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venerdì 11 dicembre 2009

Omosessualità: Testimonianza di Marco


Testimonianza di Marco

postata sul forum di questo blog il 21/23 novembre 2009



Anonimo ha detto...
Non si tratta di uscire dall'omosessualità, si tratta di crescere, di evolvere, di appropriarci del nostro corpo, della nostra umanità piena. Anch'io ho un esperienza in questo senso e vorrei aggiungere la mia testimonianza a questo forum perchè si crei cultura e speranza. Anch'io ero prigioniero di pulsioni che all'epoca non erano nemmeno tanto indesiderate, ma provocavano non pochi problemi, come voi tutti certamente sapete.

Grazie a Dio, credo, il mio cammino di Uomo non si è fermato alla mia visione egocentrica della vita, ma è riuscito ad andare oltre, ho visto orizzonti perduti e vi posso dire che li ho finalmente ritrovati! vedo ogni giorno crescere in me l'uomo che sono, vedo il mio futuro con la persona che Dio, mi piace pensare, mi ha messo a fianco, da qualche mese vivo la grazia della castità che non conoscevo prima, anzi non immaginavo nemmeno.

Avrei tante cose belle da dire, non so nemmeno decidere l'ordine... grandi cose si sono comipiute, grandi cose! Che bello vivere da uomini, che bello avere degli amici uomini, degli altri come te con cui condividere una condizione comune, che belle le relazioni con il mondo, che bello avere una persona diversa da te al tuo fianco, una persona da proteggere, di cui prendersi cura, con cui fare progetti, con cui condividere il mondo, che bella la Vita! non voglio dare nessun consiglio, solo voi sapete le ferite del vostro cuore,
NON ABBIATE PAURA!
un abbraccio
Marco

sabato, 21 novembre, 2009


max ha detto...
Ciao Marco.
Grazie della tua bella e serena testimonianza di una libertà lentamente riappropriata.
Lodo Dio il quale è riuscito a farti capire quanto è bello scoprisi pienamente e viversi.
Parlaci ancora di te e se ti va della persona che Dio ti ha messo accanto e con cui stai condividendo i tuoi respiri.
Dona attraverso la tua speranza ritrovata la speranza a chi non ce l'ha e non sa dove trovarla.
Un abbraccio a te e a tutti i fratelli del Blog.
La Pace di Cristo dimori in tutti voi.
Fr Max

sabato, 21 novembre, 2009


marco ha detto...
ciao fr. Max, mi permetto di darti del tu perchè vedo anche dagli altri commenti non è una cosa che mi sembra ti dia problemi.
Hai ragione, Dio mi ha lentamente educato all'umanità e alla vita, quando guardo indietro ho i brividi... Se potessi tornare nel passato e dirmi qualche parola di speranza sicuramente mi abbraccierei e mi direi di non avere paura... io ne ho avuta tanta, le crisi d'identità tipiche di noi ex-omosessuali ( praticanti e non) sono un'esperienza sconvolgente, so cosa vuol dire la paura, il vuoto, il terrore, la solitudine, la vergogna. ma mi abbraccierei e mi direi che mi voglio proprio bene, che non è colpa mia se ho queste pulsioni. Tieni lo sguardo fisso, la promessa di una vita piena è vera, credici, non è una bugia, non è un'invenzione di qualche pazzo... è il vangelo che si fa uomo anche in noi, è la promessa di un Dio che è morto a se stesso, è morto all'egoismo, per rinascere Uomo Nuovo... noi possiamo essere Uomini Nuovi!

Nel mio caso è stata una questione di fede perchè io credo, ma la razionalità e la quotidianità del vangelo sono indiscutibili, ve lo dico perchè l'ho vissuto e vi assicuro con la mia vita che ci sono delle cose che sono molto più concrete di quello che appaiono. Il vangelo è la strada buona per i credenti e non, è la regola di vita perfetta perchè è fatta per l'uomo e tutti gli uomini sono uguali, credenti e non credenti. Il vangelo e la dottrina della Chiesa sono la luce nelle tenebre, l'ancora a cui aggrapparsi quando siamo sbattuti dalle onde, sono la tenerezza contro la violenza. Non abbiate paura non siete soli!

lunedì, 23 novembre, 2009


marco ha detto...
siate sinceri, non mentite, ammettete i vostri errori, rinunciate a qualcosa, apritevi all'altro, mettetevi a nudo con persone di fiducia, create dei rapporti veri e autentici, parlate con i vostri genitori, perdonateli sono come voi, non desiderate quello che non siete, non commettete atti impuri, gli atti puri sono quelli che non lasciano la vergonga al loro passaggio ma la gioia, non fatevi complici della morte degli altri, se volete amarli lasciateli liberi dal peso di un desiderio che non ha futuro. AMATE COME DIO AMA, quello è l'amore vero, quello che genera vita, quello che TUTTO COPRE ,TUTTO CREDE , TUTTO SPERA , TUTTO SOPPORTA .

l'Uomo si completa con la Donna, l'Uomo è uomo con una Donna al suo fianco, è bello essere uomini, vi assicuro che è molto più bello che desiderarli, è una gioia continua perchè FINALMENTE siete voi stessi quello che desideravate, siete VERI!

lunedì, 23 novembre, 2009


marco ha detto...
La persona che Dio mi ha messo a fianco è una persona di altri tempi, una ragazza trasparente, che odia le bugie, che sa perdonare, è accogliente, è una Donna, è casta, è pura, è vera.... Lei sa tutto e la nostra storia ha preso una svolta proprio quando io sono stato sincero con lei, prima non mi ero comportato bene perchè ho aprofittato del fatto che si fosse innamorata di me e di questo mi vergogno tuttora, lei mi ha perdonato, però l'amore che cresceva per lei mi ha portato ad aprirmi, lei doveva avere il mio rispetto con la sincerità, non si meritava di non sapere di me, non potevamo costruire sulla menzogna, non gli potevo fare questo. La nostra storia è cambiata radicalmente, alla base dell'amore c'è la sincerità !!!! Sapete cosa è la cosa che spesso mi fa desiderare fisicamente la mia ragazza (tasto dolente e a volte chiodo fisso per quelli nella nostra situazione)? Il suo essere, la sua verità, la creatura che è... non sono forme sinuose o immagini trasgressive a creare l'amore... l'amore fisico vero si genera dalla stima e dall'affetto, dalla protezione e dalla rinuncia a sè, dalla condivisione e dalla tenerezza. Noi, comunque, aspetteremo la nostra completa unione come Sposi, in Dio... spero...
mi sono limitato a scrivere le cose belle, ma l'amore è anche fatica, non è facile rinunciare alle proprie posizioni e a sè, l'altro è comunque una persona con i suoi difetti e posso elencarveli tutti, sia i suoi che i miei, ci sono, non voglio dare un immagine troppo mulino bianco della cosa, ma è perchè sono veramente fiero e orgoglioso delle meraviglie che che si sono compiute nella mia vita... io, il più peccatore dei peccatori... non mi meritavo tutto questo, e non posso che lodare Dio per le sue opere!

NON DISPERATE, siate FORTI....
marco

lunedì, 23 novembre, 2009

giovedì 10 dicembre 2009

Omosessualità: Quando la rabbia affiora...


QUANDO LA RABBIA AFFIORA...

Alcuni utilissimi consigli
postati nel forum 






MarcoItaly ha detto...
 
Ciao a tutti...
sto continuando a leggere il libro del Dr. Nicolosi e più vado avanti più si tendono ad accumulare due sentimenti diversi: calma e rabbia.
La calma deriva dal fatto di sapere che c'è una uscita, che si può uscire e finalmente sentiti realizzati. A questo sentimento di calma tende a volte ad aggiungersi un pò di angoscia quando si cade nelle tentazioni o quando ci si accorge della difficoltà a percorrere la strada.

Rabbia soprattutto verso i miei genitori... durante la lettura mi saltano alla mente episodi dell'infanzia dove effettivamente trovo che non mi è mai stata valorizzata la mia mascolinità, sono sempre stato il "bravo bambino" di casa. Eppure non posso dare tutte le colpe ai miei genitori, so benissimo che non è colpa loro (cioè non l'hanno certo fatto consciamente, mi hanno sempre voluto bene) eppure provo questo sentimento di amore-odio che si traduce a volte in rabbia.
Spero di riuscire a crescere e superare questa rabbia. Anche a voi capitano questi sentimenti ambivalenti?
mercoledì, 09 dicembre, 2009


Adeodato ha detto...
Per MarcoItaly: anche io leggendo i libri di Nicolosi o van den Aardweg ho provato i tuoi stessi sentimenti. A volte invece di essere più tranquillo mi sono regalato notti insonni. Penso e spero che la rabbia che si prova sia curativa. Infatti il fatto stessa che emerga vuol dire che è gia presente senza che noi ce ne rendiamo conto indirizzando i nostri comportamenti. 

Quando invece la proviamo esplicitamente è come se la estraessimo la guardassimo in faccia e la affrontassimo. E' come combattere con un nemico in pieno campo di battaglia invece che fuggire come un topolino in gabbia sotto un attacco aereo.

Sul come affrontarla non so darti consigli posso solo dirti di non darle sfogo ma neanche di soffocarla: prova a parlarci, a capire le sue ragioni e stai attento a non ricadere nel vittimismo e nell'autocommiserazione. I genitori vanno perdonati (soprattutto psicologicamente) ma nel vero senso della parola dopo un processo lungo e doloroso, bisogna cercare di evitare quel finto perdono superbo che in fondo è un ennesima sottile forma di vendetta. Dobbiamo far pace con il mondo ed in primo luogo con loro.

Un altro punto difficile è la lotta per la virilità che è una vera conquista. Stiamo attenti a non ricadere in quella finta ricerca di stereotipo maschile ma sviluppiamo le vere qualità maschili ovvero il coraggio, la fermezza e la sicurezza in se stessi. Dobbiamo farlo in una lunga e paziente lotta giorno per giorno senza grandi entusiasmi destinati a spegnersi ma con piccole e profonde soddisfazioni.
i
n terzo luogo, superiamo le nostre paure, le conosciamo bene ma non vogliamo riconoscerle: avviciniamoci a quegli uomini che ci sembrano più inaccessibili (consci anche di un possibile rifiuto) facciamoci conoscere per quello che siamo. Mettiamo da parte la superbia, il narcisismo, la rabbia diffusa verso il mondo ed i brutti ricordi. non perdiamoci in un'analisi minuziosa e angosciante del passato, lanciamoci nel futuro con in mente ben chiaro ciò che vogliamo essere. Non scoraggiamoci nelle ricadute ma virilmente rialziamoci e combattiamoci. ricordiamoci che il nostro domani forse ci farà più saggi, più completi, più esperti e forse anche migliori padri e mariti.

Coltiviamo la purezza, prima che per motivi religiosi, per renderci forti nell'affrontare la nostra lotta e non distrarre la nostra mente con tutto ciò che ne consegue: senso di colpa, angoscia, accensione dei soliti desideri nevrotici. Se vogliamo avvicinarci ad una donna evitiamo di usarla come un oggetto per il nostro cambiamento. Facciamolo solo quando veramente e profondamente ci sentiamo trasformati: rischieremmo di vivere la frustrazione del non successo o peggio ancora di cadere in un autoconvincimento fasullo. Pensiamo prima di tutto a noi ed alla nostra identità senza farci troppe domande sul futuro e vivendo la fiducia su noi stessi e sulle nostre possibilità.

mercoledì, 09 dicembre, 2009

domenica 29 novembre 2009

Omosessualità: Il difficile compito di accettare la nostra vera identità- di Alan Medinger


Il difficile compito di accettare la nostra vera identità

Scritto da Alan Medinger



Per molti di noi la parola "diverso" risale alla prima infanzia. Tradotta, è da sempre stato sinonimo di "inferiore" o "meno di". Come abbiamo più volte ripetuto, l'omosessualità è in gran parte un problema d’identità, e per la maggior parte di noi, una delle prime identità che abbiamo avuto è stata "diverso", e questa si è trasformata in “meno di” e, infine, in "omosessuale".
"Tu sei diverso". "Non potrai mai essere all'altezza". "Non puoi fare ciò che gli altri uomini (donne) fanno".

 
La maggior parte di noi sa che il superamento dell'omosessualità comporta l’assunzione di una nuova identità e di smetterla di identificarci come gay. Implica un cambiamento molto profondo del modo in cui vediamo noi stessi e di come ci sentiamo. Implica un cambiamento al centro del nostro essere che alla fine ci permetterà di interagire spontaneamente con il mondo intorno a noi come uomo o come donna, non come un omosessuale.

Questo cambiamento d’identità non consiste soltanto nel cogliere una verità spirituale – sebbene sia anche questo. Dio mi ha creato per essere eterosessuale, e per mezzo di Gesù Cristo, la mia eterosessualità è ripristinata. Questa è la verità, e per molte persone il rendersi conto di ciò costituisce una pietra miliare nel processo di guarigione. Dio ci ha creato esseri fatti di carne e sangue; per redimerci si è incarnato, assumendo la nostra forma. La nostra redenzione non è solo una cosa spirituale, essa abbraccia il nostro corpo, la nostra anima ed anche il nostro spirito: quindi realizza la nostra identità.

Nella ricerca di un cambiamento d’identità, noi cerchiamo uno dei mutamenti più profondi che un uomo o una donna possano vivere. Cambia il nostro nucleo centrale di riferimento. Dal punto di vista di come vediamo noi stessi, diventiamo veramente nuove creature. In che modo possiamo fare questo? Come possiamo aiutare il processo in corso?

In primo luogo, penso che dobbiamo guardare all’origine della nostra identità di uomo o di donna. Poi, a ciò che rafforza e sostiene tale identità, e, infine, a come si può sostituire la vecchia identità frammentata o distorta con una nuova.


Per quanto concerne la provenienza della nostra identità iniziamo, naturalmente, con l’affermare la grande verità, e cioè che noi siamo ciò che Dio dice che siamo. Egli ci ha detto che ci ha creato maschio e femmina, a Sua immagine, e ci ha benedetto. Il nostro problema, tuttavia, non sta nel non conoscere tutto ciò, ma nel non averne esperienza. Il mio intento in questo articolo non è quello di inculcarvi tale verità, ma di aiutarvi a renderla una realtà, discutendo su che cosa è andato storto dopo la nostra nascita, e quindi capire in che modo possiamo tornare al punto in cui la nostra creazione come maschio o femmina ci appare finalmente vera.

Dio ha assegnato ai nostri genitori una responsabilità primaria e l'autorità di fornirci la nostra identità, di definirci. Dalle nostre madri avremmo dovuto ricevere un “senso dell’essere”, e dai nostri padri, la nostra identità di uomini e di donne. Ma per quelli di noi che sono diventati omosessuali, qualcosa è andato storto - nel messaggio che c'é stato consegnato, nel modo in cui l'abbiamo ricevuto, nella confusione che ci ha circondato.

Qualunque sia la causa - che si tratti di confusione o di messaggi sbagliati inviati o ricevuti - molti di noi, come adulti, vivono ancora sotto il potere di questi primi messaggi. Pronunciati o dimostrati, reali o esistenti soltanto nella percezione del bambino, la voce del genitore dentro di noi, dichiara ancora la nostra mancanza di valore o di virilità o femminilità, la nostra incompetenza o inadeguatezza.

Avendo ricevuto un messaggio errato o confuso dai genitori, siamo partiti con il piede sbagliato. Siamo stati predisposti a far sì che, in seguito, le persone che negli anni hanno fatto parte del nostro mondo, contribuissero a consolidare il problema d’identità. Spesso sono stati i nostri compagni a farci sentire ancora più diversi, perché erano probabilmente le persone più insensibili. Abbiamo percepito il loro atteggiamento come un rifiuto - e forse lo era. Spesso queste esperienze sono state tanto dolorose da farci ritirare dal mondo dei ragazzini o ragazzine; così per molti ha avuto inizio l’isolamento.


Tutti noi parliamo con noi stessi, per questo la voce che abbiamo udito più spesso è stata la nostra. "Sono diverso, non sarò mai in grado di ...". A questa, si è unita la voce del Nemico che, percependo la nostra debolezza, sapeva di avere la possibilità di infiltrarsi e stabilire un punto d’appoggio. E così, la sua voce si é aggiunta alla nostra e a quella delle altre persone. Il grande accusatore si è unito al coro per dichiarare che "Tu non sei come gli altri uomini (donne)."

E tanti di noi sono cresciuti ascoltando ancora le voci che dichiaravano le nostre debolezze. Abbiamo continuato a conferire autorità ai genitori, ai coetanei, e al nemico stesso per definire chi siamo.

Alcuni di noi, confusi e incerti sulla nostra identità, hanno dato ad altri la facoltà di definire chi siamo. A causa dell'incapacità di mio padre di impartirmi la sua identità maschile e di aiutarmi infine a diventare me stesso, sono diventato la persona che mia madre affermava io fossi. Quando mi sono sposato ho trasferito tale autorità a mia moglie. A lei non interessava ma io l’ho in qualche modo forzata su di lei. Le ho dato l'autorità per definire chi ero, e poi vissuto con la paura e il risentimento nei suoi confronti. Non era la situazione ideale in cui sviluppare la mia virilità.

Se vogliamo ascoltare (nella parte più profonda del nostro cuore) ciò che Dio afferma che siamo, dobbiamo far tacere le altre voci. Questo si può fare in tre modi.

In primo luogo, consapevolmente e in preghiera, davanti a Dio, dobbiamo dichiarare che non siamo più la persona che i nostri genitori, colleghi o altri, hanno detto che siamo. Dobbiamo revocare l'autorità che abbiamo dato loro di definirci. I genitori avevano quest’autorità a pieno diritto nella nostra infanzia, ma di tale autorità avremmo dovuto lentamente sbarazzarci attraverso una normale crescita e separazione. E’ necessario farlo adesso.

In secondo luogo, abbiamo bisogno di cambiare i discorsi che facciamo a noi stessi. Con questo non voglio dire che dobbiamo imporci una sorta di "confessione positiva", perciò dichiaro che sono guarito mentre o ho ancora la febbre a quaranta. No, dobbiamo analizzare attentamente e obiettivamente ciò che diciamo a noi stessi e quando ci si accorge di aver detto una falsità, la si sostituisce con la verità. Se sono il primo ballerino nel balletto di Washington, sì, io sono diverso – sia lodato il Signore - ma questo non significa che non sia all'altezza di un uomo. Se sono una donna e non mi trovo a mio agio con un certo tipo di uomo, è spiacevole e forse ho bisogno di fare qualcosa, ma questo non significa che io non sia pienamente una donna. Non dire ciò che non credi davvero. Semplicemente dichiara la verità così come la vedi, e la tua vera identità inizierà ad emergere.

Infine, è necessario zittire la voce dell’Accusatore. Il suo messaggio è spesso dissimulato mentre guadagna in qualche modo l'accesso alle nostre menti e lo trasforma da: "Tu non sei un uomo" a "Io non sono un uomo." Ho spesso difficoltà a discernere se il messaggio negativo che ricevo proviene dal diavolo o dai resti della mia debolezza. Trovo, tuttavia, che non sia necessario differenziare. Affermo semplicemente: "Respingo questo messaggio nel nome di Gesù, ordino alla voce del nemico di tacere e dichiaro che io sono colui che Gesù dice che io sono". E’ sufficiente questo.

Questi sforzi per togliere autorità a coloro che non hanno più il diritto di definire chi siamo possono veramente dare i loro frutti, ma incontreremo due ostacoli che devono essere affrontati.

Il primo ostacolo è che tutti sperimentiamo uno sfasamento temporale tra l'accettazione intellettuale di una verità e la nostra conoscenza di tale verità in un senso più profondo; una conoscenza che cambierà le nostre risposte emotive. Così ad esempio, la moglie che ha avuto un marito iper-critico per molti anni, dopo che lui si è pentito e ha cessato completamente di esserlo, è probabile che continui a vederlo come critico per mesi - anche anni - dopo che il cambiamento si è verificato. La nostra percezione del cambiamento avviene sempre in ritardo rispetto alla realtà. Quindi avremo bisogno di pazienza quando la nostra percezione di noi stessi sarà in ritardo rispetto alla verità intellettuale che riconosciamo quando revochiamo l'autorità data agli altri di definirci e quando facciamo tacere i messaggi negativi.

Un secondo ostacolo può trovarsi in una scarsa autostima, specialmente se questa è radicata nella prima infanzia o addirittura in un momento precedente. La scarsa autostima è una radice comune dell’omosessualità in quanto genera un filtro attraverso il quale visualizziamo tutta la realtà. La bassa autostima può vincere ogni nostro sforzo di mettere a tacere le vecchie voci e di entrare in sintonia con la voce di Gesù, e il suo potere può essere superiore alle nostre forze. Se è così, questo è uno spazio per la preghiera e la guarigione. Questo può essere uno degli ostacoli che Gesù dovrà aiutarci a rimuovere. Ed Egli lo farà.

Quindi, in sintesi, ci appropriamo della nostra nuova identità, mettendo a tacere le vecchie voci in modo che possiamo udire la voce di Colui che ci ha creato e che ha la giusta autorità per definire chi siamo. I tre elementi di questo processo sono i nostri sforzi, la forza risanatrice di Gesù Cristo, e la pazienza. Egli porterà a compimento il lavoro che ha iniziato.

lunedì 16 novembre 2009

Colpisci l'omofobo - di Roberto Marchesini

Colpisci l'omofobo

Scritto da Roberto MARCHESINI
Pubblicato su IL TIMONE N. 73





E' in corso in Europa una campagna persecutoria contro chi si oppone all’ideologia di genere e al movimento gay.
L’obiettivo è convincere l’opinione pubblica che quanti mostrano la bellezza e l’armonia delle differenze sessuali sono nemici della libertà. E vanno condannati dalla legge.


L’omosessualismo, l'ideologia gay per la quale l'orientamento omosessuale è un bene sia per la persona che per la società, ha portato non solo ad una approvazione sociale dell'omosessualità e delle istanze dell'attivismo gay, ma - come tutte le ideologie alla persecuzione di chi a queste si oppone, pur nel rispetto e nell'accoglienza delle persone con tendenze omosessuali.



La caduta del governo Prodi ha portato alla temporanea messa in soffitta delle norme "anti-omofobia", che riservano al cosiddetto "omofobo" non solo il marchio di infamia sociale, ma anche conseguenze penali e civili per ciò che pensa dell'omosessualità, dei matrimoni gay, degli atti omosessuali, delle adozioni gay. La parola "omofobo" non indica, infatti, chi odia gli omosessuali, bensì chi è odiato dagli omosessuali, in quanto portatore di idee contrarie all'omosessualismo.
La mancanza di leggi "anti-omofobia" non ha però impedito agli attivisti gay o gayfriendly di condurre, in questi anni, una vera e propria "caccia all'omofobo".


Prima tappa: gli "omofobi" si organizzano e sono pericolosi 


Il primo episodio si è avuto nel maggio 2005, quando un giornalista gay si è infiltrato, sotto falso nome, in una delle riunioni (aperte a tutti e gratuite) del gruppo Chaire (www.obiettivo-chaire.it ). sorto per dare seguito alle raccomandazioni contenute nella lettera sulla Cura pastorale delle persone omosessuali, scritta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986. L'infiltrato non scopre molto, se non un incontro nel quale si prega, si medita un brano evangelico e si condivide la difficoltà del vivere con tendenze omosessuali non desiderate; da questo punto di vista l'infiltrato non scopre nulla di crudele, o discriminatorio. Ma non importa, è sufficiente per dare l'allarme: esistono gruppi di "omofobi", di persone, cioè, che prendono sul serio le indicazioni del Magistero circa l'omosessualità. Prima ancora di essere pubblicata su Pride, il mensile gay per il quale era stata organizzata l'infiltrazione, la notizia viene pubblicata in prima pagina sul quotidiano la Repubblica, con tanto di nome e cognome degli operatori pastorali che hanno offerto gratuitamente il loro tempo e la loro accoglienza a persone sofferenti ma (questo è il punto) con tendenze omosessuali. Sbatti il mostro (inesistente) in prima pagina.




Seconda tappa: vietato rispondere alla richiesta di aiuto

Il secondo episodio è più recente, risale al febbraio di quest'anno: un giornalista del quotidiano comunista Liberazione si è finto omosessuale e ha chiesto aiuto ad un sacerdote prima e ad uno psicoterapeuta poi.
E ha trovato ascolto e sostegno. Questa è la notizia che di nuovo finisce sui quotidiani (Liberazione e L'Unità). Nuovamente, lo scoop è inesistente: nessuna terapia forzata, niente elettrodi, né torture alla Mengele.
Ma per il giornalista l'accoglienza ricevuta è sufficiente per denunciare l'esistenza di una rete di "taumaturghi del sesso deviato", cioè persone che accolgono il disagio di chi soffre per un orientamento sessuale indesiderato. Stimolato dal quotidiano Liberazione, inoltre, è intervenuto nel dibattito persino il presidente dell'Ordine Nazionale degli Psicologi con una lettera contraddittoria che si concludeva con l'affermazione secondo la quale «lo psicologo non può prestarsi ad alcuna terapia riparativa dell'orientamento sessuale», con buona pace del Codice Deontologico degli psicologi e del rispetto delle "opinioni e credenze" di chi si affida ai professionisti della salute mentale.



Terza tappa: travestimento e falsa intervista. Un "gioco sporco"

Un mese dopo l'allarme "omofobia" è nuovamente ridestato dal programma Italian Job, nel quale un attore si è spacciato per il dottor Joseph Nicolosi, psicologo statunitense, riferimento mondiale per la terapia di persone con tendenze omosessuali. Il finto Nicolosi ha incontrato a Roma un "monsignore", e ha cercato di fargli pronunciare davanti alla videocamera nascosta qualcosa di "omofobo". Anche in questo caso, con scarsi risultati, eccezion fatta per l'interesse che la Chiesa ha per la terapia riparativa, e il sostegno che offre alle persone con tendenze omosessuali indesiderate.



La strategia del movimento gay

Che cosa pensare? Beh, innanzitutto si può senz'altro osservare che l'omofobia è così diffusa e pericolosa, in Italia, che per trovare degli "omofobi" bisogna andare a cercarli con il lanternino: gli "omofobi" descritti qui sopra non danno ai gay alcun fastidio, se non quello della loro esistenza.
Secondariamente, come abbiamo visto, non è chiaro il motivo di tutto questo allarme, visto che tutto ciò che questi "mostri" fanno è accogliere, ascoltare e pregare. In terzo luogo: la modalità di questi scoop è sempre l'inganno, la menzogna, la frode; perchè, che bisogno ce n'è? Possibile che nessuno abbia nulla da dire a questo proposito? Infine, è impossibile non accorgersi del degrado di alcune agenzie d'informazione e di certi canali della televisione italiana, al servizio non della verità e dei cittadini, ma dell'ideologia imperante.



La strategia appare chiara: creare un clima sociale di "caccia all'omofobo", un allarme generalizzato, una sensibilità pubblica per modificare la mentalità. Per fare questo non è necessario che esista realmente il "cattivo", è sufficiente che la gente creda nella sua esistenza. È uno scenario simile a quello descritto nel celebre libro 1984, di George Orwell, nel quale la popolazione viene quotidianamente obbligata ad assistere ai "due minuti di odio", durante i quali il regime proietta immagini dell'inesistente Emmanuel Goldstein, «il supremo traditore, tutti i delitti che erano stati commessi in seguito contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni erano sorti direttamente dal suo insegnamento». È il "sabotatore", la mitologica figura di cui ogni regime ha bisogno per giustificare il mancato raggiungimento della felicità promessa.


Questo odio artificialmente suscitato non ha ancora, in Italia, raggiunto i livelli parossistici di altri paesi. In Francia, ad esempio, monsignor Tony Anatrella, gesuita e psicoanalista, co-autore del Lexicon vaticano, è stato accusato di abusi sessuali da due attivisti gay. Il religioso è dunque finito sui giornali come abusatore di minorenni, il solito prete pedofilo che compie nel segreto atti osceni ma in pubblico condanna l'omosessualità.
Monsignor Anatrella, infatti, aveva curato una voce riguardante l'omosessualità del Lexicon, opera della quale le associazioni gay avevano chiesto il ritiro dal commercio. Le accuse sono poi risultate assolutamente false, costruite ad arte per ferire un "omofobo" che non si rassegna a scrivere la verità sull'omosessualità. Ovviamente, la notizia della falsità delle accuse non ha avuto alcun risalto sui media.


BIBLIOGRAFIA
Congregazione per la Dottrina della Fede, La cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986.
Obiettivo Chaire, ABC per capire l'omosessualità, San Paolo, 2005.
Pontificio Istituto per la Famiglia [a cura di], Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Edizioni Dehoniane Bologna, 2006.
Roberto Marchesini, L'identità di genere, I quaderni del Timone, Edizioni ART, 2007.
Roberto Marchesini, Come scegliere il proprio orientamento sessuale (o vivere felici), Fede & Cultura, 2007.

domenica 8 novembre 2009

Chi ha paura della terapia riparativa? - di Roberto Marchesini


Chi ha paura della terapia riparativa?
di Roberto Marchesini

La terapia riparativa è, per sé, dannosa?

È quello che sostengono le associazioni gay (1), ripetendolo come se fosse un fatto, una verità assodata e incontrovertibile, al punto da non ritenere necessario fornire elementi che possano fornire un sostegno o una verifica di tale affermazione.


Dovrebbe essere semplicissimo trovare testimonianze o studi scientifici che dimostrino, senza lasciare spiragli al dubbio, che la terapia cosiddetta riparativa provoca per sé, direttamente, dei danni a chi liberamente vi si sottopone. Purtroppo non è così facile trovare materiale e riferimenti per vagliare questa tesi. Tanto che. quando su You Tube (2) è comparso un filmato (3) nel quale un ex paziente del dottor Joseph Nicolosi (4) racconta la sua esperienza di fallimento della terapia riparativa. ha suscitato notevole clamore. Se questa è la norma, perché tanto entusiasmo?


Un filmato su You Tube

II filmato è stato realizzato in collaborazione con due bloggers gay italiani (5), e l'ex paziente è Daniel Gonzales, tra i coautori del sito Ex-Gay Watch (6), nato con lo scopo di smascherare le sempre più numerose testimonianze di persone che hanno cambialo orientamento sessuale. Pur essendo una unica testimonianza -e non uno studio a tappeto sui pazienti del dottor Nicolosi -, per di più da parte di un attivista gay, questo filmato è stato considerato la «prova» che la terapia riparativa non funziona.

Ovviamente, è assurdo, dal punto di vista logico, affermare che un tipo di terapia «non funziona» basandosi su un solo insuccesso (7): a nessun tipo di trattamento clinico medico o psicoterapeutico è chiesta una efficacia del cento per cento; anche l'aspirina a volte non funziona. Inoltre, lo stesso Nicolosi afferma che «questa terapia non è adatta a tutti gli omosessuali» (8) e, in un suo libro di casi clinici, riporta - atteggiamento tanto encomiabile quanto poco diffuso - un caso di fallimento terapeutico (9).


Cura & fede

Gonzales racconta, con toni accorati, del fallimento della sua terapia, e conclude la sua testimonianza con il danno che la terapia riparativa gli avrebbe causato: «Ma la cosa più tragica è stata la perdita della fede». Pur non avendo in sé alcuna rilevanza clinica, la perdita della propria fede religiosa è senz'altro un dramma ma, anche se non chiarisce il nesso tra la perdita della fede e il fallimento della terapia riparativa, sul punto Gonzales è chiaro: è stato l'esito negativo del trattamento a causargli la perdita della fede, non è stata la terapia riparativa in sé.

Se dovessimo negare ai pazienti un trattamento psicoterapeutico perché, in caso di eventuale fallimento, si troverebbero ad affrontare il senso di delusione, avremmo decretato la fine della psicoterapia, e di qualsiasi altra attività di cura. La cosa paradossale è che Gonzales, con la sua testimonianza, sembra confermare una di quelle che lui chiama le «grandi bugie che portano le persone verso la terapia ex-gay», ossia «che non si può essere gay e cristiani». Un raro - se non unico - esempio di pubblicazione clinica nella quale è possibile trovare qualche riferimento in seguito all'affermazione della pericolosità della terapia riparativa è costituito da un capitolo (10) - a dire la verità piuttosto imbarazzante per virulenza ideologica, ai limiti del delirio persecutorio - dedicato alla terapia cosiddetta «riparativa» scritto dallo psichiatra gay Paolo Rigliano.

L'autore fa riferimento, in una nota, a sei lavori che dovrebbero dimostrare le sue affermazioni; eppure, passando in rassegna gli articoli citati, si viene colti da un senso di delusione.

Pubblicazioni & attivisti Gay

1. Lee Beekstead, psicoterapeuta gay, riporta (11) gli esiti di due ricerche da lui condotte nel corso delle quali ha intervistato 50 persone (45 uomini e 5 donne), appartenenti alla comunità mormone dello Utah, i quali si erano sottoposti a terapie riparative. Secondo quanto rilevato da Beekstead, 20 di queste persone riferivano un cambiamento di orientamento sessuale da omosessuale a eterosessuale. Beckslead, alla fine del suo articolo, fa un breve accenno, senza citare alcun dato, ad «aumento di odio di sé, perdita della speranza, e paura, la quale ha indotto alcuni partecipanti a tentare il suicidio» (12) attribuendo queste sensazioni negative non tanto alla terapia riparati va in sé, quanto al suo fallimento.

2, Martin Duberman è professore di storia presso la City University of New York e attivista gay. Nel 1992 ha pubblicato, con il titolo Cures: a gav man's odyssey (13), il diario che ha tenuto fin da quando aveva diciassette anni. Nel 2001, la rivista Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy ha pubblicalo alcuni stralci (14) del suo libro di memorie. In questi brani Duberman narra di due tentativi di terapia riparativa, di diverse relazioni omosessuali e di vari problemi clinici, come depressione, ansia, epatite, herpes, non direttamente imputabili (soprattutto gli ultimi due) alla terapia riparativa.

3 Douglas Haldeman, psicologo, è un attivista gay. Nel suo articolo (15), Haldeman sostiene - senza sentire il bisogno di dare riferimenti che permettano di verificare le sue tesi - che il fallimento della terapia riparativa (e non la terapia in sé), «può essere denso» (16) di conseguenze emotive, per esempio «depressione, disfunzioni sessuali e turbamenti religiosi e spirituali» (17). Nello stesso articolo, tuttavia, l'autore aggiunge: «Non tutti i soggetti sembrano essere stati danneggiati dalla terapia riparativa. Non è infrequente, infatti, che alcuni riportino che un tentativo riparativo fallito ha avuto un particolare, indiretto effetto benefico» (18); e più avanti aggiunge che ciò che ha scritto «...non è per sostenere che tutte le terapie riparati ve siano pericolose, o che le professioni della salute mentale debbano tentare di fermarle» (19).

4. Lawrence Hartmann sostiene, in un breve articolo (20), che «molti professionisti della salute mentale che conosco considerano che la semi-autorizzata esistenza della "terapia riparativa" probabilmente danneggia milioni di persone gay non sottoposte a trattamento» (21) e aggiunge: «Persino se la "terapia riparativa" aiuta qualcuno in qualche modo, quasi certamente danneggia un numero di persone molto maggiore» (22) Escludendo che Hartmann intenda auspicare che un numero molto maggiore di persone con tendenze omosessuali si sottoponga alla terapia riparativa di quanti lo abbiano fatto finora, evidentemente l'autore desidera fare riferimento a un non meglio definito «danno politico», «probabiImente» (23) arrecato dall'esistenza della terapia riparativa alle battaglie degli attivisti gay. Questo, tuttavia, ha poco a che fare con eventuali danni direttamente infimi a persone che si sono sottoposte alla terapia riparativa.

5. Quello di Richard Isay, psicoanalista gay tra i principali riferimenti della Gay Affirmative Therapy (Gat) - che porta ad accettare le tendenze omosessuali indesiderate come innate, «naturali» e immodificabili - e il secondo racconto di esperienza personale citato da Rigliano. dopo quello di Duberman, il suo racconto (24) non è particolarmente illuminante a proposito di eventuali possibili danni causati direttamente dalla terapia riparativa. ma è molto interessante per capire le dinamiche soggiacenti le pulsioni omosessuali: distacco dal padre, senso dì inferiorità nei confronti di altri ragazzi, bassa autostìma…

6. Michael Schroeder e Ariel Shidlo hanno intervistato 150 persone che si erano sottoposte a una terapia riparativa, utilizzando il metodo del self-report retrospettivo. Il titolo originale della ricerca era «Terapie omofobiche: documentando il danno» (25); l'obiettivo iniziale dei due autori era quello - certamente non neutrale - di «...documentare effetti negativi o danni delle terapie riparative» (26). Lo studio era finanziato da una associazione di professionisti della salute mentale gay, la National Lesbian and Gay Health Association, e da una associazione che si batte per la promozione di diritti gay e lesbici, la National Gay and Lesbian Task Farce (27), inoltre, non si può dire che il campione fosse certamente rappresentativo: i ricercatori reclutarono i soggetti con un annuncio -pubblicato su siti e riviste gay -, che recitava: «Aiutateci a documentare i danni delle terapie omofobiche!» (28).
Dopo le prime interviste, tuttavia, i due autori si accorsero di qualcosa di inaspettato: «...abbiamo scoperto che alcuni partecipanti che riportavano la sensazione di essere stati feriti, riportavano anche quella di essere stati aiutati» (29); inoltre «Siamo stati contattati da partecipanti che riportavano esclusivamente benefici positivi» (30). Fu così che decisero di cambiare il titolo della ricerca con un più neutro «Cambiare l'orientamento sessuale: funziona?», e decisero di approfondire gli aspetti deontologici sperimentati dai pazienti nel corso delle terapie riparative.



Prove apparenti
In definitiva, le referenze indicate dal dottor Rigliano - in parte aneddotiche — sono ben lontane dal dimostrare qualsiasi eventuale danno causato direttamente dalla terapia riparativa a coloro che vi si sottopongono. Viene spesso citato, a sostegno della tesi che afferma la pericolosità della terapia riparativa. il documento denominato Position Statement on Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation (31), dell'American Psychiatric Association (Apa). In realtà, in questo documento, si legge: «Attualmente, non ci sono risultati scientifici scientificamente rigorosi che determinino sia l'attuale efficacia che la pericolosità dei trattamenti riparativi» (32). Il documento si chiude con queste parole: «L'Apa incoraggia e sostiene la ricerca da parte del National Institutue of Menthal Health (Nimh) e della comunità accademica che si occupa di ricerca per indagare ulteriormente sui rischi e i benefici della terapia riparativa» (33).


La possibilità di cambiare

Per rispondere a quest'appello, il dottor Roben Spitzer - celebre per aver deliberato, negli anni '70, l'eliminazione dell'omosessualità dal manuale diagnostico dell'Apa - decise di intervistare 200 persone (143 uomini e 57 donne) che si erano sottoposte a terapia riparali va almeno cinque anni prima: la maggior parte degli intervistati, che prima del trattamento avevano un orientamento esclusivamente omosessuale, non riposavano più attrazione per lo stesso sesso (34).

Ovviamente, questo studio venne attaccato ferocemente dalla comunità gay, e Spitzer, che fino alla pubblicazione del suo lavoro, era considerato una icona da parte del movimento per i diritti omosessuali, venne additato come omofobo. Certo, il suo studio era retrospettivo anziché prospettivo, e non era longitudinale (come quelli di Beekstead, Schroeder e Shidlo): ha esaminato un campione autoselezionato (ancora una volta, come hanno fatto Schroeder e Shidlo): sono certamente difetti in una ricerca, ma, in assoluto, difficilmente aggirabili. Tuttavia è bene ricordare che Spitzer non aveva intenzione di condurre uno studio prospettivo sull'efficacia del trattamento, ma semplicemente rispondere alla domanda «II cambiamento è possibile?»; e anche un solo caso documentato di cambiamento confuta l'affermazione secondo la quale il cambiamento non è mai possibile (35)

Oltre a dimostrare la possibilità del cambiamento. Spitzer indagò anche possibili danni causati dalla terapia riparativa: «Per i partecipanti il nostro studio, non c'è evidenza di danno. Al contrario, essi riferiscono che [la terapia] è stata utile in molti modi oltre al cambiamento di orientamento in se» (36).

Oltre al già citato documento dell’American Psychiatric Association, viene spesso citato a sostegno della pericolosità della terapia riparativa anche il documento dell’American Psychological Association, intitolato Appropriate Therapeutic Responses? To Sexual Orientation (37)

In questo documento si legge: «Considerato che l'elica, l'efficacia, i benefici e il potenziale danno delle terapie che cercano di ridurre o eliminare l'orientamento omosessuale sono oggetto di un dibattito in atto nella letteratura professionale e sui media popolari [...]», locuzione che. di per sé, non è una presa di posizione a sostegno della tesi secondo la quale la terapia riparativa sarebbe pericolosa.



Spitzer, Jones & Yarhouse

Questa affermazione è corredata da una nota con tre riferimenti («Davixon. 1991; Haldeman, 1994: Wall Street Journal, 1997»): come notano Stanton Jones e Mare Yarhouse, «I riferimenti inseriti nella risoluzione [… ] rimandano ad articoli concettuali o d'opinione dove autori individuali esprimono il loro punto di vista per concludere che tali terapie causano danno, o riferiscono aneddoti circa persone che conoscono o che hanno sentito lamentarsi di essere stati danneggiati da tali interventi. In ogni modo, alcuna evidenza scientifica di qualsivoglia danno è prodotta per sostenere l'affermazione che questi interventi causano danno» (58)

Come Spitzer nei confronti dell'invito all’'American Psychiatric Association, anche Jones e Yarhouse hanno voluto dare il loro contributo verificando le affermazioni dell'American Psychological Associatio (59). Hanno messo a punto uno studio che fosse in grado fornire le maggiori garanzie di scientifici là, attraverso un disegno sperimentale prospettivo, longitudinale, con un campione ampio e rappresentativo della popolazione studiata e che utilizzasse i migliori strumenti di misura multifattoriali. Hanno così selezionato 98 soggetti (72 uomini e 26 donne) prima che si sottoponessero al trattamento, per intervistarli tre volte, dopo il trattamento, dal 2000 al 2003, e utilizzando una serie di strumenti in grado di valutare l'identificazione di sé (come etero-sessuale, bisessuale o eterosessuale), l'orientamento sessuale e il comportamento sessuale.

Il benessere confermato
I soggetti hanno riportato un cambiamento favorevole nel 38% dei casi, un cambiamento in process per il 29% e nessun cambiamento per il 33%. Jones e Yarhouse hanno anche studiato eventuali danni provocati dalla terapia riparativa, partendo dall'ipotesi sperimentale che questo tipo di lavoro clinico sia dannoso.

Per rilevare i danni attesi. gli autori della ricerca si sono affidati a uno strumento standardizzato in grado di rilevare il disagio psicologico (il Sympton Check List-90-Revised); hanno verificato eventuali «danni spirituali» (come quello riportato da Gonzales) attraverso la Spiritual Well-Being Scale e la Faith Maturìty Scale; infine, hanno voluto analizzare i dati secondo la peggiore condizione sperimentale connessa all'ipotesi: se la terapia riparativa è dannosa, il livello di benessere del campione dovrebbe risultare più basso eliminando dall'analisi dei dati i soggetti che hanno abbandonato la terapia.

I risultati della ricerca hanno disconfermato completamente l'ipotesi sperimentale: non solo gli autori non hanno riscontrato alcun danno, ma al contrario la terapia riparativa risulta correlata positivamente con un incremento del benessere generale, sia psicologico che spirituale (in sintonia con gli esiti riscontrati da Spitzer).

Allarme nel mondo dei gay

Come si evince dal materiale analizzato, non esiste alcuna evidenza scientifica della pericolosità della terapia riparativa. I riferimenti che dovrebbero dimostrare tale pericolosità riguardano aneddoti riportati da delusi della terapia riparativa (40), oppure allarmi provenienti dall'ambiente gay. È bene ricordare che il termine gay, sebbene usato impropriamente per indicare tutte le persone con tendenze omosessuali, in realtà riguarda una minoranza di queste, ideologizzata (41) e identificata con una cultura e uno stile di vita (42).

Soprattutto queste fonti sembrano intendere il presunto danno provocato dalla terapia riparativa come «pericolosità sociale», confermando così la loro natura ideologica: «Commetteremmo un grave errore se sottovalutassimo l'estremo pericolo rappresentato dalla diffusione delle terapie riparative. Esse rispondono a esigenze, strategie, forze e strutture diffuse refrattarie al cambiamento e, soprattutto, portatrici di valori, certezze, ordine, rassicurazioni, valorizzazioni di sé. Tutt'altro che sprovveduti e inermi, i terapeuti che vogliono convenire gli omosessuali esprimono l'opposizione formidabile alla modernità e alla democrazia affettiva [sic] di ampi settori della popolazione, soprattutto statunitense, ispirati dai valori fondamentali della fede, del sacro e della giustezza di una natura concepita sempre secondo particolari schemi trasmessi da una determinata interpretazione della tradizione. [..,] I difensori della conversione non si limitano a presentare nella nuova forma di una ricerca scientifica sbagliata il pensiero persecutorio di sempre, ma rispondono a un disegno lucido e lungimirante. Essi vogliono lanciare una sfida fondamentalista al pluralismo, alla diversità, al processo di liberazione dalla morale monolitica, imponendo alla sfera politico-legislativa di restaurare l'Ordine sacro e naturale. Il fine è impedire che si esprima, anche in sede legislativa, la democrazia affettiva [sic] che oggi rappresenta il vero, nuovo fronte della liberazione gay e lesbica - cioè, semplicemente umana» (43).

Chi volesse lasciare alle sedi appropriate il dibattito politico-ideologico sulla «democrazia affettiva» e occuparsi del benessere delle persone, non mancherà di porsi gli stessi preoccupati interrogativi ai quali abbiamo voluto rispondere a proposito della terapia riparativa in merito a un altro tipo di terapia che riguarda le persone con tendenze omosessuali: la Gay Affìrmative Therapy.


Identità & norma

La Gay Affìrmative Therapy (Gat) è guidata «dalla convinzione che l'omosessualità è una condizione assolutamente normale e naturale. Il suo obiettivo clinico essenziale deve essere quello di aiutare la paziente [o il paziente] a liberarsi il più possibile dai conflitti che interferiscono con la sua capacità di vivere una vita gratificante in conciliazione con la propria identità» (44). Contrariamente a ciò che succede nei confronti della terapia riparativa, nessuno denuncia il fatto che la Gat incoraggia le persone con tendenze omosessuali ad assumere una identità e uno stile di vita che è ampiamente dimostrato essere pericoloso.

Rispetto agli eterosessuali, le persone con tendenze omosessuali sono più facilmente soggetti a depressione maggiore (45), ideazione suicidarla (46), disturbo d'ansia generalizzato, abuso di sostanze, disordine bordeline di personalità (47), schizofrenia (48), disturbo narcisistico di personalità (49). La ricerca più conosciuta circa la suicidalità omosessuale è quella di Remafredi. che ha dimostrato come i tentativi di suicidio nella popolazione giovanile siano più frequenti tra soggetti omosessuali che tra eterosessuali: tra gli uomini ha tentato di togliersi la vita il 28% dei soggetti omosessuali rispetto al 4% dei soggetti eterosessuali, e tra le donne il 20% contro il 15% (50).

Una maggior incidenza di pensieri suicidari e tentativi di suicidio sono sfati riscontrati anche tra la popolazione gay e lesbica in Italia: «...un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato qualche volta a [sic] togliersi la vita e che il 6% ha provato a farlo [...]. Mancano dati che permettano un confronto rigoroso fra la popolazione omosessuale e quella eterosessuale. Ma quelli disponibili fanno pensare che, come avviene negli Stati Uniti, i tentativi di suicidio siano più frequenti fra gli omosessuali che fra gli eterosessuali e che le differenze siano più forti nel caso dei gay che in quello delle lesbiche» (51).


Omosessualità & suicidio

La lettura assiomatica che gli attivisti gay fanno di questi inconfutabili dati è univoca: è colpa dell'emofobia (52). La ricerca scientifica sembra, però, dimostrare altro. Un importante studio (53) ha confermato il malessere psichico della popolazione omosessuale: «I disturbi psichiatrici sono risultati prevalenti tra la popolazione omosessualmente attiva piuttosto che in quella eterosessualmente attiva. Gli uomini omosessuali hanno avuto, nell'ultimo anno, una prevalenza maggiore di disturbi dell'umore e di disturbi ansiosi rispetto agli uomini etero-sessuali.


Gli indici di prevalenza

Le donne omosessuali hanno avuto, nell'ultimo anno, una maggior prevalenza di disturbi da utilizzo di sostanze rispetto alle donne eterosessuali. Nel corso della vita gli indici di prevalenza riflettono identiche differenze, con l'eccezione dei disturbi dell'umore, che sono stati osservati più frequentemente nelle donne omosessuali piuttosto che in quelle eterosessuali. [...] I risultati supportano l'ipotesi che le persone con comportamenti sessuali omosessuali corrono rischi maggiori per disturbi psichiatrici».

Questo studio è particolarmente significativo perché è stato condotto su un enorme numero di soggetti: oltre settemila (7.076), trai 18 e i 64 anni. Presenta inoltre una particolarità che lo rende decisamente interessante: è stato condotto in Olanda, Paese nel quale, per ammissione degli stessi autori, «il clima sociale nei confronti dell'omosessualità è da tempo e rimane considerevolmente più tollerante» rispetto a quello di altri Stati. In altri termini, persino in un Paese dove la cosiddetta «omofobia» è inesistente, le persone con tendenze omosessuali presentano un livello di benessere considerevolmente inferiore agli eterosessuali.

La ricerca è stata replicata qualche anno più tardi (54), e ha (nuovamente) evidenziato che l'omosessualità è significativamente correlata con suicidalità e disturbi mentali; nuovamente, gli autori sottolineano che «persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell'omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicidario molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali» (53).


Un dogma in pericolo
In conclusione, si ribadisce che non esiste, al momento, alcuna evidenza scientifica della pericolosità della terapia riparativa, anzi: questo tipo di terapia sembra associata a un certo aumento di benessere nei soggetti che vi si sottopongono.

L'avversione nei suoi confronti dimostrata da parte del movimento gav. sembra giustificata non tanto dal tentativo di proteggere la popolazione omosessuale da eventuali rischi (la Gat, che incoraggia ad abbracciare uno stile di vita evidentemente pericoloso, viene da essi sostenuta e diffusa), bensì da quello di togliere di mezzo la più evidente dimostrazione della falsità di uno dei dogmi gay: l'immutabilità (e quindi la «naturalità») dell'omosessualità. La denuncia della pericolosità della terapia riparativa può quindi essere rubricata come terrorismo psicologico ideologicamente fondato, del quale le prime vittime sono le persone con tendenze omosessuali.

Note
1) Le parole «omosessuale» e gay non sono sinonimi. Mentre la prima indica una persona attratta in modo prevalente e stabile dalle persone del proprio sesso, la parola gay indica una persona che ha fatto della sua inclinazione una identità socio-politica, fonte di particolari diritti. I gay rappresentano una minoranza, seppur evidente e chiassosa, delle persone con tendenze omosessuali.
2) Sito che permette la condivisione di filmati: http://www.youtube.com/, consultato il 25/06/08.
3) http://www.youtube.com/watch?v=fOf HtCaubd8, consultato il 25/06/08.
4) Joseph Nicolosi, psicoterapeuta statunitense, tra i fondatori del Narth (National Association for Research and Therapy of Homosexuality. cfr http://www.narth.com/index.html, consultato il 13 luglio 2008.
5) http://unvotogay.blogspot.com/2007/03 /paziente-di-nicolosi-la-terapia-per.html;
http://daw.ilcannocchiale.it/?id_blog-doc=1413240 , consultati il 13 luglio 2008.
6) http://www.exgaywatch.com/wp/ , consultato il 13 luglio 2008.
7) In rete esistono anche testimonianze di persone che hanno cambiato orientamento sessuale; per esempio http://www.you-tube.com/watch?v=6G-nB4-XBGY, consultato il 13 luglio 2008.
8) Joseph Nicolosi, Oltre l'omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2007, p. 15.
9) Cfr ivi, pp. 151-168.
10) Paolo Rigliano, Le terapie riparative tra presunzioni curative e persecuzione, in P. Rigliano, Margherita Graglia (a cura di), Gay e lesbiche in psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, pp. 143-207.
11) A. Lee Beckstead, Understanding the Self-Reports of Reparatìve Therapy «successes», in «Archives of Sexual Behavior», vol. 32, n. 5, pp. 421-423; in Jack Drescher, Kenneth J. Zucker, Ex-gay Research. Analyzing the Spitzer Study and Its Relation to Science, Religion, Politics, and Culture, Harrington Park Press, New York (Ny) 2006, pp. 75-81.
12) Ivi, p. 79.
13) Martin Duberman, Cures: a gay man's odyssey, Plume, New York (Ny) 1992.
14) M. Duberman, Excerpts from Cures: a gay man's odyssey, in «Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy», vol. 5, n. 3-4, 2001, pp. 37-50; in Ariel Shidlo, Michael Schroeder, Jack Drescher, Sexual conversion therapy. Ethical, clinical and research perspectives, The Haworth Medical Press, Binghamton (Ny) 2001, pp. 37-50.
15) Douglas C. Haldeman, Therapeutic Antidotes: Helping Gay and Bisexual Men Recover from Conversion Therapy; in «Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy», vol. 5, n. 3-4, 2001, pp. 117-130; in A. Shidlo, M. Schroeder, J. Drescher, Sexual conversion therapy. Ethical, clinical and research perspectives, op. cit, pp. 117-130.
16) Ivi, p. 120.
17) Ivi.
18) Ivi, p. 120.
19) Ivi, p. 128.
20) Lawrence Hartmann, Too Flawed: Don 't Publish, in «Archives of Sexual Behavior», vol. 32, n. 5, pp. 436-438; in J. Drescher, K. J. Zucker, Ex-gay Research. Analyzing the Spitzer Study and Its Relation to Science, Religion, Politics, and Culture, op. cit., pp. 125-129.
21) Ivi, p. 127.
22) Ivi.
23) Ivi.
24) Richard A. Isay, Becoming Gay: A Personal Odyssey, in «Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy», vol. 5, n. 3-4, 2001, pp. 51-67; in A. Shidlo, M. Schroeder, J. Drescher, Sexual conversion therapy. Ethical, clinical and research perspectives, op. cit., pp. 51-67. 25 M. Schroeder, A. Shidlo, Ethical Issues in Sexual Orientation Conversion Therapies: An Empirical Study of Consumers, in «Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy», vol. 5, n. 3-4, 2001, pp. 131-166; in A. Shidlo, M. Schroeder, J. Drescher, Sexual conversion therapy. Ethical, clinical and research perspectives, op. cit., p. 135.
26) Ivi.
27) Ivi.
28) http://www.narth.com/docs/PhelanRe-portSummaryFact.pdf, consultato il 25/06/08; cfr Stanton L. Jones, Mark A. Yarhouse, Ex-gays? A Longitudinal Study of Religiously Mediated Change in Sexual Orientation, InterVarsity Press, Downers Grove (II) 2007, p. 84.
29) Ivi.
30) Ivi.
31) Commission on Psychotherapy by Psychiatrists (Copp), American Psychiatric Association, Position Statement on Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation, in «American Journal of Psychiatry» n. 157, 2000, pp. 1719-1721.
32) Ivi.
33) Ivi.
34) Robert L. Spitzer, Can Some Gay Men and Lesbians Change Their Sexual Orientation? 200 Participants Reporting a Change from Homosexual to Heterosexual Orientation, in «Archives of Sexual Behavior», vol. 32, n. 5, pp. 403-417; in J. Drescher, K. J. Zucker, Ex-gay Research. Analyzing the Spitzer Study and Its Relation to Science, Religion, Politics, and Culture, op. cit., pp. 35-63.
35) Cfr S. L. Jones, M. A. Yarhouse, Ex-gays? A Longitudinal Study of Religiously Mediated Change in Sexual Orientation, op. cit.. p. 91.
36) R. L. Spitzer, Can Some Gay Men and Lesbians Chance Their Sexual Orientation 200 Participants Reporting a Change from Homosexual to Heterosexual Orientation, op. cit.; in J. Drcscher, K. J. Zucker, Ex-gay Research. Analyling the Spitzer Study and Its Relation to Science, Religion, Politici, and Culture, op. cit.. p. 57.
37) http: // www.apa.org/pi/lgbc/polici/appropriate.html consultato il 13 luglio 2008.
38) S. L. Jones, M. A. Yarhouse, Ex-guys? A Longitudinal Study of Religiously Mediated Change in Sexual Orientation, op. cit.,p. 101.
39) Ivi.
40) Le narrative degli ex hanno un loro posto nello studio di qualsiasi gruppo religioso o sociale: a patto però - come hanno chiarito fra gli altri gli studi di David Bromley e di Bryan R. Wilson - di considerarle come narrative socialmente costruite da apostati il cui genere letterario è normalmente la storia di atrocità. L'ex ha diritto al rispetto e a fare intendere la sua voce, ma un'opera che si pretende scientifica dovrà mettere a confronto la sua narrativa con quelle di altri (coloro che nella comunità sono rimasti e si trovano bene, le persone che intessono con la comunità a titolo diverso relazioni sociali, gli osservatori esterni) e non pretenderà di ricavare la verità dall'uso ossessivo di questo solo tipo di narrativa. Per sapere se le navi normalmente conducono in porto non è saggio chiedere la loro opinione soltanto ai naufraghi» (http://www.cesnur.org/testi/naufraghi.html . consultato il 18/07/2008).
41) Cfr Marshall Kirk, Hunter Madsen. After the ball, How America will conquear its fear & hatred of Gays in the 90’s, Plume, New York 1990; cfr Roberto Marchesini, «After the ball: un progetto ".gay» dopo il baccanale, in «Cristianità», n. 327, gennaio-febbraio 2005, pp. 7-11.
42) Cfr S. L. Jones, M. A, Yarhouse, Ex-gays? A Longitudinal Study of Religiously Mediated Change in Sexual Onentation. op. cit.. p. 3S.
43) P. Rigliano, Le terapie riparative tra presunzioni curative e persecuzione, in P. Rigliano, M. Graglia (a cura di). Gay e lesbiche in psicoterapia, op. cit., p. 201.
44) Antonella Montano. Psicoterapia con clienti omosessuali. McGraw-Hill, Milano 2000. p. 137. Cfr Roberto Del Favero, Maurizio Palomba, Identità diverse. Psicologia delle omosessualità. Counselling e psicoterapia per gay e lesbiche. Edizioni Kappa, Roma 1996.
45) D. Fergusson, L. Horwood. A. Beautrais. Is sexual orientation related to mental health problems and suiciddality in young people?, in «Archieves of General Psychiatry», vol. 56, n. 10, 1999. pp. X76-888. Fergusson ha dimostrato che soggetti gay, lesbiche e bisessuali hanno tassi significativamente superiori, rispetto al campione eterosessuale, di ideazioni suicidarie (67,9% contro 29,0%], tentativi di suicidio (32.1% contro 7.1%) e tra i 14 e i 21 anni, di disordini psichiatrici (depressione maggiore 71.4% contro 38,2%, disturbo d'ansia generalizzata 28,5% contro 12,5%, disturbo della condotta 32,1% contro 11.0%, dipendenza da nicotina 64,3% contro 26.7%. abuso e dipendenza da altre sostante 60,7% contro 44,3%).
46) R. Herrell. J. Goldberg, W. True, V. Ramakrishan. M. Lyons. S. Eisen, M. Tsuang. A co-twin control study in adult men: sexual orientation and suicidality, in «Archieves of General Psychiatry», vol. 56, n. 10. 1999. pp, 867-874.
47) J. Parris, H. Zweig-Frank. J. Guzder. Psychological factor associated with homosexuality in males with bordeline personality disorder, in «Journal of Personality Disorder». voi. 9, n. Il, 1995. pp. 56-61 («È interessante notare che 3 pazienti borderline omosessuali su 10 riferiscono anche di incesti padre-figlio», p. 59); G. Zubenko. A. George. P. Soloff. P. Schub. Sexual practices among patients with with derline personality disorder, in «American Journal of Psychiatry», vol. 144, n. 6. 1987, pp. 748-752 («L'omosessualità era dieci volte più frequente tra gli uomini e sei volte tra le donne con disordine borderline di personalità piuttosto che nella popolazione generale o in un gruppo di controllo con soggetti depressi», p. 748).
48) John C. Gonsiorek. The use of diagnostic concepts in working with gay and lesbian populations, in Homosexuality and Psycotherapy, Haworth. New York (Ny) 1982, pp. 9-20.
49) Gustav Bychowsky, The structure of homosexual acting out. in «Psychoanalytic Quarterly». n. 23. 1954. pp, 48-61; E. Kaplan, Homosexuality. A search for the ego-ideal. in «Archieves of General Psychology». n. 16, 1967, pp. 355-358.
50) Gary Remafredi, Risk factors far attempted suicide in gay and bisexual youth. in «Pediatrics», 1991, pp. 869-875.
51) Marzio Barbagli. Asher Colombo. Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia. Il Mulino, Bologna 2007, pp. 61-62. Cfr Chiara Bertone. Alessandro Casiccia. Chiara Saraceno, Paola Torrioni, Diverbi da chi? Gay. lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, Guerini e associati. Milano 2003, pp. 195-197.
52) Cfr R. Marchesini, // feticcio (omosessuale) dell'omofobia, in «Studi cattolici», n. 528, febbraio 2005, pp. 112-116.
53) Theo G M. Sandfort. Ron de Graaf, Rob V. Bijl. Paul Schnabel, Same Sex Sexual Behavìour and Psychiatric Disorders, «Archives of General Psychiatry», vol. 58, gennaio 2001. pp. 85-91.
54) Ron de Graaf. Theo G. M. Sandfort, Margreet ten Have, Suicidality and Sexual Orientation: Dìfferences Between Men and Women in a General Puputation Based Sample From The Netherland, «Archives of Sexual Behavior», vol. 35. n. 3, 1 giugno 2006. pp. 253-262.
55) La ricerca ha preso in considerazione anche l’effetto interattivo della «discriminazione percepita».

sabato 7 novembre 2009

Le radici dell'omosessualità


LE RADICI DELL'OMOSESSUALITA'




Scritto da Bob Davies & Lori Rentzel



Per un cristiano che cerca di uscire dall’omosessualità il problema omosessuale può apparire grande come una sequoia gigante: enorme, ovvio, immutabile, incrollabile. Ma proprio come la foresta di sequoie, anche l'omosessualità ha radici. Ci sono molte cose "sotterranee" che alimentano l’identità gay e la mantengono saldamente. Questo articolo passa in rassegna alcuni di questi temi fondamentali.

Non crediamo che l'omosessualità sia innata. Basiamo le nostre convinzioni sull'insegnamento della Bibbia riguardo l'omosessualità, sostenuto dalla mancanza di prove scientifiche a fondamento di tale teoria.

Anche se le tendenze omosessuali fossero un tratto ereditario, non interpreteremmo ciò a sostegno del coinvolgimento omosessuale. Molti studi hanno indicato che le tendenze verso l'alcolismo o la depressione sono ereditate. Ma noi non abbracciano l'alcolismo o la depressione come "stili di vita alternativi accettabili". Piuttosto, cerchiamo di aiutare le persone che soffrono di queste tendenze a trovare la guarigione e il recupero.

Mentre rifiutiamo l'opinione che l'omosessualità sia geneticamente determinata, riconosciamo che le circostanze e le pressioni che plasmano un uomo o una donna fino al raggiungimento della conclusione finale: "Sono omosessuale" o "sono lesbica" possono essere rintracciate in ogni fase della crescita e dello sviluppo individuale. Diamo un'occhiata a ciò che può accadere in ciascuna di queste fasi: l'infanzia e la prima infanzia, le scuola elementare, la pubertà, l'adolescenza e la prima età adulta.


SESAME STREET E IDENTITA' SESSUALE

Non appena riusciamo a vedere, ad udire e a provare sensazioni - alla nascita, o anche nel grembo materno - cominciamo ad assumere informazioni che ci dicono chi siamo. Molto prima di poter esprimere i nostri sentimenti, o addirittura avere un pensiero organizzato, possiamo percepire sensazioni di pace, di calore, conforto e amore. Siamo inoltre in grado di rilevare sensazioni di fastidio, tensione, rabbia e paura. Mentre gli eventi di questi primi anni non sono la “causa” dell’omosessualità, possono tuttavia preparare il terreno per lo sviluppo di tali problemi più avanti nella vita.

Idealmente, i primi due anni vita di un bambino sono spesi per lo sviluppo di un legame profondo e sicuro di amore con la madre, che porta ad un sano senso di identità personale. Lo Psicologo Erik Eriksen lo chiama “sviluppo della fiducia di base". Con un solido senso di identità e la fiducia che il suo bisogno di amore e di cure saranno soddisfatti, un bambino ha una buona base per la futura crescita e sviluppo.

Quando queste fondamenta vengono perturbate il bambino diventa vulnerabile a tutti i tipi di problemi. A seconda del temperamento del bambino, il disagio può essere espresso con il ritrarsi dagli altri, con l'apatia, la passività, oppure con aggressione intensa ed emozioni incontrollate. I bambini che non raggiungono il “sentimento di essere" crescono percependo un vuoto interiore o baratro, “un'ansia da separazione". Ciò può manifestarsi più tardi nella vita attraverso una spinta schiacciante a connettersi con un’altra persona del proprio sesso e a cercare la propria identità in essa.

Mentre una rottura del legame con la madre incide profondamente sia sui maschi che sulle femmine, l’identità sessuale sembra essere notevolmente più plasmata dall’interruzione del legame con il genitore dello stesso sesso: alle bambine manca un attaccamento intimo con la mamma, i ragazzi si sentono distaccati e alienati dal papà.

Molte persone sperimentano un certo grado di rigetto nei loro primi anni di vita. Ma quando un bambino non riesce a connettersi con il padre e una bambina non forma una stretta relazione con la madre, vengono poste le basi per futuri problemi di identità sessuale.

I ragazzi nati con una natura sensibile, intuitiva, artistica possono essere più vulnerabili alle perturbazioni nei rapporti con il loro padre. In effetti, se un bambino come questo vive esperienze di rifiuto e di scherno da parte di suo padre, quasi sicuramente avrà problemi di identità sessuale più tardi. Tuttavia, se questo “deficit di amore" è riempito da un nonno amorevole, da un patrigno, o da un fratello maggiore, gli effetti negativi possono essere minimizzati.

Il temperamento innato e la costituzione corporea influenzano anche lo sviluppo delle bambine. Spesso le persone si aspettano che una figlia piccola sia delicata, dolce e mite. Ma alcune bambine escono dal grembo materno urlando, scalciando, e con l’aspetto di chi è pronto ad allenarsi per una gara di Eptathlon. Se Baby Olympia ha anche una mamma e un papà aggressivi e sportivi, o che, almeno, godono di queste caratteristiche, probabilmente si svilupperà in donna eterosessuale forte e sicura di sé.

Ma a volte una madre lotta per accettare una figlia aggressiva, attiva, e la bambina avrà la percezione dell'ambivalenza della propria madre. Sentendosi ferita e respinta, la ragazza può ulteriormente distaccarsi dalla madre, tagliandosi fuori dalla sorgente stessa dell'amore di cui ha bisogno per crescere nella propria identità femminile. Quindi la bambina si ritrova con un deficit di amore da parte di persone dello stesso sesso, che la rende vulnerabile a futuri coinvolgimenti lesbici.


GLI ANNI DELLA SCUOLA ELEMENTARE

Negli anni scuola elementare, la casa e la famiglia svolgono ancora un ruolo importante nella definizione della nostra identità, ma questo è il momento in cui le potenti forze della pressione esercitata dai coetanei aprono una breccia. Se lo “stampo" per la nostra identità sessuale si forma in età prescolare, la scuola elementare è il periodo in cui lo stampo comincia ad essere riempito con cemento fresco.

Un ragazzino già allontanato da suo padre probabilmente riceverà lo stesso trattamento dai suoi coetanei, insieme ad alcune brutte etichettature e insulti: "Ralph è un ______" ("femminuccia","finocchio","femme", ecc.)

Piuttosto che affrontare l'umiliazione che sicuramente incontreranno negli sport di squadra, Ralph e altri come lui spesso sviluppano occupazioni solitarie: lettura, disegno, musica, computer, televisione. Possono coltivare amicizie femminili, imparando a saltare la corda o a giocare alla “casa”. Oppure possono fare squadra con altri ragazzi timidi e ritirati come loro e anche iniziare qualche esperimento sessuale.

Per le ragazze gli anni della scuola elementare spesso riservano eventi potenti che contribuiscono al successivo coinvolgimento lesbico. Nei primi anni delle elementari, una bambina "maschiaccio" probabilmente non sperimenta lo scherno e il rifiuto da parte di altre ragazze. Ma la nostra cultura sessualmente orientata spinge i bambini verso una pubertà precoce. Già in seconda o terza elementare, la maggior parte delle ragazzine si preoccupano di essere belle, popolari, con gli abiti giusti, e ridacchiano sui fidanzati. (In realtà, gran parte di questo è già in corso nella scuola materna.) La ragazza che non condivide questi interessi, che preferisce veramente le attività sportive, le risse, la compagnia dei ragazzi, sta probabilmente iniziando a sentirsi scollegata dalle altre ragazze.


ABUSI SESSUALI

Mentre le dinamiche familiari, il temperamento e la pressione dei coetanei influenza fortemente l'identità sessuale di una persona, il fattore che più potentemente spinge una ragazza verso un’identità lesbica è la molestia sessuale, l’incesto o lo stupro. L’Incesto (che noi definiamo come il contatto sessuale con un membro della famiglia, un parente o regolare custode) è la forma più comune e dannosa di abuso sessuale. Di solito, l'autore è un uomo - un padre, patrigno, lo zio o il fratello maggiore – sebbene possano esserlo anche le donne. L’incesto provoca una devastazione incredibile, perché un bambino viene tradito e violato proprio da coloro in cui il bambino ripone la propria fiducia per la sua cura e protezione. Spesso il bambino molestato penserà: devo essere una persona orribile perché una cosa simile accada a me! L'autore dell’abuso può minacciare di danneggiare o addirittura di uccidere il bambino se divulga "il nostro segreto".

Incapace di affrontare il trauma di tali eventi, il bambino può minimizzare l'abuso o addirittura reprimerlo completamente. Il volume enorme di rabbia, dolore e indignazione viene spinto nei “sotterranei”, emergendo in seguito in una varietà di scelte, di cui una per le donne potrebbe essere un rifiuto totale degli uomini e un volgersi esclusivamente alle donne per ottenere amore ed affermazione.

Gli anni delle scuole medie e delle superiori
La maggior parte delle persone provenienti da un contesto gay o lesbico si sentono "diversi" o possono anche essere etichettati come "strani" dalla più tenera età. Ma il pieno significato di queste etichette colpisce di solito negli anni delle scuole medie, quando i primi forti impeti dell’attrazione sessuale emergono prepotentemente - ma nella direzione sbagliata.

Anche se la nostra cultura è apparentemente più tollerante di un tempo nei confronti dell’omosessualità, la maggior parte dei ragazzi delle scuole medie superiori non vogliono essere gay. La maggior parte degli adolescenti che scoprono tale attrazione omosessuale la reprimono, la ignorano e sperano che se ne vada via. Anche coloro che compiono atti omosessuali oppongono resistenza all’accettazione dell'etichetta di "gay". Alcuni/e escono con persone del sesso opposto nella speranza di soffocare i propri sentimenti omosessuali.

(Molti ragazzi e ragazze sperimentano l’omosessualità durante le scuole elementari o medie. Ciò non significa che essi saranno omosessuali; di solito i loro sentimenti di attrazione sessuale saranno diretti verso l’eterosessualità.)


COLLEGE E OLTRE

L'ultimo passo per lo sviluppo di una identità lesbica o omosessuale avviene di solito nel decennio dopo il liceo, quando tutti i tipi di opzioni appaiono davanti a noi. Lontano dalle influenze frenanti dei genitori e delle persone con cui siamo cresciuti, molti di noi usano gli anni post-scuole superiori per "sperimentare qualsiasi cosa" nella ricerca di identità e di un senso da dare alla vita.

Per i giovani adulti, andare a scuola o essere coinvolti nel mondo del lavoro apre una varietà di percorsi di auto-espressione. Se una donna ha un’inclinazione verso sentimenti lesbici, ora è il momento più probabile per “metterla in atto”. Altre donne si fermano a pochi passi dal coinvolgimento fisico, ma instaurano rapporti inappropriatamente stretti ed esclusivi con le altre donne, indicati come "dipendenza affettiva".

College, gruppi femministi, palestre, ambiente del teatro, campus cristiani, chi più ne ha più ne metta - le donne di cui abbiamo parlato hanno trovato la loro prima amante in tutti questi luoghi. E, a dispetto dei regolamenti militari, le forze armate sembrano fornire un ambiente naturale per il "coming out" nello stile di vita lesbica.

Per la maggior parte degli uomini la decisione più importante del periodo post-scuola superiore è quella di dichiarare la propria omosessualità (“come out”) ed identificarsi apertamente come gay, oppure quella di mantenere un’immagine eterosessuale, mentre segretamente hanno rapporti omosessuali o cercano di reprimere del tutto tali sentimenti.

Ci sono molti modi in cui uomini e donne prendono la decisione: "Io sono gay" o "io sono lesbica". Pressioni da parte della nostra cultura e da parte di persone che incontriamo, e la nostra interna vulnerabilità ci fanno convergere verso tale dichiarazione.

Tratto da “Coming Out of Homosexuality” di Bob Davies & Lori Rentzel (Downers Grove, IL: InterVarsity Press, 1993). Ristampato con il permesso di InterVarsity Press, PO Box 1400, Downers Grove, IL 60515.

sabato 31 ottobre 2009

Testimonianze di ex omosessuali: Testimonianza di Chiara


Testimonianza di Chiara

Postata sul forum di questo blog 
il 28 dicembre 2007
 




Chiara ha detto...

Secondo me le persone che non sono riuscite ad uscire dall'omosessualità non ce l'hanno fatta perché non hanno mai preso una DECISIONE DEFINITIVA: hanno tentennato e non erano abbastanza motivate.

Se si é veramente decisi e la volontà non vacilla allora si é anche disposti ad affrontare enormi sacrifici per arrivare alla méta. Io ci ho messo quasi 20 anni per liberarmi dell'omosessualità. Ho iniziato a scoprire la forza che viene dalla preghiera tanti anni fa. Grazie ad essa ritrovavo equilibrio e un certo grado di serenità ma continuavo ad avere rapporti omosessuali perché credevo di non poterne farne a meno: In realtà non VOLEVO farne a meno. Insomma, tentennavo e continuavo a tenere il piede su due staffe.

Gradualmente però, senza che me ne rendessi conto, la preghiera e le mie "chiacchierate" con Dio mi hanno cambiata: diventavo più stabile, matura e serena e, contemporaneamente, i desideri omosessuali si facevano meno intensi.

Ma la svolta c'é stata quando ho DECISO di rinunciare definitivamente ai rapporti omosessuali. Si tratta di SCEGLIERE e non é per niente facile. Non é facile scegliere di ricorrere alla preghiera e chiedere a Dio di calmare i tuoi impulsi quando tutto quello che desideri dalla vita in quel momento é cedere a quegli impulsi.

Eppure é proprio in quei momenti che é importante SCEGLIERE di pregare, non importa dove ti trovi, va bene qualsiasi posto. Io ho pregato soprattutto con le preghiere che mi hanno insegnato da bambina, come il Padre Nostro, l'Ave Maria, l'Atto di dolore... non c'é bisogno di seguire un corso per imparare a pregare.

Ogni volta che sentivo il desiderio intenso di avere dei rapporti dovevo trovare la forza di pregare e parlare con Dio per placare quel desiderio. RINUNCIARE a una persona in carne ed ossa, soprattutto se nei sei innamorata, é DIFFICILISSIMO.

Nel mio caso ho trovato una forte motivazione nelle persone che amo e che hanno bisogno di me. Volevo essere per loro una persona stabile, equilibrata e capace di dare amore, amore vero e disinteressato.
Vi auguro di trovare la forza di scegliere e di non mollare mai!
venerdì, 28 dicembre, 2007