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mercoledì 25 luglio 2007

TESTIMONIANZA: Judy Dolhof - Una donna uscita dall'omosessualità


Testimonianza: Judy Dolhof
 
Una donna uscita dall'omosessualità

Pubblicata in lingua inglese nel sito Desert Stream Ministries 


  Tradotto da Patrizia Battisti per il Blog 
  SI PUO' CAMBIARE



Ero ancora una ragazzina negli anni '60 e già sentivo di non avere gli "interessi giusti". Le bambole mi sembravano noiose e senza vita. I miei migliori amici erano i ragazzi del quartiere e con loro partecipavo ad ogni tipo di sport ed inventavamo eccitanti giochi di "guardie e ladri". Contemporaneamente mi piaceva imparare a cucinare e saltare la corda con le compagne di scuola. "Chi sono veramente?" mi chiedevo, "una ragazza o un ragazzo?" Il sentimento di essere diversa affiorava periodicamente ma io lo reprimevo perchè mi faceva stare male.

Sono la più piccola di tre sorelle. La nostra famiglia era abbastanza stabile. Man mano che crescevo divenivo sempre più consapevole di come apparivo così diversa dalle mie sorelle. Ognuna di loro era a suo modo "femminile" ed io non riuscivo ad immaginarmi un giorno, una volta diventata teenager, a ridacchiare e a leggere riviste di ragazzi come facevano loro. 

A volte nel quartiere venivo presa in giro perché mi piacevano gli sport, oppure perché "facevo l'attrice" o dicevo qualcosa di sciocco. Ricordo anche di avere avuto la sensazione che mio padre si allontanasse da me man mano che crescevo. Avevo l'impressione che preferisse le mie sorelle. Tuttavia, per la maggior parte del tempo mi piaceva essere una ragazzina, vivere una vita attiva e stare all'aria aperta. Quando non mi sentivo bene nella mia pelle, semplicemente cercavo di non pensarci.

Ad ogni modo, adesso mi rendo conto che a causa di questi sentimenti confusi, inconsapevolmente costruivo un muro intorno a me affinché gli altri non potessero farmi del male. Sfortunatamente, il muro teneva fuori da me anche l'amore di cui avevo bisogno.
Durante il mio primo anno alle scuole medie, mi sentivo mortificata - e tuttavia affascinata - dall'attrazione che provavo per due ragazze della mia scuola. Non aveva senso ma mi sentivo attratta verso qualcosa che ciascuna di loro aveva. In passato avevano già attirato la mia attenzione alcune donne più grandi di me ma non avevo mai dato molto peso alla cosa. Adesso, invece, questi pensieri occupavano spesso la mia mente. Ero molto confusa. L'unica cosa che potevo fare era, naturalmente, cercare di ignorarli. In quel periodo ho perfino avuto rapporti sessuali con un uomo più grande, forse in parte perché desideravo sembrare a me stessa "più normale".

In questo periodo divenni cristiana evangelica e iniziai a leggere insieme alle mie sorelle il libro "Le quattro regole spirituali". Ma quando andai all’università non conobbi nessuno che potesse aiutarmi a comprendere il significato di quelle regole spirituali. L'unica cosa che avevo compreso di quel libro era che avevo bisogno di chiedere a Gesù di entrare nel mio cuore e che Lui mi aveva promesso vita eterna. Comunque, il fatto di essere diventata cristiana non cambiò magicamente ciò che sentivo riguardo alla mia identità.

Fui molto contenta di andare all'università; immaginavo già tutta la libertà di cui avrei goduto. Avevo già sviluppato una mia subconscia "visione del mondo": se trovo un lavoro sarò indipendente, la gente non mi offenderà e sarò felice!" Questo era l'inizio di ciò che Andy Comiskey chiama il falso io.
"Il falso io esiste separato dal Creatore. Esso nasce dagli sforzi male indirizzati di una persona di trovare un centro, un nucleo permanente sulle cui basi poter vivere." (Living Waters Guidebook)

Fui piuttosto sorpresa di stringere una buona amicizia con una ragazza incontrata al'università. Avevo la sensazione che lei riuscisse a superare il muro che avevo costruito ed era davvero una bella sensazione quella di essere "conosciuta" da qualcuno. Il nostro rapporto intimo a volte diventava sessuale. Per quanto l'amassi, dopo la laurea, prendemmo strade diverse ed io me ne andai dall'Università con la convinzione che la mia vita sarebbe stata "felice". 

Invece fui scossa dalla realtà: la mia amica mi mancava tantissimo ed il mondo del lavoro non era come l'avevo immaginato. Avevo "successo" ma mi sentivo piuttosto depressa. Fortunatamente dove lavoravo conobbi una giovane coppia Cristiana molto simpatica. Mi invitavano spesso a cena; parlavamo della Bibbia e delle nostre vite. Ma non gli raccontai mai del mio passato perché provavo troppo imbarazzo. Grazie a loro sentii un forte desidero di instaurare di nuovo un sincero rapporto con Dio.

Fui trasferita in un’altra città, individuai una chiesa e iniziai a frequentare il gruppo di single. In quel periodo conobbi nell’ambiente di lavoro una donna lesbica. Era la prima volta che conoscevo una donna che ammetteva di essere lesbica. Ci avvicinammo sempre di più e ci ritrovammo coinvolte in una relazione sessuale ed emotiva che tenevamo nascosta. Mi sentivo di nuovo molto molto confusa. Quando avevo donato di nuovo la mia vita al Signore ero convinta di essermi lasciata alle spalle le vecchie cose del passato. Invece mi ero sbagliata. Prima che l’anno finisse conobbi un’altra donna ed iniziai con lei una relazione simile alla precedente. Adesso ero veramente confusa e disperata. Continuavo a frequentare la chiesa ma avevo paura di raccontare a qualcuno i miei conflitti interiori. 

Ciò che ricordo meglio di quell’anno è la varietà delle mie emozioni. Da una parte mi sentivo molto innamorata della persona con la quale stavo, dall’altra sentivo profondamente la mancanza del mio rapporto personale con Gesù. Ero profondamente infelice. Mi nascondevo ancora dietro il "mio muro protettivo" di vergogna e di diniego delle mie tendenze e comportamenti sessuali. 

Ebbi l’opportunità di trasferirmi di nuovo in un’altra città; sentivo che avevo bisogno di farlo. Questa volta però fu molto doloroso lasciare la mia ultima amica. Sentivo nel mio intimo che avevo bisogno di allontanarmi da quella relazione. Per quanto provassi dei forti sentimenti per lei sapevo che la stavo mettendo al di sopra di Dio. Mi sentivo anche scoraggiata dalla mia incapacità di vivere una vita Cristiana. Ciononostante, decisi semplicemente che questa volta sarei stata obbediente ed avrei scelto Dio, a qualsiasi prezzo. Non mi importava di non avere più amiche o di essere felice.

Ad ogni modo, fu molto più difficile di quanto avevo immaginato. Durante i primi mesi nel mio nuovo ambiente piangevo in continuazione e mi sentivo tristissima. Durante un periodo particolarmente "buio" fui sul punto di scegliere di "dichiararmi" lesbica, ma alla fine non riuscii a convincermi che a Dio non importasse nulla di ciò che facevo. Inoltre non riuscivo ad allontanarmi dalla verità che avevo letto nelle Scritture. 

Guardandomi indietro mi rendo conto che fu questo importante passo di obbedienza che mutò lo schema della mia vita caratterizzato da fallimenti. Non avevo preso quella decisione basandomi sui sentimenti ma semplicemente su ciò che consideravo essere la verità. Più volte dovetti fare la stessa scelta – Avrei fatto del mio meglio per vivere da Cristiana, a prescindere dai miei sentimenti. 

Da allora in poi, sentii che Dio mi stava guidando ed iniziai ad imparare a seguirlo. Emersero altri tre importanti argomenti che Lui stava utilizzando per cambiarmi, oltre a quello dell’obbedienza.
Per prima cosa imparai che dovevo essere molto aperta ed onesta con il Signore riguardo i miei sentimenti. Iniziai a parlare con lui della mia ex compagna e della mia tristezza. Un passo delle scritture che colpì nel segno fu per me Osea 4:6. "Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza". A quanto pare stavo perendo e mi ero sentita persa per la maggior parte della mia vita. Un altro verso ugualmente potente diceva "Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo m'insegni la sapienza…" (Salmo 51:8). Era questo! Dio voleva entrare nella "mia parte nascosta" – nel mio cuore. Dio voleva rivelarmi perché mi sentivo in quel modo, e fece proprio questo. Ero stupefatta dal Suo amore, che sentivo mentre uscivo a poco a poco dal mio atteggiamento di diniego e mentre gli parlavo onestamente della mia attrazione verso le donne o leggevo la mia Bibbia.

Iniziai inoltre a frequentare una Chiesa specializzata nell’insegnamento della Bibbia. Imparai molto sull’importanza di lodare Dio e su come applicare le Sue Parole alla mia vita. Fu un’esperienza che cambiò la mia vita. Il Pastore era una figura paterna, mi sentivo protetta da lui, anche se lui stava dietro il pulpito. Mi resi anche conto che esistevano altre cose nella mia vita oltre alla mia identità sessuale; adoravo ricevere questi insegnamenti. Davvero non vedevo l’ora di andare in chiesa, una cosa che non avrei mai immaginato.

Infine dovetti imparare a sentirmi a mio agio con altri Cristiani. Per anni il mio muro auto-protettivo mi aveva tenuta separata dalla maggior parte delle persone, fino a quando i miei bisogni intimi diventavano così grandi da farmi "attaccare come una sanguisuga" a chi mi somigliava un pò. Tutto questo cambiò quando incontrai alcuni giovani Cristiani che amavano Dio ed erano davvero "autentici". Questo particolare gruppo di ventenni condividevano la propria fede nel quartiere gay della città e di sera tenevano uno studio biblico per chiunque fosse interessato a partecipare. In realtà ero molto timorosa la prima volta che mi recai all’incontro. Raccontare la mia storia per la prima volta a un gruppo di estranei si rivelò un colpo mortale al mio orgoglio e alla mia tendenza a dire "puoi cavartela da sola".

Il miracolo fu che io e una donna del gruppo diventammo buone amiche. Lei non era stata omosessuale ma aveva delle questioni sessuali irrrisolte. All’inizio mi sentii delusa da lei perché non aveva mai affrontato il problema dell'omosessualità. Fondamentalmente la "cancellai" quella prima sera. ma lei era molto gentile e ci teneva ad essere mia amica. 
Con il passare del tempo fummo sorprese di capire che entrambe condividevamo molti degli stessi problemi: paura della gente, mancanza di fiducia in noi stesse, ansietà nelle nuove situazioni, eccetera. La parte buffa era che eravamo così diverse nel modo di affrontare gli stessi sentimenti – lei diventava più estroversa ed io diventavo più chiusa.

Mi resi conto con stupore di quanto potesse essere ricca un’amicizia con una persona dello stesso sesso che ama Dio e che è disposta ad essere profondamente onesta riguardo le proprie imperfezioni. Potevo veramente dire che questa amicizia era meglio di qualsiasi relazione sessuale che avevo avuto con donne! Non sapevo che ciò che stavo realmente cercando era un’amica intima, non un amante.

Iniziai anche ad avere fiducia nei ragazzi del nostro gruppo perché anch’essi amavano Dio ed erano cordiali, gentili e rispettosi. Adesso, grazie all’obbedienza, l’onestà e ai buoni amici avevo imparato come vivere una vita Cristiana. Riuscivo più facilmente a resistere alle tentazioni e a superarle anziché lasciarmi distruggere da esse.

Negli ultimi 20 anni ho continuato a crescere come persona e come Cristiana. Sono stata coinvolta in diversi Ministeri di ex-gay. Tuttavia questo non è stato un periodo privo di prove. Diversi anni fa, durante un periodo particolarmente stressante, ho ceduto alla tentazione sessuale nei confronti di un’altra donna. Fortunatamente la nostra Chiesa aveva un programma chiamato Living Waters. Questo programma mi ha aiutata moltissimo. Era un luogo dove potevo parlare liberamente nel mio piccolo gruppo del mio peccato, del dolore e della rabbia che provavo. Il leader del gruppo non aveva un atteggiamento di condanna, né giustificava ciò che avevo fatto. Mi ha aiutata invece ad essere di nuovo onesta davanti a Dio e al gruppo di credenti. Dal gruppo ho ricevuto preghiere e consigli che mi hanno restituito la pace dell’anima.

Living Waters è un grande programma per chiunque desideri intraprendere il cammino che porta all’integrità sessuale e relazionale. È per la persona che ha appena iniziato il proprio cammino e per chi, come me, "potrebbe ricaderci" dopo tanti anni. Oggi faccio parte di un gruppo di Living Waters con compiti di leadership e continuo a ricevere la grazia di Dio attraverso il mio gruppo ed altre relazioni all’interno del corpo di Cristo.

domenica 22 luglio 2007

Omosessualità femminile: Janelle M. Hallman - AIUTARE DONNE CHE PROVANO ATTRAZIONE PER LO STESSO SESSO




Aiutare donne che provano attrazione per lo stesso sesso

di Janelle M. Hallman, MA, LPC

Tradotto da Patrizia B. per il sito NARTH 


*(SSA é la sigla utilizzata negli Stati Uniti per indicare donne che provano attrazione per lo stesso sesso "Same Sex Attraction")


 Il seguente articolo, pubblicato in lingua inglese nel sito dall'Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell'omosessualità (NARTH), può costituire un valido aiuto non soltanto per il terapeuta ma anche per genitori ed amici di donne omosessuali



1. Il Bisogno Fondamentale di una Donna che prova attrazione per lo stesso sesso: Attaccamento e Identità


La qualità dell' attaccamento tra una bambina e la propria madre (biologica o adottiva) influenzerà direttamente la crescita della futura ragazza e lo sviluppo del nucleo della sua personalità. Un attaccamento solido, sicuro e costante nel tempo produrrà un io solido e sicuro nel periodo di crescita e di sviluppo della ragazza. Inoltre, il fatto di avere un attaccamento saldo e continuo in quello che é il suo primo e principale rapporto consentirà alla ragazza di sperimentare legami saldi anche nei futuri rapporti.


Infatti, per le donne, l'io non può iniziare ad esistere se non attraverso il rapporto con gli altri, in primo luogo con la madre. E' perciò devastante e tragico, per quanto riguarda lo sviluppo, che il rapporto iniziale e fondamentale della bambina con la madre sia inesistente oppure denso di insicurezze o spaccature. Un attaccamento instabile o incerto con la propria madre crea generalmente nella ragazza un io instabile, insicuro e insufficientemente sviluppato, che darà origine al sentimento di non sentirsi al sicuro nella propria pelle e nel mondo delle relazioni umane.
Da un'analisi dei racconti di queste donne si é potuto rilevare che le interferenze e i fallimenti nell'attaccamento alla propria madre sono tipicamente radicati in:

1) un reale deficit o debolezza nella madre derivato da problemi di attaccamento e di sviluppo che la stessa madre ha vissuto nella propria infanzia;


2) maltrattamenti o traumi causati dalla madre;


3) separazione accidentale;


4) un distacco difensivo che può derivare dalle percezioni della figlia, da suscettibilità, da conclusioni immature e/o da convinzioni formatesi sulla propria madre.


Questa incertezza nella prima esperienza di relazione può oscurare la sua intera vita; una vita che sarà caratterizzata da depressione, dubbi e insicurezze. Può anche creare ostacoli non soltanto ad un sano sviluppo del fondamentale senso dell'io di una ragazza (l'io femminile, l'io dei rapporti con gli altri, l'io in quanto unico e prezioso). Il senso del "sé", della propria identità, é del tutto mancante oppure estremamente fragile in una donna con tendenze omosessuali. Ed è questo senso di mancanza del "sé" e di insicurezza che spinge queste donne a cercare il proprio sé mancante, sicurezza e attaccamento, attraverso un rapporto emozionalmente dipendente con persone dello stesso sesso.


La mancanza di un nucleo del "sé" pienamente sviluppato è una delle più importanti caratteristiche distintive di queste donne. Quando gli si chiede "chi sono" o "che cosa sentono", possono esclamare enfaticamente, "non lo so". E' spesso difficile per il terapeuta formarsi un quadro chiaro dell'identità della donna SSA (SSA é la sigla utilizzata negli Stati Uniti per indicare donne che provano attrazione per lo stesso sesso "Same Sex Attraction") e, di conseguenza, sviluppare un trattamento efficace.


La donna SSA sperimenta una profonda disconnessione e incapacità di esplorare le sue emozioni, i suoi spazi più intimi, né tanto meno riesce a parlarne o ad invitare un'altra persona in questi spazi. Naturalmente ciascuna donna SSA è unica per quanto concerne il proprio personale grado di crescita e di sviluppo. Alcune possono avere sviluppato un maggiore senso del sé e sono in grado in parte di connettersi con le proprie sensazioni intime, desideri o avversioni; ma anche in questo caso permangono alcuni aspetti di un senso del scollegato, sconosciuto ho non sufficientemente sviluppato.


Di conseguenza la donna SSA é intrappolata in un dilemma:


senza un "io" stabile e definito, una donna non sarà in grado di formare un attaccamento, di connettersi o relazionarsi come ci si aspetterebbe da una donna adulta.


senza un solido attaccamento e una relazione costante, una donna non potrà essere in grado di stabilire un solido nucleo o senso del sé.


Non potendo risolvere questo dilemma, la donna SSA potrà soltanto sopravvivere in un mondo vuoto e in un sé vuoto oppure sentirsi spinta verso una relazione con un'altra donna dalla quale, al di là della sua volontà, diventerà dipendente, proprio mentre cercherà di trovare la propria identità e indipendenza.


Il suo bisogno fondamentale, pertanto, è quello di formare un solido legame e, al tempo stesso, di scoprire, accettare e rinsaldare il suo "io" attraverso questa connessione o relazione.


II. Il Fondamentale Compito Terapeutico:


Per risolvere il suddetto dilemma è indispensabile:

  • Creare un ambiente protetto in cui una donna possa essere autentica e possa esporre competamente le proprie difficoltà relazionali, la propria immaturità, manovre di difesa e il proprio sé estremamente vulnerabile e fragile
  • Costruire fiducia e infine

  • Stabilire un attaccamento solido e sicuro che le consenta di sviluppare e rinsaldare il nucleo del proprio sé, la sua identità unica.
Ulteriori tecniche e contenuti terapeutici dovranno essere costruiti tenendo conto dei suddetti principi fondamentali.

A. Primo Compito: Creare Sicurezza
Un luogo sicuro fornisce protezione fisica ed emotiva
Un luogo sicuro dona un senso di pienezza, non di vuoto.
Un luogo sicuro offre attenzione e riservatezza.
Un luogo sicuro é costante, senza spiacevoli sorprese.
Un luogo sicuro favorisce il rispetto.
Un luogo sicuro é caldo e rilassante.
Un luogo sicuro è dove si è conosciuti ed accettati.
Un luogo sicuro crea fiducia.
Un luogo sicuro può diventare una casa per i senzatetto.
Un luogo sicuro permette di sentire profondamente e di parlare.
Un luogo sicuro ti permette di essere te stesso.
Un luogo sicuro è dove puoi crescere e svilupparti

A causa della mancanza di un solido attaccamento che getti le basi per la costruzione del proprio sé, la donna SSA spesso lotta con la sensazione di non sentirsi al sicuro nella vita o con gli altri. Per questo motivo, anche se la donna SSA non sta vivendo un momento particolarmente critico, il terapeuta, fin dalla prima fase della terapia, dovrà comunque creare un ambiente protetto. Il terapeuta deve dimostrare, con il suo modo di porsi, con le azioni e con le parole, di essere una persona innocua e fidata.

Per il terapeuta non sarà facile instaurare un’atmosfera di sicurezza con la donna SSA se assumerà un atteggiamento analitico, interpretativo o di oggettività distaccata. La donna non si sente al sicuro con persone non autentiche o distaccate. Ha bisogno di qualcuno con cui connettersi che sia reale, autentico e altruista. Attraverso il suo rapporto con il terapeuta la donna potrà confrontarsi con i suoi atteggiamenti controproducenti, con i suoi schemi, il suo modo di relazionarsi con gli altri, con le sue convinzioni, ed eventualnmente potrà modificarli.
Qui di seguito sono riportati alcuni stili terapeutici che contribuiscono a far sentire la paziente in un ambiente sicuro e protetto:

  • "Va dove Va il paziente"

I terapeuti devono comunicare al paziente che il loro compito principale è quello di costruire insieme un rapporto che diventerà esso stesso "agente di cambiamento". È estremamente difficile insegnare queste abilità in un corso intensivo, utilizzando un protocollo.
E’ molto importante che il terapeuta sia pronto ad andare ovunque il paziente vada, a fare tutto ciò che è necessario per continuare a costruire fiducia e sicurezza nel rapporto.
Yalom, I.(2002), p.35 


Il consiglio di Yalom è molto importante quando si lavora con donne SSA. "Andare ovunque vada il paziente" richiede una volontà di agire, di spendere energie, di fare sacrifici, di rischiare come terapeuti. In altre parole, se la donna con la quale lavorate non è in grado di concentrarsi sui ricordi che riguardano ingiurie o maltrattamenti subiti ma preferisce focalizzare la propria attenzione sull'attuale relazione con voi, vi rimetterete alla sua decisione. Una volta stabilito un rapporto di fiducia e di sicurezza la donna potrà lasciarsi guidare da voi.

  • Siate il suo Specchio e restate Sintonizzati
Fungere da specchio è una potente tecnica che può comunicare alla donna che voi siete "con" lei. Ciò contribuisce a creare anche un senso di sicurezza. Se il mio cliente ha il mento abbassato mentre parla, anch'io abbasso il mio mento in modo simile. Quando lei muove il corpo di lato e solleva il capo io le faccio da specchio spostando il mio corpo e sollevando la testa. Quando lei guarda fuori dalla finestra io seguo il suo sguardo, quindi ridirigo lo sguardo verso di lei. Quando lei sorride anch'io sorrido. Quando aggrotta le ciglia io aggrottò le ciglia con lei. Quando lei partecipa con intensità alla conversazione, anch'io faccio altrettanto aiutandomi con le parole e con i gesti. Quando lei parla metaforicamente per descrivere, ad esempio, il suo stato d'animo, io rispondo utilizzando il suo stesso linguaggio metaforico. Lo scopo del terapeuta è quello di rimanere coinvolto e sintonizzato con l'esperienza intima di ciascuna donna, senza però smettere di valutare e di considerare attentamente il suo carattere unico e lo stadio del suo sviluppo.

  • Aspettatevi manovre di Difesa e dimostrazioni di Sfiducia

Sfortunatamente molte donne SSA si sono inconsciamente convinte che a nessuno importa di loro e che non ci si può fidare di nessuno. In passato la loro fiducia è stata tradita e le loro relazioni sono state deludenti e dolorose. Perciò, per sopravvivere, la donna SSA ha sempre evitato i rapporti intimi basati sulla fiducia. Questa è una delle ragioni per cui instaurare un rapporto di fiducia deve essere, per il terapeuta, il frutto di una decisione deliberata e non può essere gestito distrattamente. Non vi aspettate che il cliente apprezzi immediatamente o risponda con calore alla vostra offerta di sicurezza e di "connessione emotiva". La donna potrebbe:

  • Rimanere chiusa e distante.

  • Mettere in dubbio la vostra sincerità e le vostre intenzioni; ciò potrebbe a sua volta portarvi a mettere in dubbio le sue.

  • Continuare a trincerarsi dietro le proprie convinzioni negative riguardo gli altri, e fissarsi sugli stessi ruoli e le stesse risposte che ha inconsciamente costruito nel tempo per proteggere se stessa.

"Un essere umano non può improvvisamente rinunciare a tutte le immagini, ai ruoli e ai simboli della propria esistenza, poiché ciò lo metterebbe faccia a faccia con un ignoto terrificante. L'essere umano ha bisogno di qualcuno che possa accompagnarlo all'interno e attraverso il proprio "disordine", verso la realtà dei propri impulsi, pensieri ed espressioni. Ha bisogno di creare un contatto con un altro essere umano".


Come terapeuti, dobbiamo essere in grado di gestire il "disordine" della donna SSA, se vogliamo instaurare un rapporto di fiducia e di sicurezza. Dovete "andare dove lei va" per entrare nel suo mondo. Melanie, una donna di 45 anni che aveva abbracciato un'identità lesbica per più di 11 anni, mi ha raccontato la sua esperienza con un precedente terapeuta. Al loro secondo o terzo incontro Melanie si sentì talmente agitata che si alzò dalla sedia e iniziò a camminare mentre entrambe continuavano a parlare. Ad un certo punto il terapeuta di Melanie le chiese di sedersi perché il suo andare avanti e indietro la distraevano. Come avrete indovinato Melanie non tornò mai più.

Questa terapeuta ha perduto una grande opportunità. Non è stata capace di entrare nel "disordine" di Melanie. Se avesse semplicemente chiesto a Melanie che cosa stesse provando mentre camminava, avrebbe fatto un'importante irruzione nel mondo della sua cliente. Dobbiamo incontrare la donna SSA proprio dove si trova e non aspettarci di relazionarci con lei in maniera più sana e matura fino a quando non sarà cresciuta nella sua maturità. Se ci presentiamo con delle attese su come Lei dovrebbe comportarsi o funzionare all'interno della relazione terapeutica, la paziente si sentirà potenzialmente rifiutata, incompresa, estremamente insicura e, in definitiva, senza protezione.



Fare affidamento su manovre difensive quali il sarcasmo, l'umorismo o l'intellettualizzazione per ottenere un senso di sicurezza e di distanza.

La sicurezza per molte donne SSA sta nel non sentirsi sicure. Sentirsi sicura implica che le proprie difese possono crollare e Lei non può permettere che ciò accada, è troppo rischioso. Sentirsi sicura potrebbe anche significare provare altri sentimenti; sentimenti dai quali ha cercato di difendersi per tutta la sua vita. Anche questa prospettiva può spaventarla. Così, appena un senso di sicurezza o di fiducia inizia a svilupparsi, la donna SSA può automaticamente reagire erigendo barriere difensive contro di esso. Tutto ciò richiede la massima pazienza e perseveranza da parte del terapeuta.



Ci sono stati molti casi in passato in cui proprio mentre mi stavo rilassando in una confortevole sensazione di calore e di reciprocità con una cliente, venivo bruscamente risvegliata da una risposta beffarda e sarcastica ad un mio ultimo, sincero commento. E’ di cruciale importanza, in questi momenti, ricordare a me stessa che fondamentalmente la mia cliente si stava sentendo al sicuro, ma che ancora non si fidava di me al punto di concedersi di lasciarsi andare all'esperienza della sicurezza. Ha bisogno di altro tempo. Devo rispondere con gentilezza e pazienza, non con rabbia e frustrazione. Quando la donna SSA sceglie finalmente di lasciarsi andare, forse per la prima volta nella sua vita, e di concedersi di sentirsi al sicuro, potete stare certi che il rapporto di fiducia é iniziato.



B. Secondo Compito: Costruire Fiducia


Costruire un rapporto di fiducia con una donna SSA non è la stessa cosa che costruire un rapporto con altri clienti.
Quando affrontate le manovre difensive di una donna potreste essere tentati di credere che lei sappia già come fidarsi ma che semplicemente si stia rifiutando di farlo. Ciò accade raramente.
È possibile infatti che la paziente con la quale state lavorando non si sia mai fidata di nessuno, incluso Dio. Anche se per Lei è importante il rapporto con Dio, essa crede nel suo intimo che le promesse di Dio valgano per tutti ma non per lei. Può aver provato fiducia all'inizio del suo percorso spirituale o nel mezzo di una delle sue relazioni emotivamente dipendenti, ma si è trattato di un sentimento di fiducia molto fugace. Pertanto la donna SSA può essere fondamentalmente incapace di fidarsi. Ciò significa anche che non ha mai avuto l'opportunità di sviluppare questa capacità.


Fortunatamente, in quanto esseri umani che crescono e si sviluppano (creature che vivono in continuo divenire), possiamo continuare ad essere ottimisti e a credere che ciò che sembrava apparentemente perduto o non adeguatamente sviluppato nei nostri precedenti stadi di sviluppo, può essere tuttavia recuperato nei futuri stadi di sviluppo. Infatti, gli specialisti in "legami affettivi" fanno notare che mentre continuiamo ad interagire con il nostro ambiente, possiamo realmente cambiare le nostre risposte e i nostri tratti emotivi, comportamentali e sociali."
La nostra innata capacità di crescere e di svilupparsi " indica inoltre che aiuti esterni, quali ad esempio i programmi di educazione dei propri figli e gli interventi terapeutici, possono contribuire molto ad attenuare le prime avvisaglie di difficoltà" (Levy &Orlans,1998, p.20).

Erik Erikson, in Identity and the Life Cycle, discute la natura di un efficace intervento terapeutico sulle persone che hanno una profonda sfiducia in se stessi e negli altri. Egli suggerisce al terapeuta di "assumere essenzialmente il compito di una madre che introduce un bambino all'affidabilità della vita" (p.144). Ciò significa che dobbiamo offrire la stessa coerenza, costanza, calore, attenzione, cura, gentilezza, pazienza, amore incondizionato e considerazione che una buona e sana madre offrirebbe normalmente al proprio figlio. Se offriamo tutto questo con regolarità e costanza e lo facciamo assumendo un impegno a lungo termine, il rapporto di fiducia si svilupperà naturalmente, ma soltanto dopo che la donna SSA avrà completamente messo alla prova la vostra costanza e il vostro impegno.

Instaurare un rapporto di fiducia è uno degli aspetti maggiormente curativi del lavoro che farete con una donna SSA. Non bisogna mai minimizzare il tempo che può essere necessario per costruire un rapporto di fiducia. Naturalmente, se desiderate che Lei abbia fiducia in voi, dovete dimostrarvi degni di fiducia. Qui di seguito troverete una lista di comportamenti e di atteggiamenti che, dal punto di vista della donna SSA, sono generalmente considerati i tratti distintivi di una persona degna di fiducia:


  • Non costituite un pericolo, così come descritto nella discussione di cui sopra
  • Potete "dare" senza pretendere nulla in cambio
  • Sapete come parlarle
  • Quando venite messi alla prova dalla donna SSA lo considerate un segno di paura e di ansietà e non di meschinità e resistenza
  • Siete pazienti
  • Mantenete le vostre promesse
  • Siete costanti nei vostri appuntamenti
  • Arrivate in tempo agli appuntamenti
  • Non annullate gli appuntamenti se non in casi di emergenza
  • Fate sacrifici per il suo benessere
  • Non oltrepassate i limiti
  • Non approfittate del vostro potere
  • Non usate la vostra cliente
  • Siete sinceri ed autentici
  • Le consentite di vedere la vostra umanità e il vostro " percorso di vita" quando è opportuno
  • Vi preoccupate per lei
  • Mostrate le vostre emozioni
  • Chiedete scusa e riconoscete vostri fallimenti
  • Siete onesti e diretti
  • Non vi spaventate anche vi dice che é innamorata di voi o che vi odia
  • Vi piace veramente la sua compagnia
  • Non la umiliate e non la mettete a disagio
  • Siete disposti ad impiegare tutto il tempo necessario per guadagnare la sua fiducia

Accettazione Incondizionata

Accettazione non significa giustificare sempre e comunque. Io non giustifico la molestia ai bambini ma la accetto come una realtà del nostro mondo corrotto e confuso. Non incoraggio la manipolazione come mezzo per ottenere ciò che si vuole ma accetto che anche io e la maggior parte delle persone usiamo talvolta la manipolazione a questo scopo. Accettare un individuo incondizionatamente non é condonare o negare aspetti del suo essere o della sua vita, ma é piuttosto la volontà di conoscerlo, di fare un percorso con lui e di amarlo per quello che é. Nello stadio iniziale della terapia dovrete accettare:

  • L'esistenza dei suoi sentimenti di attrazione per lo stesso sesso e i comportamenti che ne derivano
  • Il suo aspetto
  • Il suo modo di vestire
  • Il suo modo di agire
  • Il suo lavoro
  • La sua automobile
  • Gli scopi che vuole raggiungere attraverso la terapia
  • Il suo partner o coniuge
  • Il suo atteggiamento verso gli uomini e verso le donne
  • Le sue convinzioni spirituali

Non è consigliabile iniziare una sfida, un confronto o perfino una conversazione su un qualsiasi aspetto della sua vita fino a quando non si sarà instaurato un rapporto di fiducia. Non è che queste questioni non siano importanti ma sono comunque di secondaria importanza rispetto allo scopo principale che è quello di costruire un rapporto di fiducia e di formare un legame solido.

Affinché la fiducia si sviluppi saldamente, una donna ha bisogno di sapere che è amata e accettata per quello che è, adesso. Se crede di dover cambiare prima che voi possiate accettarla, potrebbe di nuovo cedere al suo solito impulso di "piacere agli altri", invece di concentrarsi sul lavoro di completamento della sua formazione interiore, della costruzione del suo sé. Quando accettiamo incondizionatamente la donna SSA, le diamo l'opportunità di iniziare ad accettare finalmente se stessa semplicemente per quello che é.


La vostra cliente potrebbe impiegare diverso tempo per riconoscere che può fidarsi di voi. Una cosa è rendersi conto che siete persone degne di fiducia, diversa cosa per la donna SSA è fidarsi del proprio giudizio quando pensa che siete una persona degna di fiducia. È un passo molto importante per lei riuscire ad ammettere con se stessa che davvero ha fiducia in voi. Ad ogni modo, una volta fatta questa semplice (ma enorme) ammissione, la donna può iniziare a concentrarsi su altri aspetti della propria vita non avendo più bisogno di preoccuparsi solamente della propria sicurezza.
Siegel (1988) osserva che quando i clienti imparano ad aver fiducia nel processo terapeutico e nel terapeuta sono poi in grado di affrontare la loro storia di "privazioni" e di mancanza ( percepita) di appropriate cure materne (p.30)


C. Terzo Compito: Stabilire il Legame

Il compito terapeutico finale nello stadio iniziale del lavoro con una donna SSA, è quello di stabilire il solido legame che è stato " perduto" o che é del tutto mancato nell’infanzia della donna. La paziente ha bisogno di un attaccamento nella sua accezione classica: un legame affettuoso e durevole tra lei e una figura genitoriale. A sua volta, come già detto, questo solido attaccamento le consentirà " di svilupparsi come individuo distinto ed autonomo" (Levy &Orlans, 1998, p. 23 ore di sport).

Levy and Orlans (1998, pp. 112-144), specialisti della terapia dell’attaccamento correttivo con i ragazzi osserva che i seguenti ingredienti sono essenziali per il processo terapeutico:
  • Sintonia
  • Empatia
  • Affetto positivo
  • Sostegno
  • Reciprocità
  • Amore
Questi sono gli stessi ingredienti necessari per stabilire un solido legame con una donna SSA; l’ingrediente più importante è naturalmente l’amore. Subito dopo viene l’empatia. Rivolgiamo adesso la nostra attenzione all’empatia.


III. I Processi Terapeutici Primari: Empatia e il "Qui e Adesso"

A. Empatia

"La terapia migliora se il terapeuta entra in modo corretto nel mondo del paziente. I pazienti profittano enormemente della semplice esperienza di essere completamente visti e completamente compresi" Yalom, I.(2002), p.18.



C’é empatia quando una persona comprende, anche se temporaneamente, e condivide esperienzialmente lo stato emotivo e psicologico di un’altra persona. Quando si riceve empatia si sperimenta la calda sensazione di essere completamente ascoltati, compresi e conosciuti. L’empatia é al tempo stesso un sentimento di sollievo (finalmente sono compreso) e di unione (sono connesso con la persona che ha compreso). E’ il canale attraverso il quale scorrono l’affetto e la compassione e sul quale si basa un solido attaccamento. L’empatia è la base per creare un "ambiente confortevole".
Come illustrerò nel dialogo che seguirà, creare un ambiente empatico implica:


  • Una fondamentale attenzione ai bisogni interiori e all’esperienza emotiva della persona (sintonizzazione)
  • Distoglimento dell’attenzione dal contenuto della situazione immediata
  • Accurato rispecchiamento e convalida
  • Autentica attenzione e curiosità
  • Incoraggiamento e sostegno
  • Possibile identificazione con i sentimenti della donna.

" Ciao Stefanie, come stai oggi?" chiede il terapeuta.
" Oh, sono proprio stufa di tutto, annuncia con un tono esacerbato. " sono stufa di elaborare, sono stanca della mia depressione e sono stanca di questi incontri. Nulla mi è di aiuto. È inutile. E lei mi ha fatta veramente arrabbiare la scorsa settimana."
"Mi rendo conto di quanto tu sia stanca e disperata". Sembri anche arrabbiata con me (accurato rispecchiamento e convalida). Queste sono questioni importanti. Di quale vorresti parlare prima?
"Oh, non lo so e non m’importa, scelga lei."
"Ok, iniziamo con la rabbia. Hai detto di esserti arrabbiata con me la scorsa settimana. Non deve essere stato facile per te venire qui oggi." (concentratevi con attenzione e compassione sulla sua esperienza intima. Non focalizzatevi ancora sui motivi della sua rabbia).
" Sì," mentre fa un cenno di assenso con il capo.
"Hai mai pensato di annullare l’appuntamento? (identificazione con la sua esperienza. Se avessi provato rabbia nei confronti del mio terapeuta avrei pensato di annullare l’appuntamento.)
"Sì – ma ho deciso, "che diamine, se non posso dirti che sono arrabbiata allora a cosa serve venire qui?"
"Grazie Stephanie per aver abbastanza fiducia in me da ammettere i tuoi veri sentimenti (incoraggiamento e sostegno). Sarebbe stata una delusione per me se tu avessi annullato l’appuntamento (autentica preoccupazione).
Fate una breve pausa per vedere se desidera aggiungere altro riguardo la sua rabbia.
"Deve essere stato molto difficile provare tanta rabbia la scorsa settimana (autentica preoccupazione). Potresti dirmi di più al riguardo? (autentica curiosità).


Il terapeuta entra nel suo mondo grazie all’esplorazione dei sentimenti della donna in tutta la loro intensità e al modo in cui la donna vive ed elabora questi sentimenti. Il terapeuta non si pone sulla difensiva. Non si concentra sulle motivazioni della rabbia di Stefanie, almeno non all’inizio.
Affinché l’empatia produca i suoi positivi effetti curativi, il terapeuta deve mettere da parte il contro-transfert o le sue reazioni verso gli atteggiamenti, le convinzioni e le accuse della donna. Una volta che la donna avrà sperimentato simpatia e compassione potranno essere esplorati i motivi della sua rabbia.


"Pensi di potermi dire che cosa ti ha fatto arrabbiare la scorsa settimana?" chiede il terapeuta.
"Penso di sì. E’stato quando parlavamo del mio rapporto con Susan. A un certo punto hai enfatizzato il fatto che io sapessi, ancora prima di venire coinvolta nella relazione con Susan, che probabilmente se ne sarebbe andata. Ma mentre mi dicevi questo hai puntato il dito contro di me. Mi sono sentita come una bambina che veniva rimproverata. Non merito questo da te."
"Hai ragione Stephanie, non ti meriti questo. Capisco perché eri così arrabbiata con me."
"Mi hai ricordato mio padre. Agitava il suo dito verso di me tutto il tempo."
"Mi dispiace davvero molto che tu abbia pensato che ti stavo rimproverando. Deve essere stato molto difficile per te. So che se fossi stata nei tuoi panni e mi fossi sentita rimproverata dal mio terapeuta, mi sarei sentita estremamente offesa e arrabbiata. Grazie per avermene parlato."
Fare una breve pausa per attendere una risposta e per un ulteriore eventuale interazione.
"Stephanie, potresti dirmi qualcosa di più su tuo padre, di quando agitava il dito verso di te e ti rimproverava. Ti ricordi di un episodio in particolare?" (Stephanie e il suo terapeuta possono adesso passare, senza rischi, ad esaminare il materiale storico che potrebbe aver scatenato la forte reazione di Stephanie).


Se Stephanie avesse chiesto al terapeuta a cosa stesse pensando quando agitava il dito, il terapeuta avrebbe potuto essere completamente onesto riguardo i propri sentimenti, pensieri, consapevolezza o mancanza di consapevolezza di quel gesto. Ad ogni modo, il terapeuta deve stare molto attento a non invalidare i sentimenti di Stephanie fornendo questa informazione casualmente. È molto più importante confermare ed empatizzare con il dolore e la rabbia di Stephanie che fornire spiegazioni in propria difesa. È attraverso questa empatia che Stephanie acquisirà la sensazione che il suo terapeuta è con lei, è legato a lei, sebbene sia una persona imperfetta.


Mentre riconosce che l’empatia implica dei rischi, Siegel (1988), dopo aver lavorato con diverse donne SSA, concorda con l’osservazione che "attenzione, identificazione ed empatia sono i soli mezzi per comprendere pienamente i bisogni infantili di persone con un problema di arresto dello sviluppo (p.43).


Se vogliamo essere in grado di giungere al nucleo dei bisogni di una donna SSA, dobbiamo rassicurarla, attraverso l’empatia, che l’accompagneremo nel suo viaggio dentro il dolore e dentro le emozioni dei suoi bisogni più profondi. Non le sarà consentito di fare questo viaggio da sola. Utilizzate l’empatia:

  • Prima di iniziare a parlare delle sue convinzioni negative o delle sue idee distorte
  • Quando avete accidentalmente offeso la vostra cliente
  • Per affrontare comportamenti difensivi
  • Per confrontarsi
  • Quando non sapete cosa fare
  • Per rassicurarla alla fine della sessione
  • Per riportare equilibrio nella conversazione (amica ed esperto).

L’empatia può essere rafforzata dal continuo utilizzo della:
  • Conferma
  • Reciprocità
  • Autenticità
  • Ascolto riflessivo
  • Incoraggiamento
  • Affermazione
  • Gaiezza 


B. Qui-e-Adesso oppure Terapia dell'interpretazione

Il "qui-e-adesso" è un altro dei procedimenti fondamentali più efficaci nel trattamento delle donne SSA. Il qui-e-adesso si riferisce a ciò che accade durante l’ora terapeutica, non ai fini degli scopi o dei risultati della nostra agenda o programma di trattamento. La cosa più importante è ciò che accade tra il terapeuta e la donna SSA. L’approccio del qui-e-adesso de-enfatizza (ma non ne nega l’importanza) il passato storico del paziente o gli eventi della sua vita attuale e, al tempo stesso, enfatizza il potere curativo di un significativo legame sincero con il vostro cliente (Yalom, 2002, p.174).

Yalom (2002) osserva quanto sia comune per molti terapeuti attribuire all’interpretazione e all’intuizione profonda molta più importanza di quanta non venga attribuita dai clienti. Noi terapeuti sopravvalutiamo grossolanamente "l’intellettuale caccia al tesoro", è stato così fin dall’inizio (p. 46). La donna SSA attribuisce valore e trae beneficio dal processo della "caccia" molto più che dalle intuizioni profonde ottenute. Come terapeuti, dobbiamo entrare nel processo di costruzione di un’autentica relazione con la donna SSA. Dobbiamo decidere da un momento all’altro se sia più importante che il cliente capisca "ad esempio" perché e in che modo ha sviluppato i suoi processi difensivi oppure se sia più importante sperimentare, nel momento presente, un rapporto aperto, intimo e privo di difese.


Fino a quando la donna SSA non avrà sviluppato un senso di sicurezza e di fiducia, non sarà in grado di apprezzare pienamente la nostra "sapiente saggezza", le nostri interpretazioni o analisi intuitive. La donna SSA è fondamentalmente alla ricerca di qualcuno che si preoccupi per lei, che possa stare con lei in modo sincero e che si impegni con lei a lungo termine. L’analisi e l’interpretazione sono inutili se poi le si chiederà di continuare il suo cammino nella vita da sola. Lei sa intuitivamente che ciò di cui ha bisogno è un rapporto, più delle informazioni o delle interpretazioni.

Quando sarà arrivato il momento giusto per l’analisi e per l’interpretazione, sarà comunque sempre utile tornare al qui-e-adesso, ponendo domande quali "come ti senti mentre discutiamo della tua attrazione verso Annie?". Si può quindi ricorrere all’empatia per far sentire la vostra preoccupazione e compassione per lei e per riconfermarle che è davvero ancora saldamente attaccata a voi. Dato che il nostro scopo è quello di stabilire un attaccamento saldo e continuo con la donna SSA, i procedimenti che implicano l’empatia e il qui-e-adesso dovrebbero essere ripresi sia che vi troviate all’inizio, a metà oppure negli stadi finali della terapia.


IV. Conclusioni

Il processo di attaccamento può essere traumatico per la donna SSA. Esso può far crollare tutte le sue difese, paure, false convinzioni, schemi di isolamento e di autoprotezione con i quali è sopravvissuta per la sua intera vita. Se questa è la prima volta che il vostro cliente forma un legame, un’attaccamento, la paura di essere ferito o di perdervi sarà immensa. Dovete perciò essere disposti ad impegnarvi a lungo termine ancora prima di incontrarvi con loro per la prima volta.


Quando la cliente si convincerà che siete disposti ad andare ovunque lei vada – oppure ovunque lei sia, comincerà a sentirsi confermata, accettata e fondamentalmente al sicuro. Sulle fondamenta della fiducia può essere costruito un solido attaccamento che le permetterà di crescere e di diventare la donna speciale ed unica che era destinata ad essere fin dal principio. Riuscirà a colmare il vuoto dei suoi spazi intimi e alla fine sarà in grado di entrare nel mondo di un altro senza schemi difensivi o sentimenti di dipendenza o paura.
È questa la base per la costruzione di un’intimità sana e adulta. Ed è questo il dono autentico e vero, il dono del legame umano che abbiamo il privilegio di offrire alle donne che Dio conduce a noi.

Traduzione di Patrizia B.


Riferimenti
Erikson, E. (1980). Identity and the Life Cycle. New York: W. W. Norton & Company.
Karle, W., Woldenberg, L. & Hart, J. (1976). "Feeling therapy: Transformation in
Psychotherapy." In V. Binder, A. Binder & B. Rimland (Eds.), Modern
Therapies (pp. 87-89). Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall, Inc.
50
Levy, T. & OrLans, M. (1998). Attachment, Trauma and Healing. Washington,
D.C.: Child Welfare League of America, Inc.
Miller, J. (1991) "The Development of Women’s Sense of Self." In Jordan, J.,
Kaplan, A., et al, (Eds.) Women’s Growth in Connection (pp. 11-26). New
York: The Guilford Press.
Siegel, E. (1988). Female Homosexuality: Choice without Volition. Hillsdale, New
Jersey: The Analytic Press.
Yalom, I. (2002) The Gift of Therapy. New York: HarperCollins Publishers
 

L'IDENTITA' SESSUALE MASCHILE: UN INCONTRO CON JOSEPH NICOLOSI


L’identità sessuale maschile

Un incontro con Joseph Nicolosi presidente del NARTH


(5 giugno 2003, teatro Silvestrianum Milano, Italia)




Sintesi della prima parte della presentazione
a cura della dottoressa Chiara Atzori


Alcuni di voi sono operatori altri genitori, giovani, educatori. Alcuni vivono con un problema di omosessualità, altri affrontano problemi terapeutici, educativi, di informazione, di aiuto. Non voglio che nessuno ascoltando questa conversazione si senta in colpa e tanto meno i genitori: lo scopo è conoscere, educarci ed educare. Dopo avere ascoltato, dipenderà da voi  decidere se quanto avrò detto abbia un senso anche per voi.
Una breve presentazione del nostro centro NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality, contattabile al sito www.narth.com): 
abbiamo aiutato molte persone ad uscire dalla omosessualità indesiderata, soprattutto maschile, e stiamo seguendo più di cento famiglie che hanno figli con problemi di omosessualità.
Nella clinica che dirigo (S.Tommaso d’Aquino, Encino, California) lavorano sette psicoterapeuti, riceviamo moltissime persone da tutti gli Stati Uniti e siamo in collegamento con altri centri che operano nello stesso senso. Narth è un'organizzazione non-profit affiancata dal centro terapeutico.

Cos’è l’omosessualità:
L'omosessualità non è un problema sessuale ma di identità di genere. L’omosessualità è solo il sintomo di un arresto dello sviluppo dell’identità di genere maschile (o femminile, nel lesbismo).

I “sintomi” che i pazienti descrivono in genere al primo incontro sono un’immagine negativa di sé, la difficoltà stabilire e a mantenere una profonda intimità che non sia sessuale con altre persone, problemi di vergogna e molti sensi di colpa riguardo al fatto di essere la persona che si è.

Un primo passo importante è analizzare i 4 miti/bugie gay:
1. il 10% della popolazione è gay
2. gay si nasce
3 se si è gay lo si è per sempre
4 l’omosessualità è normale sotto ogni aspetto
Credere in 1+2+3+4 porta all'accettazione supina e fatalistica della propria situazione, anche quando la si vive nella sofferenza e nella menzogna (e ciò accade in più dell’80% dei casi).

Qual'è invece la realtà?
1. Solo l’1-2% della popolazione sviluppa questa tendenza nelle società occidentali. Studi seri al riguardo hanno dimostrato che l'omosessualità ha una bassa incidenza anche in condizioni sociali favorevoli. Il mito del 10% nasce dall’influenza del rapporto di Alfred Kinsey, biologo omosessuale presso lUniversità dell'Indiana e fondatore dell'Istituto Kinsey che notoriamente “ritoccò” le statistiche piuttosto che riportare dati scientifici ed aggiornati.
2. Gay non si nasce: nel 1991 provocò grande scalpore la notizia della scoperta del cosiddetto “cervello gay”, giustificazione biologica di uno stile di vita, ma dopo 10 anni nessuno studio ha potuto confermare questa osservazione e neanche gli attivisti gay si basano più su questa ipotesi.

3. Non si è gay per sempre: ne sono prova le moltissime testimonianze di cambiamento.
4. La stragrande maggioranza delle persone con comportamento omosessuale soffre, anche se maschera la sofferenza. Invece i mass media “politically correct” modificano e gonfiano l’immagine dell’omosessuale, che appare sempre bello, curato, in pace con se stesso, positivo, non erotizzato né libidinoso ma, anzi, equilibrato. E’invece l’eterosessuale che viene mostrato come insicuro e con tratti caratteriali e comportamentali negativi.
E' necessario a questo punto operare una distinzione tra tolleranza ed approvazione.

La tolleranza consiste in un atteggiamento di rispetto per le scelte delle persone, se compatibili con diritti umani e civili.E’ un diritto civile esprimere le proprie opinioni, l’accordo o il disaccordo in base alle proprie esperienze, letture, fede religiosa etc. Anche voi qui presenti alla conferenza avete il diritto di approvare o disapprovare le mie argomentazioni.  Essere tolleranti, avere un atteggiamento di rispetto nei confronti delle persone non significa approvare tutte le loro scelte.

"Gay" e "omosessuale" non sono termini equivalenti.
Gay è è un' identità politica costruita attorno alla rivendicazione di una preferenza sessuale come diritto. I gay non parlano a nome di tutti gli omosessuali, anzi osteggiano quelli che vogliono uscire da questa condizione contrastando l’informazione su terapie, gruppi, esperienze di cambiamento.

Non esiste l’omosessualità come identità di genere, siamo tutti eterosessuali. 
Non esiste il "genere omosessuale". Esistono eterosessuali che hanno problemi di omosessualità, che è possibile risolvere.

E’una bugia della nostra società l'affermazione che esistono due generi sessuali, i cosiddetti “omo” ed “etero”. La realtà è che esistono uomini e donne, il "genere maschile" e il "genere femminile", e che l’identità sessuale è un percorso graduale di crescita, ne è il corollario.

Tappe nel percorso di formazione dell'identità sessuale maschile (non parliamo in questa sede dell'identità femminile, che è molto più complessa):
Dall'età di 1 anno e mezzo all'età di 3 anni: fase della identificazione di genere
-prima fase androgina: il bambino è ancora molto unito alla madre e ama il padre. Può identificarsi con entrambi, non sceglie. La società lo spinge ad una scelta per esempio nel momento della comparsa del linguaggio, imparando a parlare deve dire "lei" per la mamma e "lui" per il papà, suo, suo, sua, etc.
-seconda fase: tentativi di appropriazione della mascolinità e disindentificazione dalla madre: il bambino sente di essere maschio come il padre e cerca di avvicinarsi a lui. Se la madre lo lascia libero ed il padre è affettuoso e accoglie il bimbo, amandone il suo essere maschio, allora il bambino si identifica.
-ferita narcisistica e distacco difensivo: se il bimbo è particolarmente sensibile ed il padre non lo accoglie oppure ha uno dei seguenti profili:
  1. un modello deludente
  2. una persona che non si accetta
  3. un uomo violento
  4. un uomo eccessivamente mite e schiacciato dalla madre,
accade che il bambino si sentirà ferito nel suo io (ferita narcisistica) e non si identificherà con la mascolinità rappresentata dal padre.
Chi lotta per la liberazione politica dei gay per lo più maschera e nega la sofferenza legata alla mancanza di identità di genere, bloccando il desiderio profondo di guarire dalla ferita narcisistica. E’ la pretesa di legittimazione della cristallizzazione nella fase androgina, è la pretesa di imporre a tutta la società di riconoscere l'omosessualità come “naturale" e "innata".

Le società primitive aiutano i maschi a disidentificarsi dalla madre e ad abbracciare la mascolinità attraverso i riti di iniziazione dove il ragazzo deve mostrare il suo valore. La famiglia e più in generale la società purtroppo non aiuta il bimbo in questa fase; spesso il padre è indifferente o assente, non significativo come modello maschile.

Le femmine hanno meno problemi perché non devono disinteficarsi dalla madre. Per questo c’è più omosessualità maschile che lesbismo (in USA la proporzione è di 1 sola lesbica ogni 5 omosessuali maschi).

Conseguenze del distacco difensivo: il bambino”ferito” sviluppa una doppia tendenza: da una parte si sente attratto dagli uomini (cerca il “padre”), dall'altra ne ha paura, timore, anticipando quel senso di rifiuto o di distanza che ha già sperimentato. Le persone omosessuali sono spesso molto vergognose ed ansiose, mai a loro agio con l’analista proprio a causa della mancata identificazione con il proprio genere maschile, di un IO solido. I pazienti eterosessuali, che anche se con problemi, sono in genere più rilassati.

Vorrei approfondire l’importanza del padre specialmente riguardo ai due attributi di benevolenza e forza: il bambino ha bisogno di un padre che possegga entrambe le qualità per disidentificarsi dalla madre, non basta la bontà ma è necessaria anche la forza, l’autorevolezza accogliente. Oggi in particolare sembra mancare soprattutto la forza (che non è machismo) nella figura maschile.

Un esempio concreto: un mio paziente alla domanda “com’era suo padre?” rispose "lo adoravo, lo consideravo un santo, era buono, scherzava, faceva il pagliaccio, ma quando mia madre lo mandava in un angolino lui stava là e mi sono fatto l’idea che l’uomo è un essere debole”. Quel paziente non volle identificarsi con il padre.

Dai dati costruiti su più di 1000 casi possiamo tracciare una “tipica famiglia pre-omosessuale”, la cosiddetta “classica triade relazionale”:
M=Madre emozionalmente troppo dominante, con personalità forte
P=Padre tranquillo, estraneo, assente oppure ostile
B=bambino dal temperamento timido, introverso, sensibile, artistico, con forte immaginazione.
F=fratello

Relazione:
M---P caratterizzata da scarsa comunicazione
M---B relazione “speciale” (io capisco bene la mia mamma)
P---B antagonistico, guardingo, a disagio.
B---F spesso il rapporto tra fratelli è schiacciante, antagonistico, competitivo.

Posso affermare di non avere mai visto un paziente omosessuale uscire da questo schema, non c’è mai, quindi, compresenza di amore e rispetto per la autorevolezza del padre.
Se il ruolo del padre è molto importante, quello della madre è anch'esso abbastanza importante nella genesi della omosessualità maschile, sia per la figura femminile che rappresenta come moglie e come madre, sia per la percezione di se stessa come persona di genere femminile.

Una donna che si stima come essere femminile, che  ha stima del marito e ne cerca il consiglio, attua un importante imprinting nella percezione primaria della mascolinità come fatto positivo nel figlio.

La moglie che critica in continuazione il marito, lo schiaccia, lo allontana o “non lo vede” agisce sulla mascolinità del figlio ma in modo negativo, influenzandone in modo deleterio la percezione della mascolinità nel padre. Se la madre stima la mascolinità del marito (verbalmente e non verbalmente), gli dimostra fiducia, ad esempio, assecondando il bambino quando verso gli uno-tre anni vuole avvicinarsi di più al padre, faciliterà in questo modo l’acquisizione della mascolinità da parte del figlio.

Un esempio: nell'età in cui la maggiore mobilità del bambino attira il padre, lasciare che padre e figlio, senza interferenze materne, facciano giochi “da maschi”. Ciò aiuterà il bambino a costituire un approccio positivo verso la mascolinità. Quando il bimbo, ad esempio, viene preso in braccio e lanciato   in aria dal papà che lo riprende al volo, nel momento in cui il padre ride, ed anche il bimbo pur sperimentando una forte emozione ride, fidandosi del papà, il padre gli comunica, in modo non verbale, una caratteristica tipicamente mascolina e cioè che il pericolo può essere divertente. La madre di solito assiste terrorizzata a questo tipo di gioco.

Vi è inoltre una fisicità diversa nel contatto fisico del papà rispetto all’abbraccio della mamma, che è molto importante che il bambino sperimenti. In caso di mancato “aggancio” con la mascolinità rappresentata dal padre vi è una distorsione della percezione dell’essere maschio e il padre finisce per essere considerato come un "mistero". Il bimbo/ragazzo/uomo dice “conosco benissimo” mia madre, quello che passa per la sua testa, invece mio padre è un mistero, non so come la pensa, non lo conosco sul serio.

Dai 5 ai 12 anni (fase di latenza) spesso si sviluppa un tipico comportamento che caratterizza il bambino preomosessuale, anche se non è detto che in seguito svilupperà sicuramente sentimenti omosessuali. Il disturbo di identità di genere nell’infanzia è altamente predittivo (75%) di un futuro problema di omosessualità, bisessualità o transessualismo nell’età adulta.

Questo comportamento è caratterizzato da scarse relazioni con i coetanei dello stesso sesso, spesso si tratta di un bambino che “resta a guardare dalla finestra”, cioè dal di fuori, in qualche modo segregato in un ambito “femminile”, escluso dal gioco dei coetanei maschi, che, come il padre, sono percepiti come “mistero”.

Il distacco difensivo (con l’anticipazione del rifiuto legato anche alla confusa percezione di inadeguatezza fisica, incapacità relazionale, emotiva) inizialmente messo in atto nei confronti del padre viene trasferito anche ai coetanei. Dalla fisicità del contatto maschile vi è un distacco che si attua attraverso un non essere sportivo, preferire i giochi delle bambine, avere quindi atteggiamenti da “femminuccia”, il bimbo vorrebbe imitare i maschi ma si sente debole, inadeguato, incapace, ed inizia perciò ad ammirarli dall’esterno, con un inizio di attrazione omosessuale (erotizzazione della mancanza).

Nessuno, di solito, a questo punto avvisa i genitori affinchè cerchino un aiuto,
per evitare che il bambino sviluppi un falso sè da cui sarà difficile liberarsi più tardi.

Di questo percorso ho scritto in dettaglio, con mia moglie nel 2002, un libro ricco di documenti ed esempi concreti, che ha avuto una larga accoglienza  negli USA (sarà disponibile nella traduzione italiana in autunno: “Omosessualità: una guida per genitori” edizioni Sugarco).

Il “falso sé del bravo bambino” è caratterizzato da:

- Finzione (o “azione teatrale”):
il bambino frustrato nella relazione spontanea e gioiosa con il padre abbandona le espressioni genuine della sua mascolinità e sviluppa un sé costruito con la fantasia e “recitato”: recita la parte del bravo bambino. E a proposito di “recite” vorrei riportarvi un episodio raccontatami da un paziente: da bambino a scuola gli affidarono in una recita scolastica la parte del “padre”. Tornato a casa si sentì redarguire dalla madre che gli disse:” torna a scuola e fatti dare la parte di qualcuno che parla”. Perfetta sintesi per esemplificare la triade familiare di cui parlavamo sopra a proposito dell’imprinting verso la mascolinità fornito dalla famiglia.

-Alienazione dal corpo
eccessivo pudore nella fanciullezza, spesso contrapposto a esibizionismo nell’età adulta. 

Un esempio: ricorda un paziente come, non sentendo di “possedere” il corpo maschile, da bambino non si vergognava di fare il bagno in presenza della mamma e della zia, eppure si scoprì pieno di vergogna quando arrivò uno zio chiamato dalla mamma per sistemare un problema idraulico della vasca.

Da adulto vi è una reazione verso questo eccesso di pudore che si manifesta attraverso la ricerca di corpi virili a compenso di questo “corpo mancante”.


L’impatto dell’abuso/contatto sessuale uomo-bambino rispetto allo sviluppo dell’omosessualità:

Nella mia esperienza di psicoterapeuta 1/3 dei pazienti con pulsioni omosessuali ha subito abusi da parte di adulti o ragazzi più grandi. Particolarmente nefasto rispetto agli esiti è l’effetto del mix vergogna per ciò che viene percepito come “anomalo”, senso di trasgressione/ richiesta di segretezza/ eccitazione o piacere eventualmente provato e la sensazione di “appagamento affettivo” sperimentato grazie al fatto che spesso chi ha compiuto il gesto sessuale ha circuito il bambino-ragazzo facendolo oggetto di attenzioni, regalini etc che incontrano un vuoto/fame psicologici di mascolinità reale.

Chi ha subito un abuso tende a perpetrarlo a sua volta, anche come meccanismo difensivo rispetto al senso di colpa che ne consegue. E’ significativo come gli attivisti gay in USA cercano di fare pressione per fare abbassare l’età dei cosiddetti “diritti sessuali” per evitare l’accusa di abuso se non addirittura di pedofilia.

Nell’adolescenza, dai 12 anni e fino all’età adulta, vi è una fase erotica transizionale caratterizzata da passaggi progressivi, caratterizzati da un alto livello di sofferenza e tensione, verso un comportamento omosessuale vero e proprio.

Segue un comportamento omosessuale spesso compulsivo che in realtà è un vero e proprio sintomo riparativo: la psichiatria cioè considera la personalità in questa fase attraverso la metafora di una costruzione (da riparare, se malcostruita), quindi gli atteggiamenti omosessuali sono un tentativo di riparare le ferite dell’infanzia.

La persona omosessuale
cerca di creare il contatto che non ha avuto nell’infanzia con il proprio padre e con i suoi coetanei, ma più lo cerca in un uomo buono e forte, meno lo troverà, perché questo tipo di uomo non cerca il contatto sessuale con un altro uomo ma con una donna. Infatti nel mondo omosessuale trovi persone con i tuoi stessi problemi, alla ricerca del “simil padre”, dunque la soluzione va cercata in un’altra direzione, cioè nella riparazione/guarigione della ferita narcisistica e nel superamento reale del distacco difensivo”.

Alcune caratteristiche associate all'omosessualità maschile sono infatti un'identità di genere deficitaria legata all’arresto nello sviluppo dell'identità maschile, problemi nel farsi valere che sfociano in una sessualizzazione dell'aggressività, distacco affettivo dagli uomini come meccanismo di anticipazione del rifiuto esemplificato dalla instabilità dei rapporti.

Il fallimento della fedeltà nella coppia maschile è stato paradossalmente presentato in modo esemplare da due autori, una coppia gay, (Whister e Matteson ) che nel 1984, analizzando 160 coppie gay selezionate tra le “migliori” nel senso della stabilità, in quanto legate da 5/10 anni, non fu in grado di trovare neppure una coppia fedele durante il rapporto.

In realtà tutti gli studi in materia concordano sull’alto tasso di infedeltà delle coppie gay, a riprova di una natura “compulsiva” della sessualità, che travalica il senso fondante della fedeltà.

Nel mondo gay la fedeltà viene liquidata e considerata “ininfluente” rispetto alla relazione di coppia.
La ricerca della mascolinità, mai appagata, porta a sempre nuove esperienze, spiegabile in base all’impulso di cercare il vero uomo che però non può mai essere trovato in un altro omosessuale perché un uomo vero non fa sesso con un gay.

La promiscuità e le relazioni statisticamente di breve durata, se non addirittura fugaci, sono conseguenza di
uno schema che ossessivamente si ripete: innamoramento, delusione, infedeltà promiscuità, rottura… Un paziente esprimeva così il suo vissuto:”un vero uomo è quello che cerco. Ma un vero uomo cerca il corpo di una donna, non il mio”.

Un altro paziente diceva di essere ossessionato dall’immagine di atleti che aveva visto nelle docce degli spogliatoi: “vorrei essere uno di loro o possederli”. Questa confusione rivela il vero bisogno: superare l’arresto dello sviluppo dell’identità maschile superando l’invidia e divenendo un vero uomo. Altrimenti la persona rimane come un affamato che per sfamarsi di fronte alla vetrina di un negozio di alimentari si getta… sull’insegna!

Passi da compiere:

-identificazione dei soggetti “a rischio”: bambini, adolescenti, adulti con storie o sintomi quasi sempre purtroppo riconducibili a quelli descritti.

-attenzione all'educazione all’identità di genere e ai problemi di identificazione fin dall’infanzia;

-attenzione ai gruppi e alle dinamiche interne (a scuola, nello sport, nei luoghi di aggregazione);

-terapia ricostituiva e corsi per terapeuti, sostegno e testimonianza di chi ha superato la pulsione/sintomo omosessuale e ha rimesso in moto lo sviluppo della sua identità maschile.

le testimonianze personali sono quelle che più incoraggiano ad intraprendere il cammino.