venerdì 30 gennaio 2009

Così sono giunta al Lesbismo


Così sono giunta al Lesbismo


Pubblicato nel sito del NARTH*


"E’ stato il sentimento di odio per le donne che mi ha spinta al lesbismo, ed è stato Cristo a liberarmi da esso"


 Tradotto da Patrizia Battisti per il blog Si Può Cambiare

di Diane Mattingly postato il 17 febbraio 2005 12:00AM 

Ecco una vecchia ricetta di famiglia che ho scoperto recentemente. 
Prendete due persone piene di problemi e lasciate che abbiano dei figli. Una volta che i figli saranno nati, mescolate i bisogni insoddisfatti e le attese dei genitori, aggiungendo le sofferenze e le delusioni del loro passato. Versate il tutto in una teglia e mettete in un forno alimentato dagli alti e dai bassi tipici di ogni famiglia e della vita. Questa ricetta produce abbastanza disfunzioni da bastare a una famiglia di quattro o più persone.


Nel mio caso, la disfunzione prodotta da questa ricetta è stata la continua ricerca di una casa e di un nome, di un luogo dove trovare un senso di appartenenza. Questa ricerca mi ha condotta su diversi sentieri, compreso quello del lesbismo.
A un certo punto ho trovato una biforcazione e finalmente ho scelto il sentiero giusto. Ciò che ha scoperto è stato un sentimento di speranza e la sensazione di un cambiamento che mai avrei immaginato possibile. La mia guarigione è iniziata quando ha deciso di donare la mia vita, incluso il mio orientamento sessuale, a Dio; poi, ho dovuto iniziare ad affrontare le ferite che causavano il mio desiderio intenso di connettermi con una donna. Una delle aree con la quale mi sono dovuta confrontare è stata la misoginia: l’odio o svalutazione delle donne traspare attraverso abusi verbali, spirituali, emotivi, fisici, sessuali, attraverso la pornografia e l’ideologia che le donne sono inferiori agli uomini.


Nella mia famiglia la pensavano così. Mia madre e mio padre incoraggiavano mio fratello. Lui eccelleva nell’atletica ed era uno studente al di sopra della media. Si dice che i ragazzi siano i migliori registratori ma i peggiori interpreti delle informazioni. Io interpretai quei favoritismi come un segno che mio fratello -e non io- era quello destinato al successo. Mentre osservavo i miei genitori riporre in lui le loro speranze e sogni, mi sentivo una spettatrice in panchina. Potevo fare due cose: fare il tifo per mio fratello o restare seduta a guardare. Scelsi di fare il tifo.


“Applaudire” mio fratello significò rinunciare a me stessa. Iniziai a non adempiere come avrei dovuto ai miei impegni e rinunciavo a fare tutto ciò che mi sembrava difficile. Non mi è stato mai insegnato a perseverare, a gestire le pressioni o a prefiggermi e raggiungere uno scopo. Non avevo mai imparato a competere, a vincere, e neanche a perdere. Vivevo in un limbo fatto di comportamenti autodistruttivi come la droga, l’alcol e l’automutilazione; o anche combattuto con gli effetti della depressione per molti anni. Con il tempo, la misoginia divora il nucleo dell’anima delle donne e le lascia indifese, piene di vergogna, vulnerabili e impaurite. È così che ha lasciato anche me.


Ricordo quando, già adulti, mio fratello ed io, che vivevamo ai poli opposti del Paese, acquistammo entrambi un computer. Quando parlai a mio padre del computer, iniziammo subito a discutere in quanto lui insisteva nel dire che il mio non era buono come quello di mio fratello. Era ridicolo: i due computer avevano la stessa quantità di memoria, la stessa velocità, le stesse applicazioni, erano identici. Alla fine conclusi che il mio era considerato inferiore soltanto perché era il mio.
Poi c’era la questione dei voti riportati al college. Un giorno mio padre mi disse che il mio Master non era dello stesso livello di quello di mio fratello perché il suo era un MBA mentre il mio era soltanto un MA. Non diceva che quello di mio fratello era più utile nel mercato del lavoro o che avrebbe generato più soldi; diceva soltanto che il mio era di un livello più basso.



Esclusa e sola

Le ragazze molto giovani hanno bisogno di una forte presenza mascolina che le faccia sentire protette, che le incoraggi a rischiare e che le faccia sentire a proprio agio con la propria femminilità, cosicché, diventando donne, non si sentiranno innaturali, goffe, insicure e a disagio. I nostri padri sono coloro che dovrebbero svolgere questo compito. Il mio non lo svolse.


Osservando ed ascoltando mia madre e mio padre interagire e fare commenti sui miei amici, sugli amici di mio fratello, sui loro amici, e perfino sulle star del cinema, anch’io iniziai a farmi un’opinione negativa delle donne. I messaggi che ricevevo da mio padre erano che le donne sono deboli, stupide, che il loro compito è quello di servire gli uomini e di cercare di avere un aspetto sexy.
Una delle sue battute preferite era che mia madre non sarebbe stata in grado di trovare la via di uscita da una busta di carta bagnata. Poiché aveva imparato a guidare soltanto dopo la nascita di noi ragazzi, mia madre non sapeva leggere bene le cartine stradali e di conseguenza non era molto brava a trovare la strada come lo era mio padre.

La misoginia non è sempre e soltanto appannaggio degli uomini. I messaggi che ricevevo da mia madre dicevano che per le donne è importante soltanto l’aspetto fisico e che sono manipolatrici e imprevedibili. Una volta mi disse che la ragione per cui non avevo un uomo era la mia eccessiva indipendenza. Disse che agli uomini non piacciono le donne indipendenti e che dovevo imparare a mostrarmi timida per non farli sentire sopraffatti. Se le nostre madri sono piene di disprezzo per se stesse o si sentono inferiori alle altre donne, se non si sentono a proprio agio con la propria femminilità o “si sottomettono” agli uomini, esse possono passare i propri problemi a noi, le loro figlie.


Mary Beth Patton, psicologa e ricercatrice nell’ambito dell’attrazione per persone dello stesso sesso e membro del Consiglio di “Portland Fellowship”, un ministero affiliato a Exodus International, ha descritto nel seguente modo ciò che accade alle donne come me: “le donne che provano attrazione per lo stesso sesso spesso possiedono una storia di disidentificazione con le proprie madri e,conseguentemente, con la propria femminilità. Ciò le conduce a desiderare fortemente di connettersi con “il femminile”; tale desiderio assume connotazioni sessuali nell’adolescenza”.

Le ragazze “staccate” dalle proprie madri spesso iniziano a detestare le proprie emozioni e tutto ciò che le rende donne. Non intendo necessariamente quelle cose che ci fanno apparire femminili esternamente. Mi riferisco, piuttosto, a quelle caratteristiche interne che ci rendono veramente femminili. Ad esempio, io mi sono sempre sentita a mio agio con i vestiti, con le unghie curate e con i gioielli poiché non le consideravo qualità disprezzabili in mia madre. Ma quando lei non faceva nulla per contrastare gli abusi verbali di mio padre, io giuravo che non sarei mai stata come mia madre. Non sarei mai stata sotto il controllo di un uomo, non sarei mai stata dipendente da un uomo, né debole, e mai avrei ammesso la mia vulnerabilità.
Gli psicologi chiamano questi sentimenti dei giovani verso i loro genitori “distacco difensivo”. Poiché non permettevo a mia madre di influenzarmi, ho costruito intorno a me un muro per proteggermi da tutto ciò di negativo che lei avrebbe potuto instillarmi, ma in questo modo separavo me stessa anche da tutte le cose positive che avrebbe potuto donarmi in quanto donna.


Naturalmente, la misoginia non conduce sempre al lesbismo. Nel mio caso, la misoginia ha incoraggiato l’attrazione per lo stesso poiché mi ha isolata dagli uomini, dalle donne, da Dio e anche da me stessa. Odiavo gli uomini. Odiavo le donne. Odiavo me stessa per il fatto di essere donna. Non avevo più considerazione per le donne di quanta ne avesse un qualsiasi uomo che detesta le donne e, tuttavia, nessuno si è sorpreso più di me nello scoprire che anch’io ero misogino. E ho dovuto confessare questo peccato a Dio. Il mio distacco dagli uomini e dalle donne mi ha impedito di ricevere qualsiasi cosa buona da entrambi.

La prima volta che mi sono accorta di essere attratta dalle donne è stato in prima media ma non misi in pratica quei sentimenti fino al termine della scuola secondaria. Crescendo, ho avuto diversi ragazzi e detesto ammettere di essere stata piuttosto promiscua. Ogni volta speravo di aver incontrato “l’uomo giusto”. Avrei fatto qualsiasi cosa per sentirmi accettata, ma ogni relazione finiva sia perché mi tradivano con qualcun'altra, sia perché mi facevano capire, in un modo o nell’altro, che volevano avere altre esperienze. Ogni volta che un rapporto finiva mi sentivo sempre meno capace di piacere a un uomo.

Il mio primo incontro con una donna mi ha fatto vivere il sentimento più intenso di appartenenza e di connessione che abbia mai provato. E’ difficile spiegare quanto e come mi sentii completamente “avvolta” dagli abbracci durante quel primo incontro. Sentii un senso di sollievo che non avevo mai provato prima. Sentivo come se la mia anima avesse finalmente trovato quel senso di appartenenza che le era sempre mancato.


In realtà ero caduta in una relazione emotivamente dipendente che non aveva nulla a che fare con l’amore. Stavo cercando di soddisfare il mio bisogno di connessione alle mie condizioni. Se amare significa onorare, allora come era possibile chiamare amore una relazione che secondo la Bibbia ci aliena da Dio? Mi resi conto che se amavo veramente una donna non avrei potuto avere rapporti sessuali con lei. 

Femminilità abortita

Forse sono stata proprio io l’artefice di una delle più significative manifestazioni di misoginia. Ho già detto che in passato sono stata con diversi uomini. Una di quelle relazioni ha causato una gravidanza non programmata. Uscivo con un ragazzo con cui avevo una relazione da alcuni mesi e pensavo che stessimo abbastanza bene insieme. Questo cioè, fino a quando non mi accorsi di essere incinta. Quando glielo dissi mi rispose che potevo fare quello che volevo, potevo tenere il bambino o potevo abortire, e poi se ne andò. Non lo vidi mai più. Quando gli telefonavo lui attaccava, e quando mi fermavo davanti a casa sua, lui non veniva mai alla porta. Quella gravidanza fini con un aborto.

Onestamente non so quale debba essere il livello di impegno e responsabilità in situazioni come quelle ma sono certa che non debba esserci “abbandono”.
L’aborto è uno dei modi in cui le donne attaccano la propria femminilità, ed è un segnale che dice, forte e chiaro, che la nostra società non viene incontro ai bisogni delle donne.


Vorrei poter dire di essere stata in grado di liberarmi dagli effetti della misoginia grazie alla mia determinazione e ai miei sforzi, ma è vero il contrario. Il massimo che avrei mai potuto sperare di fare con le mie forze era costruire un muro per separarmi da ulteriori sofferenze. Contando soltanto sui miei sforzi mi sarei dovuta accontentare di esistere invece che di vivere. Ed io volevo vivere.


Ho dovuto cedere a Dio tutte le mie passate sofferenze. Ho dovuto confessare la mia debolezza, l’odio per me stessa e per le donne. Ho dovuto scegliere di rendere conto delle mie azioni ai miei fratelli in Cristo e di rendermi disponibile ad entrare in relazioni trasparenti e sincere con le persone. La guarigione avviene nella comunità e frequentando la compagnia di altri credenti. L’isolamento è uno dei più grandi nemici dell’anima. Inganniamo noi stessi quando crediamo di poter soddisfare da soli i nostri bisogni, ma la verità è che noi non abbiamo molto potere.


La mia guarigione sta continuando e quella che si è già in parte verificata è arrivata grazie alla preghiera “di guarigione dalle ferite”, dai consigli di professionisti cristiani e dalla partecipazione ad un programma chiamato Living Waters, di Desert Stream Ministries, e gestito da Regeneration of Northern Virginia, un ministero affiliato ad Exodus International. Mi sono tolta di dosso le etichette di vittima, di lesbica e di “tradita”. Ho dovuto lasciare che Dio mi aiutasse a definirmi come donna e a sentirmi a mio agio con la mia vera femminilità. Mentre una volta temevo la compagnia di gruppi di donne per paura che potessero vedere la bambina che sentivo di essere in mezzo agli adulti, adesso stavo finalmente imparando a far parte di un gruppo, sicura di me, come donna. Ho dovuto rivivere momenti del mio passato e ciò mi ha causato di nuovo sofferenza. Ho dovuto far entrare Dio in alcuni luoghi profondi della mia intimità dove avevo nascosto il mio dolore.


Anche se divulgare un pò del mio passato mi fa sentire come una di quelle persone che partecipano alla trasmissione di Jerry Springer, so che ci sono donne che stanno leggendo ciò che ho scritto e che desiderano credere che il loro non è un caso “senza speranza” o che non sono “merce danneggiata”. Ci sono donne che desiderano trovare un’altra strada che non sia quella del lesbismo e delle relazioni emotivamente dannose. A loro, io dico, c’è speranza.


Diane Mattingly lavora per un’importante quotidiano negli Stati Uniti. Come volontaria presso “Regeneration of Northern Virginia” e leader di un piccolo gruppo per il programma “Living Waters”, assiste persone che stanno uscendo dall’omosessualità.


*NARTH Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell'Omosessualità