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domenica 22 novembre 2015

Omosessualità_ COMPRENDERE LE ATTRAZIONI PER LO STESSO SESSO COME UN SEGNALE - di Joseph Nicolosi, Ph.D.

COMPRENDERE LE ATTRAZIONI PER LO STESSO SESSO COME UN SEGNALE

 Joseph Nicolosi, Ph.D.

J. Nicolosi
Diversi racconti giornalistici hanno recentemente promosso il messaggio secondo cui nessuno può modificare le proprie attrazioni per lo stesso sesso. A titolo di prova, i giornalisti hanno citato le parole di ministri del culto ex-omosessuali che, se da una parte si considerano profondamente cambiati, ammettono ai media che ogni tanto devono lottare, ancora oggi, con tali attrazioni indesiderate.

Coloro che si oppongono al nostro messaggio, in particolare molti giornalisti, si sono buttati sul racconto di queste persone, che era molto sottile e che richiedeva delle considerazioni attente, riducendolo invece ad un messaggio più attraente (per loro), e molto semplice ma svuotato della vera essenza della questione.

Come dice il proverbio “per ogni questione complessa vi è una risposta semplice, ed in genere è quella sbagliata”. "Vedete?" sembrava dire la storia raccontata dai media. “Non è possibile cambiare”.

 Ecco invece il messaggio sottile.

Il primo movimento cristiano degli ex-omosessuali presentava il superamento dell’omosessualità in termini assoluti, dando un’immagine limpida e cristallina del cambiamento: con la preghiera, la fede, e il sostegno, una persona avrebbe potuto completamente superare le proprie attrazioni indesiderate per lo stesso sesso. Una volta pentita, la persona, se accompagnata dalla fede, avrebbe raggiunto una eterosessualità piena.

Il risultato di tale visione molto ottimistica è stato la reazione furiosa di un’ altra nuova celebrità, ovvero l’uomo che una volta pensava di essere un ex-omosessuale, ma ora dice di essere nuovamente gay e afferma che, tornando indietro, non avrebbe mai cercato di cambiare. Questi ex-ex gay hanno raccontato la loro storia ai media, un racconto che contiene un’idea invitante per molti: l’assoluta liberazione sessuale.

 E’ stata la preoccupazione rispetto a tale reazione arrabbiata a fare sì che alcuni religiosi che aiutano chi vuole uscire dall’omosessualità siano diventati molto cauti nel dare il loro messaggio di speranza. Ma sembra che ora stiano dicendo alla persona in lotta che deve prepararsi a delle prove continue. E questo non è un messaggio invitante per un giovane confuso che stia decidendo se affrontare il processo del cambiamento o se semplicemente rinunciare ed “essere gay”. Tale messaggio tetro dà inoltre adito alla rivendicazione dei gay per la quale l’omosessualità è immutabile ed intrinseca alla persona omosessuale e secondo cui, anche nel caso in cui fosse possibile controllare il proprio comportamento, essere gay corrisponde alla “vera natura” di alcune persone.

 Forse dovremmo concentrarci sul quadro più ampio che sta dietro tali opposte rivendicazioni.

Una soluzione psicologica diversa da un aut aut 

Una soluzione a questa questione complessa in cerca di una risposta semplice si può trovare nella comprensione psicologica dell’omosessualità. In linea con una tradizione psicodinamica molto lunga e mai sconfessata, i terapeuti che praticano la terapia riparativa dell’omosessualità vedono l’ attrazione per lo stesso sesso come una difesa simbolica dal trauma della perdita dell’attaccamento.

Non essendosi identificato pienamente con il proprio genere, l’uomo attratto dal proprio sesso romanticizza quello che gli manca, innamorandosi con qualcosa “là fuori” che un normale processo di sviluppo avrebbe fatto si che fosse interiorizzato, e non erotizzato. Come spiega bene lo psicologo e attivista gay Daryl Bem, l’uomo con attrazioni per lo stesso sesso erotizza quello che era per lui “esotico” durante l’infanzia. Bem, tuttavia, ritiene che sia perfettamente normale che il proprio genere sia percepito come misterioso ed “esotico”. Gli uomini che scelgono la terapia riparativa dissentono. Si propongono di demistificare il maschile e la mascolinità, in modo che questa non sia più “esotica” e desiderano avere relazioni con gli uomini che siano caratterizzate dalla reciprocità e dall’autenticità. Credono che il loro disegno biologico dica chiaramente che l’umanità è stata creata per l’eterosessualità.

Tuttavia queste persone nutrono ancora dei forti bisogni emotivi insoddisfatti di affetto, comprensione e affermazione. Utilizzando le loro nuove capacità di adattamento per riconoscere le proprie attrazioni per lo stesso sesso come “segnali”, sanno che quando si ripresentano gli impulsi omosessuali, questi possono essere visti come degli indicatori che “qualcosa,nella mia vita non è in equilibrio”.

Il paziente ora sa che le sue attrazioni omosessuali indesiderate non hanno come oggetto “quell’altro uomo”, ma se stesso. Comprende come la sua omosessualità non riguardi il sesso bensì i suoi sentimenti riguardo se stesso mentre si rapporta con gli altri. Il ripresentarsi delle tentazioni segnala il fatto che la persona ha compromesso i suoi bisogni sani – in genere, per via di una mancanza di un impegno relazionale autentico. Con impegno relazionale autentico intendiamo relazionarsi con gli altri uomini in modo assertivo, liberarsi dalla vergogna, mantenere relazioni profondamente affermative che derivano da strette amicizie maschili, e non permettere di essere “svuotati” o privati del proprio potere nella relazione con le donne.

 Un uomo, alla fine della terapia, disse: “Grazie, omosessualità. Mi hai obbligato a guardare in faccia questioni più profonde che cercavo di ignorare.” Allo stesso modo, lo psicoterapeuta ed ex-omosessuale Richard Cohen, alla domanda di un presentatore televisivo che voleva sapere se avesse ancora delle attrazioni omosessuali, rispose: “Si, quando non mi prendo cura di me”.

Ecco quello che un ex cliente dice di avere imparato dalla terapia.

 La terapia mi ha aiutato a relazionarmi con gli uomini come fratelli di cui fidarmi. Per la maggior parte della mia vita adulta, sentivo paura per gli uomini e mi sentivo alienato in loro compagnia, specialmente con quelli della mia età. Non avevo mai avuto la sensazione di essere parte dei loro gruppi e nutrivo la paura costante di essere rifiutato da parte loro.

 Negli ultimi anni invece è stato tutto molto diverso: mi sento in sintonia con la maggior parte degli uomini e mi sento a mio agio quando sono con loro. Quando invece divento inibito e impaurito in loro presenza, mi sfido a superare le mie paure, così da essere in grado di relazionarmi sia con il mio uomo interiore che con gli uomini attorno a me.

Sto diventando più assertivo in situazioni dove in precedenza ero controllato dalla vergogna, e col tempo, ho maturato un’autenticità che non avevo mai avuto nelle relazioni con gli altri, specialmente con gli uomini. Ora sono molto più in grado di leggere le emozioni che sento nel corpo, e ho una padronanza maggiore delle mie esperienze emotive.

Se c’è una cosa che mi fa arrabbiare è questa: ovvero quando gli apologeti dei gay affermano che rifiutare un’identità gay significhi negare il proprio vero io. La mia esperienza personale mi dice il contrario! La terapia mi ha aiutato ad accettarmi di più, a sentirmi più in pace con gli uomini e più accettato da loro, molto di più di come non fosse mai stato possibile prima, fin dall’inizio della pubertà. Quando mi sento maschio dentro, non sento alcun bisogno emotivo di attingere alla mascolinità degli altri uomini. E questo perché mi sento un tutt’uno con loro. Se, tuttavia, non affronto la mia vergogna, allora la mia mascolinità viene coperta e il mio cuore gravita verso simboli di mascolinità al di fuori di me. E così mi sento disconnesso da me stesso, da gli altri- in particolare gli uomini – e da Dio.

 Mi sono lasciato alle spalle gran parte dei sospetti che avevo nei confronti delle donne e che mi ero trascinato per tutta la mia vita adulta e ho superato il disagio che mi creavano. Vedo la bellezza del sesso opposto come mai prima. Tutti questi cambiamenti sono accaduti per caso, non hanno avuto nulla a che vedere con la terapia ? Non penso. La mia terapia è stata “pericolosa”, come alcuni critici dicono per posizione ideologica? Beh, se migliorare la propria accettazione di sé , e sentirsi finalmente parte del mondo degli uomini è “pericoloso”, allora ben venga!!

 I frutti della mia terapia dipendono e dipenderanno in gran parte da quanto io stesso continuerò a sfidare me stesso a continuare a mettere in pratica ciò che ho imparato.

 Il ritorno a casa 

La tradizione giudaico-cristiana dell’umanità e la psicologia psicodinamica tradizionale condividono la medesima concezione secondo la quale la natura umana deve funzionare “secondo il proprio disegno”. Entrambe vedono l’umanità come parte di un disegno universale eterosessuale, dove alcuni hanno attrazioni per lo stesso sesso, ma queste non sono intrinseche alla loro natura.

La concezione delle attrazioni per lo stesso sesso come “segnale” riconosce la natura continuativa del processo del cambiamento, e contraddice la rivendicazione dell’esistenza di una identità gay intrinseca alla persona. Dunque, vediamo l’occasionale riemergere di impulsi omosessuali non come la prova di un’antropologia gay, bensì come un invito a tornare al proprio io autentico. Considerando la questione secondo la prospettiva del “segnale”, vediamo come la visione del mondo gay – sia a livello personale che politico – non sia confermata, bensì svuotata di autorità.

mercoledì 9 settembre 2015

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giovedì 7 maggio 2015

SI PUO CAMBIARE - Da bambina volevo essere un maschio Menomale che allora non c'era il gender

Testata
27esimaora.corriere.it/

 femminismo2












  Mi chiedo: ma  non è che stiamo esagerando? Non è che finiamo per confondere le idee ad adolescenti che vivono una fase delicata e non sanno neanche loro bene cosa sono?

DA BAMBINA VOLEVO ESSERE UN MASCHIO 

MENOMALE CHE ALLORA NON C'ERA IL GENDER 

 di

Articolo pubblicato su  "LA 27ora"



          Io so cosa vuol dire non riconoscersi nel proprio sesso di nascita, perché tra i 5 e i 14 anni volevo essere un maschio. Non un maschiaccio, come si dice bonariamente delle bambine più vivaci, ma proprio un maschio. Odiavo merletti e fiocchi, portavo solo pantaloni ed ero così contenta quando la gente mi scambiava per un bambino.

Cercavo di camminare in modo non aggraziato e passavo ore a chiedermi perché mi era toccata la sorte tragica di non avere il pisellino. Giocavo a pallone, dicevo parolacce perché mi sembrava più virile, schifavo le bambole, il colore rosa mi faceva orrore. I miei ebbero l’intelligenza di assecondarmi senza ingigantire la cosa. Ma quando sono entrata nell’era della pubertà non potevo più fingere di essere quello che non ero. Ero letteralmente disperata. Mi ricordo ancora la tristissima gonna salopette jeans che mia mamma mi comprò a 14 anni. Mi sentivo brutta, goffa, sbagliata. Eppure oggi sono super contenta di essere femmina/mamma e non vorrei proprio per nulla essere un uomo.

A quel tempo, però, nessuno parlava di «disforia di genere» o proponeva di sospendere la pubertà a quei ragazzi/e che non si riconoscono nel proprio sesso come fanno ora in una clinica olandese.

Mi chiedo: ma non è che stiamo esagerando? Non è che finiamo per confondere le idee ad adolescenti che vivono una fase delicata e non  sanno neanche loro bene cosa sono? Cosa sarebbe successo se qualcuno allora mi avesse detto che potevo veramente fare la transizione e diventare maschio? Io temo proprio che in quel momento avrei detto di sì. E sarei stata infelice per la vita.

Ultimamente siamo bombardati da notizie sui transgender, otto articoli dall’inizio dell’anno solo sul Corriere, e mai si profila il caso che la «disforia di genere» sia solo un momento di crescita dell’adolescenza. A questo si associa un altro dibattito, per me altrettanto spinoso. Un’amica di vecchia data mi scrive: «Firma per favore visti gli attacchi di un certo integralismo cattolico». Il link rimanda a una petizione per introdurre nelle scuole la cosiddetta teoria del gender, quella che, per riassumerla in poche parole, distingue tra il sesso di nascita e il genere con cui una persona si identifica. «No, non firmo – rispondo – perché da femminista sono contraria a una teoria che annulla le differenze tra uomo e donna».

I miei amici della comunità Lgbt mi perdoneranno ma la strada che alcuni di loro hanno intrapreso mi sembra sia nociva anche alla loro causa. È come se si stesse perdendo il contatto con la realtà e si volesse calare dall’alto un modello fissato a priori che ci rende forzatamente tutti uguali cancellando quelle differenze che invece sono la nostra forza. Una cosa mi sembra abbastanza acclarata: noi umani nasciamo maschi o femmine. E, al di là degli stereotipi e dei condizionamenti, i due sessi sono fondamentalmente diversi per sensibilità e modo di ragionare oltre che fisicamente. Lo sappiamo bene noi femministe che tanto abbiamo insistito sul valore della differenza.
Parità sì ma di certo non per appiattirci sul modello maschile, non per diventare come gli uomini bensì per esaltare le nostre capacità e rivendicare il valore di un nostro modo di sentire, di ragionare. La nostra emotività, per esempio, è un punto di forza non una debolezza. La possibilità di uscire dai binari della razionalità per far parlare l’istinto, le emozioni, la pancia, è una capacità di cui andiamo fiere.
Per questo la cosiddetta teoria gender mi sembra addirittura pericolosa là dove vuole annullare queste diversità. Perché se mia figlia apre l’armadio e guarda tutti i vestiti prima di sceglierne uno di certo io non ci vedo un effetto malvagio dello stereotipo che vuole le bambine leziose e carine ma una manifestazione della sua innata femminilità. Esattamente come il mio secondo figlio maschio va in brodo di giuggiole ogni volta che vede una palla o una macchinina. E di sicuro non sono io ad averglielo insegnato. Una come me che da bambina disdegnava le bambole e si ostinava a vestirsi come un maschio. Proprio a me doveva capitare la figlia tutta trucchi e fiocchettini.  Una bambina che vede il mondo dipinto di rosa. Ma non la contrasto, essendo sicura che crescendo apprezzerà anche altri colori, smetterà di sognare principesse e scalerà il mondo senza paura.
E quelli che non si ritrovano in questo schema? Si sentiranno diversi? Esclusi? Emarginati? Penso che questo sia un falso problema perché il nostro compito è di educare i bambini a rispettare le diversità, a non discriminare, ad essere tolleranti, ad aiutare gli altri. Un principio generale che vale per tutti: gli omosessuali, i migranti, i neri, gli obesi, i portatori di handicap. Non serve un’educazione mirata contro l’omofobia, serve un’educazione e basta.
Mio figlio Simone a tre anni aveva una fidanzatina e io, come tutti i genitori, mi divertivo a raccontare le loro gesta: «Vogliono 11 figli, anzi 99». Tutti ridevano. Finché un mio amico omosessuale, scandalizzato, mi apostrofò così: «Monica ma che fai lo cresci come un eterosessuale?».  Ecco questa domanda racchiude tutte le mie perplessità sulla teoria di genere. Quando uno ha un figlio cerca di allevarlo nel migliore dei modi ma certo a tre anni non gli prospetta tutte le diverse opzioni di una sua futura sessualità come se fosse un menu à la carte. È folle anche il solo pensarlo.
Amici della comunità Lgbt è possibile dire quello che sto dicendo senza essere tacciata di omofobia? Non pensate che voler imporre una simile sovrastruttura possa ottenere l’effetto contrario a quello desiderato? Veramente vogliamo imitare quei genitori canadesi che si rifiutavano di rivelare il sesso del figlio/figlia di 3 anni perché non subisse condizionamenti di genere? Una simile ipotesi mi fa orrore.

sabato 18 aprile 2015

OMOSESSUALITA'_ L'IDEOLOGIA NEGA IL DOLORE CHE INVECE VA ASCOLTATO _ di CLAUDIO RISÉ

LA CURA DEI DISTURBI DELLA SESSUALITÀ
L’ideologia nega il dolore che invece va ascoltato

CLAUDIO RISÉ



L’ ascolto e l’accoglienza del dolore umano (la parte più difficile, ma decisiva, della psicoterapia) ha un grande nemico: l’ideologia, che pretende di distinguere tra sofferenze 'giuste', ascoltabili, e sofferenze sbagliate, inaccettabili.

Quando Freud, alla fine dell’800, a Vienna, incominciò a prestare ascolto (anche) alle fantasie o ai disagi sessuali di ottimi mariti e padri, o delle loro mogli e figlie inquiete, la cosa infastidì i benpensanti, e i relativi Ordini. Cosa mai poteva esserci di strano nella sessualità di una coppia regolarmente sposata? Perché quello psichiatra ebreo ascoltava queste storie? Cosa aveva a che fare, tutto ciò, con la malattia psichiatrica, organica, l’unica 'ufficialmente riconosciuta'?

Un secolo dopo, ancora si rifiuta, in un nuovo modo, di dar voce al dolore umano dissonante con pregiudizi potenti. Che oggi sostengono (tra l’altro) che nella persona omosessuale tutto va bene, e quindi non ci può essere un dolore che un terapeuta debba ascoltare, per aiutarla, se lo desidera, a porvi rimedio.
Questo, e non altro è lo sfondo della penosa vicenda (di cui Avvenire si è già occupato il 6 e il 10 gennaio scorsi), che ha visto un collaboratore del quotidiano Liberazione presentarsi sotto le spoglie di un omosessuale desideroso di mutare il proprio orientamento, dal professor Cantelmi, presidente dell’Associazione Psicologi e Psichiatri Cattolici, per poi procedere al suo linciaggio mediatico.

Un’operazione rivelatrice del cinismo con cui certa politica guarda al dolore umano che non porti voti al proprio partito. Poi, però, il presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, su sollecitazione del presidente dell’Arcigay, ha scritto al quotidiano del Partito di Rifondazione Comunista. La lettera cita opportunamente l’art. 4 del Codice Deontologico degli Psicologi:
«Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto... all’autodeterminazione... di chi si avvale delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, … sesso di appartenenza, orientamento sessuale». Perfetto. Poi conclude: «È evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna 'terapia riparativa' dell’orientamento sessuale di una persona».

Ora, come si concilia il «diritto all’autodeterminazione e all’autonomia del paziente» col rifiuto di terapie che accolgano il bisogno che egli esprima di modificare il proprio orientamento sessuale? Se una persona credente, con tendenze omosessuali, si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo può derogare al rispetto di «opinioni e credenze»? In quel caso non rispettando, cioè, la sua fede religiosa, perché ha un orientamento omosessuale?
In realtà, l’omosessualità egodistonica, indesiderata, è prevista come disturbo nei due principali manuali diagnostici oggi in uso nella comunità scientifica.

Vale a dire innanzitutto il DSM-IV-TR (pubblicato dall’American Psychiatric Association), che riporta tra i sintomi del Disturbo Sessuale Non Altrimenti Specificato (302.9): «Persistente e intenso disagio riguardo all’orientamento sessuale».

Omosessuale o eterosessuale non fa differenza: se qualcuno soffre per la propria sessualità, va ascoltato, e preso in carico. Inoltre il manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-10, riporta il disturbo F66.1 Orientamento Sessuale Egodistonico, prevedendo che «l’individuo può cercare un trattamento per cambiare... la propria preferenza sessuale». Anche in Italia dunque, come negli altri Paesi democratici, gli psicologi rispondano al bisogno di cura di chi soffre, e non alle intimazioni di partiti e ideologie

giovedì 22 gennaio 2015

L’omosessualismo, la natura, i gemelli: non esiste il DNA gay

L’omosessualismo, la natura, i gemelli: 
non esiste il DNA gay 



Chi promuove l’omosessualismo (e l’ideologia gender) fa di tutto per sdoganare l’idea che l’omosessaulità sia “naturale”. 



Gay si nasce o si diventa? La fatidica domanda, riguardo l’esistenza di un presunto gene gay innato, ogni tanto ritorna, sebbene il quesito abbia, da tempo, ricevuto ampie e inequivocabili risposte. Recentemente la questione è stata portata nuovamente alla ribalta da una organizzazione di ex gay, americana, chiamata PFOX, la quale ha promosso a Richmond, capitale dello Stato della Virginia, una ampia campagna pubblicitaria per far conoscere i reali dati scientifici riguardo l’omosessualità.


In particolare, tali dati riportano diversi casi di gemelli omozigoti, quindi perfettamente identici, che tuttavia differiscono per tendenze sessuali. Esistono almeno otto importanti studi scientifici condotti su gemelli identici in Australia, Stati Uniti, e in Scandinavia, durante gli ultimi due decenni che mostrano come gli omosessuali non sono nati omosessuali.



 Il dott. Neil Whitehead, che dopo avere prestato servizio per 24 anni come ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, e aver lavorato alle Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oggi ricopre il ruolo di consulente per alcune università giapponesi, sottolinea il ruolo irrilevante della genetica nella scelta dell’orientamento sessuale, affermando: «al meglio la genetica è un fattore secondario».


I gemelli monozigoti derivano da una singola cellula uovo fecondata, ciò significa che essi sono nutriti in condizioni prenatali uguali e condividono il medesimo patrimonio genetico.

Da qui consegue che, se l’omosessualità fosse una tendenza innata, stabilita dai geni, ci si aspetterebbe che tale attrazione fosse sempre identica nei gemelli monozigoti. Come nota infatti il dott. Whitehead: «dal momento che hanno DNA identici, dovrebbero identici al 100%». 


Tale ipotesi è però smentita dalla realtà dei fatti che attestano che «se un gemello identico ha attrazione per lo stesso sesso la possibilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione è solo di circa il 11% per gli uomini e del 14% per le donne». Il dott. Whitehead conclude dunque escludendo categoricamente che l’omosessualità possa dipendere da fattori genetici: «nessuno nasce gay. (…) Le cose predominanti che creano l’omosessualità in un gemello identico e non negli altri devono essere fattori post-parto».

Secondo lo specialista l’attrazione per lo stesso sesso (SSA) è determinata da «fattori non condivisi», cose che accadono ad un gemello, ma non l’altro, o da una differente reazione personale ad un specifico evento da parte di uno solo dei gemelli. 


Pornografia, abusi sessuali, particolare ambiente familiare o scolastico sono tutti elementi che possono influenzare in modo diverso l’uno rispetto all’altro. Un gemello potrebbe non essere in grado di interagire socialmente come l’altro gemello, provocandosi una sensazione di solitudine, che potrebbe poi portare alla necessità di essere accettato da un gruppo di persone, e in alcuni casi, tale gruppo diventano le comunità LGBT. Secondo il dott. Whitehead infatti, «queste risposte individuali e idiosincratiche a eventi casuali e ai fattori ambientali comuni predominano».


Il primo studio approfondito su gemelli monozigoti è stato condotto in Australia nel 1991, seguito da un altro grande studio americano nel 1997. Oggi, lo strumento principale per la ricerca biomedica, secondo lo specialista, sono i registri nazionali sui gemelli: «i registri dei gemelli sono la base dei moderni studi sui gemelli. Ora sono molto grandi, ed esistono in molti paesi. Al momento è in progettazione un gigantesco registro europeo del quale faranno parte 600.000 membri, ma uno dei più grandi attualmente in uso si trova in Australia, con più di 25.000 gemelli registrati».


Nel 2002 la coppia di sociologi americani Peter Bearman e Hannah Brueckner ha pubblicato uno studio che ha coinvolto 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti, mettendo in evidenza come l’attrazione per persone dello stesso sesso tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine. La stessa ricerca ha preso in esame anche il cambiamento di orientamento sessuale durante il corso della vita, osservando come la maggior parte di questi cambiamenti, avvenuti per via “naturale” piuttosto che terapeutica, sono indirizzati verso una esclusiva eterosessualità, con il 3% della popolazione eterosessuale che afferma di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale.


Alla fine tali dati hanno fatto emergere un dato curioso per il quale il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso una totale eterosessualità risulta più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole, conclude Whitehead, «gli ex gay superano per numero gli attuali gay».


Ancora una volta la realtà sbatte la porta in faccia all’ideologia. La forsennata ed tendenziosa ricerca degli attivisti LGBTQ riguardo l’esistenza di un agognato gene gay, che attesterebbe la normalità dell’omosessualità si deve, infatti, bruscamente arrestare davanti agli inoppugnabili dati concreti che certificano chiaramente come l’omosessualità non ha nulla di genetico e naturale. 

Più che di “gene gay” sarebbe corretto parlare di “virus gay”; se nessuno nasce infatti con il gene dell’omosessualità tutti, e in particolare le giovani generazioni, sono a rischio contaminazione dell’ideologia del gender imposta come diktat etico dal mainstream culturale dominante.

Lupo Glori

giovedì 1 gennaio 2015

QUALE TIPO DI DONNA SPOSA UN UOMO OMOSESSUALE? - BLOG "SI PUO' CAMBIARE"


 QUALE TIPO DI DONNA SPOSA UN UOMO OMOSESSUALE?

Tratto dal libro Craving for love
di Briar Whitehead


Una donna che sposa un uomo omosessuale ha spesso una scarsa stima di sè. Può sposarlo per uno dei seguenti motivi:

1) Non si sente sicura nella propria identità sessuale
In vari gradi può provare un sentimento di vergogna e di insicurezza come donna, è poco esigente e discriminante  riguardo alla mascolinità del suo partner, facilmente soddisfatta dell'uomo che le mostra interesse. Lei è l'ideale per l'uomo omosessuale che non vuole una donna che dia troppa importanza al sesso.

2) Può semplicemente essere una donna emotivamente dipendente, che si aggrappa ad una fonte di amore.
Jeff, un ex omosessuale, era sposato con Daphne.  "Voleva il mio amore e la mia approvazione a tal punto che avrebbe fato qualsiasi cosa per tenermi con sè," dice Jeff. "Era come un tappetino, potevo anche tradirla con la sua benedizione".
Volevo soltanto accontentarlo", dice Daphne. La nostra cerchia sociale era costituita da gay ed io lo accettavo perchè sentivo che il suo amore per me era sufficiente.

3) E' attratta da uomini insicuri nella propria mascolinità.
Per reazione ad un rapporto con un padre duro, una donna può essere attratta dalla gentilezza e sensibilità degli uomini omosessuali, senza rendersi conto che tale gentilezza e sensibilità sono spesso  sintomo di una scarsa mascolinità, passività, e di un lato femminile eccessivamente sviluppato.

4) E' codipendente
E' il tipo di donna che deve sentirsi necessaria per poter credere di essere amata. Può sposare un uomo omosessuale sapendo che è gay, credendo di poterlo aiutare; può essere convinta che il suo amore ed il rapporto sessuale lo cambieranno. Un leader ex-gay mi ha detto di aver perso il conto del numero di "donne di 80 kili sposate con uomini bellissimi". L'uomo omosessuale pensa: "non si aspetterà molto da me". Lei invece pensa: "Se riesco sistemare questo piccolo problema di omosessualità, avrò accanto a me un bel pezzo d'uomo. 

Se la donna codipendente sposa inconsapevolmente un uomo che ha sempre nascosto la propria omosessualità,  può aver risposto ai segnali di ricerca di aiuto di lui: forse alla sua passività, insicurezza, immaturità emotiva, timidezza, malumore, isolamento. Gli uomini omosessuali, d'altro canto, spesso rispondono alle "soccorritrici": i tipi forti e capaci che non hanno bisogno di una persona che li guidi ma piuttosto preferiscono "fare da madri".

"Riassumendo", dice Willa, la moglie codipendente di un uomo omosessuale:
sposa un uomo gay perchè lui la farà soffrire, perchè lui non può assolutamente soddisfarla. Per  lei l'amore condizionato è amore; è così che ha imparato a sopravvivere per tutta la sua vita.  Una donna codipendente si sposa pensando: "Se lo amerò abbastanza, anche lui mi amerà"; che se c'è qualcosa di sbagliato, questo qualcosa è dentro di lei. E' lo stesso tipo di messaggio che ha raccolto nella propria famiglia di origine.               
E' facile per  questo tipo di donna credere al suo partner quando lui le dice che è a causa del suo peso e del  suo aspetto se lui non prova attrazione sessuale per lei.

Secondo Annette Comiskey, moglie di un ex-omosessuale, Andy Comiskey, molte mogli di ex-omosessuali provengono da famiglie in cui c'era un problema di alcolismo e hanno  alle spalle una storia di abusi o traumi. Spesso hanno un problema fisico. I loro bisogni inconsci non soddisfatti sono così grandi che molte di loro, oltre ad essere dipendenti dalle relazioni, sono anche dipendenti da droghe, cibo, lavoro o shopping. 

Queste donne giungono a credere che se il loro matrimonio è "orribile" è perchè esse sono "orribili". Se non sono codipendenti all'inizio del rapporto, presto lo diventeranno. Divenire una "salvatrice" è l'antidoto ad una scarsa autostima", dice Annette. "E' un pò come credere che non si meriti niente di meglio, è cercare di redimere se stessa prendendosi la responsabilità di ogni cosa, cercando da sola di salvare sia il matrimonio sia l'uomo.

 Traduzione di Patrizia Battisti