sabato 24 novembre 2012

Uscire dall'omosessualità _ Testimonianza: "TRE ANNI"

"TRE ANNI"


Testimonianza di Alberto Gonzaga


Vedi anche 
 "DUE ANNI!"
la prima testimonianza di
 Alberto Gonzaga 
pubblicata nell'ottobre del 2011 




Mi chiamo Alberto e sono una persona con attrazione per lo stesso sesso, oggi ricorrono tre anni dal principio di questo mio nuovo percorso fuori dalla pratica omosessuale e se l'esperienza trasformante di Dio (risveglio spirituale) che, in questo momento sto vivendo, mi spinge al nascondimento ed al silenzio, desidero tuttavia condividere e celebrare, con una breve riflessione interiore, questo risultato insieme a voi, che mi siete stati vicini nelle difficoltà e potete comprendere il significato di questa lotta spirituale.

Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.” Gv 9,3

Col tempo si è fatto strada in me il convincimento che ciò che sto vivendo –la mia attrazione per lo stesso sesso- non sia un male da combattere, bensì una condizione esistenziale da interpretare come tempo di prova e occasione straordinaria di grazia, un giorno alla volta.

Abbraccio senza riserve ciò che la Chiesa m’insegna circa la mia inclinazione come “oggettivamente disordinata”, mi occorre –tuttavia- restituire “SENSO” a quest’accadimento che ha caratterizzato in modo cosi significativo il mio percorso esistenziale e tutt’oggi incide nel mio rapporto con Dio.

Negli ultimi mesi ho avuto la grazia di riuscire a praticare, nella misura della mia infermità, la castità del cuore. Se da principio si è trattato di una forma, per certi versi repressiva, con l’andare dei giorni la mente –finalmente rischiarata- ne ha cominciato ha cogliere la natura positiva e complessa. La castità come dono di Dio, dono prezioso che va custodito con cura, prudenza e riserbo. Ma anche dono gioioso, finalmente integrale e senza riserve, almeno nell’intenzione, di me stesso a Dio e -ho quasi timore a dirlo- sacrificio. 

Solo nell’ammissione completa della mia impotenza difronte all’omosessualità, all’accettazione del doloroso fallimento delle mie “strategie” umane ho trovato la forza per non disperare ed invece umiliarmi per chiedere aiuto a quel Dio che mi si manifesta concretamente negli sguardi e nelle parole di coloro che condividono con me questo percorso, solo per oggi. In quegli occhi vedo rispecchiata tutta la mia insufficienza difronte a Dio e tutta la mia mancanza di significato e valore senza Dio.

Le battaglie non sono finite, ogni giorno scopro aspetti nuovi della mia personalità, nuovi limiti e difetti emergono con più evidenza. Un percorso estremamente dinamico che mi costringe a rimettermi continuamente in discussione, a cambiare prospettiva ed atteggiamento nei confronti di me stesso e degli altri.

Medito frequentemente un passo di san Paolo: “Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.” 2Cor 12,7-10

È solo ammettendo il perdurare della mia debolezza, la continua presenza di questa “spina”, che cerco di non opporre un ostacolo alla cooperazione con lo Spirito in me, un’azione “bella” in se stessa (meglio nella sua conformità alla volontà di Dio) che rinuncia al risultato, abbandonando l’esito nelle mani di Dio. Un po’ come un pianista che esegua la partitura scritta da un altro, ecco mi sento come una comparsa che si affida alle scelte del regista, senza pretendere di sapere più del necessario.

La “spina” rappresenta anche le sofferenze che mi trovo a vivere quotidianamente e che cerco di unire al sacrificio della croce del Signore. La dissociazione dal corpo e dalla mente ha scavato solchi profondi nella mia anima ed il contrasto tra essere e dovere può rivelarsi straziante, finché non mi arrendo completamente, accettando di fare di me un sacrificio vivente.

Ancora una volta la “spina” è quell’inclinazione omosessuale di cui non ho colpa, non sono responsabile e di cui non debbo provare vergogna, non è malattia ma sintomo, non oggetto di pubblica dichiarazione ed occasione di scandalo ma materia di confessione privata, non materia di negazione ma di ammissione difronte a me stesso, mai motivo di vanto quanto piuttosto un monito costante per il mio orgoglio. Una “spina” che riemerge periodicamente, trasformandosi in occasione di resa a quel Dio che è morto per me sulla croce.

Ho trovato scritto che “Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene. Abbiamo bisogno di silenzio per ritrovare noi stessi e Dio. Dobbiamo rieducarci al silenzio, all’ascolto, alla riflessione. Parlando non s’impara niente, ascoltando si può imparare tutto”, in quest’ultimo anno di recupero credo di aver fatto ancora tanto rumore ma ho anche incominciato ad apprezzare nel silenzio la voce degli amici, i miei “guaritori feriti” che abbraccio con tutto il mio cuore e a cui dedico questo giorno di festa.

“L'omosessuale casto è un "guaritore ferito", la cui vita parla in modo molto più incisivo di moralisti come me, che dicono che l'omosessuale può essere casto e può essere felice solo nella castità. L'omosessuale casto dimostra agli altri fratelli in lotta che anch'essi possono vivere allo stesso modo. Ciò non significa che l'omosessuale casto sia privo di tentazioni legate alla sua condizione, ma che ha imparato a gestirle, con la Grazia di Dio.”
p. John F. Harvey, OSFS (fondatore di COURAGE www.couragerc.org)