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sabato 31 maggio 2008

Terapia Riparativa - NARTH: Cambiare é possibile

Alfred Adler, psichiatra e psicologo austriaco

NARTH
CAMBIARE E' POSSIBILE


Tratto dall'opuscolo
"ABC per capire l'omosessualità" 








L'omosessualità e la psicologia clinica
Freud pensava che l’omosessualità fosse "una variante della funzione sessuale causata da un certo arresto dello sviluppo sessuale".
Prezioso è stato il contributo allo studio dell’omosessualità portato dallo psicologo e psichiatra austriaco Alfred Adler (1870-1937), le cui pagine sull’argomento sono ancora attuali.

Secondo Adler, "l’omosessualità si manifesta come un tentativo di compensazione fallito in soggetti portatori di un evidente complesso d’inferiorità". Un altro autore che ha dato un notevole contributo agli studi sull’omosessualità è stato lo psichiatra psicoanalista Irving Bieber. Egli focalizzò la sua attenzione sulla frequenza con la quale, nelle storie familiari delle persone con tendenze omosessuali era presente un certo pattern relazionale tra la persona con queste tendenze e i genitori.

Bieber chiamò questo pattern "la classica triade relazionale", caratterizzata da "un’intimità vischiosa materna e dal distacco/ostilità paterno". Bieber era convinto che l’omosessualità potesse avere diversi fattori predisponenti, ma che l’unico fattore causale fosse la presenza della "classica triade relazionale". Questo schema relazionale è stato ripreso e approfondito da altri terapeuti, tra cui Joseph Nicolosi, che descrive la "classica triade relazionale" in questi termini:

· madre emotivamente dominante;

· padre tranquillo, estraneo, assente oppure ostile;

· bambino dal temperamento timido, introverso, sensibile e artistico.

Nicolosi descrive la relazione tra madre e padre come caratterizzata da scarsa comunicazione; quella tra madre e bambino come una relazione “speciale”; quella tra il padre e il bambino come antagonistica, senza però un confronto leale.

E' possibile cambiare?

È possibile modificare o cambiare l'orientamento sessuale? È possibile. I fatti e la vita di moltissime persone, lo testimoniano.
Secondo Nicolosi, in tutta la letteratura psicoanalitica l'omosessualità è motivata come un tentativo di “riparare”, di rimediare a una carenza dell'identità maschile. Cosa significa? Abbiamo definito l’omosessualità come il sintomo di bisogni affettivi non soddisfatti durante l’infanzia o la prima adolescenza. 
Con la ricerca di un abbraccio maschile, la persona con tendenza omosessuale cercherebbe l’affetto, la protezione e il riconoscimento da parte delle figure di riferimento maschili che le sono mancate durante l’infanzia e la prima adolescenza. Purtroppo, tuttavia, questo tentativo riparatorio è destinato al fallimento: l’irrealistica idolatria nei confronti di chi è individuato come dispensatore di virilità, affetto e protezione, conduce inevitabilmente alla delusione e, quindi, all’ennesima ferita.

La terapia riparativa (o ricostitutiva) è il tentativo psicoterapeutico di riparare le ferite originarie attraverso l’analisi delle cause della sofferenza, il superamento del senso di inadeguatezza nei confronti delle persone del proprio sesso e la costruzione di legami virili non erotizzati.


Già negli anni '60 Bieber, in una sua ricerca, attestava che circa il 27% dei pazienti con tendenze omosessuali sottopostisi a un trattamento psicoanalitico aveva cambiato orientamento sessuale.

Attualmente i due maggiori esponenti della terapia riparativa sono Gerard van den Aardweg, olandese, e Joseph Nicolosi, statunitense. Nicolosi è l’attuale presidente del NARTH (National Association for Research & Therapy of Homosexuality), con sede a Encino (California), associazione particolarmente impegnata nel diffondere la terapia riparativa e nel fornire indicazioni e dati scientifici sull’omosessualità. Sia van den Aardweg che Nicolosi riportano numerosissimi casi di riorientamento sessuale.

Un’altra ricerca sui positivi esiti della terapia riparativa è quella condotta da Robert Spitzer (2001, confermata nel 2003). Questa ricerca è particolarmente significativa perché Spitzer fu presidente della “Sezione Nomenclatura” dell’APA (American Psychological Association) quando questa importante associazione rimosse, nel 1973, l’omosessualità dal manuale diagnostico DSM.


Gli esiti della terapia riparativa
Gli esiti della terapia riparativa sono simili a quelli di ogni altra psicoterapia: 1/3 di pieno successo (persone che hanno superato compiutamente l’omosessualità, orientandosi stabilmente e armoniosamente verso l’eterosessualità anche con forme di legame sessuale stabile con l’altro sesso); 1/3 di miglioramento della identità globale della persona, con capacità di gestirsi in modo più equilibrato; infine 1/3 di “fallimento”, inteso come persistenza nella omosessualità indesiderata.

Ora ci chiediamo: sottoponendosi alla terapia riparativa, una persona che in precedenza aveva una tendenza omosessuale, non sarà più attratta dagli uomini? Freud scriveva: "Se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura". La stessa cosa succede per una persona che si sottopone a un trattamento psicoterapeutico: ottiene la remissione del sintomo e un miglioramento della qualità della vita; tuttavia manterrà sempre una fragilità particolare in alcune zone della sua persona.

Le persone che si sottopongono alla terapia riparativa e che ottengono buoni risultati sul piano dell’orientamento sessuale possono ancora, in particolari situazioni di stress, fatica o frustrazione, provare attrazione nei confronti di persone del proprio sesso; tuttavia riescono a controllarla facilmente, ne conoscono le cause ed evitano di erotizzare il loro bisogno affettivo.



Terrorismo psicologico contro la terapia riparativa
Secondo gli attivisti gay, il tentativo di riparare una ferita di tipo omosessuale può essere molto pericoloso: l’esito di questa “violenza” sarebbe il suicidio.
Trascurando il fatto che qualunque tipo di terapia porta sempre con sé il pericolo di atti estremi, in quanto lo scopo della terapia è elaborare sofferenze anche molto profonde, è necessario segnalare che nessun paziente di Nicolosi si è mai suicidato in seguito al tentativo terapeutico di riorientamento.

L’affermazione degli attivisti gay secondo cui la terapia riparativa condurrebbe al suicidio e sarebbe una violenza alla natura del paziente va interpretata come un tentativo di terrorismo psicologico.
Quale scopo ha questa intimidazione? Ovviamente, scoraggiare gli omosessuali-non-gay dall’intraprendere un cammino riparativo e incoraggiarli ad adeguarsi al programma “terapeutico” previsto dal movimento gay: rassegnazione all’omosessualità, outing (ossia, dichiarare la propria omosessualità) e intraprendere un percorso di terapia affermativa con un duplice scopo: convincersi di avere una “natura omosessuale” e incolpare la “società omofobica” della propria sofferenza.


Nessuna imposizione

Il trattamento riparativo é sempre una proposta, mai un'imposizione: in tal senso, va precisato che la terapia riparativa é una proposta rivolta alle persone con tendenze omosessuali non desiderate.
Attualmente in Italia è molto difficile che le persone con tendenze omosessuali abbiano la possibilità di scegliere se intraprendere o meno un percorso riparativo: il monopolio del movimento gay sul mondo omosessuale ha fatto sì che l’unica possibilità disponibile sia la “terapia affermativa”. Numerose persone con tendenze omosessuali indesiderate peregrinano da un terapeuta all’altro, continuando a sentirsi dire: "Deve accettare la sua omosessualità... intraprenda uno stile di vita gay e poi si sentirà meglio".

Per il momento, sono pochi coloro che sembrano disposti ad accogliere chi non desidera le tendenze omosessuali, considerando lo stile di vita gay in contrasto con i propri principi morali o religiosi. Le uniche possibilità offerte sono lo stile di vita gay o il nascondimento.
La “terapia riparativa” offre l'opportunità di una scelta in più, e una maggiore libertà.

venerdì 30 maggio 2008

La strategia gay - Obiettivo Chaire



LA STRATEGIA GAY


Tratto dall'opuscolo 
"ABC per capire l'omosessualità"
di Obiettivo Chaire  

disponibile anche online
 sul sito Obiettivo Chaire


  "Oggi purtroppo serpeggia un relativismo che spinge a dubitare dell'esistenza stessa di una verità oggettiva. Riecheggia la ben nota domanda posta da Pilato a Gesù: "Che cosa é la verità? A partire da tale scetticismo, si pretende di riformulare a proprio arbitrio i dati più evidenti della natura"  
Giovanni Paolo II,Angelus, 10 giugno 1994


DALLA CRISI ALLA STRATEGIA

Verso la fine degli anni ’80 la rivoluzione omosessualista, che si ispirava alla lotta di classe di impronta marxista, conobbe un momento di crisi: gli atti omosessuali provocatori in luogo pubblico, la bizzarria dei travestimenti, il sadomasochismo esibiti in parate “dell’orgoglio gay” e la vicinanza con associazioni pedofile (NAMBLA), anziché migliorare l’accettazione sociale dell’omosessualità, avevano accresciuto nella società diffidenza e antipatia nei confronti dell’omosessualità e del movimento gay. 


Nel 1989 due intellettuali gay, Marshall Kirk (ricercatore in neuropsichiatria) e Hunter Madsen (esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing) furono incaricati di redigere un manifesto gay per gli anni ’90: il risultato è il libro After the ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90’s, un vero e proprio “manuale” di strategia per combattere il “bigottismo antigay”. 

Perché gli anni ’90 avrebbero potuto fornire l’occasione per cambiare le cose? Gli autori lo ammettono tanto candidamente quanto cinicamente: l’esplosione dell’AIDS dava ai gay la possibilità di affermarsi come una minoranza vittimizzata, meritevole di attenzione e protezione.

Tre tattiche chiave
Gli autori propongono tre tattiche, che si possono riassumere in questo modo.
 
  • Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società nei confronti della minaccia omosessuale.

  • È necessario presentare messaggi che creino una dissonanza interna dei “bigotti antigay”. Ad esempio, a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi, occorre mostrare come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”. Allo stesso modo, vanno enfatizzate le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica.

  • L’obiettivo finale è quello di “convertire”, ossia suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del “bigottismo antigay”. Bisogna infondere nella popolazione dei sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”, paragonandoli, ad esempio, ai nazisti, o instillando il dubbio che il loro atteggiamento sia la conseguenza di paure irrazionali e insane (la cosiddetta “omofobia”).


Dalla tattica ai consigli pratici

Kirk e Madsen declinano queste tre tattiche in una serie di strategie e principi pratici. Ad esempio, essi individuano tre gruppi di persone, distinti in base al loro atteggiamento nei confronti del movimento gay: “gli intransigenti”, stimati in circa il 30-35% della popolazione; “gli amici” (25-30%) e gli “scettici ambivalenti” (35-45%). Questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi applicando le tecniche di desensibilizzazione (con quelli meno favorevoli) e di dissonanza e conversione (con i più favorevoli). Le altre due categorie, gli intransigenti e gli amici, vanno rispettivamente “silenziati” e “mobilitati”, con ogni mezzo.

Un’altra indicazione che gli autori suggeriscono è quella di “intorbidare le acque della religione”, cioè dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna contro il “bigottismo antigay”.

Sarà inoltre opportuno non chiedere appoggio «per l’omosessualità», ma «contro la discriminazione». Per stimolare la compassione, i gay devono essere presentati come vittime:


a) delle circostanze; per questo motivo, dicono gli autori, «sebbene l’orientamento sessuale sia il prodotto di complesse interazioni tra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza», l’omosessualità deve essere presentata come innata;

b) del pregiudizio, che deve essere presentato come la causa di ogni loro sofferenza.
I gay devono, inoltre, essere presentati come membri a tutti gli effetti della società, addirittura come “pilastri” della stessa. Basta individuare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci?

Gli autori diedero indicazioni precise anche alle associazioni omosessuali e lesbiche in conflitto tra loro: è bene che ci sia una sola associazione portavoce del mondo omosessuale, e che sia gay; ovviamente gli omosessuali-non-gay sono, in questo modo, condannati all’invisibilità.

Un’altra strategia per rendere “normale” l’omosessualità agli occhi delle persone consiste nel richiedere unioni, matrimoni e adozioni gay; non tanto perché i gay non vedano l’ora di sposarsi e metter su famiglia, quanto piuttosto perché, agli occhi dell’opinione pubblica, se anche i gay desiderano formare una famiglia e avere dei bambini appaiono rassicuranti, tradizionali. Inoltre, chi potrebbe, in questo modo, accusare il movimento gay di voler sradicare l’istituto matrimoniale e familiare?

Il saggio di Kirk e Madsen si conclude con queste parole: «Come vedi, la baldoria è finita. Domani inizia la vera rivoluzione gay».

Tratto dall'opuscolo "ABC per capire l'omosessualità" - Obiettivo Chaire
(disponibile anche online nel sito Obiettivo Chaire).

giovedì 29 maggio 2008

Testimonianze tratte dal Forum SI PUO' CAMBIARE: evitare letture o programmi spazzatura...

Anonimo ha detto... 

Ciao apuleio
Visto che hai l'enorme "fortuna" di credere in Dio, il primo suggerimento che mi sento di darti é quello di pregare, pregare, pregare più che puoi. Forse ti sembrerà che non stia accadendo nulla ma invece é proprio mentre preghi che Dio lavora dentro di te. Ti cambia lentamente, giorno dopo giorno, inesorabilmente. Forse posso esprimere meglio ciò che vorrei dirti con un'immagine. Immagina un treno deragliato dai binari, completamente sformato e a pezzi. Adesso immagina di vedere la scena del deragliamento in playback: tutti i pezzi ritornano al loro posto e il treno torna sui propri binari. Bene, Dio può fare la stessa cosa con la nostra identità se solo glielo chiediamo, ci affidiamo completamente a Lui e preghiamo. Va bene qualsiasi preghiera, per il resto pensa Lui a tutto.

Un altro suggerimento che vorrei darti é quello di evitare letture o programmi spazzatura. Scegli soggetti edificanti che riguardino bei valori e sentimenti: amicizia, perdono, coraggio, solidarietà, lealtà, fedeltà, bellezza interiore. Nutri la tua mente con il "bello" ed evita di farle assorbire "il marcio" che purtroppo ci circonda. Ad ogni modo, se preghi sarà Lui a farti sentire ciò che é meglio fare o non fare, e certe immagini o luoghi che prima trovavi eccitanti dopo un pò ti sembreranno squallidi e insignificanti.

Lentamente ti trasformerà e ti renderà sempre più simile a Lui.
Ti auguro di non dover fare questo cammino da solo. Cerca una persona che ti sia vicina, soprattutto nei momenti più difficili, quelli in cui dovrai combattere contro desideri fortissimi. Dato che sei credente potresti rivolgerti a un sacerdote o ad altri uomini di Chiesa di cui pensi potresti fidarti e che possano sostenerti e incoraggiarti (non é facile trovarli ma esistono!).

Ti auguro di restare fermo come una roccia nella tua scelta di voler cambiare. Puoi star certo che ci saranno momenti in cui ti assalirà il dubbio, la disperazione, la rabbia... ma é proprio in quei momenti che devi metterti a pregare (anche se ce l'hai con Dio), non importa dove ti trovi, PREGA e vedrai che dopo un pò sentirai rinascere in te la SPERANZA e sarai pronto per riprendere il tuo cammino... un tantino più vicino alla méta.
Non mollare MAI!

giovedì 22 maggio 2008

Terapia Riparativa: Presentazione del libro di Joseph Nicolosi "Omosessualità maschile: un nuovo approccio"



Presentazione del libro di Joseph Nicolosi
 
"Omosessualità maschile:

un nuovo approccio"

di Bruto Maria Bruti

Cristianità, 321 (2004)



Joseph Nicolosi, dottore in filosofia, è cofondatore e direttore della NARTH, l’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità , membro dell’APA, l’Associazione Psicologica Americana, conferenziere di fama mondiale, autore di studi e di diversi articoli scientifici. Esercita la professione di psicoterapeuta a Encino, in California.

L’opera di Nicolosi, Omosessualità maschile: un nuovo approccio, nasce dall’esperienza, scientificamente fondata, di uno psicoterapeuta internazionalmente riconosciuto, che applica con successo la terapia "ricostitutiva". L’edizione italiana è aperta da una Presentazione di Chiara Atzori, medico infettivologo (pp. 5-6) e chiusa da una Postfazione del padre scolopio Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria (pp. 159-160). 

Avendo fatto stato dell’esperienza, della casistica affrontata in anni di lavoro, in Case stories of reparative therapy (Jason Aronson, North Vale, New Jersey-Londra 1993), nel saggio in esame l’autore percorre un itinerario dottrinale, sostenuto dalla vasta Bibliografia che chiude il volume (pp. 161-176). Dopo Ringraziamenti (pp. 7-8) e un’Introduzione (pp. 9-11), nella parte I — costituita dai capitoli dall’1 al 6 — Nicolosi descrive la tensione Alla ricerca della propria identità sessuale (pp. 13-47); quindi, nella parte II — dal capitolo 7 al 13 —, affronta Problematiche connesse (pp. 49-110), per, finalmente, nella parte III — dal capitolo 14 al 17 — esporre le linee di una Psicoterapia (pp. 111-158).

Nel capitolo 1Omosessuali non-gay: chi sono? (pp. 15-17) — Nicolosi distingue gli omosessuali gay — il termine gay descrive un’identità socio-politica — da quelli non gay: l’omosessuale non gay sente che il suo progresso personale è intralciato dall’attrazione che prova per gl’individui del suo stesso sesso. Il mondo normale lo evita, il mondo gay lo considera estraneo, la professione psichiatrica, nello sforzo di sostenere la liberazione gay, lo ha abbandonato.

Grazie ai nuovi studi e alle nuove ricerche sull’omosessualità, oggi gli uomini possono decidere se condurre uno stile di vita gay o se intraprendere un cammino di crescita oltre l’omosessualità.

Nel capitolo 2 — La politica della diagnosi (pp. 18-22) —, l’autore ricorda che i tre pionieri della psichiatria, l’austriaco Sigmund Freud (1856-1939), lo svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961) e l’austriaco Alfred Adler (1870-1937), consideravano l’omosessualità una patologia. Oggi, invece, la voce "omosessualità" è scomparsa dai manuali di psichiatria. Questo cambiamento non è nato da nessun tipo di ricerca psicologica, che potesse spiegarlo e giustificarlo. Nel 1952 il DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali dell’APA, includeva l’omosessualità nella lista dei disturbi della personalità. Nel 1968 il DSM cancellava l’omosessualità da questa lista, inserendola sotto la voce "deviazioni sessuali", e la considerava un problema solo se l’individuo non si sentiva a suo agio con il proprio comportamento omosessuale. 
L’autore sostiene che questa è una falsa distinzione perché, se l’omosessualità può essere compatibile con una parte dell’io cosciente — abitudini e opinioni errate acquisite, che costituiscono il falso io —, non sarà mai compatibile con i livelli più profondi dell’io, il "vero io": l’omosessualità, infatti, è il sintomo di un fallimento nel processo d’integrazione della propria identità. I sintomi ne indicheranno sempre l’incompatibilità con il vero io. Il problema non sta nell’atteggiamento della persona nei confronti della propria omosessualità, ma nell’omosessualità stessa. Nel 1973 l’omosessualità scompare dal DSM. 
La psichiatria ha cancellato l’omosessualità dai suoi manuali sotto la spinta intimidatoria di due fattori politici: l’ideologia della Rivoluzione Sessuale e i movimenti per i diritti delle minoranze. Oltre alle pressioni politiche, la psichiatria ha cancellato l’omosessualità dai suoi manuali per altri due motivi: per eliminare fattori di discriminazione sociale nei confronti delle persone omosessuali e perché gli psicologi non sono riusciti a identificare un tipo di terapia efficace in tutti i casi. Ma non si può cancellare la diagnosi di un disturbo per la mancanza di una terapia adatta per tutti. 
Joseph Nicolosi al Convegno di Brescia
Questa situazione ha creato una discriminazione inversa nei confronti degli omosessuali non gay, che vengono scoraggiati dagli stessi specialisti ai quali si rivolgono per aiuto. Se l’omosessuale gay è libero di vivere la sua identità socio-politica, l’omosessuale non gay ha il diritto di essere aiutato a intraprendere un cammino di crescita oltre l’omosessualità e gli psicologi hanno il diritto e il dovere di continuare a studiare le cause, la natura e le terapie per la cura dell’omosessualità.

Nel capitolo 3 — Il fallimento della professione psichiatrica (pp. 23-28) —, Nicolosi sostiene che gli psicologi sono condizionati dall’opinione comune secondo cui l’omosessualità è una realtà ineluttabile, non passibile di cambiamento. Per questo non forniscono una terapia a quanti scelgono di lottare per superare le problematiche omosessuali, ma li incoraggiano ad accettare la propria condizione e considerano efficace il trattamento solo quando riescono a liberarli dai sensi di colpa. 


Negli anni 1960-1970 è nata una corrente psicologica cosiddetta umanistica, per la quale ciò che conta sono soltanto le sensazioni soggettive: il mito dei sentimenti contrapposti alla ragione. Ma, in realtà, la vera crescita psicologica è sempre il prodotto dell’intelligenza, il risultato della conoscenza razionale di sé stessi, del proprio vissuto familiare e della realtà oggettiva. La crescita psicologica autentica nasce dall’integrazione dei sentimenti con la volontà, della volontà con la ragione e della ragione con la verità.

Nicolosi descrive la storia dei metodi di cura dell’omosessualità. Soltanto con il contributo di Elizabeth R. Moberly con la sua "teoria del distacco difensivo" (p. 26) sono state poste le premesse di una nuova concezione terapeutica. La psicologa evidenzia anche come l’assenza del coinvolgimento personale del terapeuta sia un "ostacolo" (p. 25) verso la guarigione. Il terapeuta emotivamente distaccato riattiva nel paziente il ricordo delle prime frustrazioni derivategli da una figura paterna fredda e ipercritica. Il terapeuta, inoltre, dev’essere dello stesso sesso del paziente e il coinvolgimento terapeuta-paziente è il fattore determinante della "terapia ricostitutiva" (p. 26), attraverso la quale viene completato il mancato processo d’identificazione sessuale. Anche i rapporti non erotici con altri maschi, basati sulla reciprocità e sulla fiducia, favoriscono il processo terapeutico.

Nel capitolo 4 — L’importanza del rapporto padre-figlio (pp. 29-35) —, viene spiegato lo sviluppo dell’identità sessuale del bambino, l’identificazione primaria con la madre — fonte di cure e di nutrimento —, la rinuncia del maschio alla sfera femminile, l’influenza del padre nel processo di separazione dalla madre e l’identificazione con il padre.

L’omosessualità è un problema dello sviluppo, quasi sempre il risultato di rapporti familiari problematici, in particolare fra padre e figlio. La capacità del padre di suscitare nel figlio l’identificazione maschile dipende da due fattori: la sua autorevole influenza all’interno dell’ambiente domestico e un atteggiamento affettuoso e disponibile in grado d’incoraggiare l’autonomia del figlio. Autorità e amore costituiscono propriamente ciò che viene chiamato "il carisma" (p. 34) del padre.

Nicolosi illustra la Formazione del legame padre-figlio nel capitolo 5 (pp. 36-39). 

Per la formazione del legame è fondamentale capire che i maschi percepiscono il loro corpo in termini di forza e d’azione, non come oggetto statico. Per le donne è sufficiente relazionarsi in modo statico: per esempio chiacchierando sedute. Nelle vecchie generazioni la condivisione di un’attività fisica, fra padre e figlio, avveniva attraverso la condivisione del lavoro quotidiano: la lotta con la terra, gli attrezzi del lavoro, e così via. 
Oggi il lavoro del padre è lontano dal bambino e bisogna inventare attività che padre e figlio possano svolgere insieme. Nella storia dell’uomo il passaggio del maschio dall’infanzia all’età adulta era caratterizzato dalla sfida di un rito d’iniziazione. Ogni rito era incentrato su tre concetti chiave: identificarsi troppo a lungo con la madre rappresentava una minaccia per la mascolinità del ragazzo, la mascolinità è una conquista, non un dato di fatto, la mascolinità è il risultato di una vera lotta e di un riconoscimento-accettazione da parte dei maschi adulti.
L’omosessualità, ricorda Nicolosi, è il sintomo di un fallimento del proprio processo d’iniziazione. Il capitolo 6 è dedicato al Fallimento del rapporto padre-figlio (pp. 40-47) quale causa dello sviluppo dell’omosessualità. Anche se molti eterosessuali hanno avuto un rapporto non favorevole con il proprio padre, gli omosessuali dimostrano un rifiuto del padre come modello. 
La casistica dimostra che l’omosessuale si aggrappa alla decisione di non voler assomigliare al proprio padre, ma, paradossalmente, "chi sia il padre" (p. 43) rimane un mistero. I padri degli omosessuali mancano del "carisma" della paternità, che consiste nell’autorevolezza e nell’amore. Alcuni padri sono "inadeguati" (p. 45) per motivi contingenti quali la lontananza, il divorzio, il peso economico della nuova famiglia, il rapporto conflittuale con la madre del figlio. Altri padri presentano disturbi evidenti della personalità come narcisismo, egocentrismo, ipercriticismo e freddezza.

Nel capitolo 7, Nicolosi descrive i Problemi insorti nell’infanzia (pp. 51-64) dell’omosessuale. In qualche momento del suo rapporto con il padre, il bambino pre-omosessuale è ferito o deluso. Il bambino reagisce, in una prima fase, con tentativi d’approccio, ma se continua a sentirsi frustrato nel suo bisogno di approvazione, per proteggersi da future delusioni mette in moto il "distacco difensivo" dal padre. È come se dicesse: "Io rifiuto te e tutto quello che tu rappresenti: vale a dire la tua mascolinità" (ibidem). Il "distacco difensivo" diventa evidente nella fase di latenza, fra i 5 e i 12 anni, dando luogo a timore per i coetanei e alla tendenza a rifugiarsi presso la madre o presso un’altra figura femminile: nonna, zia, sorella maggiore. Il soggetto diventa il cosiddetto "bambino alla finestra" (p. 52), che osserva i giochi dei coetanei maschi che gli paiono aggressivi e pericolosi. Il mondo femminile rappresenta la sicurezza, quello maschile il mistero: si sente attratto e nello stesso tempo spaventato dagli altri bambini. Quando si manifestano le prime esigenze sessuali si sente attratto dal "mistero" del maschio perché l’essere umano "sessualizza" (ibidem) sempre ciò che non conosce, cioè viene sessualmente attirato dal "diverso da sé" (ibidem).

L’orientamento pre-omosessuale può essere "intercettato" dalla preferenza che il ragazzo ha per la compagnia delle bambine. Al contrario, il ragazzo pre-eterosessuale esprime "disprezzo" (p. 54) per le bambine, perché sente il bisogno di differenziarsi nettamente nella sua mascolinità, al fine di rafforzare la propria immagine. La maggior parte degli omosessuali ricorda di aver avuto difficoltà relazionali con i coetanei perché l’esperienza del rifiuto da parte del padre risale a un’età troppo precoce per essere ricordata. 
Nel bambino pre-omosessuale, siccome il padre non ha riconosciuto e apprezzato la mascolinità del figlio, il corpo diventa un oggetto seducente a causa della "sconnessione fra l’io psichico e l’io fisico" (p. 59): egli esibisce il corpo per attirare l’attenzione degli altri uomini o, al contrario, mostra eccessivo pudore se non è soddisfatto del suo aspetto. Fra i 13 e i 15 anni il ragazzo pre-omosessuale sperimenta desideri — fase erotica transitoria — verso i ragazzi che incarnano le qualità che egli più ammira.
L’omosessualità è un tentativo sbagliato di riparare la ferita originaria, un "impulso riparatore" (p. 60): l’individuo, invece di sviluppare gli elementi repressi e indifferenziati della mascolinità nel profondo della psiche, cerca di appropriarsi di quanto gli manca a livello biologico-sessuale nel contatto con altri uomini. L’omosessualità non è il desiderio di unione con l’altro, ma piuttosto il desiderio di appropriarsi di quelle qualità dell’altro di cui si sente carente: anche i ricercatori gay David P. McWhirter e Andrew M. Mattison riconoscono nel desiderio omosessuale l’esigenza di rimediare a deficit del processo di formazione dell’identità.

Il capitolo 8 tratta degli Altri fattori: la madre e i rapporti familiari (pp. 65-70). Il "sistema triangolare" (p. 65) madre-padre-figlio nel suo complesso genera lo sviluppo omosessuale. Lo schema di base è una madre amorevole e dominatrice con un padre assente e debole: vengono esaminate numerose variazioni all’interno del sistema. Esiste, inoltre, un collegamento tra qualità di vita familiare insoddisfacente e insorgenza dell’omosessualità: famiglie atipiche, disgregate, fragili, caratterizzate dal desiderio di prevaricazione di entrambi i coniugi. Quando la coppia, per esempio, è particolarmente litigiosa, il figlio maschio tende a simpatizzare con la madre e a identificarsi con la sua sofferenza.



Nel capitolo 9 vengono esaminati i Fattori fisiogenetici (pp. 71-74). La ricerca scientifica sull’uomo ha provato che non esistono fattori genetici e ormonali che possono predeterminare lo sviluppo dell’omosessualità: la ricerca negli animali, poi, dimostra che nei mammiferi non esiste una vera omosessualità. Nicolosi afferma che, anche ammettendo l’esistenza di fattori predisponenti, si può suggerire un’analogia con l’alcolismo: se è vero che alcuni individui nascono con una predisposizione all’alcolismo, è anche certo che nessuno è predestinato a diventare alcolista. La carenza di ormoni maschili, per esempio, può diminuire la reattività sessuale, ma non cambia l’orientamento sessuale.


Nel capitolo 10 vengono descritte le Caratteristiche della personalità omosessuale (pp. 75-85). Le carenze dell’identità sessuale non si rendono evidenti in espliciti tratti femminili, ma si riferiscono a un senso di inadeguatezza interiore. Gli omosessuali presentano vari tipi di difficoltà di autoaffermazione e di competizione con altri uomini e sessualizzano il bisogno di potere personale o di dipendenza.

 Le fantasie sessuali aumentano quando gl’individui omosessuali si sentono deboli e depressi. Al contrario, quando vedono aumentare il loro potere personale il desidero sessuale diminuisce. Il "distacco difensivo" porta l’omosessuale a erotizzare le sue relazioni con gli altri uomini ma, contemporaneamente, egli prova nei loro confronti ostilità e sfiducia. Questo atteggiamento ambivalente procura frustrazione e spiega l’elevato numero di partner tipico degli omosessuali.


Nel capitolo 11 — Il rapporto d’amore omosessuale — (pp. 86-94), Nicolosi spiega che il rapporto d’amore omosessuale è doppiamente gravato dall’atteggiamento del "distacco difensivo" e dal tentativo di compensare un deficit personale: per questo assume la forma di un’irrealistica idealizzazione dell’altro. Questo conduce inevitabilmente alla delusione e alla continua ricerca di un nuovo partner. 
Due uomini non possono mai essere complementari per una naturale inadeguatezza anatomica, ma anche per un’inadeguatezza psicologica: l’omosessualità è l’incontro fra due individui con lo stesso tipo di deficit. La mascolinità rimane l’ideale degli omosessuali che cercano nel partner la parte d’identità maschile mancante. 

Gli uomini effeminati sono tenuti in minor considerazione rispetto agli omosessuali dall’aspetto virile. Molti sono convinti che il semplice contatto fisico con un "uomo forte" (p. 90) possa trasformarli negli uomini forti che vorrebbero essere. Quando l’individuo omosessuale inizia a conoscere un uomo più intimamente il suo interesse sessuale diminuisce.


La sessualità gay viene esaminata nel capitolo 12 (pp. 95-99). Nella norma, gli omosessuali hanno una media di dodici partner all’anno. Il rapporto sessuale, specialmente quello occasionale, dà un momentaneo senso di onnipotenza a cui subentra delusione e senso di colpa e il ciclo si ripete all’infinito. L’atto sessuale è tipicamente isolato e narcisistico: si tratta di un godimento personale e non di un’esperienza condivisa. La sessualità è enfatizzata e l’invecchiamento è una realtà molto negativa nella cultura omosessuale, dove si dà il massimo valore alla giovinezza e all’aspetto fisico.


Nel capitolo 13 — Il rifiuto a riconoscere elementi patologici — (pp. 100-110), vengono esaminate le argomentazioni del movimento di liberazione gay. L’approccio degli studiosi gay è tipicamente sociologico: l’omosessualità è considerata un fatto a priori che non necessita di essere analizzato, come non è necessario indagare le cause dell’eterosessualità. Non tengono conto degli studi sugli squilibri familiari presenti nel vissuto degli omosessuali, perché non esiste alcuna prova scientifica in grado di confutare settantacinque anni di ricerche cliniche ed empiriche sull’omosessualità.


Come prova di normalità presentano la percentuale di tendenza omosessuale che si riscontra nella popolazione: il 4%.


Ma questa pretesa è illogica: è come dire che, siccome una percentuale di persone si rompe una gamba sciando d’inverno, avere una gamba rotta è una condizione naturale che non è necessario evitare. Gli studiosi gay fanno riferimento ad altre culture dimenticando che il rituale omosessuale presso alcune popolazioni selvagge o la pederastia pedagogica nell’antica Grecia — la "relazione mentore-discepolo" (p. 103) — fanno parte solo del "processo d’identificazione maschile" (p. 104), mentre l’omosessualità fra adulti e nella vita di tutti i giorni non è approvata.


Gli esponenti gay, invece di ammettere l’esistenza di problematiche insite nella condizione omosessuale, attribuiscono ogni problema e sofferenza dell’omosessuale alla "omofobia" (ibidem) sociale o all’omofobia interiorizzata. Il termine "omofobia" è oggi riferito a qualsiasi teoria che considera l’eterosessualità naturale rispetto all’omosessualità. Ma se consideriamo questa definizione, qualsiasi cultura o tradizione religiosa della storia del mondo può essere considerata omofobica. Se chiedessimo a tutti i genitori del mondo se avrebbero voluto un figlio omosessuale, scopriremmo di essere quasi tutti omofobici.


Negli ultimi anni è stata imposta la GAT, la Terapia di Affermazione Gay, che si propone di facilitare il processo d’accettazione della propria tendenza da parte degli omosessuali. I sostenitori della terapia affermativa riferiscono che i loro pazienti riacquistano autostima e attribuiscono questa crescita alla risoluzione dell’omofobia interiorizzata. Come spiegano, allora, il fatto che si ottengono gli stessi risultati con la terapia ricostitutiva? In realtà, la terapia di affermazione gay si fonda su motivazioni errate e, se alcuni pazienti ne traggono beneficio momentaneo, ciò è dovuto ai legami omosessuali che nascono casualmente in corso di terapia.
La letteratura gay considera essenziale per la felicità dell’omosessuale la ricostruzione di una nuova identità e di una nuova cultura. La conseguenza di ciò è l’alienazione dalla cultura dominante, dalla famiglia d’origine, dagli amici e dalle persone amate, con le quali l’omosessuale si era identificato in precedenza. La "riacculturazione" (p. 109) gay rafforza l’originario atteggiamento infantile di "distacco difensivo", con il quale il bambino pre-omosessuale decideva di separare la propria identità da un padre distante, e lo proietta verso la società: si tratta di una forma di distacco difensivo su scala sociale. La riacculturazione porta a una sub-cultura costruita sulla base di un processo d’identificazione sessuale incompleto.


Nei capitoli 14, 15, 16 e 17 — La cura (pp. 113-125), Il rapporto terapeauta-paziente (pp. 126-135), Argomentazioni terapeutiche (pp. 136-149) e Psicoterapia di gruppo (pp. 150-158) — vengono esaminate le dinamiche della psicoterapia ricostitutiva per la "crescita" (p. 115) della persona omosessuale. È fondamentale far sviluppare il processo sessuale d’identificazione, che è incompleto e bloccato, e favorire il cambiamento. Infatti un uomo può "consciamente" credere d’aver accettato i suoi desideri omosessuali, ma nei livelli più profondi dell’inconscio sarà sempre in conflitto: non sarà mai profondamente in pace con sé stesso. Nicolosi analizza l’inizio della psicoterapia ricostitutiva, le problematiche del transfert, il concetto di mascolinità e l’importanza dell’autoaccettazione. Al contrario di quanto dicono gli oppositori della terapia ricostitutiva, se è vero che i sensi di colpa possono costituire una forte motivazione iniziale, il senso di colpa non è mai la chiave del successo terapeutico. Infatti, dopo alcuni mesi di terapia i pazienti sono meno tormentati dai sensi di colpa — specialmente da quelli patologici che rafforzano l’autocommiserazione — ma accettano la propria situazione e contemporaneamente sono motivati a completare la propria crescita personale.


Un punto fondamentale del processo di crescita è la riappacificazione con il padre. Il paziente deve capire che il danno più grave non è stato arrecato tanto dal padre, ma da lui stesso con il suo atteggiamento di "distacco difensivo". Perdonare veramente il padre significa accettarlo per quello che è, compresa la sua incapacità di dare amore. Perdonare veramente è come un’esperienza di morte: significa far morire la fantasia di ricevere amore dal proprio padre, significa, paradossalmente, fare da padre al proprio padre, dargli quanto avremmo voluto ricevere.
La compassione è l’ultimo stadio del perdono e nasce spesso quando si capisce che dietro a un padre inadeguato vi è l’ombra di un nonno inadeguato — cioè di un padre-ombra — che si ripete per generazioni. Fra i fattori che favoriscono la prognosi vi sono la motivazione, i valori tradizionali, la mancanza di autocommiserazione, la pazienza e l’accettazione della natura continuativa della lotta intrapresa.

L’età più favorevole per la terapia è quella fra i venti e i trent’anni: prima dei venti la terapia è più difficile perché nell’adolescenza l’istinto sessuale è troppo intenso. Nella terapia ricostitutiva dell’omosessuale maschio è importante il ruolo dello psicologo maschio per il completamento del processo d’identificazione: la sua autorevolezza e il suo sincero amore per il paziente rappresentano il "carisma" del padre non avuto.


L’appropriazione della mascolinità ha bisogno anche della sfida di amicizie maschili non sessuali, caratterizzate da intimità e da cameratismo. L’eventuale terapeuta donna deve fare da ponte per l’accettazione del terapeuta uomo. Vengono quindi affrontate varie argomentazioni terapeutiche.
Per esempio, al contrario di quello che tutti credono, non sono affatto i rapporti eterosessuali che permettono la crescita dell’omosessuale, anzi, essi producono soltanto un forte senso di fallimento e rinsaldano la convinzione che le relazioni omosessuali siano più significative, più intense e soddisfacenti.
Il primo passo verso la liberazione consiste nel diventare consapevoli delle proprie reali motivazioni. La cosa più importante, in realtà, consiste nel reinterpretare la propria storia personale, nel comprendere gli eventi della prima infanzia, le dinamiche dei rapporti con i genitori: questo richiede tempo, pazienza, umiltà e l’aiuto di amicizie vere e disinteressate.


L’ultimo capitolo è dedicato alla psicoterapia di gruppo. Nicolosi conclude il suo studio dicendo che a ogni uomo bisogna offrire la consapevolezza di una nuova vita che lo attende al di là della solitudine, della frustrazione e del dolore.






L’opera di Nicolosi — a integrazione della quale rimando al mio Domande e risposte sul problema dell’omosessualità (in Cristianità, anno , n. 314, novembre-dicembre 2002, pp. 7-24) — ha il non piccolo merito di aver sintetizzato settantacinque anni di ricerche cliniche ed empiriche sul problema dell’omosessualità maschile, quindi di aver "tradotto" in formulazioni di pratica terapeutica la fondamentale "teoria del distacco difensivo" della Moberly, per fronteggiare un problema di tutt’altro che trascurabile spessore umano, individuale e socio-politico.


Bruto Maria Bruti

lunedì 19 maggio 2008

Omosessualità: Narth esorta i Mezzi di Informazione alla precisione


NARTH esorta i Mezzi di Informazione alla precisione



Comunicato Stampa
Per Diffusione Immediata
10 maggio 2007


Encino, California - Il Presidente della Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell'Omosessualità, Joseph Nicolosi, Ph.D. e il Presidente eletto A. Dean Byrd, Ph.D., chiedono ai giornalisti dei Media di fornire notizie più accurate sulla terapia riparativa.

"Nel corso dell’ultimo mese, Montel Williams e Diane Sawyer hanno mostrato alcuni servizi dedicati alla terapia riparativa, ma nessuno dei due ha invitato nei propri programmi un terapeuta affinché potesse spiegarla", ha detto Joseph Nicolosi, Ph.D.

"Entrambi i programmi si sono occupati di ministeri di aiuto basati sulla fede, non dell’approccio della terapia riparativa che ho sviluppato più di due decenni fa. Se i mezzi di comunicazione di massa hanno davvero interesse a riferire notizie esatte sulla nostra terapia, dovrebbero invitare terapeuti riparativi.

Il Presidente eletto di NARTH A. Dean Byrd, Ph.D., concorda. "Ogni volta che qualsiasi forma di terapia di riorientamento viene discussa da importanti mezzi di informazione, di solito coinvolge qualcuno che non si è mai sottoposto a tale terapia oppure qualcuno che ha vissuto un’esperienza basata sulla fede e dalla quale è stato deluso. Questo è un giornalismo mediocre che non serve il pubblico. Chi usufruisce della stampa e dei mezzi radiotelevisivi merita una migliore informazione. Chiediamo una descrizione più imparziale del nostro lavoro - non distorsioni o caratterizzazioni".

I professionisti NARTH - tra cui psichiatri, psicologi, consulenti, assistenti sociali, avvocati e altri - sono disponibili per la stampa o la trasmissione di interviste.

Per contattare NARTH, chiamare 818-789-4440 o inviare una richiesta a: nationalarth@yahoo.com.

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NARTH, fondata nel 1992, è composta da psichiatri, psicologi, assistenti sociali certificati, consulenti pastorali, professionisti e altri studiosi del comportamento, nonché da laici esperti in vari campi come il diritto, la religione, l'istruzione, etc.

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Aggiornamento: 27 febbraio 2008

Unitevi a noi in occasione della prossima convenzione organizzata dall’Istituto di formazione NARTH a Denver, in Colorado il 7, 8, e 9 novembre 2008.




sabato 17 maggio 2008

Omosessualità: I miei due anni in Terapia Riparativa



I miei due anni in Terapia Riparativa



di "Ben Newman" 

Pubblicato in inglese nel sito del NARTH 

Tradotto da Patrizia Battisti per il Blog  SI PUO' CAMBIARE e per il NARTH 




Tutti i nomi sono stati modificati per tutelare la riservatezza. "Ben Newman" è il webmaster del sito web "PeopleCanChange.com" (adesso Brothers on a Road Less Traveled), una pagina web che offre molte utili e penetranti storie di cambiamento. Direttore di pubbliche relazioni di professione, l'autore risiede in Virginia con la sua famiglia. Può essere contattato all’indirizzo email: ben@peoplecanchange.com.

Nel maggio del 1997, mentre mi accingevo ad iniziare la terapia riparativa per dipendenza omosessuale, stavo attraversando un periodo di profonda crisi. Mia moglie aveva scoperto un’altra delle mie menzogne, che raccontavo per nascondere la mia doppia vita. Sicuramente questa sarebbe stata l'ultima goccia. Sicuramente questa volta lei mi avrebbe lasciato e non sarebbe più tornata; avrebbe portato con sé i nostri due bellissimi bambini. Ero totalmente in preda al panico.

La prima volta che sono entrato nell'ufficio del mio terapeuta non mi sono sentito particolarmente a disagio; il panico che provavo per il mio matrimonio aveva eclissato qualsiasi nervosismo per ciò che sarebbe potuto accadere durante la terapia.

Avevo incontrato il mio nuovo terapeuta, "Matt", solo sei settimane prima, attraverso un gruppo di self-help per uomini che lottano contro desideri omosessuali indesiderati. Matt mi aveva colpito per due motivi: per il suo aspetto giovanile e mascolino – i suoi occhi sembravano scrutare nella mia anima - e per avermi raccontato che lui stesso, un tempo, aveva lottato contro desideri omosessuali e che era riuscito a risolvere il problema. Soprattutto quest’ultimo particolare mi diede enorme fiducia e speranza.

Avevo letto alcuni scritti di persone che affermavano genericamente "Altri sono usciti dall’omosessualità, perciò anche tu lo puoi", ma non avevo letto mai nulla che effettivamente identificasse questi cosiddetti ex-omosessuali, e così per anni avevo dubitato della loro esistenza.

Matt è stato il primo vero essere umano a dirmi "Mi sentivo gay e pensavo di voler vivere la mia vita in quel modo, ma ho trovato una via d'uscita che mi ha fatto sentire più felice e in pace con me stesso".

Non sapevo cosa volesse dire esattamente, ma avevo fiducia che lui, più di chiunque altro, mi avrebbe potuto aiutare a trovare il modo per uscire dal buco in cui mi trovavo.

Ed era un buco profondo. Avevo una doppia vita. In apparenza, marito e padre felice, cristiano praticante e professionista di successo, ma in realtà, omosessuale sesso-dipendente e pieno di rabbia.

Dopo 14 anni di questa vita, mi ero arreso, convinto che sarei vissuto per sempre in questo modo e sperando che la mia vita intima e la mia facciata esterna non si sarebbero mai scontrati l’una con l’altra, distruggendo la mia vita.

Adesso, nello studio del mio terapeuta, la mia vita segreta entrava veramente in rotta di collisione con la mia falsa facciata. Potevo vedere la mia vita in procinto di crollare intorno a me.




Il Rifiuto dell’APA:
Non funziona e potrebbe essere dannosa

In occasione della mia prima seduta con Matt mi é stato chiesto di firmare un modulo per il consenso alla trattazione dei dati. E' un atto richiesto dalla clinica a causa delle deliberazioni dell'Associazione Psicologica Americana volte a scoraggiare questo tipo di trattamento.

L’efficacia della terapia riparativa non è dimostrabile, diceva il modulo; la posizione ufficiale dell’APA consisteva nel non credere che sia possibile cambiare orientamento sessuale; tentare di farlo avrebbe potuto persino causare danni psicologici. Sì, giusto, pensai, come se la doppia vita che stavo vivendo non me ne stesse causando.

Ad ogni modo, mi irritava il suggerimento che l’unica soluzione “corretta” (o comunque politicamente corretta) per me fosse quella di abbandonare mia moglie e i miei figli e di gettarmi nello stile di vita gay. Non era quello che volevo. Avevo avuto la possibilità di farlo prima di incontrare Diana e di avere dei figli con lei, quando la posta in gioco era molto più bassa – adesso mi rendevo conto che non era ciò che volevo.

Mentre all’inizio avevo trovato esaltante avere rapporti sessuali con uomini, adottare un’identità gay ed immergermi in uno stile di vita gay, ben presto ebbi la sensazione che quel tipo di vita stava uccidendo il mio spirito, mi stava allontanando dagli obiettivi che mi ero prefisso nella vita, da Dio e da scopi più elevati.
Mi accorsi che non volevo essere un gay dichiarato, al contrario, volevo essere affermato come uomo.

Ma durante i primi anni del mio matrimonio, incapace di trovare un aiuto significativo nella mia lotta contro l’omosessualità che ancora sentivo forte entro di me, ho fatto ricorso a un’orribile doppia vita. Prima di incontrare Matt, avevo abbandonato ogni speranza di poter cambiare. Sentivo che Matt era la mia unica speranza.

Durante la nostra prima seduta, svelai tutta la mia storia con una franchezza e un abbandono senza precedenti per me. Mi sentivo al sicuro con Matt. Non dovevo preoccuparmi né ottenere la sua approvazione né delle possibili conseguenze per avergli rivelato la mia storia. Lui mi disse con franchezza: "La tua vita è un caos". Mi sorprese la sua schiettezza, ma sapevo che era vero. "Posso aiutarti a lavorare sui tuoi momenti di crisi”, disse, “ma se non scenderai molto più in profondità, ritornerai al punto di partenza, ritardando solamente l’inevitabile ricaduta – probabilmente con conseguenze persino più gravi la prossima volta”.

Ho accettato. Avevo toccato il fondo. Ero pronto a fare tutto il necessario per riportare ordine nella mia vita. Durante le settimane seguenti, mi recavo, praticamente correndo, nell’ufficio di Matt ogni martedì sera. Lì trovavo un luogo che mi dava sicurezza e sollievo, un luogo dove potevo ottenere aiuto e trovare orientamento nei labirinti bui della mia vita.

Ho parlato con Matt della sofferenza che provavo per l’intenso dolore causato a mia moglie, gli ho parlato di come mia moglie si sentiva offesa e arrabbiata nei miei confronti, e di quanto mi sentii sollevato quando lei, vedendo la mia determinazione a lavorare con Matt, decise di non andarsene, almeno per il momento.


SCOPRIRE LA FERITE

In seguito dovetti prepararmi a fare una piena confessione ai massimi rappresentanti della chiesa dove servivo come pastore laico.
Sapevo che non sarei mai potuto cambiare in maniera permanente se avessi continuato a nascondere la mia vita segreta, e mi ero impegnato con Diana a fare ciò a condizione che lei fosse rimasta con me. Ma confessare tutto a questi uomini di potere di cui temevo il rifiuto, era la cosa più terrificante che potessi immaginare.

Tuttavia, quando lo feci, essi reagirono con cortesia e sollecitudine. Tuttavia non potevano tollerare questo tipo di comportamento sessuale da parte di un pastore. Così decisero di scomunicarmi e di darmi l’opportunità di essere ribattezzato un anno dopo, se avessi dimostrato di essere in grado di restare fedele a mia moglie.

La mia scomunicazione fu gestita in modo da non provocarmi umiliazioni. Ero sempre il benvenuto alle riunioni e la mia condizione di “scomunicato” non era stata resa nota ai membri della chiesa. Ciononostante, l’intera esperienza suscitò in me un sentimento intenso di emarginazione e di vergogna. Le paratoie crollarono e durante la terapia Matt ed io esplorammo un intera vita di rifiuto (così almeno lo percepivo) da parte degli uomini. Durante quegli incontri piangevo e mi infuriavo.


Con mia grande sorpresa, Matt incoraggiava la piena espressione di questa rabbia; io, invece, volevo irrigidirmi, paralizzato dalla paura e dalla vergogna. La rabbia non è negativa? Pensavo. Non era incontrollabile? I bravi ragazzi non si infuriano. E peggio ancora, cosa avrei potuto scoprire sotto quella paralisi? Tuttavia Matt mi spiegò che stavo autodistruttivamente rivolgendo contro di me questi celati sentimenti di rabbia e di vergogna e che proprio questi sentimenti mi spingevano ad avere rapporti sessuali. La rabbia doveva essere espressa. Bisognava riconoscergli i suoi legittimi diritti.

Cercò di insegnarmi ad esprimerla, a sentirla con il mio corpo. Non riuscivo a capire. Mi sentivo come un bambino delle elementari alle prese con un problema da universitari. Che cosa mi stava incitando a fare? Alla fine, me lo ha spiegato con un linguaggio che potevo capire: “E’ come il sesso al telefono, ma usando la rabbia anziché il sesso.” Oh! Dissi ridendo, perché non lo hai detto prima!


E così la rabbia prese a furiuscire: rabbia verso mio padre perché era stato sempre emotivamente distante; rabbia verso Mike “il Prepotente” per avermi costantemente messo in ridicolo alle scuole superiori; rabbia nei confronti di mia madre per avermi fatto provare vergogna per la mia mascolinità; un dolore che avevo portato con me per la mia intera vita e che poteva continuare ad attaccarmi da dentro. Seguendo le indicazioni di Mike, immaginavo di reagire a tutto ciò, espellendo i rimproveri sarcastici, gli insulti, la vergogna e l’emarginazione dal mio cuore, dopodiché li distruggevo. Abbiamo ripetuto questo processo per mesi fino a quando non provai più rabbia. finalmente, avendo svuotato la mia anima ferita da un intera vita di rabbia repressa; ero finalmente pronto a “mollare” e a perdonare.

Altre volte Matt lavorava con me sui miei cicli di dipendenza. Esploravamo in profondità quelli che sembravano i motivi scatenanti della mia ricerca di rapporti sessuali: stress, rabbia, paura, qualsiasi emozione sgradevole mi spingeva a cercare sollievo tra le braccia di altri uomini. Decisi di rientrare nel gruppo “Sexaholics Anonymous”, dove un tempo avevo iniziato a fare progressi. Mentre frequentavo questo gruppo, e mentre con Matt ogni settimana esaminavo in profondità la mia vita emotiva, i ciclici periodi di dipendenza iniziarono a diradarsi ed in seguito diminuirono drammaticamente. 



Entrare nel mondo degli uomini

Matt mi spiegò cos’è il distacco difensivo ed io capii che avevo sempre respinto gli uomini per proteggere me stesso da qualsiasi sofferenza potessero infliggermi. Mi immersi nella lettura di un libro del dottor Dr. Joseph Nicolosi, intitolato "Reparative Therapy of Male Homosexuality" e fui stupito di trovarci la descrizione del mio esatto profilo psicologico, caratterizzato da un distacco difensivo.

Matt mi ha aiutato ad aprire la mente e il cuore alla possibilità di trovare uno o più uomini eterosessuali a cui poter rivolgermi per avere aiuto e sostegno. Ero terrorizzato, ciononostante ho avvicinato Mark, un uomo della mia chiesa, più anziano di me di circa otto anni, e gli ho chiesto di essere il mio consigliere spirituale. Lui ha accettato subito. Non sapeva nulla di omosessualità ma conosceva Dio e conosceva la sofferenza, e fu più che disposto ad aiutarmi. Parlavo con lui almeno una volta alla settimana, a volte anche di più, mettendo a nudo la mia anima. Lo chiamavo ogni volta che ero tentato di mettere in pratica i miei desideri. Lo chiamavo quando inciampavo e lui mi aiutava a risollevarmi.

La gioia che Matt provava per i miei successi e per la mia crescita era palpabile ed autentica. Stavo davvero iniziando ad amare quest’uomo come un fratello, come non mi era mai successo in tutta la mia vita.

In passato mi ero sempre irrigidito al pensiero di fare amicizia con altri uomini. Ero convinto che gli uomini eterosessuali non avessero amici -- che addirittura non avessero bisogno di amici. Le loro mogli o fidanzate erano sufficienti per loro. Di sicuro mio padre non ha mai avuto amici e non andava mai da nessuna parte senza mia madre. Riuscivo a ricordare soltanto un amico dei miei tre fratelli maggiori. Come potevo pensare di stringere un’amicizia con uomini eterosessuali per far fronte ai miei bisogni di affermazione e di compagnia? Avevo sempre creduto che i soli uomini interessati alla compagnia di altri uomini fossero gay.


Matt mi indusse ad aprire gli occhi, a guardare oltre le mie radicate percezioni. Mi disse: “La tua anima richiede una connessione con una persona di sesso maschile e questo desiderio dell’anima ha bisogno di esprimersi in un modo o nell’altro. Vuole venire fuori. Sopprimerlo funzionerà soltanto per un pò, dopodiché l’argine cederà. Se non sperimenti un’autentica ed intima connessione con un uomo in modo platonico, il tuo bisogno ti spingerà a trovare questa connessione in maniera sessuale. In un modo o nell’altro il bisogno verrà soddisfatto”.


Queste parole risuonavano dentro di me: “in un modo o nell’altro, il bisogno verrà soddisfatto”. Sapevo che era vero. Mi sforzai di uscire dal mio guscio. Iniziai ad osservare più attentamente gli uomini eterosessuali. iniziai ad osservare gli uomini che uscivano insieme a cena, che andavano insieme al cinema. Notai che durante i party gli uomini si riuniscono in gruppi prima dell’arrivo delle donne. Notai come si ritrovano insieme per guardare e commentare una partita alla tv, per giocare a biliardo o per altre attività, come ad esempio riparare un’automobile.

Mi sembrò di scoprire il mondo degli uomini per la prima volta. Durante la sessione terapeutica rendevo Matt partecipe delle mie scoperte, mentre cercavo di comprendere e di demistificare il mondo degli uomini. Parlavamo delle cose che gli uomini fanno, di come si comportano alle feste, sia tra di loro sia con le donne. Iniziai a comprenderli, poi ad apprezzarli, e infine, un po’ alla volta, a sentire che non ero così diverso da loro.

Matt divenne il mio sostituto di padre, di fratello e la mia guida nel viaggio alla scoperta del mondo degli uomini. A un certo punto, ricordo di aver guardato profondamente dentro i suoi occhi scuri mentre il silenzio scendeva tra noi. Sentivo quanto mi fidassi di lui, quanto affetto nutrissi nei suoi confronti. Sentivo quanta gioia provava per la mia crescita. Sentivo che guardandomi negli occhi Matt mi affermava come uomo, e per la prima volta mi resi conto: “sto assimilando la sua mascolinità e sento che lui sta affermando la mia, e non lo sto neanche toccando né tanto meno lo desidero sessualmente. Posso farlo attraverso gli occhi! Non ho bisogno di farlo attraverso i miei genitali o le mie mani. Riesco a sentire il suo amore e a connettermi con la sua mascolinità silenziosamente, senza toccarlo. Fu un momento di gioia - un momento in cui mi sono sentito completamente maschio e completamente affermato come uomo.


Uno dei passi più difficili per me fu quello di chiedere ad un uomo che frequentava la mia stessa chiesa, Rob, di insegnarmi a giocare a basket. Non fu Matt a suggerirmelo, ma la paura che provavo quando si tattava di praticare uno sport rasentava la fobia, e qualcosa dentro di me mi diceva che dovevo affrontare questa paura. E’ stato difficile avvicinarmi a Rob e chiedergli di insegnarmi a giocare, ma presentarmi al campo di basket per la mia prima lezione mi gettò nel panico. Provavo più imbarazzo per la mia inettitudine nello sport che per il mio trascorso da omosessuale. Rivelando a Rob di non sapere assolutamente nulla di basket, mi stavo rendendo totalmente vulnerabile.

Rob mi allenò ogni sabato mattina per diverse settimane ed io raccontavo a Matt dei miei successi e delle mie paure. Infine, accettai di partecipare ad alcune partite; la prima volta fui oggetto di scherno da parte dei bulli della scuola. Ma la settimana seguente andò meglio. Una volta scrissi orgogliosamente a Matt in una email: "riesco a fare un jump shot! Per la prima volta nella mia vita ho realizzato un jump shot!" Matt mi rispose che era entusiasta e che poteva capirmi. Chi altri avrebbe potuto comprendere cosa ciò potesse significare per un uomo di 36 anni?

Mentre continuavamo a lavorare insieme, Matt mi parlò di un’organizzazione di uomini chiamata New Warriors che si riuniva in un accampamento in montagna a due ore di distanza da lì. All’inizio esitai, ma in seguito, attenuatasi la mia paura degli uomini, decisi di andare. Tornato dal mio primo weekend nell’agosto del 1998, entrai nell’ufficio di Matt praticamente fluttuando. “È stato fantastico!” Gli dissi. “Ho scoperto gli uomini!” Ero come loro; e loro erano come me! Ero un uomo tra gli uomini. Non mi ero mai sentito così prima di allora.

Ci furono molti alti e bassi, scivoloni e ricadute, momenti di coraggio e di paura, ma adesso avevo molte fonti da cui trarre forza - Matt, Mark, Rob, il gruppo di integrazione New Warriors che frequentavo settimanalmente, il gruppo Sexaholics Anonymous e, sempre, Diane. Lei mi restava accanto, mi amava e mi incoraggiava mentre assisteva al reale cambiamento che stava avvenendo, non soltanto del mio comportamento ma anche nel mio cuore.

Nel febbraio del 1999, essendo rimasto fedele a Diane per un anno e mezzo e sentendo che ero cresciuto e guarito abbastanza da poter rinnovare il mio impegno con lei e con la mia chiesa, fui battezzato; fu una cerimonia intima e bella. Mark, Rob, ed altri amici della Chiesa erano lì. C’era anche Diana con le lacrime agli occhi, raggiante di orgoglio e rasserenata dal “mio ritorno a casa”.
Il Mio Uomo

Negli ultimi mesi di terapia Matt, percependo che il mio bisogno del suo aiuto professionale si stava esaurendo, fece in modo che tutte le questioni sospese che richiedevano ancora il suo intervento venissero trattate fino in fondo: persistenti sentimenti di emarginazione; offese che dovevo perdonare.
Sempre più spesso, durante le sessioni di terapia, riferivo di momenti di gioia anziché di dolore, rabbia o paura, condividendo con lui il mio crescente senso di identità e di potenza come uomo; gli riferivo inoltre delle nuove amicizie che stavo costruendo e dei nuovi rischi che stavo affrontando per mettere alla prova la sempre più grande forza interiore.


Memtre ci preparavamo all’inevitabile momento della separazione, Matt mi fece distendere sul divano dopo aver messo della musica soft. Poi si sedette dietro di me, cullandomi la testa e le spalle tra le sue braccia, disse: "SEI un uomo," Udii la la voce forte e profonda che affermava “Tu sei forte. Sei potente. Hai spezzato il potere che ti legava all’identità di tua madre. Hai dimostrato di essere un uomo tra gli uomini. Gli uomini ti ammirano e ti affermano. Sei uno di loro. Sei un marito e un padre buono e affettuoso. Sei completo”. Non sei perfetto ma sei lo stesso ok. Sei completo”.

Le lacrime mi scendevano sulle guance. Io gli credevo! Era vero e finalmente lo sapevo. Ero completo! Non desideravo più gli uomini sessualmente. Ero uno di loro, non il loro opposto. Non avevo bisogno di un uomo per completarmi. Tuttavia l’ironia è che mi sentivo più connesso e legato agli uomini e alla virilità di quanto non mi ci sia sentito in tutta la mia vita.

E’ QUESTO ciò che avevo sempre cercato in tutti quegli uomini e in tutti quegli anni. QUESTO è ciò che avevo sempre desiderato – questa connessione REALE, non quella fantastica. La Connessione con Dio. La Connessione con gli uomini. La Connessione con la mia virilità. La Completezza dentro di me. Sentivo che il mio cuore stava quasi esplodendo di gioia nel mio petto.

Sono uscito dall’uffico di Matt per l’ultima volta il 25 agosto 1999, dopo 27 mesi di terapia. Ero un uomo diverso. Più felice, più sicuro. Completo. Non avevo avuto rapporti sessuali con uomini ed ero restato fedele a mia moglie per due anni – e così facendo avevo trovato pace e gioia.
Al termine dell’ultima seduta terapeutica, abbracciai Matt con fermezza, sprofondando il viso nel suo petto. “Ti voglio bene”, gli dissi. “Non dimenticherò mai ciò che hai fatto per me”. Con le lacrime agli occhi mi disse “anch’io ti voglio bene”.
Se solo potessi restare suo amico per sempre. Ma qualcosa dentro di me mi diceva: “L’amicizia è per sempre. Anche se non puoi essere suo amico in questa vita, lo sarai nella prossima. Questo potente legame tra voi durerà per sempre”.

E forse la cosa ancora più importante è che da allora in poi avrei portato con me in ogni altra relazione ciò che Matt mi aveva donato. Non avevo più bisogno di Matt come terapeuta perché potevo finalmente avere rapporti sinceri con altre persone. Potevo farmi degli amici. Potevo chiedere aiuto. Potevo essere vero.

E più di ogni altra cosa, riuscivo ad amare. Avevo imparato a donare e a ricevere amore da altri uomini come se fossero fratelli, e ad avere fiducia in loro. Avevo scoperto ciò che avevo cercato per tutta la mia vita.


Aggiornato: 8 febbraio 2008
Pubblicato nel sito dall'Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell'omosessualità (NARTH),

domenica 4 maggio 2008

Uscire dall'Omosessualità: Testimonianza di Emanuela


                                
 Per me non é stato facile uscire dall'omosessualità

 Testimonianza di Emanuela

                

                                                                             


            Da alcuni anni sto lottando contro l’omosessualità, completamente da sola, senza mai parlarne con nessuno. Soltanto una volta, in confessione, ne ho parlato con un sacerdote che, non sapendo cosa dire, ha semplicemente sorvolato sull’argomento. Non sono riuscita a capire cosa pensasse dell’omosessualità: forse pensava che non esiste una soluzione, forse anche lui aveva lo stesso problema… non lo so… ma mi è sembrato quasi a disagio. Gli ho parlato dei libri e delle informazioni trovate su internet riguardo la possibilità di uscire dall’omosessualità… e lui.. nulla.

        Negli ultimi anni sono cambiata molto, dentro e fuori… prima mi scambiavano spesso per un uomo… adesso mi dicono che ho un aspetto molto femminile e delicato. Quando incontro persone che non vedevo da anni, all’inizio mi osservano attentamente senza riconoscermi, poi sgranano gli occhi…. Il mio aspetto esteriore è cambiato perché sono cambiata dentro.
Non mi pento di aver intrapreso questo cammino ma a chi mi chiedesse se è stato facile, risponderei “NO!!!!”

             Non è stata una passeggiata e non lo è tuttora, anche se adesso mi sento bene la maggior parte del tempo. Ho sofferto tantissimo, ho dovuto fare tutto da sola. La Chiesa, almeno in Italia, non è preparata per aiutarti, non sa da dove iniziare; gli psicologi ti dicono che è normale e che devi accettarlo, ma non sanno neanche loro di cosa stanno parlando; in quanto ai tuoi conoscenti o colleghi di lavoro...beh, lasciamo perdere! Sei completamente sola perché a poco a poco abbandoni i vecchi amici… non sai più cosa dirgli, non ti soddisfano più proprio perché stai cambiando; vorresti conoscere persone con cui condividere la tua nuova esperienza, ma dove incontrarle??? Nella Chiesa? Non credo.

          Quindi, a chi desidera cambiare voglio dire: Fatelo! Con il tempo vi renderete conto che ne è assolutamente valsa la pena… ma preparatevi anche a soffrire, a fare tante rinunce e sacrifici, anche a battere i pugni sul muro per la disperazione.… L’unica Persona che sarà sempre con voi nel cammino, anche se a volte starete tanto male da avere l’impressione che non ci sia più neanche lui, è DIO. E’ solo grazie a Lui, alla preghiera, e ad alcuni buoni libri di ispirazione cristiana dedicati alla maturazione, alla crescita personale e al perdono (scritti anche da ex-omosessuali) che sono cambiata.



          Non metto in dubbio che ci siano persone (ho letto libri e ascoltato alcune testimonianze su internet) il cui cammino verso il cambiamento non è stato così impervio come lo è stato per me; l’essere umano è complesso e ognuno ha la propria storia; dico soltanto che per me non è stato facile.
A voi che avrete il coraggio di iniziare questo difficile cammino dedico questa bellissima poesia di Margaret Fishback Powers.

Orme nella sabbia


Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che ho camminato sulla sabbia
accompagnato dal Signore
e sullo schermo della notte erano proiettati
tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro e ho visto che
ad ogni giorno della mia vita,
apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.

Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si esaurirono.

Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi punti
c'era solo un'orma...
Questi posti coincidevano con i giorni
più difficili della mia vita;
i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore.

Ho domandato, allora:
"Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me
in tutti i giorni della mia vita,
ed io ho accettato di vivere con te,
perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti
più difficili?".

Ed il Signore rispose:
"Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo:

i giorni in cui tu hai visto solo un'orma
sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio".

~ ~
Emanuela, Roma