mercoledì 6 agosto 2008

NARTH: Una Risposta Esauriente alle Obiezioni al Trattamento dell'Omosessualità










Una Risposta Esauriente
alle Obiezioni al Trattamento dell’Omosessualità

A cura del NARTH
(Associazione psicologica e psichiatrica Americana)
 

Traduzione di Patrizia Battisti

 
Introduzione

Nel 1973 l’Associazione Psicologica Americana è stata costretta a cedere ad anni di pressioni da parte di attivisti gay e lesbiche, rimuovendo l’omosessualità dalla propria lista diagnostica dei disturbi mentali. Da allora, e nonostante considerevoli proteste, l’APA continua ad inchinarsi dinanzi alle pressioni di un Comitato attivo di Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transessuali (GLBT), assumendo linee di condotta a sostegno di un programma politico anziché rispondere alla legittima ricerca scientifica.

Per esempio, durante la Convenzione Annuale tenutasi ad Honolulu nel 2004, il Consiglio dei Rappresentanti dell’APA, adottò una risoluzione a sostegno dei matrimoni tra gay, dichiarando “ingiusto e discriminatorio negare a coppie dello stesso sesso il legale accesso al matrimonio civile e ai connessi benefici, diritti e privilegi.”

La risoluzione si basava sulla raccomandazione del Gruppo di Lavoro APA sulle Relazioni e le Famiglie di membri dello Stesso Sesso, costituito principalmente da attivisti gay e lesbiche e da persone chiamate a far parte della task force per il loro noto sostegno all’agenda politica del GLBT.

Nel 1997 l’APA ha adottato la sua attuale politica, che si oppone a qualsiasi tipo di terapia che tratti l’omosessualità come una malattia mentale, ma non ha denunciato esplicitamente le terapie di tipo riparativo. Nell’aprile di quest’anno, rispondendo di nuovo alle richieste di vocali membri omosessuali, l’APA ha autorizzato la creazione di una task force sulle Risposte Appropriate all’Orientamento Sessuale, rivedendo ed aggiornando la linea di condotta del 1997.


Non stupisce che l’APA abbia ignorato la nomina di molti candidati qualificati che avevano una reale background clinico nei processi della terapia del cambiamento, ed abbiano invece nominato un comitato composto principalmente da noti accademici e terapeuti pro-gay, che da anni avevano reso nota la propria opposizione alle terapie di affermazione.

L’opposizione alle terapie del cambiamento sembra ruotare attorno a tre generali obiezioni che l’Assemblea Scientifica Consultiva, operando sotto la direzione di James E. Phelan, Psy.D, affronterà in questa scheda informativa del NARTH.

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L’Associazione Psicologica Americana (APA) sostiene le seguenti tre obiezioni al trattamento dell’omosessualità:

1. Non esiste alcuna prova decisiva o convincente a dimostrazione che tali tentativi terapeutici offrano un reale cambiamento.

2. Gli Sforzi per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati dannosi e possono condurre ad un maggiore odio di se stessi, alla depressione e ad altre conseguenze auto-distruttive.

3. Nella popolazione omosessuale non vi è un numero maggiore di patologie rispetto a quello riscontrato nella popolazione in generale.

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1 Il termine omosessualità (e forme di esso) è utilizzato in questo rapporto nella sua accezione storica e scientifica.
Gli autori sono consapevoli che i termini lesbica e gay sono da preferirsi quando sono riferiti a gruppi specifici.

*Questa è una versione abbreviata di un’ampia relazione disponibile presso NARTH, 16633 Ventura Blvd, Encino, CA 91436-1801; (818) 789-4440.

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L’Assemblea Scientifica Consultiva ed il Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità (NARTH) presenta i seguenti dati in risposta alle citate obiezioni:

1. “Non esiste alcuna prova decisiva o convincente a dimostrazione che tali tentativi terapeutici offrano un reale cambiamento”

I risultati degli interventi mirati al cambiamento dell’orientamento sessuale sono stati ampiamente documentati a partire dalla fine del diciottesimo secolo. L’applicazione di diversi paradigmi ed approcci ha condotto ad esiti diversi. Ciò, di per sé, ha mostrato la possibilità di cambiamento anche in assenza di studi randomizzati. Gli esiti del trattamento erano generalmente definiti dalla misura delle modifiche del desiderio sessuale (da omosessuale ad eterosessuale) ed è stato documentato sia attraverso le testimonianze delle persone direttamente coinvolte sia attraverso altri tipi di dati (Kinsey, Pomeroy, & Martin, 1948; Klein, 1978; Sell, 1997).
Anche in assenza di interventi, gli studi hanno dimostrato che l’orientamento sessuale non è un costrutto unitario e unidimensionale (Weinrich & Klein, 2002).

L’orientamento sessuale, inteso in termini di sesso delle persone verso cui l’individuo é sessualmente ed affettivamente attratto e verso cui prova sentimenti di amore e/o di attrazione sessuale, è definito come un continuum piuttosto che come una variabile dicotoma. La maggior parte delle persone é essenzialmente orientata verso un solo sesso ma prova anche una qualche forma di attrazione verso l’altro sesso. Altri individui sperimentano un’attrazione più o meno bilanciata sia per gli uomini sia per le donne.


Sebbene, in realtà, l’attrazione sessuale sia concettualizzata come un continuum, gli individui (perlomeno nelle culture occidentali) tendono a descrivere se stessi come appartenenti a uno dei seguenti tre orientamenti: gay o lesbico, bisessuale e eterosessuale. Il proprio dichiarato orientamento sessuale può non essere conforme alle proprie effettive attività sessuali, che includono comportamenti, conoscenze e fantasie collegate alla sessualità (p. 266).

I diversi approcci impiegati per il cambiamento dell’orientamento da omosessuale a eterosessuale sono stati documentati per iscritto, utilizzando vari paradigmi. Ancor prima del sopravvenire della psicoanalisi Freudiana, Charcot, attraverso l’uso dell’ipnosi, nel 1882, riferì di alcuni successi in quanto “pazienti omosessuali sono diventati eterosessuali” (Horstman, 1972, p. 5). Anche Albert von Schrenck-Notzing (1892) ha riferito di un caso in cui utilizzando terapie ipnotiche si è verificato un cambiamento dell’impulso dell’attrazione sessuale da omosessuale ad eterosessuale.

Sebbene lo studio psicoanalitico di Bieber et al. (1962), condotto su uomini omosessuali, secondo il quale il 27% delle persone che avevano completato il trattamento erano diventate esclusivamente eterosessuali, sia stato ampiamente criticato per difetti di ricerca, un esame di 285 membri anonimi dell’Associazione Psicoanalitica Americana condotto 30 anni più tardi da Macintosh (1994), ha rivelato che su 1215 pazienti omosessuali trattati da psicoanalisti, il 23% è passato dall’omosessualità all’eterosessualità e che l’84% dell’intero gruppo ha ottenuto significativi benefici terapeutici.

Le percentuali di successo dichiarate dai terapeuti del comportamento sono state, nei casi riferiti, sostanzialmente di un terzo o maggiori (Bancroft, 1974; Birk, Huddleston, Miller, & Cohler 1971). Throckmorton (1998), esaminando gli esiti del trattamento, ha rilevato che molti consulenti comportamentalisti hanno sostenuto l’utilità dell’utilizzo di una molteplicità di tecniche del comportamento ai fini del riorientamento verso l’eterosessualità.

Il Dr. Nicholas Cummings, ex presidente dell’APA, ha rivestito l’incarico di Direttore del Mental Health con la Kaiser-Permanente Health Maintenance Organization. Durante i 20 anni in cui è stato alla Kaiser-Permanente ha trattato più di 2000 pazienti e il suo staff ne ha trattati altri 16.000. Né lui né i membri del suo staff hanno mai cercato di riorientare i loro pazienti verso l’eterosessualità a meno che gli stessi pazienti non avessero indicato, in maniera inequivocabile, che era quello lo scopo che desideravano raggiungere con la terapia. Tra i pazienti che si prefiggevano tale scopo, il 67% ha ottenuto buoni risultati con il 20% di riorientamento (Cummings, 2007).

Anche I terapeuti sessuali hanno documentato cambiamenti nell’orientamento sessuale. L’Istituto Kinsey ha documentato il trattamento di più di 80 uomini omosessuali che avevano raggiunto un adattamento eterosessuale soddisfacente (Pomeroy, 1972). Nel trattamento di 90 omosessuali (Masters and Johnsons 1979) è stata riportata una percentuale di fallimenti del 28.4% nell’arco di 6 anni (Schwartz & Masters, 1984). Essi hanno scelto di riportare la percentuale di fallimento per evitare vaghi concetti di successo. Sebbene la percentuale di fallimento non sia stata uguagliata dalla percentuale dei successi, è stato utile comparare gli esiti positivi del loro lavoro con quelli riportati in altri studi centrati sul cambiamento dell’orientamento (Diamant, 1987).

Anche meta-analisi di studi anno dimostrato il riorientamento dei pazienti verso l’eterosessualità: il 33% è stato riscontrato nelle meta-analisi di Clippinger (1974); il 35% in quelle di James (1978); e il 33% in quelli di Jones e Yarhouse (2000). Byrd and Nicolosi (2002) hanno utilizzato la tecnica meta-analitica in 146 studi riguardanti la valutazione dell’efficacia del trattamento. L’analisi ha rilevato che il paziente medio sottopostosi al trattamento ha ottenuto migliori risultati rispetto al 79% dei pazienti che si sono sottoposti a trattamenti alternativi, e anche rispetto alle percentuali di pretrattamento in diverse valutazioni degli outcome.

Infine, le risposte dei pazienti a domande concernenti il modo in cui hanno vissuto il cambiamento, hanno fornito dati a conferma che il cambiamento è possibile, almeno per alcuni. Nicolosi, Byrd, and Potts (2000), con enormi sforzi da parte dell’Associazione Nazionale per la ricerca e la Terapia dell’omosessualità, hanno esaminato retrospettivamente 882 omosessuali insoddisfatti, servendosi di un questionario costituito da 70 elementi di informazione. Dopo essersi sottoposti alla terapia oppure contando soltanto sulle proprie forze, il 20-30% dei partecipanti ha riferito di essere passato da un orientamento omosessuale a un orientamento esclusivamente o quasi esclusivamente eterosesuale. Dei 318 che si sono dichiarati esclusivamente omosessuali prima del trattamento, 56 di loro, pari al 17.6%, hanno riferito, durante l’indagine, di considerarsi esclusivamente eterosessuali.


Shidlo and Schroeder (2002) hanno intervistato 182 uomini e 20 donne che si erano sottoposti a terapie di riorientamento sessuale, per scoprire se tali terapie erano state percepite come dannose o utili dai pazienti. All’inizio i ricercatori hanno reclutato i partecipanti grazie alla pubblicazione, nelle riviste omosessuali, del seguente annuncio: “Aiutateci a documentare il danno provocato dalle terapie omofobiche!” Dall’esame dei 202 partecipanti risultò che 176 non avevano ottenuto alcun beneficio dalla terapia mentre per 26 di essi la terapia aveva aveva avuto successo. 12 stavano ancora lavorando su stessi, riferendo di alcune “ricadute”; 6 non lottavano più contro i sentimenti di attrazione omosessuale in quanto riuscivano a gestirli; 8 erano nel “periodo di passaggio eterosessuale” (p. 253); 3 persone sono state collocate al 7^ livello della scala Kinsey in quanto si sono autodefinite eterosessuali ed hanno riferito di avere comportamenti e relazioni eterosessuali, negando di avere comportamenti omosessuali.


Spitzer (2003), della Columbia University, ha intervistato telefonicamente 200 soggetti, che avevano partecipato a diversi processi di riorientamento, utilizzando un questionario di 114 domande a risposta chiusa. Prima dell’inizio del processo di riorientamento, il 46% dei maschi e il 42% delle femmine provava attrazione soltanto per persone dello stesso sesso. Dopo l’intervento, il 17% dei maschi e il 54% delle femmine hanno riferito di essere attratti esclusivamente dal sesso opposto. Dopo tali risultati Spitzer ha affermato “Pertanto, esistono prove che il cambiamento dell’orientamento sessuale, seguendo alcune forme di terapia riparativa, si verifica in alcuni uomini omosessuali e in alcune lesbiche” (p. 403).

La dissertazione di Karten’s (2006) ha preso in esame gli sforzi di riorientamento sessuale di 117 uomini attratti da persone dello stesso sesso che si erano sottoposti a vari tipi di intervento per cambiare orientamento. Utilizzando una scala di autoidentificazione sessuale di 7 livelli in cui il livello 1 sta ad indicare esclusiva omosessualità e il livello 7 esclusiva eterosessualità, egli ottenne i seguenti dati: all’inizio dell’intervento gli uomini riportarono, in media, il mediocre punteggio di 2.57 (2= quasi completamente omosessuale; 3= più omosessuale che eterosessuale); durante l’indagine (dopo l’intervento) riportarono il punteggio di 4.81 (4= ugualmente omosessuale e eterosessuale; 5= più eterosessuale che omosessuale). Il cambiamento era statisticamente significativo.

Infine, una compilazione di 3 recenti sondaggi (Nicolosi, Byrd, & Potts, 2000; Shidlo & Schroeder, 2002; and Spitzer, 2003) ha prodotto una percentuale di successi del 31%. Esiste un’enorme differenza nelle percentuali di successo tra gli studi di Nicolosi et al. (2000) e di Spitzer (2003) e quelli di Shidlo and Schroeder (2002). Ciò è probabilmente dovuto ai metodi di campionamento dei ricercatori. Nicolosi et al. (2000) e Spitzer (2003) utilizzarono campioni provenienti da fonti che possono, con più probabilità, fornire risultati positivi (ad esempio da organizzazioni come NARTH), mentre Shidlo e Schroeder (2002) si servirono di campioni provenienti in gran parte da fonti omosessuali, più inclini a fornire risposte negative alle terapie riparative. Ciononostante, alla fine, la percentuale media di successi prodotta è ancora del 31%, non molto diversa da precedenti meta-analisi di resoconti.

Riassumendo, numerosi resoconti sul cambiamento dell’orientamento da omosessuale a eterosessuale sono stati documentati utilizzando una varietà di terapie, così come sopra descritto. Questi elementi di prova sono una risposta alle affermazioni che non esistono prove convincenti della possibilità di cambiamento. Anche in assenza di uno studio randomizzato, gli esiti degli interventi volti al cambiamento dell’orientamento sessuale sono estesi e vari.

2. “Gli Sforzi per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati dannosi e possono condurre ad un maggiore odio di se stessi, alla depressione e ad altre conseguenze auto-distruttive.

In generale, non è stata dimostrata la dannosità della terapia riparativa. Come è stato già detto, gli sforzi terapeutici per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati utili per un certo numero di clienti. Anche quando questi erano delusi per il fatto di non aver modificato i propri pensieri, sentimenti, fantasie o comportamenti sessuali verso persone dello stesso sesso, i clienti hanno generalmente riferito di essere soddisfatti dei cambiamenti verificatisi. Mentre l’insoddisfazione del cliente è una possibile e spiacevole conseguenza di qualsiasi terapia, tale insoddisfazione non è di per sé “dannosa” e può essere minimizzata dalla pratica responsabile di un accurato e tempestivo consenso informato.

Gli autori che si oppongono in modo netto alla pratica della terapia riparativa, avvertendo che essa può o potrebbe essere dannosa, riconoscono, ciononostante, che tale terapia non sempre lo é. Ad esempio Haldeman (2001), che dichiara di aver aiutato clienti sottoposti a questa terapia, ha osservato che: “Non tutti gli individui sembrano essere stati danneggiati dalla terapia di conversione. Non è raro, infatti, che alcuni abbiano riferito che un fallito tentativo abbia avuto uno strano e indiretto effetto benefico, come (ad esempio) quello di “abbandonare” il diniego del proprio orientamento sessuale” (pp. 119-120).


Susseguentemente, dopo aver descritto i rischi ai quali, secondo lui, i clienti della terapia riparativa erano esposti, Haldeman ha definito la valutazione del rischio con queste parole: “Con questo non intendo suggerire che tutte le terapie di conversione sono dannose o che i professionisti del settore della salute mentale dovrebbero cercare di fermarle” (p. 128). Un’altra ricerca, spesso citata, incentrata sul reale o potenziale danno causato a “soggetti che si sottopongono a terapie di conversione” ha dimostrato che tali terapie non sempre sono considerate dannose da chi ne usufruisce (Shidlo & Schroeder, 2002).

Mentre lo studio era stato inizialmente ideato per “documentare il danno” procurato dalle “terapie omofobiche” al fine di “informare il pubblico riguardo gli effetti spesso dannosi di tali terapie” (come scritto nel testo utilizzato per il reclutamento dei partecipanti), gli inattesi risultati concernenti positivi cambiamenti hanno portato ad includere nello studio “sia i successi sia i fallimenti percepiti dall’individuo” (p. 259).

In generale, gli autori hanno affermato che “i dati presentati in questo articolo non forniscono informazioni sull’incidenza e sulla prevalenza degli insuccessi, dei successi, dei danni, dei benefici o delle violazioni etiche della terapia di conversione” (p. 250, in corsivo nell’originale). Gli autori hanno constatato che delle 31 persone che hanno preso parte ai corsi di trattamento clinico (“qualsiasi tipo di terapia fornita da psicologi abilitati, psichiatri, assistenti sociali, esperti di terapia familiare e matrimoniale, o consulenti”) 22 persone hanno considerato “utile” il trattamento ricevuto e 9 persone lo hanno valutato “sia utile sia dannoso”. 85 lo hanno considerato “dannoso” e 2 “né utile né dannoso”. Chiaramente, un numero significativo non ha considerato la propria esperienza inequivocabilmente “dannosa” (p.257).

La terapia del riorientamento è dannosa? Per quanto riguarda le persone che hanno preso parte al suo studio, Spitzer (2003) rileva, non vi è alcuna prova che sia nociva. “Al contrario”, egli dice, “ è stato rilevato che la terapia è stata utile in molti modi, al di là dal cambiamento dell’orientamento sessuale” (p. 413). E poiché il suo studio ha constatato notevoli benefici e nessun danno, Spitzer ha affermato che l’Associazione Psicologica Americana dovrebbe smettere di applicare un duplice standard, disapprovando la terapia del riorientameno e allo stesso tempo incoraggiando energicamente la terapia affermativa-gay per la conferma e il consolidamento dell’identità gay, della quale non esiste alcuna “prova rigorosamente scientifica che ne dimostri l’efficacia” (p.413).

Inoltre, Spitzer ha scritto nelle sue conclusioni, “i professionisti della salute mentale dovrebbero smetterla di muoversi nella direzione di proibire una terapia che ha come scopo il cambiamento dell’orientamento sessuale. Molti pazienti, che hanno acconsentito a sottoporsi alla terapia, dopo essere stati informati della possibilità di andare incontro a delusioni nel caso in cui la terapia non avesse avuto successo, possono compiere una scelta razionale di lavorare per sviluppare il proprio potenziale eterosessuale e minimizzare l’attrazione omosessuale indesiderata” (p. 413).

La terapia del riorientamento viene scelta soltanto da clienti spinti dal senso di colpa, vale a dire da ciò che è comunemente conosciuto come “omofobia”?
E’ il contrario, conclude Spitzer. Infatti “la capacità di operare questa scelta dovrebbe essere considerata fondamentale per l’autonomia e l’autodeterminazione del cliente” (p. 413).

I critici suggeriscono che una delle conseguenze della terapia riparativa è lo sviluppo di un atteggiamento negativo verso l’omosessualità (ad esempio, Haldeman, 1991). Non è chiaro se questa vaga critica si riferisca a clienti singoli, al pubblico, a corporazioni di professionisti, o a tutte queste entità.




Se l’affermazione riguardo l’accresciuta omofobia sta a significare che coloro che scelgono la terapia acquisiscono atteggiamenti ancor più negativi nei confronti del sentimento di attrazione per lo stesso sesso e verso se stessi, essa costituirebbe una valida critica soltanto se venisse dimostrato che tali atteggiamenti sono inculcati dalla terapia riparativa e costituiscono un suo inevitabile effetto collaterale.

La disponibilità della terapia riparativa, durante gli ultimi decenni, ha avuto un effetto irrilevante sull’incoraggiamento o il mantenimento di una valutazione negativa da parte della stessa comunità gay o del pubblico in generale. Da alcuni decenni esiste una chiara tendenza, da parte degli omosessuali stessi e del pubblico in generale, a credere che l’omosessualità sia innata, che coloro che sperimentano l’omosessualità non siano da biasimare e che non debba essere consentita l’ingiusta discriminazione nei confronti di tali persone (Bell, 1976; 2000 Harris Poll in Schneider, 2006; Herek, 2002; Kryzan & Walsh, 1998; Otis & Skinner, 2004; Robinson, 2006).

L’asserzione che “il maggiore odio per se stessi, la depressione e altre autodistruttive” esperienze siano le conseguenze dannose degli “sforzi per cambiare orientamento sessuale” deve essere presa in considerazione anche nel contesto di qualsiasi altro processo terapeutico. Ad esempio, la psicoterapia dinamica a breve termine spesso induce i clienti a divenire consapevoli della depressione, ansietà ed altre emozioni residue del loro passato più o meno recente. A breve termine, mentre cercano di astenersi da pratiche sessuali o altro (ad esempio, uso di sostanze), i clienti possono sperimentare un aumento del “senso” di depressione, etc.

Un accrescimento di sentimenti spiacevoli può non rappresentare un indizio di “danno”, ma può offrire l’opportunità di affrontare sentimenti precedentemente “congelati” da comportamenti che alterano l’umore (es: gratificazione sessuale), sostanze (es: alcol o droghe) o altre pratiche (es: pornografia).
I clienti che pongono fine a una qualsiasi terapia prima che le questioni emotive sottostanti o gli schemi di comportamento compulsivo siano effettivamente risolti, si sentiranno certamente peggio di come si sentivano quando hanno iniziato la terrapia. 

Inoltre, nella misura in cui le persone con desideri omosessuali sono coinvolte in compulsioni sessuali e/o soffrono di altre difficoltà relazionali o psicologiche, può essere possibile e realistico un alto tasso di recidività, come quello rilevato nel trattamento di abuso di sostanze e altre dipendenze.

Concordiamo con l’affermazione di Haldeman’s (2001): “Chiaramente, tutti gli esiti potenziali (e reali) della terapia di conversione (sia utili, sia dannosi) devono essere ulteriormente documentati e valutati. Ne risulterà una migliore comprensione riguardo ai tempi e alle condizioni in cui il processo di terapia riparativa può produrre migliori risultati. 


Ulteriori studi dovranno prendere in considerazione non un singolo approccio della terapia riparativa ma una molteplicità, se non addirittua la maggior parte degli approcci terapeutici utilizzati per aiutare un qualsiasi cliente con i problemi che si presentano comunemente, ivi compresi: depressione, ansietà, vergogna, angoscia irrisolta legata alla famiglia di origine, abuso sessuale ed emotivo, difficoltà relazionali, scarsa assertività, abitudini compulsive che generano assuefazione, etc.

Qualsiasi credibile critica concernente la dannosità o l’utilità delle terapie riparative dovrà delineare con precisione i metodi, gli scopi e i costrutti teoretici del trattamento, che sono asseritamente ritenuti dannosi sia intrinsecamente e generalmente, sia individualmente e specificatamente. Finora ciò non è stato chiaramente dimostrato. In realtà, le conseguenze negative sono inevitabili in ogni campo, e non è stato dimostrato che le conseguenze negative attribuite alla pratica della terapia riparativa superino i benefici testimoniati da coloro che hanno trovato utili tali terapie.

3. “Nella popolazione omosessuale non vi è un numero maggiore di patologie rispetto a quello riscontrato nella popolazione in generale”.

La ricerca ha dimostrato che gli omosessuali (soprattutto gli uomini) soffrono di un maggior numero patologie rispetto alla popolazione in generale. Ciò si è dimostrato vero nei seguenti ambiti: correre rischi, in maniera suicida, attraverso rapporti sessuali senza protezione (van Kesteren, Hospers, & Kok, 2007); violenza (Owen & Burke, 2004); comportamento asociale (Fergusson, Horwood, & Beautrais, 1999); abuso di sostanze (Sandfort, de Graaf, Bijl, & Schnabel, 2001); tentativi di suicidio (de Graaf, Sandfort, & Ten Have, 2006); promiscuità (Laumann, Gagnon, Michael, & Michaels, 1994); parafilia (fisting) (Crosby, & Mettey, 2004); chiedere denaro in cambio di prestazioni sessuali (Schrimshaw, Rosario, Meyer-Bahlburg, ScharfMatlick, Langstrom, & Hanson, 2006); dipendenza sessuale (Dodge, Reece, Cole, & Sandfort, 2004); disordini della personalità (Zubenko, George, Soloff, & Schulz, 1987) e psicopatologie (Cochran & Mays, 2007; Sandfort, de Graaf, Bijl, & Schnabel, 2001).

Le donne lesbiche hanno problemi molto pù gravi di quelli della loro controparte eterosessuale, in modo particolare per quanto concerne la salute (Cochran & Mays, 2007; Johnson, & Palermo, 1992; Moran, 1996). Le scoperte derivanti da un’indagine nazionale compiuta su 1925 lesbiche, il più esteso compiuto fino ad oggi, hanno rivelato che oltre il 50% di esse aveva preso in considerazione il suicidio e che il 18% lo aveva tentato; il 37% aveva subito violenze fisiche; il 32% era stato violentato o aveva subito attacchi di natura sessuale e il 19% aveva avuto relazioni incestuose. Quasi un terzo di esse aveva fatto giornalmente uso di tabacco e circa il 30% aveva bevuto alcol più di una volta alla settimana (Bradford, Ryan, & Rothblum 1994).

In generale, vi è una maggiore incidenza di queste problematiche nella popolazione omosessuale (circa tre volte tanto, e a volte anche di più) rispetto alla popolazione in generale.

Alcune caratteristiche patologiche sono più prevalenti di altre. E’ difficile trovare nella società gruppi di dimensione comparabile con tali profonde e diffuse patologie.

Un’analisi completa dell’insieme degli studi compiuti su questo argomento rivela l’esistenza di un vasto numero di pubblicazioni in cui è stato stabilito un legame quantitativo con l’omosessualità. Sono state esaminate soltanto le categorie più prominenti ma ne esistono molte altre.
La consueta spiegazione è che la discriminazione sociale è la sola responsabile. Ad ogni modo, la possibilità di una spiegazione alternativa incentrata sulle condizioni intrinseche della struttura psichica degli omosessuali non è stata del tutto scartata; in realtà, numerosi studi realizzati in culture diverse mostrano che la prevalenza dell’omosessualità sembra indipendente dalla tolleranza culturale o dall’ostilità verso di essa. 

Un legame di tipo quantitativo tra patologie e omosessualità è stato indiscutibilmente stabilito – l’alternativa è nel complesso soltanto teorica e la sua estensione quantitativa in larga misura non dimostrata.