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venerdì 9 settembre 2011

Uscire dall'omosessualità - Dipendenza come Maschera


  
CAPITOLO QUARTO

DIPENDENZA COME MASCHERA

tratto dal libro 

Craving for Love 
di Briar Whitehead






                                                      

Questa poesia, leggermente adattata e di autore ignoto, mostra la classica funzione di auto-protezione della maschera e "l’io reale" dietro di essa.

LA MASCHERA

Porto con me la mia maschera ovunque
Nel caso in cui abbia bisogno di indossarla per non farMI vedere.
Ho così paura di mostrarMI a te , paura di ciò che potresti fare,
Potresti ridere di ME , o dirmi cose cattive
Oppure potrei perderti.
Mi piacerebbe togliermi la maschera , lasciare che tu MI guardi
Vorrei che cercassi di capire
Di amare ciò che vedi.
E così, se sarai paziente e terrai gli occhi chiusi
Me la toglierò molto lentamente
Per favore, cerca di comprendere quanto fa male
Mostrare il mio vero IO.
Adesso la mia maschera è tolta. Mi sento nudo! Spoglio! Così freddo!
Se riesci ancora ad amare ciò che vedi
Sei mio amico, puro come oro.
Voglio conservare la mia maschera, tenerla in mano
Ho bisogno di averla accanto a me se qualcuno non capisce.
Per favore proteggiMI mio nuovo amico, grazie per amarMI davvero,
Ma ti prego, lascia che tenga la mia maschera con ME, fin quando anch’io non MI amerò.
Autore ignoto

Senza la maschera temiamo che le persone possano vedere “le brutture nelle profondità della nostra anima, che possano penetrare nell’oscurità di qualcosa di spaventoso, di spregevole e di totalmente indesiderabile”, scrive un-ex gay del gruppo Regenaration,  in un articolo dedicato alla vergogna.


LA CRESCITA DELLA MASCHERA

Questa figura mostra come la maschera, che utilizziamo per nascondere agli altri la nostra vulnerabilità e per nascondere a noi stessi il nostro dolore, cresce sempre di più con il passare degli anni. La piccola figura bianca è il vero io. La figura nera può rappresentare una dipendenza (da una sostanza, una persona, ecc.) o il personaggio (pubblico) che ci siamo costruiti per interagire con gli altri oppure la persona che crediamo di essere.

Ci si sente molto soli dietro la maschera. Costruita per renderci impermeabili al dolore, essa ha l’effetto opposto: lentamente accresce la nostra sofferenza in quanto ci separa da contatti umani autentici e soddisfacenti. Attraverso di essa non possiamo né dare né ricevere amore.


IL KIT DI SOPRAVVIVENZA
La maschera diventa il nostro kit di sopravvivenza. Non permettiamo a nessuno di rimuoverla, non soltanto perché abbiamo impiegato così tanti anni per costruirla ma perché senza di essa dovremmo affrontare di nuovo il dolore che essa nasconde.

La persona omosessuale sente nelle profondità del suo essere un senso di vuoto, di mancanza di significato, di inferiorità, di scarsa stima di sé, uno spirito debole e sofferente… fino a quando non “sgonfierà” il suo orgoglio difensivo (togliersi la maschera) per affrontare il dolore delle umiliazioni subite, dell’abbandono, del rifiuto, delle violenze, nulla potrà raggiungerlo. Ma non potrà rinunciare alle sue difese senza trovarsi faccia a faccia con il dolore.
“Questo kit di sopravvivenza, costruito e modellato negli anni costituisce il vero problema” – scrive Mary Pitches in Child No More (Non Più Bambino) – “Esso blocca la crescita di una persona indefinitamente, a meno che non riesca a realizzare il difficile compito di liberarsi di esso”.
  

FUSIONE CON LA MASCHERA

Col tempo si finisce per credere nella maschera, si finisce per accettare che il nostro comportamento dipendente, il personaggio che ci siamo costruiti sia normale  - siamo noi. Pensiamo che la gente sia strana se insinua che non sappiamo chi siamo. Quando ci fondiamo con la maschera non sappiamo più chi siamo veramente e chi invece facciamo finta di essere. La maschera è la persona che crediamo di essere ma non ciò che siamo veramente.


Kit

Kit si era gradualmente costruito una maschera per nascondere la vergogna di essere stato sessualmente molestato all’età di cinque anni da un familiare (questo accadimento aveva frantumato la fiducia nelle persone che amava), per nascondere il dolore di costituire una delusione per i suoi genitori poiché non si comportava “come i ragazzi sani dovrebbero” e per nascondere il dolore di essere rifiutato e angariato dai suoi coetanei. 

Quando giunse l’adolescenza i suoi genitori si erano già allontanati da lui pensando che fosse “strano e drogato”. Così Kit giunse alla conclusione che per essere accettato da loro e dai suoi compagni doveva cambiare. Cito dal manuale Living Waters del gruppo Desert Stream:
     
“Per diventare accettabile dovetti nascondere parte del mio vero io e creare una persona più desiderabile e socialmente accettabile. Ciò comportava una modifica del mio aspetto ma anche della mia personalità. Ho modificato alcune movenze e schemi di linguaggio e ne ho adottate di nuove. Sono diventato una persona fredda, calcolatrice ma in apparenza normale ed equilibrata. Erano rimaste ben poche tracce del mio vero io, e non appena ne individuavo un’altra la modificavo fino a reprimere completamente il mio vero io. Ciò che era rimasto di me era un’invenzione, una maschera. Speravo che il mio odiato io fosse morto e sparito per sempre. Lo odiavo davvero, era debole e vulnerabile e la gente lo feriva in continuazione. Persino la mia vita sessuale e amorosa era cambiata. Le relazioni profonde erano fuori discussione. Volevo fare sesso, volevo che la gente mi considerasse e mi ammirasse come una persona raffinata e distinta. Fredda, dura, intoccabile e irraggiungibile. Avevo affinato il mio talento seduttivo per farmi “adorare”. Avevo un disperato bisogno di mantenere viva la mia creazione ma la facciata iniziò a sgretolarsi dall’interno”.


Kit aveva creato una sofisticata “vernice” (maschera) per nascondere ciò che era, ma così facendo era diventato dipendente dal sesso. Quando il dolore viene represso esso non sparisce ma continua a vivere nelle profondità della nostra anima. E così ci accorgiamo che alcune cose che facciamo servono ad alleviare temporaneamente la sofferenza, sebbene non sempre sappiamo come o perché. Quando ciò accade i nostri comportamenti possono diventare dipendenti.

Lo psichiatra statunitense Geoffrey Satinover ha osservato che insito nell’essere umano vi è un fortissimo desiderio di evitare la sofferenza, sia essa dovuta al dolore per una perdita o all’assenza di amore, oppure a una scarsa autostima o a mancanza di significato. L’essere umano tende a fare simboliche sostituzioni; ad esempio il sesso può essere utilizzato come sostituto per bisogni emotivi e quindi facciamo sesso per soddisfare il nostro bisogno. In altre parole un bisogno elevato, spirituale, viene sostituito da un appetito per qualcosa di materiale. Placare questo appetito ci fa sentire meglio, ma soltanto temporaneamente. 

Ma cosa accade quando il disagio originale (spirituale) viene temporaneamente bloccato da un istinto (materiale)? L’istinto materiale non soltanto si ripresenta ma peggiora progressivamente. La dipendenza si realizza quando una normale attività quale ingerire cibo o avere rapporti sessuali viene utilizzata per alleviare il dolore, scrive Satinover. Le persone restano intrappolate nella dipendenza perché desiderano sentirsi meglio e perché all’inizio sembra un’attività innocua. Ma dopo un po’ scoprono che non funziona così bene come credevano, il dolore originale è ancora lì e l’istinto materiale, che all’inizio si era presentato come un ospite, è divenuto non soltanto padrone ma tiranno.

Alcune persone ribattono: “ Ma andiamo! Forse ho alcuni vizi, se vuole chiamarli così – ma tutti questi discorsi sul dolore – Io non provo alcun dolore e inoltre, il passato è passato!
Può darsi che non abbiate alcuna particolare dipendenza ma non vi è dubbio che l’individuo cerca di eliminare esperienze dolorose del passato, o meglio, lo fa la nostra mente conscia. Ma il nostro inconscio, vale a dire l’80/90 % della nostra mente ha molti ricordi della nostra sofferenza passata.

Gli esperimenti di un neurochirurgo, il dottor Wilder Penfield, negli anni Cinquanta, hanno mostrato che molte delle esperienze che facciamo sono memorizzate nel cervello, fuori dalla portata della mente cosciente. Sotto stimolo elettrico in punti specifici della corteccia cerebrale, i pazienti di Penfield spontaneamente ricordavano in modo chiaro e molto dettagliato fatti occorsi nei primi anni di vita - ricordi che “scomparivano” immediatamente non appena l'elettrodo veniva tolto. 

Dopo più di due anni di esperimenti Penfield affermò che “la memoria dell'evento e le sensazioni ad esso associate erano inestricabilmente legate insieme nel cervello. Ciò significa che questi pazienti non ricordavano semplicemente ma rivivevano letteralmente quei ricordi.



 GIUSTIFICAZIONE E NEGAZIONE

Quando la nostra dipendenza in qualche modo ci aiuta e ci conforta, non abbiamo alcun desiderio di rivisitare il nostro disagio e trovare una soluzione più efficace. Piuttosto che sviluppare modi per evitare il problema ci raccontiamo che la nostra dipendenza non è una dipendenza, o che non esiste nessun disagio. Non vogliamo pensarci né parlarne. Oppure, se ammettiamo che un problema potrebbe esistere, cerchiamo immediatamente di razionalizzare.
I Cristiani non sono diversi. Lo studente che cerca a tutti i costi il massimo dei voti dice che "Dio vuole solo il meglio". L'uomo che trascorre tutto il suo tempo a far soldi promette che li spenderà per missioni e opere di beneficenza. Il fumatore dice che se il fumo non lo ucciderà lo farà l’inquinamento. La persona coinvolta in un rapporto di co-dipendenza dice “Ha bisogno di me!”

L'omosessuale
Anche le persone omosessuali negano l'esistenza del problema, e giustificano, anzi a volte sfoggiano, il “personaggio omosessuale". Gli omosessuali hanno elaborato una giustificazione molto sofisticata - che gli attivisti hanno promosso con abilità ed energia: “Sono nato in questo modo: per me questo è normale, tutti dovrebbero avere la libertà di esprimere la sessualità che è normale per loro; Le legittime minoranze dovrebbe essere giuridicamente protette; le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi e di adottare come le coppie eterosessuali”.

Dio non ama la maschera. Ama la persona reale che nasconde il suo dolore dietro la dipendenza, la negazione e la giustificazione – la persona per cui ha donato la vita. Il nostro kit di sopravvivenza finisce per diventare una prigione crudele, una guaina indurita attorno ai nostri cuori. 


Le nostre smentite e le nostre elaborate giustificazioni ci impediscono di accettare la verità. In definitiva la Verità è Gesù Cristo che vuole cambiare la nostra vita e il nostro futuro. Gesù è venuto a donare parole di guarigione all’io vero accovacciato nel dolore dietro la maschera, per riportarlo alla sua vera vita. Egli ci comanda con grande amore di gettare la maschera.

"Gli oggetti della nostra dipendenza diventano i nostri falsi dèi", scrive May in Addiction e Grace. "Questi sono gli dèi che noi adoriamo, ciò di cui ci occupiamo, a cui dedichiamo le nostre energie ed il nostro tempo". Le dipendenze si frappongono all'amore di Dio per noi, e al nostro amore per Dio.

Siamo stati creati per amare e desiderare Dio. Ma "psicologicamente la dipendenza utilizza tutta la nostra carica di amore e di desiderio. E’ come un tumore maligno psichico, che succhia la nostra energia vitale incanalandola in specifiche ossessioni e compulsioni, lasciando sempre meno energia da dedicare ad altre persone e ad altre attività". 

La dipendenza è stata definita una "contraffazione della presenza religiosa". Le dipendenze trasformano la presenza di Dio in assenza; si perde il senso del suo desiderio per noi, della sua vicinanza.
Dio vuole guarirci dalle nostre dipendenze perché le dipendenze sono le nostre false salvatrici che tengono a distanza il vero Salvatore. Sono i nostri “ciucci” ma è Dio il Grande Medico. Sono i nostri idoli che diventano tiranni e governano la nostra vita e quella delle nostre famiglie. In questo capitolo si discuterà come si sviluppano le dipendenze e i nostri tentativi di evitare di affrontare il dolore che si nasconde dietro ad esse.

DIPENDENZA COME TRAVESTIMENTO

Quando usiamo qualcosa per coprire qualcos'altro, essa diventa un mantello, un travestimento. La dipendenza maschera il vero problema: i bisogni insoddisfatti, il dolore che Dio vuole guarire. La dipendenza aiuta ad attutire il dolore, e solo in questo senso “ci protegge”. Ma mentre ci aggrappiamo alle nostre dipendenze Dio non può guarirci.