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domenica 10 marzo 2013

Storia di bambina “trasgender” nella società degli anni 60



Storia di bambina “trasgender” 
nella società degli anni 60



Ho ricordi molto vividi della mia infanzia. Una madre che amavo di un amore immenso, con la quale ho vissuto in simbiosi per i primi anni della mia vita. Solo dopo essere stata scacciata da un abbraccio che le stavo donando, mi resi conto che non ero lei, ma ero una persona separata, come i miei fratelli. Il papà era emotivamente molto assente, anche se ero la sua preferita, essendo la più forte rispetto ai miei fratelli e quella che lo aiutava sempre, tante volte mi difendeva dalla mamma. 


Questo aveva creato nella mamma un accanimento nei miei confronti. Eppure il papà lo avrei sostituito con altre persone durante la mia infanzia mentre la mamma non l’avrei mai sostituita. Lei mi raccontava come avrebbe voluto essere un maschio per far felice suo padre, erano tre sorelle. In seguito sua sorella ha avuto una bambina e anche a casa nostra è nata mia sorella. Dopo cinque mesi dalla sua nascita, nuovamente era incinta e sperava che finalmente sarebbe nato un maschio ma sono nata io. Queste cose me le ha raccontate lei in seguito.


Dopo un anno dalla mia nascita è arrivato anche mio fratello. La mamma lo difendeva sempre e lo scusava dicendo che era un maschio e anche il più piccolo. Ogni volta che lo giustificava prendendo la motivazione che era un maschio, mi arrabbiavo molto. In questo clima famigliare io fui una bambina che oggi chiamerebbero “transgender”.

Una bambina che odiava i vestiti femminili, che ha fatto la pipì in piedi aprendo solo la chiusura lampo dei pantaloni bagnandosi tutta, che modellava il pube sperando che potesse crescere il pene e non da ultimo che si chiedeva il perchè, perchè piangeva sempre volendo essere un maschio a tutti i costi. Quando me lo chiedevo non avevo una risposta ed ero arrivata anche a pensare d’essere nata nel corpo sbagliato. Ma ogni volta che mi volevo ribellare a questa mia identità, magari chiedendo a Natale giocattoli femminili invece che maschili, oppure indossando un vestito femminile, andando contro quello che mi veniva spontaneo, sentivo chiaramente la forte sensazione che avrei deluso i miei genitori nel farlo e non lo facevo.


La mia identità era legata a loro e di questo ne fui in seguito sicura, perchè sempre, ogni volta che volevo ribellarmi, sentivo la stessa sensazione di deluderli. Credevo inconsciamente che i miei genitori mi amassero o fossero felici solo perchè avevo questa identità da maschio e se fossi stata femmina, o mi fossi svelata quale femmina, non mi avrebbero più amata o sarebbero rimasti delusi. Ero la preferita di papà, perchè lavoravo con lui ed ero la più forte e per lui rappresentavo un maschio; la mamma si accaniva con me perchè ero femmina e se fossi stata maschio mi avrebbe difeso e voluto più bene, come ne voleva a mio fratello. 


Questa doppia dinamica che inconsciamente percepivo attraverso i miei genitori, vera magari anche solo in parte e in parte costruita dal mio inconscio, ha fatto di me una bambina fortemente “trasgender”

Provavo un forte senso di vergogna verso i miei genitali, nessuno doveva vedere che ero una bambina, ma nello stesso tempo spingevo gli altri bambini a spogliarsi, sia maschi che femmine. Sono stata compagna di banco di un maschio per tutte le scuole superiori, vestivo da maschio, a ricreazione ho sempre giocato con loro a calcio, mi sono finta ragazzino esibendomi e corteggiando alcune bambine più piccole di me solo per sentirmi appagata nella mia identità, ho giocato a calcio nelle squadre femminili senza mai fare la doccia con loro per molti anni, poichè mi vergognavo di mostrare la mia femminilità.

 Inorridivo all’idea di avere le mestruazioni e che il seno sarebbe cresciuto, mi sarei scoperta davanti ai miei genitori, proprio per questo le mestruazioni non mi sono mai venute, fin quando a 18 anni il medico me le ha provocate con delle pastiglie.


Non essendoci nella società dove vivevo, e nemmeno nella mia testa, nessun riferimento di nessun tipo verso il mondo omosessuale e tantomeno trasgender, la mia identità deviata e compromessa, si è poi risolta in un modo sorprendentemente naturale. 

Fin dai primi approcci di scoperta sessuale con i ragazzi, inizialmente sempre tutti a senso unico, mi sono resa conto che avevo sviluppato un’innata empatia verso la loro sessualità. Riuscivo a percepire il loro piacere come fosse stato il mio e solo in seguito, di conseguenza, ho capito che i ragazzi erano anche attratti proprio dalla mia sessualità femminile della quale tanto mi vergognavo. In questo scambio empatico loro confermavano la mia femminilità e quest’ultima ha preso sempre più forza e non mi sono sentita più costretta a nasconderla, anzi ben presto mi resi conto che la potevo usare quasi come arma vincente.

Ritornando ora ai nostri tempi, questa società mi avrebbe offerto tutto il necessario per portare avanti il mio falso io per tutta la vita. Invece delle pastiglie per provocare le mestruazione, mi avrebbe offerto le pastiglie per bloccare anche la crescita del seno e ne sarei stata felice. Mi avrebbe dato i modelli per continuare anche da grande a sentirmi psicologicamente uomo in una relazione con una donna, come spontaneamente tendevo già a fare da piccola. Infine mi avrebbe anche dato la possibilità di togliermi quella vergogna fisica di mostrarmi donna nell’intimità, mediante un’operazione chirurgica. Mi avrebbe offerto tutto quello che la mia identità falsata nel rapporto triadico con i miei genitori stava chiedendo, e probabilmente lo avrei accettato ben contenta.


Se i genitori ora assecondano i figli chiamati “trasgender” in queste loro sensazioni non fanno altro che dare al bambino la conferma che mamma e papà sono più contenti se il figlio ha un’altra identità. Mentre invece, con amore e con il tempo, i genitori dovrebbero mostrare che amano questi bambini così come sono nati, maschi se maschi e femmine se femmine, cercando in se stessi come genitori le dinamiche che hanno spinto il bambino a sentirsi “sbagliato” e correggerle all’interno della famiglia, ridando al figlio la sua vera identità naturale. Altrimenti sarà una persona costruita per tutta la vita.

Come dice lo psichiatra Dr. Joseph Berger "Il trattamento medico di deliri, psicosi o la felicità emotiva non può essere un intervento chirurgico".