e dalla confusione simbolica del nostro cuore, siamo spesso legati dal peccato di invidia. Nel mio stato spezzato, invidiavo Leanne come scrittrice e come operatrice e consigliera spirituale. Invidiavo anche Melanie per la sua libertà di spirito che pensavo inaccessibile agli uomini. Se non mi fossi pentito di questo peccato, non avrei mai potuto giungere ad amare una donna correttamente, né ad apprezzare i suoi doni, né riconoscere in me stesso una parte delle buone qualità di Melanie e di Leanne che invidiavo prima. Senza guarigione, avrei continuato per sempre a proiettare il mio femminile sulle donne, sarei stato incapace di avere una relazione sana con loro, e sarei rimasto alienato da una buona parte della mia propria anima.





Quando l'uomo proietta la sua anima sulla donna
L'anima (un termine usato parsimoniosamente nelle traduzioni moderne della Bibbia) non è una parte della natura umana, ma la caratterizza nella sua totalità. La parola "anima" sia in ebraico (nepheth) che in greco (psyché) è di genere femminile. L'anima di ogni persona è femminile; è l'anima che risponde (il femminile) all'iniziativa di Dio (il maschile). Riguardo la nostra relazione femminile con il nostro Dio maschile, il dott.Donald Bloesch scrive:


Dio non è un uomo, ma la maggior parte delle volte sceglie di relazionarsi con noi come maschile. Yahvé, a differenza degli dei e delle dee delle religioni pagane, non ha una sposa. Siamo noi, la Chiesa, la sua sposa, e ciò significa che la Chiesa costituisce la dimensione femminile del sacro. Nell'Antico Testamento Israele è presentato come la Sposa di Yahvé (Isaia 54,5; Osea 2,2.7.16) e la Figlia di Sion (Isaia 16,1 e 62,11; Geremia 6,2-23; Lamentazioni 1,6 e 2,18). Nel Nuovo Testamento la Chiesa è ritratta come la Sposa di Cristo. 19*



Kevin, la cui storia è servita da introduzione a questo capitolo, ed io avevamo una cosa in comune: eravamo alienati dalla donna e dal femminile in noi. Di conseguenza, eravamo separati da certi aspetti delle nostre anime. Vi ricordate che Romeo parla di Giulietta come della sua "anima". Sulla natura femminile dell'anima Ruth Tiffany Barnhouse scrive:
Non è un caso se nei sogni delle persone come nei miti (che sono i sogni di una razza) sono sempre delle figure femminili che vengono scelte per rappresentare l'anima. Le scrittrici femministe d'oggi sono spesso oltraggiate, e i teologi maschi spesso imbarazzati, da alcuni dibattiti medievali sulla questione se le donne avevano un'anima oppure no. Ci si dimentica tuttavia di specificare che uno degli argomenti esplicativi più importanti del motivo per cui si riteneva che la donna non avesse un'anima è perché essa è anima. 20*



Nel suo libro "The Flight from Woman" (La fuga dalla donna), Karl Stern prende atto della fuga storica degli uomini dal femminile. Di conseguenza, gli uomini hanno perduto non solo il contatto con tutto ciò che vi è di buono nelle qualità femminili esistenti nell'umanità, ma anche quello con le loro proprie anime. Nel contesto delle coppie cristiane, sento spesso gli uomini dire: "E' mia moglie che sente Dio quando prega; io ricevo tutta la guida di cui ho bisogno dalla Parola" (e cioè attraverso un'analisi razionale della Bibbia, che è senz'altro necessaria ad un sano cammino cristiano, ma non dovrebbe essere la sola maniera con la quale entrare in relazione con Dio).




Questi uomini credono invariabilmente che le donne siano soprattutto intuitive e gli uomini essenzialmente razionali. Benché la saggezza femminile comprenda degli aspetti intuitivi e la saggezza maschile degli aspetti razionali, è sbagliato rinunciare a possedere una di queste forme di saggezza a causa della nostra appartenenza sessuale.



In questo tipo di coppie, le donne sono spesso d'accordo con i loro mariti e rinunciano così alla loro intelligenza "sottomettendosi" semplicemente al modo di pensare dei loro coniugi. Facendo così, non esercitano la parte analitica della loro intelligenza e gli uomini non utilizzano la loro parte intuitiva femminile. Leanne Payne scrive:
Non possiamo perdere il principio femminile senza indebolire e alla fine perdere il maschile; non possiamo conservare le qualità maschili di ragionamento e analisi separandole dal pensiero e dal cuore femminile intuitivo. Tutti gli aspetti della realtà sono come dei fili preziosi e colorati meravigliosamente intrecciati. Scartarne uno significa allentare e perciò mettere in pericolo l'intera struttura della vita. 21*



Quando degli uomini alienati dal femminile vengono da me per avere un aiuto, mi raccontano spesso con molti rimorsi che la loro vita di preghiera è poco attraente. Essendo soltanto in contatto con il ragionamento maschile, le loro preghiere possono essere nient'altro che una serie di affermazioni asciutte e razionali su Dio. Mentre pregano, non smettono di parlare, e raramente attendono (il femminile) di ricevere da Dio quella parola che egli manda loro. Separati dalle qualità femminili dormienti in essi, proiettano il loro femminile sulle loro mogli e si aspettano che esse si facciano carico di una parte della loro relazione con Dio che dovrebbero anch'essi vivere in prima persona. Se un uomo non ha una relazione corretta con la donna, non l'avrà neanche con la propria anima (il femminile in lui). Un'immagine distorta della donna nel suo cuore può andare di pari passo con l'incapacità di comunicare bene con Dio.



Quando l'ambivalenza dell'uomo verso l'altro sesso è identificata e messa alla luce della verità di Dio attraverso la preghiera, la confusione simbolica sottostante si disinnesta. Dei ricordi di peccati da parte di donne nei suoi confronti o di suoi peccati verso di loro si riverseranno nei suoi pensieri coscienti. Il dolore di non aver mai avuto delle relazioni profonde con la propria madre, di non aver avuto il sentimento d'esistere a contatto dell'amore materno, risalirà alla superficie. In preghiera davanti alla croce di Gesù, un uomo può perdonare le offese del passato, ricevere il perdono di Dio per i suoi propri peccati verso le donne, ed essere guarito dalle ferite di un'infanzia in cui sua madre non era mai veramente presente per lui.




Può anche confessare le sue colpe nei confronti delle donne. In questo modo l'uomo si libera delle visioni polarizzate della donna che sono radicate nel più profondo del suo cuore. La polarità più estrema è il complesso vergine-prostituta, ma l'ambivalenza verso le donne ha numerose varianti. In un uomo, il fatto di prendere semplicemente coscienza che il suo desiderio della donna idealizzata perfetta non sarà mai colmato o che la sua immagine della donna temuta e disprezzata non corrisponderà mai alla realtà è spesso sufficiente ad innescare il processo di guarigione interiore.



Una volta che giunsi a vedere Leanne e Melanie in modo corretto e cessai di proiettare su di loro le dimensioni non guarite del mio femminile, qualcosa di notevole ne risultò. Ebbi un senso d'esistere grandemente accresciuto. Se è nell'amore femminile (la madre) che giungiamo a un rassicurante sentimento d'essere, ne consegue che quando abbiamo dei rapporti corretti con il femminile sia in noi stessi che con gli altri, il nostro proprio senso d'esistere si approfondisce. Invece di proiettare parti di me sulle donne, mi integrai con la "mia signora anima", e lei trovò una dimora in me.




Integrare il femminile
Con la mia guarigione dall'ambivalenza verso l'altro sesso ormai decisamente avviata, mi ritrovai che stavo diventando apertamente più diretto verso le donne. Per la prima volta nella mia vita desideravo dare alla donna, volevo beneficarla. L'uomo nelle angosce dell'ambivalenza verso l'altro sesso non può dare alla donna. La vede sia come qualcuno d'inavvicinabile e fuori dalla sua portata, sia come qualcuno di cui aver paura e che deve controllare per paura che prenda il sopravvento, sia infine come qualcuno da evitare del tutto.



Siccome non ero più legato alle vecchie immagini distorte che il mio cuore aveva delle donne, ero ormai libero di sentire tutte le emozioni represse che avevo verso di loro. Per la maggior parte questi sentimenti erano buoni, ma alcuni no. Disinnestando nel mio cuore la confusione dei simboli riguardanti la donna, tutti gli atteggiamenti, le emozioni e i comportamenti illogici che scaturivano da queste immagini spezzate della donna emersero nei miei pensieri coscienti.



Nel caso della mio rapporto con mia madre, ero ora libero di lasciar affiorare i sentimenti negativi verso di lei che avevo rimosso dall'infanzia. Tuttavia sapevo che sarebbe stato insensato annichilirla con i miei sentimenti od incolparla proiettandoli su di lei. Invece di far questo, applicai l'opera della croce di Gesù a quei ricordi perdonando mia madre o chiedendole perdono a seconda del caso.



Mi trovai allora ad affrontare la seguente realtà: date le avverse condizioni presenti a casa nostra dovute essenzialmente al comportamento di mio padre, mia madre non aveva potuto dare affetto ai suoi figli perché era logorata sul piano affettivo ed emozionale. Compresi allora che mi ero legato a lei in una maniera negativa cercando di proteggerla da mio padre. Molte volte, inappropriatamente per una madre, mi aveva confidato certe cose che non erano da condividere con un figlio. Dovetti stabilire i giusti limiti che un figlio adulto deve avere con sua madre.



Per completare la mia guarigione, dovetti separare la mia identità dalla sua. Ciò sarebbe accaduto normalmente se mio padre mi avesse confermato come uomo mettendosi così tra lei e me. Ma non lo fece. In più, avevo l'abitudine di essere disponibile per mia madre in ogni circostanza, come un marito dovrebbe normalmente esserlo per sua moglie. Dovetti infine abbandonare il bisogno che avevo di proteggerla ed affidare la sua cura a Gesù. Questi cambiamenti fecero soffrire mia madre. Si sentì come se l'avessi abbandonata. Ma questa tappa era necessaria al mio benessere affettivo e alla maturazione della mia mascolinità.



Davanti al Signore affrontai sia i miei sentimenti negativi che positivi verso mia madre. Pregando assieme a degli amici fidati come Leanne e quelli del mio gruppo di quartiere, sentii un amore più profondo per mia madre sgorgare in me. Cominciai a vedere tutto ciò che in vari modi mi aveva dato quand'ero bambino. Fui allora sinceramente riconoscente verso di lei e libero di darle un amore incondizionato.



Nel corso degli anni che seguirono, uscii con diverse donne. Furono delle relazioni sane, costruite sul rispetto, su degli interessi reciproci e sull'amore per Gesù. Dopo alcuni mesi di una di queste relazioni, un'amica mi disse: "Mario, certe volte quando parliamo, è come se tu mettessi un muro e non c'è un'autentica comunicazione tra di noi." Sentendo anch'io questo muro invisibile, sapevo che c'era ancora qualcosa d'irrisolto nel mio cuore che riguardava le donne. Qualche anno più tardi, il Signore mi mostrò cosa aveva provocato la creazione di questo muro. Una paura profondamente rimossa d'essere abbandonato dalle donne m'impediva di avere fiducia in loro ai più profondi livelli del mio essere. Per quella ragione non riuscivo mai ad aprire totalmente il mio cuore a una donna e a desiderare di impegnarmi in una relazione coniugale.



Questa paura radicata di essere abbandonato da una donna risaliva ad un periodo della mia vita in cui ero stato ospedalizzato (e quindi separato da mia madre) per oltre un mese quand'ero ancora un bimbo. Sviluppai un'angoscia infantile da separazione che produsse una tensione genitale la quale si manifestò più tardi in masturbazione indotta dall'angoscia. Ad essa conseguì pure un sentimento inconscio d'abbandono.



Ancora una volta il Signore usò la mia relazione con Leanne Payne quale ambito in cui inquadrare e guarire questo problema di relazione con la donna. Proprio come sei anni prima la mia ambivalenza verso l'altro sesso si era manifestata con una proiezione su Leanne, così fu lo stesso con questa paura infantile d'abbandono repressa da lungo tempo.



In quel momento conoscevo Leanne da quasi otto anni. Con gli anni la nostra relazione si era trasformata in amicizia profonda. Agli inizi l'avevo contattata perché mi aiutasse, essendo operatrice pastorale nell'ambito delle relazioni d'aiuto. In seguito la nostra relazione si era sviluppata in un'amicizia poco formale e si era approfondita nel tempo, tanto che Leanne divenne per me una madre spirituale. In più, il Signore mi aveva chiamato a lavorare strettamente con lei nell'ambito di Pastoral Care Ministries, e lei mi considerava come un collaboratore fedele ed affidabile.



Questa fiducia costruitasi tra noi nel corso di quegli otto anni fu molto terapeutica. Attraverso la nostra relazione il Signore ricostruì in me una struttura di fiducia infrantasi quand'ero piccolo, struttura che si forma normalmente durante la prima infanzia. Tuttavia, dato lo stato di carenza affettiva di mia madre e il trauma prodotto dai maltrattamenti costanti di mio padre, ai quali si aggiungeva la mia personale angoscia da separazione, quel tipo di fiducia normale non si era mai sviluppata tra di noi in famiglia. In effetti Leanne era la prima donna in cui ebbi totalmente fiducia. La mia capacità di aprirmi liberamente a una donna più vecchia e saggia come Leanne mi permise di cominciare a fidarmi di altre donne.



Attingendo alla terminologia della psicanalisi classica, la mia relazione con Leanne includeva un forte elemento di transfert. Il transfert è un comune processo psicologico umano mediante il quale delle persone nel presente vengono sostituite a delle persone con le quali siamo stati in relazione nel passato. Dei transfert si verificano continuamente nel contesto dei rapporti d'amicizia, di lavoro, di comunità cristiana, di coppia.




I transfert avvengono anche frequentemente nell'ambito della Chiesa, che è dotata meglio di chiunque altro dei mezzi per apportare la guarigione a coloro che sono feriti sul piano affettivo. Quando è sana, essa diventa una nuova famiglia nella quale possiamo raggiungere la maturità. Scrivendo a Timoteo, Paolo dice: "Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza" (1Timoteo 5,1).



Certi transfert sono più forti di altri perché la loro intensità dipende dalle ferite affettive di colui che opera il transfert stesso. Nel mio caso, le mie carenze affettive mi portarono a fare di Leanne un sostituto materno.



Ci sono sia dei transfert positivi che negativi. Inizialmente sono quasi sempre positivi. Degli autentici tratti positivi in una persona sana permettono che dei transfert positivi si sviluppino tra una persona di questo tipo e un'altra ferita sul piano affettivo. Ho subito considerato Leanne in modo positivo, come una persona grandemente amorevole, buona, gentile, mossa da una fede profonda, e generosa. Sono queste davvero le effettive qualità della personalità di Leanne. I transfert positivi permettono a una persona ferita sul piano affettivo di fidarsi degli altri. Per questa ragione molti terapeuti si impegnano nel dimostrare una simpatia, una stima e un rispetto incondizionati verso i loro clienti, per creare un ambito che permetta a dei transfert positivi di prodursi. Ma questi possono mutare in un'idealizzazione della persona sulla quale si verificano. Anche questo avvenne all'inizio delle mie relazioni con Leanne, e l'idealizzazione venne correttamente gestita.



I transfert positivi finiscono quasi sempre per mutarsi in transfert negativi. Ciò fa parte del processo di guarigione. Ciò accadde all'epoca in cui proiettavo su Leanne l'immagine confusa della donna dominatrice e della strega racchiusa nel mio cuore. Man mano che risolvevo questa confusione, le mie relazioni con le donne in generale migliorarono. Fu soltanto alcuni anni più tardi che la mia paura repressa di essere abbandonato dalla donna risalì alla superficie. Ciò poteva accadere soltanto nel contesto di una relazione di fiducia (un transfert positivo). Più la mia fiducia in Leanne aumentava, più mi sentivo vulnerabile condividendo le mie ferite del passato, e più il sentimento represso d'abbandono aveva possibilità di riaffiorare.



I miei transfert negativi concernenti l'abbandono emersero nel corso di diverse conferenze di guarigione ripartite nell'arco di un anno. Il ministero stava sviluppandosi molto rapidamente e con esso comparvero delle tensioni interne. Nel contesto di questi conflitti, Leanne ed io fummo diverse volte in disaccordo. Invece di esprimermi oggettivamente quando non mi trovavo d'accordo, avevo delle reazioni ostili verso di lei (l'ostilità è frequente nel caso di transfert negativi). All'inizio reprimetti le mie reazioni aggressive e i miei disaccordi per paura di essere abbandonato. Pensavo che se lei avesse saputo che non ero d'accordo avrebbe smesso di essere mia amica. Al tempo della mia infanzia, ogni volta che ero in disaccordo con mio padre, il resto della famiglia, compresa mia madre, mi abbandonava per prendere le sue difese.



Un giorno, dopo una conferenza sulla guarigione, la mia ostilità repressa scoppiò mentre Leanne ed io discutevamo di una questione sulla quale avevamo delle divergenze. Con mia sorpresa, proiettai una tale rabbia su di lei che la ferii seriamente. In quel momento Leanne mi disse che mi trovavo in pieno transfert. Ma mi rifiutai di ammetterlo.



Quando i transfert prendono una svolta negativa, contemporaneamente emerge pure una resistenza (un altro concetto psicologico). Essa ha almeno tre scopi nevrotici. In primo luogo, serve a negare che il transfert è diventato negativo. La rimozione iniziale della mia ostilità era in sé un tentativo di negare le mie proiezioni negative. Inoltre, la mia incapacità di riconoscere pienamente il transfert negativo quando si manifestava come rabbia proiettata faceva pure parte di questa negazione. In secondo luogo, la resistenza serve da difesa contro la scoperta di problemi rimossi. Nel mio caso, la resistenza mi serviva a reprimere un grave problema di abbandono non risolto e la rabbia ad esso correlata. In terzo luogo, la resistenza serve a trasformare in capro espiatorio la persona sulla quale il transfert viene operato. Sulle prime credevo in effetti che alcune mie reazioni ostili verso Leanne erano legittime.



Mi rivolgo ancora una volta al commento del dott.Gerard Van den Aardweg sulla resistenza:
Possiamo comprendere ciò che Freud voleva dire quando trattava il fenomeno della resistenza che aveva osservato durante il trattamento di molti nevrotici, i quali "gli avevano fatto la più profonda impressione", dandogli "la sensazione che ci fosse in essi una forza in azione che si difendeva con tutti i mezzi possibili contro la cura e che si aggrappava ostinatamente alla malattia e alla sofferenza." 22*



Superare la resistenza è essenziale perché vi sia guarigione psicologica. Senza pressione sulla resistenza, la persona alla ricerca della guarigione psicologica resta semplicemente fissa e impantanata in uno stato di transfert negativo.



Ritornando al mio transfert su Leanne, dopo che ritornai a casa da quel seminario, i problemi sottostanti al mio transfert negativo cominciarono a riemergere. Per tentare di risolvere la ferita che avevo causato a Leanne con la mia collera, ebbi con lei diverse telefonate e ci scambiammo alcune lettere. In una di queste mi espresse il dispiacere che provava e mi scrisse che la fiducia tra noi era stata intaccata. Credetti che questa affermazione significasse la fine della nostra amicizia. Quest'erronea percezione era in sé una proiezione. Interpretavo male la sua lettera, che mi spingeva a credere che Leanne mi avesse abbandonato. Siccome era stata per me una madre spirituale e l'avevo inconsciamente sostituita a una vera madre, mi sentii come se stessi perdendo una figura materna. Ciò ravvivò il dolore della perdita che avevo provato da bambino piccolo, quando venni ricoverato in ospedale e separato da mia madre.



I ricordi rimossi di quel tempo cominciarono a riaffiorare. Un bimbo che si trovi in un prolungato stato di separazione da sua madre percepisce la sua assenza come una perdita simile alla morte. Non solo il bimbo si sente abbandonato e soffre di angoscia da separazione, ma prova pure un profondo dolore. I ricordi di una separazione prolungata dalla madre riemergono talvolta come sentimenti repressi anziché immagini evocatrici del passato. Percepire la perdita dell'amicizia di Leanne suscitò in me quei sentimenti repressi di abbandono e un intenso dolore.



Quando queste sensazioni riemersero in tutta la loro potenza, non capivo cosa fossero. Fui dapprima stretto dall'angoscia. Il mio cuore batteva così forte che vedevo il mio petto alzarsi ed abbassarsi quand'ero disteso. Dormivo solo qualche ora per notte. Pieno di paura infantile, sviluppai forti reazioni di soprassalto: il più piccolo rumore mi faceva saltare come se una bomba fosse esplosa dietro di me. I miei soli compagni erano una profonda solitudine e un sentimento di vuoto interiore.



Non avevo mai sofferto così tanto da quando ero uscito dalla negazione riguardante il cattivo comportamento di mio padre. L'unica differenza, in quel momento, era che si trattava di un dolore implacabile. Non cessava mai, in nessun momento, né di giorno né di notte. Non pensavo che fosse possibile ad un essere umano sopportare un dolore mentale ed emozionale continuo così grande. Avevo già affrontato delle sofferenze affettive, ma questa volta non sapevo se la mia sanità mentale avrebbe retto.



Nel pieno della mia sofferenza, il Signore mi rammentò del libro di Elizabeth Goudge "The Scent of Water" (Il profumo dell'acqua). E' la storia di una donna, Mary, che soffre di una grave depressione e cerca di nasconderla al mondo. Un giorno un pastore anglicano va a trovarla. Facendole delle domande sulla sua depressione, le chiede: "Ne hai paura?"
Lei risponde: "Naturalmente sì. Sono terrorizzata."
"Perché?" le domanda. "Se perdi la ragione, la perderai nelle mani di Dio." 23*
Era questa la paura segreta di Mary: perdere la ragione. Non osava parlarne a nessuno per paura che si realizzasse.



E' stato Jung a dire che "la nevrosi è sempre un sostituto di una sofferenza legittima." Nel corso degli otto anni precedenti le mie difese omosessuali (ambivalenza verso lo stesso sesso, ambivalenza verso l'altro sesso e correlata confusione dei simboli) erano state disinnestate. La mia nevrosi omosessuale non era più sufficientemente intatta perché vi facessi ricorso al posto di una sofferenza legittima. Non mi restava altro che soffrire e affrontare la mia paura più profonda e segreta. Questo tipo di paura è ciò che alcuni psicanalisti chiamano un segreto patogeno. Di quando in quando solleva la testa, poi sprofonda di nuovo in un oceano di difese.



Come Mary in "The Scent of Water", il mio segreto patogeno era la paura di perdere la ragione. Il pastore anglicano alla fine dice a Mary: "Mia cara, l'Amore -e cioè Dio- è una Trinità. Vi sono tre preghiere indispensabili e consistono di tre parole ognuna. Sono queste: "Signore, abbia pietà (di me)", "Io ti adoro", "Nelle tue mani." Non sono difficili da ricordare. Se ti appoggerai a queste nei momenti di angoscia, di dolore, di bisogno, tutto andrà bene." 24*



Dopo due settimane d'angoscia costante e di notti in bianco, affrontai questa segreta paura patogena di perdere la ragione nel dolore dell'abbandono. Disteso sul letto, con la testa che pendeva fuori dal materasso, pregai così Gesù: "Ecco qua, Signore. Sto per perdere la ragione. Sento come se la testa sia sul punto di staccarsi dal corpo. Confido che tu sia qui per prenderla." Poi, ricordandomi delle preghiere di quel pastore, pregai: "Signore, abbi pietà. Io ti adoro. Nelle tue mani." Mentre pregavo ripetutamente con queste poche parole, la paura di perdere la ragione cominciò a svanire. Poi il Signore parlò al mio cuore e mi spinse a chiamare Phil, uno dei miei compagni di preghiera.



Quella sera Phil ed io ci incontrammo per pregare. Mi ricordai allora di una cicatrice alla mia caviglia destra che mi era rimasta dopo l'intervento chirurgico per l'impianto intravenoso attraverso il quale ero stato nutrito per un mese quand'ero piccolo, durante il mio ricovero in ospedale. Invocammo il nome di Gesù ed entrammo nella sua presenza. Quindi Phil unse la cicatrice della mia caviglia con dell'olio benedetto. Subito un ricordo riemerse. Si trattava di un palo metallico con in cima un gancio ricurvo verso l'alto. Il mio piede destro pendeva dal gancio e potevo vedere una cannula d'alimentazione intravenosa inserita nella mia caviglia. Una cinghia posta attorno al mio addome mi teneva fermo perché non mi muovessi. Ero tutto solo. Era questo il vero ricordo dell'abbandono che avevo vissuto in ospedale.



Mentre continuavamo a pregare, Phil vide una grossa radice tutta avvolta attorno alla mia spina dorsale. La vidi anch'io e riconobbi in essa la mia paura di essere abbandonato. Mentre Phil pregava perché ne venissi liberato, tutta la mia colonna vertebrale si mise a muoversi in modo strano. Sentii un presenza demoniaca lasciarmi. Gradualmente, questa radice dell'abbandono cominciò ad allentarsi e a lasciarmi. Ciò richiese del tempo. Una volta che fu estirpata, Phil vide il Signore Gesù togliere dei minuscoli peli simili a dei finissimi capelli che facevano parte della radice e riempire poi con il suo amore ogni follicolo o minima screpolatura. Poi perdonai le autorità mediche per non aver permesso a mia madre di farmi visita durante la mia permanenza in ospedale. Chiesi pure al Signore di perdonare i miei peccati nei confronti di Leanne. Alla fine mi resi conto che la collera che avevo proiettato su di lei era rabbia infantile repressa per essere stato abbandonato.



Quella notte, per la prima volta in due settimane, dormii otto ore ininterrottamente. Quando mi svegliai la mattina seguente, sapevo che avevo oltrepassato un punto di svolta nella mia guarigione ed ebbi la saggezza di fare le preghiere del mattino. Per la meditazione della Parola, quel giorno trovai il passaggio seguente:


Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! ... Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. ... Rivestitevi dunque, come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. (Colossesi 3,2-3; 8-10; 12-14)



Rivestendomi dell'amore e dell'umiltà di Dio, scrissi a Leanne per chiederle perdono per il modo col quale avevo proiettato la mia rabbia dell'abbandono su di lei. Chiedendole questo, ruppi la resistenza che aveva mantenuto il transfert negativo al suo posto. Lei mi perdonò benevolmente.



Durante l'anno seguente seguii una terapia in modo da comprendere meglio la dinamica di quei transfert. Arrivai a capire che il mio transfert positivo su Leanne aveva costruito una base di fiducia che aveva in seguito permesso ai miei ricordi infantili d'abbandono di emergere completamente nel contesto di un transfert negativo. Leanne resta per me una cara amica, una collega, un'insegnante e una madre spirituale. Ma le mie relazioni con lei sono oggi caratterizzate da una maggior maturità e libere da transfert negativi.



Sei anni prima, la mia liberazione iniziale dall'ambivalenza verso l'altro sesso aveva migliorato tutte le mie relazioni con le donne. Questo mi aveva permesso di cominciare ad amare la donna correttamente. Poco a poco il Signore mi rivelò che la confusione causata dalla mia ambivalenza verso la donna comprendeva più livelli. Al momento opportuno mi ricondusse ad un momento di sofferenza e di abbandono per guarirmi più in profondità. Ciò mi liberò ancora di più per permettermi di amare le donne in modo corretto.



La liberazione da questa confusione dell'ambivalenza verso l'altro sesso mi arrivò in almeno quattro modi differenti. Per prima cosa, praticavo la presenza di Dio e gli permettevo di sondare il mio cuore per rivelarvi ogni immagine deformata dell'altro sesso. Ebbi bisogno di pazienza e di grazia più di ogni altra cosa per elaborare tutto ciò che risaliva dall'interno del mio cuore. Man mano che delle immagini, dei sentimenti, dei pensieri palesemente distorti riguardo alle donne si presentavano, pregavo Dio che prendesse queste storture e le sostituisse con delle immagini buone e reali dell'altro sesso. Talvolta dovevo attendere semplicemente nella sua presenza per molto tempo (giorni, settimane, mesi) prima che accadesse qualcosa.



In secondo luogo, entrai in una relazione corretta con le donne nel contesto del corpo di Cristo. Ricordate le parole di Martin Buber: "Ogni vita vera è incontro". Finché non desideriamo incontrare delle persone e risolvere le nostre difficoltà relazionali, non saremo mai sufficientemente guariti per amare veramente. La comunità cristiana giocò un ruolo estremamente significativo nel risimbolizzare l'immagine della donna nel mio cuore. In chiesa osservavo il comportamento di uomini e donne sani che si relazionavano correttamente gli uni con le altre. Ma imparai anche a discernere quelle relazioni in cui qualcosa non andava bene. All'inizio facevo fatica a riconoscere un comportamento normale tra i sessi perché non sapevo in cosa consisteva la normalità. Quando mi facevo una domanda, la ponevo ad un amico cristiano di fiducia.



In terzo luogo, ci furono delle volte in cui andai direttamente da alcune donne per chiedere loro perdono per il modo in cui le avevo ferite. Cinque anni fa avvenne una riconciliazione che costituì una svolta fondamentale nei rapporti tra me e una donna di nome Allison. Eravamo diventati amici al tempo in cui lavoravamo assieme in un ristorante francese di Milwaukee nell'estate del 1980. Poco dopo essermi trasferito a Boston nell'autunno del 1981, anche Allison venne ad abitare lì.




A Boston condividevamo un bellissimo appartamento e vivemmo insieme per circa un anno. Durante quel periodo scoprimmo che i nostri interessi erano molto simili. La nostra relazione prese le sfumature di un matrimonio, con una eccezione: non avemmo mai dei rapporti intimi. Sia per me che per Allison fu molto doloroso quando ci accorgemmo che la sola cosa che impediva una relazione sentimentale tra di noi era la mia omosessualità. Avevamo giocato con il fuoco delle relazioni uomo-donna, e invece di ritrovarci con le anime riscaldate dal donare reciproco, ce le ritrovammo bruciate. Quando mi resi conto della situazione alla quale eravamo arrivati, trovai in fretta un altro appartamento e mi trasferii velocemente.



Dopo alcune guarigioni parziali della mia omosessualità, il Signore mi mostrò in che modo avevo peccato contro Allison. Le avevo tolto l'amore normale che una donna dà a un uomo, ma non le avevo restituito nessun amore vero in cambio. In più, l'avevo inconsapevolmente esposta a certi pericoli portando talvolta nel nostro appartamento degli amanti da una notte incontrati nei bar gay. E lasciando l'appartamento così rapidamente, le avevo dato l'impressione di rifiutarla.



Anni dopo, ritornavo a casa da un seminario di guarigione e avevo uno scalo di quattro ore a San Francisco. Al momento in cui l'aereo atterrò, il Signore parlò al mio cuore e mi disse: "Chiama Allison." Mi ero dimenticato che Allison si era trasferita a San Francisco. Trovai il suo numero di telefono sull'elenco, la chiamai e le chiesi se potevamo incontrarci. Lei accettò di venire all'aeroporto, ammesso che la sua automobile non si fosse rotta strada facendo.


Una volta arrivata, mi raccontò che prima, all'inizio della sera, avrebbe voluto star fuori, ma aveva avuto dei problemi con l'auto e aveva dovuto rientrare a casa. Con sua grande sorpresa, l'automobile aveva funzionato perfettamente senza problemi fino all'aeroporto. (Sembrava che il Signore avesse preparato il nostro incontro.) Mentre le raccontavo com'ero stato guarito dalla mia omosessualità, le dissi quanto pesante si sentiva il mio cuore ogni qualvolta ripensavo a quei giorni trascorsi insieme a Boston. Poi le confessai i miei peccati nei suoi confronti e le chiesi di perdonarmi.



"Mario, ogni volta che ci incontravamo dopo che te ne eri andato a stare via da me, ti sentivo come avvolto da una nube di colpa. Naturalmente, che ti perdono," rispose.
"Bene. Ora posso morire in pace."



In quarto luogo, man mano che il mio atteggiamento relazionale verso le donne continuava a maturare, imparai a mettere fine a delle relazioni d'amore "istantanee" con loro. Le parole del Cantico dei Cantici divennero il mio motto riguardo le relazioni sentimentali: "Non scuotete dal sonno l'amata, finché essa non lo voglia" (Cantico dei Cantici 2,7b). Mi sono promesso, per il mio proprio bene, di non considerare il matrimonio finché non avessi avuto una relazione sana con una donna per un anno almeno.



Quando da adolescente incontrai Gesù per la prima volta, la Chiesa non mi offrì nessuna guarigione riguardo la mia omosessualità. Di conseguenza, temevo che tutto ciò che avevo creduto sul Vangelo di Gesù fosse falso. Benché mi fossi allontanato dalla fede per adottare lo stile di vita gay, Gesù è rimasto fedele verso di me. E' venuto a cercarmi. Mi ha fatto uscire dall'omosessualità e mi ha messo nelle mani di cristiani pieni d'amore che sapevano come la mia sessualità poteva essere guarita. Mi ha promesso che l'avrei aiutato a liberare gli omosessuali dalla schiavitù del loro peccato. Lungo gli ultimi dieci anni si è servito di me per portare la guarigione a migliaia di persone che volevano superare le rotture della loro identità sessuale. Oggi so che tutto ciò che ho sempre creduto riguardo alla bontà di Dio e la fedeltà di Gesù si è dimostrato vero.



Gesù disse: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Giovanni 13,34). Lungo la via impegnativa per uscire dall'omosessualità ed entrare nell'eterosessualità, Dio mi ha insegnato come amare nel modo giusto. Lo scopo della vita cristiana è di diventare simili a Gesù e di amare come egli ha amato. Gesù ci comunica la sua vita mettendo in ordine l'amore.



A Dio solo sia la gloria.