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domenica 28 ottobre 2007

Presentazione del libro del dott. J. Nicolosi "Omosessualità maschile: un nuovo approccio"



Presentazione del libro del dott. J. Nicolosi
"Omosessualità maschile: un nuovo approccio"

di Chiara Atzori (infettivologa)
 
Nell'attuale panorama culturale -- nel quale l'omosessualità maschile, sdoganata dall'area dei tabù, ammicca dai cartelloni pubblicitari e dagli spot televisivi e viene gridata nei «gay-pride days» anche se nello stesso tempo è sempre più sottaciuta nella sua dimensione di frequente sofferenza individuale -- questo libro rappresenta certamente una voce fuori dal coro.


Lungi dal voler essere una provocazione fine a se stessa, o peggio ancora una sfida omofoba, vuole piuttosto tentare di colmare una lacuna. Lo stimolo a pubblicare questo saggio americano sull'omosessualità maschile infatti è nato dall'evidenza che tra i numerosi testi ormai disponibili in Italia sull'argomento scarseggiano vistosamente titoli autorevoli riferibili all'esperienza, scientificamente solida e ben documentata, maturata dalla corrente degli psicoterapeuti che applicano con successo il cosiddetto «approccio ricostitutivo» basato sulla teoria delle relazioni oggettive e su studi empirici della identità sessuale. L'analisi delle dinamiche familiari, il recupero della relazione con la figura paterna, l'autoaccettazione e la rimozione dei sensi di colpa, l'autoaffermazione e la valorizzazione dell'autostima, lo sviluppo di vincoli di amicizie non erotiche sono elementi fondamentali di questo approccio, che prevede una relazione importante con il terapeuta, la verbalizzazione e psicoterapia personale e di gruppo.

Il dr. Nicolosi è sicuramente un riferimento internazionalmente riconosciuto, e i suoi testi, così come l'applicazione ricca di successi del suo originale approccio, sono ben conosciuti in diversi paesi europei, oltre che negli Stati Uniti.

Si sente ribadire da più autorevoli voci la crisi dell'identità maschile, la crescente incertezza della definizione di «genere sessuale», ma oggi trattare di omosessualità al di fuori dello stereotipo politically correct per cui bisogna vivere e accettare serenamente il proprio «essere gay» appare più difficile di ieri.

La elevata frequenza della distonia nella percezione della propria omosessualità è poco conosciuta, tuttavia non può semplicemente venire nascosta per incrementare l'accettazione sociale delle persone che sperimentano pulsioni omosessuali, andrebbero piuttosto divulgate tutte le possibili risposte volte a risolvere questo malessere, non solo quelle considerate alla moda. 

Una malintesa accettazione del pluralismo o della libertà di orientamento sessuale e la stessa legittima lotta alla discriminazione delle persone omosessuali non può prescindere dalla conoscenza e personale elaborazione di tutte le possibili proposte alternative, né rimandare esclusivamente a un generico invito alla tolleranza e all'accettazione obbligatoria di uno «stato di fatto», pena una ghettizzazione di ritorno, ancorché di avanguardia, della persona omosessuale.


Nella mia quotidiana pratica clinica di medico infettivologo mi sono sentita rivolgere richieste di aiuto a riorientarsi da parte di pazienti che, avendo sperimentato e attualizzato pulsioni e comportamenti omosessuali, non avevano tuttavia trovato nell'outing del mondo gay (locali, circuiti associativi) risposte adeguate alla sensazione di malessere e di infelicità che persistentemente sperimentavano.


La ripetitività della tipologia di risposta a questo malessere (riassumibile nella classica frase: «Devi solo imparare ad accettare la tua "diversità"»), che li lasciava delusi e ancora inascoltati, mi ha indotto a documentarmi sulle possibilità alternative, al di là delle ovvietà. Conoscere realtà internazionali originali, come quella presentata dall'autore di questo testo, è stata una vera scoperta, estremamente interessante e formativa.
Passata la prima diffidenza legata alla paura di incappare in uno dei (purtroppo non rari!) gruppi retrogradi, razzisti, integralisti ed omofobi che popolano il mondo virtuale, l'incontro con il dr. Nicolosi (contattabile presso il sito www.narth.com) è stato illuminante. Una formazione professionale solida e lucida, accompagnata da una umanità ricca ed empatica, ha permesso all'autore di stendere questo testo che sicuramente potrà offrire spunti inediti di riflessione a chiunque vorrà documentarsi in modo scientifico, onesto e mai ideologizzato sul tema dell'omosessualità maschile. Mi auguro che tanti (non solo psicologi, medici e psicoterapeuti, ma educatori, genitori, sacerdoti e altri genuinamente interessati al tema) possano apprezzare questa edizione italiana.

Dott.ssa Chiara Atzori (Infettivologa)

Alla ricerca della propria identità sessuale - J. Nicolosi


ALLA RICERCADELLA PROPRIA IDENTITÀ SESSUALE
Tratto dal libro di J. Nicolosi
"Omosessualità maschile: un nuovo approccio"

La mascolinità nell'uomo non è semplicemente una condizione naturale... è piuttosto una conquista.
Robert Stoller

Non riesco a pensare a un bisogno nell'infanzia forte come il bisogno di protezione del padre.
Sigmund Freud


Capitolo 1
OMOSESSUALI NON-GAY: CHI SONO?

Da alcuni anni si sente molto parlare di omosessualità e della scelta di «uscire allo scoperto» e condurre uno stile di vita gay. «Uscire allo scoperto» significa gettarsi alle spalle ogni sorta di timore e inganno e intraprendere finalmente la via della libertà e dell'integrità personale.

Tuttavia, alcuni omosessuali non cercano la propria realizzazione in un'identità gay. Questi uomini hanno optato per una crescita personale in tutt'altra direzione. Il termine omosessuale indica un aspetto della loro condizione psicologica, mentre il termine gay descrive un'identità sociopolitica contemporanea e uno stile di vita che questi individui non condividono. Io li chiamo omosessuali non-gay.

L'omosessuale non-gay è un uomo che vive un conflitto fra il suo sistema di valori e le sue tendenze sessuali, perché fondamentalmente egli s'identifica con lo schema di vita eterosessuale. L'omosessuale non-gay sente che il suo progresso personale è continuamente intralciato dall'attrazione che prova per gli individui del suo stesso sesso.

Prima della nascita del Movimento di Liberazione Gay, la letteratura psichiatrica considerava l'omosessuale unicamente dal punto di vista della sua «condizione medica». Il Movimento di Liberazione Gay ha sollecitato nuove ricerche, spesso condotte da ricercatori omosessuali, allo scopo di fare luce sugli aspetti personali e relazionali dell'esperienza gay. Grazie a questi studi, oggi gli uomini possono decidere se condurre uno stile di vita gay o se intraprendere un cammino di crescita oltre l'omosessualità. È mia speranza poter aiutare questi uomini a percorrere quest'ultima strada verso l'integrità personale.

Un giovane di sedici anni è venuto un giorno nel mio studio, turbato per avere scoperto di essere omosessuale. Per prima cosa gli spiegai che si trovava di fronte a una duplice scelta: aderire alla Terapia affermativa gay o tentare di superare l'omosessualità. Proseguii illustrando i casi dei pazienti in terapia con me. In un primo momento egli sembrò perplesso, perché influenzato dall'opinione corrente secondo cui se sei omosessuale l'unica risposta onesta è vivere apertamente la propria identità gay. Per questo fu sorpreso di scoprire che molti uomini scelgono una via diversa.

Coloro che si rivolgono alla terapia ricostituiva non imputano la propria infelicità al marchio che impone loro la società. Molti di loro hanno esplorato lo stile di vita gay, compiendo un percorso che si è trasformato in una «via negativa» (in italiano nel testo), e ne sono usciti delusi per ciò che hanno visto. La loro definizione dell'io è profondamente legata alla vita familiare tradizionale, per questo rifiutano di rinunciare alla propria identità sociale eterosessuale. Invece di dichiarare guerra all'ordine naturale della società, essi decidono di impugnare le armi di una battaglia interiore.
Ecco le parole di un paziente di ventitré anni:
Ho provato questi sentimenti e questi impulsi, ma l'idea soltanto di essere gay mi sembra ridicola... è uno stile di vita così strano, ai margini della società... è un mondo al quale non potrei appartenere.


Un altro giovane ha detto:
Non ho mai creduto di avere tendenze omosessuali semplicemente perché ero «nato così». Lo ritengo un insulto alla mia dignità, e un enorme danno al mio desiderio di crescita, sentirmi dire che non ho speranza di cambiare.

Un altro ancora:Per me condividere lo stile di vita omosessuale è stato come vivere una menzogna. È stata un'esperienza dolorosa che mi ha disorientato, una forza distruttiva nella mia vita. Solo quando ho veramente cominciato a riflettere su ciò che sta dietro all'omosessualità ho iniziato a trovare pace e autoaccettazione.

È necessario che società e psicologia comprendano chi è veramente l'omosessuale non-gay. Attualmente la società osserva questo gruppo di individui con una certa derisione, mentre la psicologia li considera fuorviati e capaci solo di odio verso se stessi. L'identità dell'omosessuale non-gay è intrappolata nelle ideologie correnti. Il mondo normale lo evita, il mondo gay lo considera estraneo.

La professione psichiatrica deve assumersi gran parte di responsabilità nell'abbandono degli omosessuali non-gay: nello sforzo di sostenere la liberazione dei gay, ha dimenticato questo gruppo di individui. Se non consideriamo più l'omosessualità un problema, automaticamente mettiamo in dubbio la validità della loro lotta. Lo stesso omosessuale non-gay ha contribuito a quest'abbandono sociale; difficilmente lo incontreremo in cortei o raduni per l'affermazione della propria identità. Egli preferisce risolvere i suoi conflitti in silenzio e con discrezione. Come sono paradossalmente conservatori gli uomini che combattono questa battaglia controculturale! Oggigiorno, persino i pedofili e le prostitute non temono di mettere in piazza le proprie storie!

È un peccato che l'omosessuale non-gay debba essere considerato quello che in realtà non è. Secondo un'opinione diffusa, egli rimane nascosto per paura o ignoranza, ma con un po' di tempo e un'adeguata formazione anch'egli potrebbe trovare la via della sua liberazione. Tuttavia, non essere gay è una scelta più consapevole riguardo alla propria identità che non quella di essere gay. Questo isolamento può rappresentare un luogo di crescita e di autocomprensione molto dinamico, un luogo destinato a cambiare. Per l'omosessuale non-gay, l'isolamento rappresenta una scelta e una sfida, un luogo di fratellanza, fede e crescita -- un luogo interiore che può anche condurre alla trascendenza.

Negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi verso il riconoscimento degli omosessuali nella società, e sarebbe più che ovvio estendere la stessa comprensione all'omosessuale non-gay. Egli ha operato una valida scelta filosofica ed esistenziale, è qualcuno che, nella pienezza della propria identità, non vuole aderire alla condizione di omosessuale, ma cerca di superarla.

sabato 27 ottobre 2007

Intervista con Michael Glatze

 
INTERVISTA CON MICHAEL GLATZE
Un ex attivista gay spiega in che modo ha lasciato l'omosessualità


(Tradotto da Patrizia B.)




Michael Glatze (nella foto) si è dichiarato gay all’età di 13 anni e infine ha fondato  "Young Gay America", un progetto no profit di diffusione attraverso i mezzi di informazione. In seguito ad una serie di incidenti Glatze ha iniziato a rendersi conto che la sua omosessualità aveva a che fare con paure inerenti alla propria mascolinità. Da allora ha rifiutato la propria identità gay. Nell’intervista con il dottor Joseph Nicolosi egli descrive il proprio viaggio spirituale ed emotivo.

Dott. Joseph Nicolosi: Grazie Michael per la tua disponibilità a parlare pubblicamente della tua vita. Hai già discusso in passato della tua trasformazione religiosa e noi sappiamo che le esperienze religiose possono avere un effetto profondo sul senso della propria identità. Ma mi piacerebbe discutere anche della dimensione psicologica. In particolare, che cosa ti viene in mente quando ripensi ai momenti trasformativi o ai momenti di introspezione personale.

Michael Glatze: La prima cosa che mi viene in mente è che ho iniziato a rendermi conto della natura dei miei desideri e del fatto che ero in grado di modificarli.

J.N. E’ una frase interessante: "la natura del desiderio."

M.G. Anche se quando ripenso alla mia vita nella comunità gay, c’era sempre quella regola tacita di " non mettere mai in dubbio i tuoi desideri per lo stesso sesso."

J.N. Si. Questa è una regola molto importante nella comunità gay.

M.G. Giusto. In effetti – è la regola numero uno.

J.N. Regola numero uno: "Non chiederti perché." Le persone "lo sono e basta." Nessuna domanda circa il perché.

M.G. Appena ti unisci al club, questa è la prima regola. Puoi esaminare la causa di qualsiasi altra cosa, eccetto dell’omosessualità.

J.N. Posso esplorare le ragioni del mio alcolismo, del mio eccessivo appetito, della mia depressione – ma non della mia omosessualità.

M.G. Giusto. E, ironicamente, è ok perfino per gli eterosessuali mettere in dubbio la propria eterosessualità.

J.N. (annuisce)

M.G. Così, quando infine mi resi conto che potevo mettere in dubbio la mia omosessualità divenne tutto molto religioso. Iniziai a cercare la volontà di Dio e a tentare di comprenderne il significato. Man mano che acquisivo una maggiore conoscenza iniziai a dubitare di cose in cui avevo creduto per tanto tempo. Avevo creduto in concetti che non avevano alcun senso, alcun peso. E scoprii che non avevo più bisogno di crederci per avere un senso di identità.

J.N. OK… quindi dici che quando hai iniziato a seguire la volontà di Dio hai iniziato anche a rifiutare alcuni dei presupposti e delle credenze che si associano all’idea che l’omosessualità riflette "ciò che sei," nel senso più profondo.

M.G. Si – ho iniziato ad esaminare questioni politiche, sociali e anche questioni più interpersonali. Ad esempio la natura della dinamica del potere tra due uomini è una questione riguardo alla quale ero molto ingenuo. Ogni volta che mi trovavo in disaccordo con l’uomo che era il mio partner in quel periodo – questo prima che iniziassi a relazionarmi con Dio e con me stesso, autonomamente da chiunque altro – mi lasciavo convincere dalle sue argomentazioni.

J.N. Quindi, a causa della tua relazione sempre più profonda con Dio hai iniziato a sviluppare un’identità distinta, autonoma…

M.G. Esattamente. Questa è stata decisamente la prima cosa che ho notato.

J.N. in che modo Dio è entrato nella tua vita? Come è successo?

M.G. Ebbene, in realtà lui (Dio) lo ha fatto. Mio padre era morto a causa di un’improvvisa malattia cardiaca ed io pensavo di aver sviluppato la stessa malattia. Avevo una specie di panico – una reazione ipocondriaca. Per circa un mese, mentre attendevo i risultati dei test, pensavo che stessi per morire.

J.N. OK, quindi soffrivi di attacchi di ansietà. Eri convinto che avresti avuto un attacco di cuore come tuo padre e questo ti riempiva di paura.

M.G. Assolutamente, perché mio padre è morto mentre stava semplicemente camminando sulla spiaggia. E dopo feci una cosa stupida: provai ad autodiagnosticarmi cercando informazioni su Internet.

J.N. Il che faceva accrescere la tua ansietà perché ti sembrava di avere ogni sorta di sintomo…

M.G. Esattamente (ride). Quindi pensavo che ogni mio passo probabilmente sarebbe stato l’ultimo; attesi i risultati del test è alla fine ho scoperto di non avere quella malattia.

J.N. (annuisce col capo) Si dice spesso che ciò che davvero ci conduce a Dio é la paura della nostra mortalità… vivere l’esperienza di dubitare della nostra sopravvivenza.

M.G. E’ proprio così. Ho scoperto di non avere quella malattia cardiaca e ho ringraziato Dio. È stata la prima volta nella mia intera vita in cui ho letteralmente riesaminato ogni concetto conosciuto dalla mia mente, la mia intera esistenza.

J.N. Quindi, all’inizio hai provato paura, poi gratitudine, e infine "metanoia"… un risveglio della tua vera identità.

M.G. E’ stato quello il momento. Non avevo più dubbi. E’ stata la fine di una lotta intensa tra me e Dio.

J.N. Avete fatto pace?

M.G. Si è trattato di una pace istantanea.

J.N. Meraviglioso. Assolutamente fantastico.

M.G. E in quell’esperienza, improvvisamente, mi sono ricongiunto con tutte le altre parti dell’umanità con le quali ero sempre stato in lotta.

J.N. Ti sei ricongiunto con l’esistenza.

M.G. Si, ma in quel momento non ero consapevole di questo. Sentivo semplicemente che mi ero ricollegato a qualcosa di primario. Ho provato una sensazione di autonomia, e così ho iniziato lentamente a comprendere che cosa significasse tutto ciò.

J.N. Ho utilizzato le parole "ricongiunto con l’esistenza", ma quali sarebbero state le tue parole? Come descriveresti l’esperienza?

M.G. La prima cosa che ho provato è stato un senso di libertà, di personale autonomia; in seguito, quando ho iniziato a leggere i Vangeli ed in particolare le parole di Gesù, ho cominciato a capire ciò che mi stava veramente accadendo – la nozione di una nuova vita. Nei Vangeli Gesù rinunciava alla sua vita per me – donandomi una nuova vita …e tutti quei concetti che non avevo mai conosciuto prima di allora.

J.N. Non sei stato cresciuto in una famiglia religiosa?

M.G. Sono cresciuto in una famiglia cristiana, ma in realtà era tutto come in una fiaba. Mio padre non era cristiano; ha indebolito ancora di più le verità divine che hanno cercato di insegnarci. Le trasformava in una sorta di storielle simpatiche e sciocche per festeggiare il Natale.

J.N. Tua madre era religiosa?

M.G. Si. Era cristiana, non confessionale. Ci ha portati nelle chiese Unity dove adoravano Dio-Padre, Dio-Madre e cose simili. Era una brava donna con il desiderio di compiacere suo marito – un uomo molto agnostico che era stato un hippie di Berkeley negli anni ‘60.

J.N. Parlami della tua comprensione psicologica della situazione in cui ti trovi?

M.G. Dunque, come ho detto, la prima cosa che mi è successa è stato il crescente senso di autonomia. In seguito ho iniziato a notare come funziona la dinamica del potere all’interno delle relazioni gay.

J.N. Tra maschi

M.G. Tra maschi – Ho notato che c’è sempre una differenza di potere, che due uomini non possono giungere davvero a qualche sorta di accordo reciproco senza che una parte domini l’altra. Ed è stato allora che ho iniziato a rendermi conto di questo. La mia relazione con il mio partner cominciò a finire perché eravamo letteralmente giunti in un vicolo cieco, non volevamo più accordarci. Quando ciò è accaduto lui non sapeva cosa fare perché era abituato alla mia sottomissione.

J.N. Stavi cambiando?

M.G. Dopo che ci siamo lasciati ho iniziato a sviluppare una maggiore autonomia. Per un po’ ho cercato ogni possibile spiegazione per quanto stava accadendo – ho preso in considerazione tutto tranne l’omosessualità. Un giorno, mentre ero seduto, pregando tra le lacrime, dissi "Che cosa mi accade? Non capisco – Che cosa c’è che ancora non va?" E fu come se tutto all’improvviso diventasse ovvio. Scrissi sullo schermo del mio computer— "Sono eterosessuale." L’ho scritto, e dopo averlo scritto, semplicemente non potevo crederci. Mi sentivo come se avessi infranto la legge.

J.N. Una svolta nella comprensione?

M.G. E tuttavia è stato terrificante; avevo la sensazione che milioni di persone stessero ridendo di me, condannandomi per aver scritto quelle parole.

J.N. Qualcosa del tipo "come osi dire che sei eterosessuale!"

M.G. Si. Ma da quel momento in poi mi sono reso conto che era la verità. Adesso dovevo capire il perché di quei desideri e da dove venivano.

J.N. In altre parole, "se sono eterosessuale, allora perché provo questa attrazione?

M.G. Giusto.

J.N. Questo è esattamente il primo passo della terapia del riorientamento, dichiarare "Sono eterosessuale."

M.G. Si.

J.N. Quindi stai dicendo che "non sei omosessuale; sei un eterosessuale con un problema omosessuale."

M.G. Esattamente. E mi fa piacere sentire che è tu hai lo stesso approccio perché è questa la verità. Voglio dire, l’identità gay è totalmente un’invenzione.

J.N. Un costrutto sociale. E quando la consideri in questo modo, inizi a chiederti, allora perché provo attrazione per lo stesso sesso?

M.G. E’ così. Nel mio caso mi ha aiutato molto la meditazione. Mi sono unito a una comunità – non è settaria, ma hanno alcuni legami con il buddismo.

J.N. Di che tipo di meditazione si tratta?

M.G. È semplice, stai in posizione eretta e ti concentri sul tuo respiro.

J.N. E poi, qualunque pensiero ti venga in mente, lo osservi.

M.G. Esattamente. In questo modo ogni cosa che viene in mente non è nulla di più di un pensiero, poi scendi sempre più in profondità fino a quando osserverai pensieri e costrutti più grandi. Alla fine scivolano via tutti. La stessa cosa iniziò ad accadere con i desideri per lo stesso sesso. In quel periodo leggevo anche i tuoi articoli dove parlarvi del Falso Io. Le tue parole mi hanno colpito molto perché erano perfettamente in linea con ciò che avevo già iniziato a scoprire con la meditazione – che abbiamo un Io Vero e che, per me, era l’Io che avevo già riconosciuto come l’autentico ed autonomo Io-con-Dio.

J.N. L’Io ispirato da Dio che emerge con la meditazione.

M.G. Esattamente. Restavo attaccato a quel Vero Io, e mentro riconoscevo tutti gli altri Falsi Io, li vedevo crollare.

J.N. Molto interessante. Così hai iniziato ad osservare tutti questi costrutti dell’Io partendo dalla prospettiva del Vero Io.

M.G. Quando ho letto il tuo pezzo sul Falso Io e anche quando parlavi della mascolinità e del forte desiderio di mascolinità, ho capito che era esattamente ciò che mi era successo. Leggevo molto e cercavo di acquisire una maggiore conoscenza, dal punto di vista politico, di tutti i concetti in cui una volta avevo creduto. Iniziai a comprendere come la nostra cultura avesse soffocato la mascolinità.

Già in passato avevo esaminato queste nozioni sulla mascolinità del punto di vista prospettico del liberalismo, del socialismo e della psicologia umanistica. Avevo capito che la mascolinità doveva essere equiparata alla femminilità ma avevo abbracciato idee femministe. Così quando ho letto il tuo pezzo la questione della mascolinità mi è divenuto chiaro.

Quando ripenso a mio padre, a come aveva paura della mascolinità… imparai anch’io ad aver paura. Di conseguenza, quando all’età di nove anni vidi mia madre che stava piangendo per causa sua, divenni il suo protettore contro mio padre e contro tutte "le forze maligne" della mascolinità.

J.N. Sembra che questa sia stata per te l’origine del Falso Io – un rifiuto di rivendicare la mascolinità dentro di te. Si tratta di uno schema comune tra gli uomini. Hanno un’immagine negativa di ciò che significa essere maschio, si alleano con la propria madre contro il padre, e così facendo non abbracciano mai pienamente la propria identità mascolina.

M.G. Assolutamente. Non volevo associarmi con qualcosa che potesse fare del male ad una donna così come lo aveva fatto a mia madre.

J.N. Poiché tua madre era la figura fonte sicura di affetto.

M.G. E’ così.

J.N. E senza tua madre non eri nulla.

M.G. E’ così.

J.N. E quindi, in un certo senso, non stavi proteggendo soltanto tua madre ma stavi proteggendo anche te stesso dall’annientamento.

M.G. Si, esattamente – come hai scritto nel tuo saggio. Esattamente.

J.N. Um-hmm.

J.N. Così la tua era ciò che noi chiamiamo la Classica Famiglia triadica – dici di aver avuto una madre eccessivamente presente e un padre distante e distaccato.

M.G Si. E in seguito, naturalmente, proprio come lo hai descritto, con l’inizio della pubertà, il corpo è colmo di energia sessuale ed io desidero fortemente la mascolinità perché ovviamente ho bisogno di averla dentro di me. Ma nello stesso tempo non la desidero perché ne ho paura. Tutto ciò è perfettamente logico – e tuttavia il vero detonatore è stato questa identità gay inventata [offerta dalla società]. Ricordo molto chiaramente, quando avevo 14 anni, che un mio amico si avvicinò a me e mi spiegò che ero gay.

J.N. Quell’etichetta è la risposta a tutto, non è vero?

M.G. Esattamente. È questo il problema, è proprio questo.

J.N. È una risposta semplice e rapida a un problema molto complicato.

M.G. E’ vero. Se continuiamo a fornire questa identità le persone non risolveranno mai i propri problemi.

J.N. Perché l’etichetta dell’Io Gay è come una mano di vernice passata su un’aspetto disordinato della nostra vita.

M.G. Si, è come uno strato di glassa. Ed è davvero insidioso, quando ti accorgi che come editore di una rivista gay per giovani, stai facendo proprio questo ai teenager! E’ questo che alla fine mi ha fatto smettere.

J.N. Quindi eri editore di una rivista gay…

M.G. Si. Iniziavo lentamente a comprendere la mia identità gay ma non volevo parlarne ancora con nessuno al lavoro. Ma poi ho letto che nelle scuole elementari stavano introducendo libri di testo che affermano l’identità gay e mi resi conto che dovevo smetterla. Ovviamente, sono soltanto una persona ma forse, dicendo queste cose adesso, posso aiutare qualcuno.

Quando penso alla mia vita, se quell’identità gay non mi fosse mai stata offerta su un piatto, e se nella nostra società avessimo un chiaro approccio morale verso la questione – di essa [dell’attrazione verso i maschi] mi sarei già occupato da tempo.

J.N. Giusto.

M.G. È pazzesco. Proprio non lo capisco. Ti dirò che quando per la prima volta ho guardato il sito NARTH, mi sono sentito in colpa. Naturalmente ne avevo già sentito parlare – ero un’attivista e vi avevo già catalogati insieme agli "odiosi gruppi di estrema destra." Sapevo di voi perché dovevo mantenermi aggiornato su tutte "le persone odiose" in giro.

Onestamente, quando cliccai su un articolo del sito NARTH, ebbi la sensazione di violare la legge; come se non avessi dovuto leggerlo. Riuscivo soltanto a leggere alcune parole, dopodiché dovevo fermarmi.

J.N. Leggere materiale di NARTH era come un tabù per te.

M.G. È stato orribile. Era incredibile – e mi fa rendere conto di come fossi soggiogato – e anche di come lo sono tante altre persone.

J.N. Sentire quel genere di controllo sociale è come essere in una setta, non è vero?

M.G. E’ come una setta. Adesso parlano di me come se fossi morto davvero – è ciò che [gli attivisti gay] dicono. C’era un titolo in un giornale gay "Vita e Morte di un Americano Gay" – parlavano di me.

J.N. Si, l’ironia è che in realtà sei venuto alla vita!

M.G. Proprio così!

J.N. Quando leggi gli scritti di romanzieri gay, trovi sempre una nota di fondamentale decadimento, ogni cosa alla fine si deteriora – le cose semplicemente si degradano, scompaiono e muoiono. C’è un perseguimento della bellezza della gioventù ma con una reale assenza di trascendenza. Se leggi la vita di Oscar Wilde, per esempio, noti la stessa cosa, quella radice pessimistica. E’ uscito un nuovo libro su Wilde scritto da un uomo gay, che presumeresti essere un alleato di Wilde – tuttavia egli parla di come la vita di Wilde fosse bizzarra e perversa. Sono certo che conosci queste cose meglio di me.

M.G. Di queste cose ne ho viste molte. I più anziani sono semplicemente attirati dalla bellezza di ragazzi più giovani e cercano di catturarla…sia per concupiscenza sia perché cercano di apparire fisicamente più giovani.Vogliono ottenere quella bellezza e quella mascolinità che non hanno.

J.N. Provi attrazione per lo stesso sesso adesso? Che cosa fai quando accade?

M.G. In realtà non mi succede molto spesso. Quando sono assorto nella meditazione e un pensiero oppure un desiderio affiora, piuttosto che concentrarmi su di esso o perseguirlo, "lascio semplicemente che esista" Il mio Autentico io cresce ed il Falso Io alla fine sparisce insieme a quel desiderio.

J.N. Quindi la consideri come una lotta tra il Vero ed il Falso Io?

M.G. Si.

J.N. Così ogni volta che l’attrazione del Falso Io per persone dello stesso sesso affiora…?

M.G. Prima l’afferravo semplicemente, mi dichiaravo "gay" e tutto il resto, inclusi tutti gli altri sentimenti, come il farsi sottomettere.

J.N. Adesso invece cerchi di resistergli.

M.G. Veramente non è che lo combatti perché – forse questo viene dal buddismo – il combatterlo implica una lotta.

J.N. Giusto. Non lo combatti… semplicemente non fuggi e lo tolleri.

M.G. Stai con lui e quindi lo consideri per ciò che é.

J.N. Esatto.

M.G. E così facendo scendi sempre più in profondità.

J.N. Si.

M.G. Tanta parte di questa attrazione per lo stesso sesso è in realtà una sorta di umiliazione. C’è anche tanta superficialità e la paura ti fa pensare che questo è semplicemente ciò che tu sei. L’ho notato di nuovo proprio un paio di settimane fa. Per un attimo sono stato preso dal panico e ho detto "questa cosa la vuoi davvero," ma è durato soltanto una frazione di secondo. Non ho perso il controllo e non ho afferrato quel desiderio, lo lascio andare.

J.N. Giusto. E hai fatto questo in stato di meditazione?

M.G. No, nel corso della giornata. Le tecniche di meditazione si applicano alla vita quotidiana.

J.N. Capisco.

M.G. Così, quando l’attrazione per lo stesso sesso si fa viva di nuovo, la lascio stare, e così facendo mi sento più me stesso, nutro il mio autentico Io.

J.N. Mediti spesso?

M.G. Non seguo un programma fisso. Alcuni giorni mi siedo e medito per un’ora, di solito lo faccio una volta ogni tre o quattro giorni. Ho anche frequentato quattro o cinque programmi durante i weekend.

J.N. Pensi che questo ti porterà all’eterosessualità?

M.G. Lo sta già facendo.

J.N. Sta modellando la tua vita.

M.G. Non ti devi soltanto disfare, attraverso un processo di crescita, del Falso Io… devi costruire un Nuovo Io a partire dall’eterosessualità.

J.N. Esattamente. Stai dicendo molte delle cose che insegno nei miei seminari.

M.G. È vero, perché quando lasci andar via i sentimenti diventi gradualmente più forte. E quando accade, non hai neanche bisogno di creare l’eterosessualità.

J.N. È spontanea a quel punto, perché è latente…

M.G. E’ già li.

J.N. E’ nella tua natura.

M.G. Ed è così diversa dall’omosessualità.

J.N. Spiegaci perché.

M.G. Tu lo hai descritto molto bene – l’omosessualità ti mette dentro un Falso Io. È tutto nella tua mente – e su questo ovviamente ho focalizzato molto la mia attenzione – è letteralmente tutto nella tua mente. La differenza tra l’omosessualità e l’eterosessualità è immensa ma penso che moltissime persone omosessuali non se ne rendano conto perché sono così abituati a questa sessualità creata nella mente che non riconoscono la differenza.

J.N. Quando dici "nella mente" gli uomini gay ribatteranno "è nel mio corpo. Quando vedo un ragazzo attraente, non è la mia mente – io sento quella scossa nel mio corpo."

M.G. Si, diranno così. Tuttavia, quella scossa è una messaggio di Dio che ti dice che quella cosa al di fuori di te che desideri tanto, dovresti invece svilupparla dentro di te.

J.N. Questo è l’elemento "riparativo". L’omosessualità è uno sforzo per riparare una parte integrale della tua natura cercando al di fuori di te ciò che ti manca dentro.

M.G. Esattamente. Se mi sentissi attratto da qualche attributo mascolino, direi " Bene, ho due possibilità di scelta: la prima è quella di gettarmi nel rapporto omosessuale e sentire quella mascolinità. La seconda è quella di fermarmi, fare una pausa, rendermi conto del perché mi sento attratto verso quell’attributo e dire "No, non ne ho bisogno. In realtà, c’è l’ho già."

J.N. Giusto.

M.G. E’ come una specie di illuminazione perché è un chiaro messaggio che c’è qualcosa che puoi sviluppare dentro di te. La fai crescere dentro di te, dopodiché non la desideri più.

J.N. E in questa liberazione dal forte desiderio sessuale ha un ruolo importante la meditazione.

M.G. Almeno come punto di riferimento. E funziona soltanto perché sono in grado di riconoscere qual’è il Vero Io e non mi lascio spaventare da esso.

J.N. Questo è molto importante. Prima della meditazione devi riconoscere il tuo Vero Io…

M.G. E’ così.

J.N. Per quanto tempo lo hai fatto? Per quanto tempo ti sei sottoposto a questa trasformazione?

M.G. Dunque, se partiamo dalla prima volta che ho riconosciuto l’Io autentico – non sapevo veramente che si è trattato di questo quella volta che ho avuto l’esperienza di Dio circa quattro anni fa – ho iniziato a lavorare seriamente su tutti questi desideri circa un anno e mezzo fa.

J.N. Um-hmm

M.G. Ed è stata la prima volta che mi sono recato in un luogo buddista e ho iniziato a meditare e ad apprendere un nuovo linguaggio – un linguaggio nuovo che mi ha insegnato ad osservare la mia mente.

J.N. Quindi, fondamentalmente, entri in uno stato meditativo e osservi questi pensieri mentre affiorano.

M.G. Non si tratta tanto di "entrare" in questo stato, perché esso non è diverso dal mio normale stato mentale. Esiste la percezione che la meditazione sia uno stato ma in realtà anche questa è una falsa dualità. Non c’è alcuna differenza tra come sono adesso e come sono quando sono seduto in meditazione. È solo che la meditazione mi concede lo spazio per calmare i miei pensieri e ridiventare forte, così, quando torno alla vita di tutti i giorni, ho ancora quel punto di riferimento.

J.N. Per tornare a cosa?

M.G. Per ritornare a me stesso.

J.N. Capisco.

M.G. A volte non ne ho bisogno perché sento di essere stato abbastanza autentico o abbastanza solido.

J.N. (annuisce col capo)

M.G. Ma è interessante anche notare come tutto questo si allaccia alla religione perché ho avuto diverse esperienze in cui ho cercato di focalizzare la mia confusione su Gesù. Si è trattato di esperienze molto profonde. Era come se lui fosse una presenza reale – capace di prendere tutta la mia confusione, e perfino tutti i miei desideri, e di trasformarli.

J.N. Si…

M.G. E una volta trasformati sono diventati parte del mio Vero Io.

J.N. Assolutamente. E’ il potere che il trascendente ha di trasformarci.

M.G. Esattamente. Non direi mai a nessuno che l'omosessualità si può curare semplicemente con la sola meditazione, perché non è vero.

J.N. OK….

M.G. Ci sono molte persone gay che sperimentano la meditazione e che dicono di essere ancora gay.

J.N. Si. Non meditano sulla loro sessualità dalla tua stessa prospettiva.

M.G. Per me la meditazione è stato un modo per non sottopormi alla terapia; sarebbe stato quasi impossibile poiché non avevo denaro. La meditazione ti fornisce un linguaggio ma Dio ti dà la direzione e la motivazione. Nessuno dei miei cambiamenti sarebbe avvenuto senza Dio o Gesù. Conosco persone che hanno meditato per molti, molti anni, e forse adesso sono molto più calmi e più saggi di me – ma la direzione che hanno preso è diversa e adesso sono ancora gay.

J.N. Dunque, dici che porti con te, nella meditazione, quella verità riguardo il Falso Io e l’omosessualità. Per meditazione non intendi uno stato mentale diverso o alterato – è soltanto di una " rivelazione della verità". La meditazione crea l’occasione per bloccare le distrazioni esterne e per "giungere alla verità", e quella verità, per te, è ispirata da Dio.

M.G. E’ proprio così. Devo dire però che l’organizzazione della meditazione mi infastidiva perché sono anticristiani. Era una cosa che dovevo risolvere e ho pregato molto al riguardo. Avevo la sensazione che Dio mi stesse dicendo: "No, non smettere, ti fa bene…. prendi da questa esperienza ciò che di buono ti può dare.
Non voglio che questo suoni come "puoi cambiare anche senza Dio" poiché non penso che sia possibile. Non lo so, forse voi avete successo con persone che sono senza Dio…

J.N. Abbiamo successo con persone che non sono religiose, ma in quanto cattolico, credo che lo Spirito Santo stia operando anche nelle loro vite. Molti uomini diventano più religiosi durante il processo terapeutico. In quanto psicologo non rientra nel mio ruolo introdurre idee religiose, ma i clienti stessi spesso iniziano gradualmente a ricercare la conoscenza di un creatore man mano che crescono in umiltà e trasparenza. In realtà, la ricettività verso un rapporto con Dio spesso sembra rientrare in un più largo processo di maturazione emotiva.

Michael, tante grazie per le tue profonde intuizioni sul processo di cambiamento. 


Traduzione di Patrizia B.

PERDONARE AGLI ALTRI


III parte
RICONCILIAZIONE E LIBERAZIONE

capitolo 11
Perdonare agli altri

Abbiamo esplorato il primo grado vitale nel processo che consiste nell'appropriarci dell'amore di Dio. Il fatto di ricevere il suo perdono e la rassicurazione che egli ci accetta, soprattutto alla luce delle nostre fratture personali, è il fondamento stesso dell'integrità. Non possiamo ricevere il perdono di Dio senz'anche offrire questa grazia agli altri, in particolare a quelli e quelle che ci hanno offeso e verso i(le) quali serbiamo ancora rancore. Tuttavia, perdonare a coloro che ci hanno offeso è più di un semplice atto pio: è una chiave per la nostra libertà personale. 

Le forze negative della rabbia, dell'autocompatimento, dell'amarezza e di un atteggiamento difensivo continuo nelle nostre relazioni, dovute ad una mancanza di perdono verso alcune figure importanti della nostra vita, inibiscono il processo di guarigione personale.  

L'ordine che abbiamo ricevuto di perdonare a coloro che ci hanno ferito è quindi una potente grazia di Dio, resa possibile dall'amore incondizionato che Dio ci ha manifestato. 

/ I. Perdonare agli altri - perché?

A) Un comandamento permamente del Nuovo Testamento

1. "Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe." (Matteo 6,14-15)


2. "Se dunque tu presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono." (Matteo 5,23-24)


3. "Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette." (Matteo 18,21-22)

B) Perdonare agli altri: conseguenza soprannaturale del perdono ricevuto per se stessi

1. Nella lezione precedente, abbiamo letto Luca 7,36-50 che descrive come il perdono che Cristo dona a una donna che ha peccato la spinge a un grande amore verso di lui. Matteo 18,23-33 descrive un altro effetto che produce la grazia di Dio ricevuta per mezzo del perdono: l'umiltà e la grazia necessarie per perdonare agli altri.


2. "Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo." (Efesini 4,32)


3. "Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi." (Colossesi 3,12-13)

4. "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Luca 6,36). La capacità di perdonare è radicata nel fatto che noi stessi abbiamo gustato la misericordia di Dio. La grazia che ci ha donato ci permette di dare la stessa grazia agli altri. Ciò implica che viviamo nella grazia, e che non ci accontentiamo solo di esserne coscienti mentalmente.

C) La malattia del non-perdono

Qual'è il tormento di cui si parla in Matteo 18,34-35? Potrebbe essere che il comandamento "duro" che ci viene dato di perdonare gli altri sia in effetti un mezzo per mantenere la nostra propria libertà e la nostra capacità di amare così come quella di coloro ai quali perdoniamo?


1. Quando siamo consumati dal desiderio di restituire il male ricevuto, l'oggetto del nostro odio diventa una specie di punto di bersaglio che avvolge e annebbia la nostra visione della realtà come una densa nuvola (Galati 5,15).


2. Siamo soffocati dall'amarezza (Ebrei 12,14-15). Il nostro odio si generalizza e si estende ad altre persone che, in un modo o in un altro, rappresentano l'oggetto originale del nostro odio (come le figure di autorità) e diventano dei "simboli" dello stesso sesso o del sesso opposto.


3. Noi somigliamo a coloro ai(alle) quali non perdoniamo.


"Abbiamo la tendenza a diventare esattamente come colui (o colei) al quale serbiamo rancore. Siamo per così dire condannati a fare prima o poi l'esperienza di ciò che non riusciamo a perdonare nell'altro. Da un lato la fragilità del fatto che non possiamo perdonare all'altro indica che abbiamo in noi stessi la stessa condizione negativa; dall'altro, se non perdoniamo all'altro, ciò che giudichiamo in lui(lei) diventerà un campo della nostra vita in cui la grazia di Dio sarà inibita. Se perdoniamo la debolezza che vediamo nell'altro, questo atto di perdono agisce come un antidoto della nostra propria debolezza, ma una volontà di non perdonare preannuncia e sviluppa una brutta particolarità in noi stessi." (1)


* Degli schemi genitore-bambino trasmessi attraverso le generazioni sono qui di particolare importanza.


"Odiare il proprio padre o la propria madre, è alla fine odiare se stessi." (2)

4. Il non-perdono ostacola il flusso d'amore nella vita di colui(colei) al quale non si perdona: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Giovanni 20-23).


"Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. ... Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa d'inciampo o di scandalo al fratello" (Romani 14,10-13).


/ II. Perdonare agli altri - sì, ma cosa?

A) Quali frutti produce un cuore che rifiuta di perdonare?


Identifichiamo i segni e le conseguenze del non-perdono:
1. Il cuore rancoroso comincia a pensare alle cose cattive che l'offensore gli ha fatto subire nel passato, alle ragioni per le quali tale o tal altra persona merita un castigo, e alle ragioni per le quali essa non merita la misericordia e il perdono di Dio (GIUDIZIO E CONDANNA). Non si tratta necessariamente di un atteggiamento cosciente, ma esso è tuttavia presente. Il fratello del figlio prodigo è un buon esempio di questo genere di reazioni (Luca 15).


2. L'immaginazione di un cuore rancoroso comincia a deformare l'offesa e la trasforma in qualcosa di più importante o di radicalmente differente da ciò che essa è realmente stata (FALSA IMMAGINAZIONE). Le nostre sensibilità ed insicurezze ci spingono spesso a male interpretare e a deformare le parole e le azioni di altre persone.


3. Il cuore rancoroso prova rabbia per il successo del suo offensore (INVIDIA E CONCUPISCENZA).


4. Il cuore rancoroso ha la tendenza a nutrire pensieri negativi riguardo a tutto ciò che all'offensore piace: clubs, amici o hobbies (CATTIVERIA).


5. Il cuore rancoroso interrompe ogni contatto sociale volontario con l'individuo in causa, non gli parla, rifiuta di dargli il suo sostegno o il suo aiuto quando necessario e s'allontana volontariamente da tutto ciò che favorirebbe un reciproco contatto (RIFIUTO E ABBANDONO).


6. Il cuore rancoroso si rallegra quando l'offensore è colpito da difficoltà o viene ferito, e cerca pure talvolta d'infliggergli dei colpi (VENDETTA).


7. Il cuore rancoroso comincia a parlare agli altri degli sbagli o dei difetti (veri e falsi) dell'offensore (CALUNNIA).

8. Il cuore rancoroso comincia a pensare che è migliore dell'altro (SUPERBIA).


9. Conseguenze della superbia: il cuore rancoroso comincia a pensare che Dio dovrebbe benedirlo di più rispetto all'offensore (GIUSTIZIA DA SE').


10. Non smettendo di concentrarsi sugli sbagli degli altri e sul male che gli hanno fatto, il cuore rancoroso diventa insensibile al modo in cui ha potuto ferire gli altri e quindi insensibile al modo in cui Dio vuole parlargli delle sue proprie colpe.


B) Le esigenze del perdono


1. Il perdono implica innanzitutto la necessità di entrare in contatto con chi dev'essere perdonato. Se discolpate gli errori di un altro, non potrete perdonare e continuerete a covare una specie di risentimento verso di lui(lei). Dio ci dà la libertà di entrare in contatto con ciò che ci ha offeso e con il dolore profondo causato dal peccato degli altri verso di noi. E' altrettanto importante essere precisi in quanto alle offese commesse. Un processo di perdono vissuto nel contesto di una relazione profonda assomiglia a una cipolla che viene pelata - si affrontano i vari gradi di ferite e di non-perdono uno ad uno, come gli strati di una cipolla. Lo Spirito Santo è un agente di rivelazione indispensabile in questo campo.
In quanto cristiani, spesso formati a negare i nostri sentimenti negativi, siamo particolarmente vulnerabili a questo genere di discolpa. Ricordatevi di una cosa: se volete veramente poter perdonare agli altri ed accettarli, il primo passo consiste ad ammettere che gli altri hanno peccato contro di voi.


2. Dopo aver affrontato ciò che ha causato la vostra rabbia e la vostra amarezza, avete bisogno di spazio davanti a Dio o di un'altro orecchio oggettivo per esprimere il vostro dolore. Urlate davanti a una sedia vuota, piangete, colpite un cuscino, e dite a Dio a che punto siete feriti(e) ed in collera. Ditegli come trovate che la persona o la situazione è stata ingiusta verso di voi. Non ottenere ciò che si vuole o si pensa di meritare da parte dell'altro suscita sempre una reazione emozionale. Non negate questo fatto - coglietelo in voi con decisione e potrete affontare questa frustazione e esserne finalmente alleviati (Efesini 4,26).


3. Il perdono implica anche la necessità di liberare l'offensore dal nostro giudizio personale. Questo vuol dire che dobbiamo mettere la persona in causa e l'incidente doloroso nelle mani di Dio, affinché possa esercitare pienamente il suo ruolo di giudice. Non agire in questo senso può essere una forma di idolatria. Rifiutare di erigervi a giudice dell'offensore non vuol dire che siate d'accordo con lui o che la sua azione lesiva non debba essere presa in debita considerazione; ciò significa semplicemente che non agite più come giudice: liberate l'offensore del debito che pensate che egli ha verso di voi.


4. Il perdono implica sempre la necessità di liberare l'altro dalle attese che abbiamo posto su di lui(lei). A volte noi proviamo del risentimento verso gli altri semplicemente perché non hanno saputo vivere conformemente alla nostre personali attese idealistiche. Sfortunatamente è vero che la sofferenza e l'immaturità di certe persone importanti delle vostre vite (i nostri genitori) ci feriscono e ci lasciano con delle carenze. Noi dobbiamo fare il lutto delle perdite che abbiamo subìto e perdonare per ciò che non abbiamo ricevuto. Non farlo significa rimanere prigionieri della stessa solitudine e della stessa immaturità nelle nostre proprie vite.


5. Il perdono implica la necessità di abbandonare i nostri sentimenti duri e distruttori verso l'altro, come la rabbia, il risentimento, l'amarezza, l'odio, la malizia, la nausea e il disgusto. Possiamo arrivare ad amare dei sentimenti duri e ad aggrapparvici, certi del nostro diritto e privilegio personale d'essere in collera contro quelli e quelle che meritano il nostro sdegno.


6. Il perdono implica la necessità di rinunciare ai nostri desideri di rendere la pariglia, di vedere l'offeso ferito, imbarazzato, ridicolizzato, o di esigere che paghi per quello che ci ha fatto. E' nella natura umana volersi difendere e proteggersi, fisicamente ed emozionalmente. Così, quando siamo attaccati da un gancio sinistro alla mascella, lo blocchiamo e gli contrapponiamo un gancio destro al naso. Nel campo delle emozioni, anche qui blocchiamo e contrapponiamo, innanzitutto pensieri, poi parole ed infine azioni.


7. Come i punti 5 e 6 lasciano intendere, il perdono implica un atto di volontà, non necessariamente associato a un cambiamento emozionale. Benché un sollievo a livello delle emozioni costituisca un'importante parte del processo del perdono, non possiamo in nessun caso farne un criterio che determina se perdoneremo oppure no.


8. Il perdono implica l'abbandono dell'offesa al Signore, affinché non sia più caricata delle stesse emozioni negative. Dio solo può guarire un cuore in modo tale che il peso della ferita e del risentimento allenti la sua stretta. Tuttavia, le conseguenze emozionali che sussistono non si erodono se non dopo un certo lasso di tempo; è un processo che Dio, nella sua fedeltà, ci aiuta ad superare.


9. Il perdono non deve dipendere dalla volontà dell'offensore a conformarsi a ciò che noi vogliamo che sia. Noi prendiamo la decisione di cambiare - da un punto di vista bibilico, non possiamo far dipendere il nostro desiderio di perdonare dal grado di pentimento dell'offensore. Non dimentichiamo che soffriamo degli effetti del non-perdono tanto quanto lui.


10. D'altra parte, il perdono non implica necessariamente il bisogno di avere delle strette relazioni con l'offensore. Laddove un'aperta riconciliazione non è né prudente né possibile, è sufficiente rimettere l'offensore al Signore. Tuttavia, laddove una rentegrazione effettiva della relazione può essere intrapresa, il passo verso la pace dev'essere preceduto dal perdono. Non è generalmente opportuno dire alla persona in causa che lo avete perdonato. Ciò implicherebbe un riconoscimento reciproco dell'errore commesso dall'altro, il che non è necessariamente il caso.


11. Il perdono implica che si ami la persona in causa, che si preghi per lei e, se possibile, che le si faccia del bene. E' perché una posizione passiva o neutra verso un offensore è difficile, che è necessario benedirlo per prevenire ogni regressione allo stato anteriore. Inutile dire che quest'intero processo necessita di un'abbondanza di grazia - a cominciare dalla nostra volontà di essere obbedienti. Se non siete abbastanza pronti a assolvere con tutto il cuore qualcuno che vi ha ferito, Dio comincerà con ciò che siete disposti a cedergli, qualunque cosa sia. Pregate per ricevere la grazia di cominciare a perdonare.


12. Non possiamo affrontare la necessità di dire la verità nell'amore all'offensore se non nella misura in cui lo accettiamo. Come potreste dire la verità nell'amore se avete intenzione di vendicarvi? (Efesini 4,25-27)


13. Perdonare agli altri piò anche implicare benissimo la necessità di chiedere perdono all'altro per le nostre reazioni distruttrici verso di lui(lei). Le relazioni umane non si riassumono sempre nella categoria oppressore/vittima. Questo è particolarmente vero per le relazioni genitoriali, dov'è spesso necessario che assumiamo la nostra responsabilità personale per i conflitti presenti; non ci concentriamo soltanto sulla necessità di dare il nostro perdono, ma cerchiamo anche il perdono dell'altro per le nostre proprie colpe.


14. Il risultato di questo processo di perdono è una nuova obiettività che ci permette di accettare la persona in causa come un essere umano reale ed imperfetto che ha sia dei difetti che delle buone qualità (proprio come noi).


C) Gli aspetti del perdono e del non-perdono inerenti al combattimento dell'omosessuale

1. Il distacco difensivo: una spaccatura nella relazione con il genitore dello stesso sesso. Questo distacco ha come effetto la separazione da una fonte necessaria d'intimità e di identificazione con una persona dello stesso sesso. La spaccatura originale può essersi in seguito generalizzata ad altre persone dello stesso sesso.


-a. Non si può mai sottovalutare il bisogno di riconciliazione con i nostri propri genitori. Noi facciamo parte di loro - separarci da essi è perdere il contatto con una parte vitale di noi stessi.
"Non possiamo rompere con un membro della famiglia, soprattutto con un padre o una madre, senza rompere con una parte di noi stessi. Ho spesso constatato che è a causa di giuramenti fatti nell'infanzia riguardanti il padre, che degli uomini si sono separati dalla loro identità maschile; perlomeno, questa è una causa che spiega questa lacerazione in loro." (3)


-b. Questo distacco porta ad un'incapacità di dar fiducia a delle persone dello stesso sesso e quindi a ricevere il loro amore (il distacco difensivo verso il genitore dello stesso sesso si generalizza a tutte le persone del genere che rappresenta). Questo crea un'ambivalenza verso se stessi e il proprio genere. Il non-perdono verso altre persone dello stesso sesso che soffrono ci impedisce di colmare dei bisogni legittimi, e cioè il bisogno di identificazione e quello di intimità con lo stesso sesso.


-c. Il distacco difensivo può applicarsi al genitore del sesso opposto di cui ci si è distaccati con lo scopo di difendersi (è il caso, per esempio, della figlia che è stata maltrattata da suo padre).


-d. Il perdono è la chiave indispensabile per disinnescare il distacco difensivo e per restaurare le relazioni che il doloroso rapporto genitore/bambino ha bloccato a causa del non-perdono del bambino. Il perdono libera il bambino dal suo risentimento e dalla sua rabbia. Dopo aver perdonato, Gesù e certe relazioni umane importanti possono diventare delle fonti d'amore e d'intimità guaritrici. Questo processo è inibito se si persiste in un atteggiamento di distacco difensivo. (4)


(Ricordatevi che il non-perdono nel contesto di relazioni profonde e complesse con i genitori ha una natura profonda e spesso non cosciente. Non dimenticate neanche che perdonare per delle ferite e delle attese deluse legate ai vostri genitori è un processo che implica la necessità d'identificare i vostri dolori uno ad uno e di abbandonarli a Gesù uno ad uno.)


2. Ci sono dei grovigli relazionali distruttori: una relazione troppo stretta con un genitore del sesso opposto, per esempio madre/figlio. Il "bravo bambino" diventa spesso una fonte di riconforto emozionale nella o per la madre.


-a. Questo tipo di relazione ambivalente è la fonte di un grande risentimento spesso negato nel ruolo del bravo bambino gentile.


-b. Dovete liberare vostra madre dal risentimento e dell'odio che provate davanti alle sue fragilità (e perdonarle per tutte le volte in cui siete stato sminuito da lei).


-c. Dovete prendere posizione contro tutto ciò che è malsano nella relazione (tutto ciò che reprime l'immagine divina dell'uomo in voi). Questo può implicare la necessità di prendere delle sane distanze da lei ed imparare ad essere più diretto nel campo dei vostri sentimenti e delle vostre opinioni.


3. Perdonare ai propri genitori esige che il figlio o la figlia riceva "il dono della divina obiettività", e cioè la grazia necessaria per poter "lasciare la posizione soggettiva (immatura) del bambino, vittima di uno o dell'altro genitore in tale circostanza, per trovare un punto di vista obiettivo e sicuro, a partire del quale lui(lei) sarà libero(a) di analizzare, di definire e di accettare la situazione tale e quale è stata realmente." (5)


Malgrado tutto, ci è difficile perdonare. Forse il più grande ostacolo al perdono è il nostro senso della giustizia. Ci hanno fatto del male - perché dovrei fare qualcosa? La risposta si trova nella differenza tra la ferita e il conflitto, o tra l'azione altrui e la nostra reazione personale. Nel capitolo 8 ho citato Ruth Tiffany Barnhouse; lei dice bene che non siamo responsabili del peccato degli altri: noi soltanto siamo responsabili delle nostre reazioni personali. Le radici dell'odio, della rabbia e dell'amarezza che conserviamo verso l'offensore sono dunque nostra responsabilità - dobbiamo decidere se vogliamo abbandonare le nostre reazioni distruttrici attraverso il perdono. Questo perdono libera in noi la grazia di amare di nuovo e di cominciare ad accettare noi stessi alla luce del nostro genere e della nostra sessualità, dati da Dio.


/ III. Perdonare agli altri - sì, ma come?

I gradi del perdono
Prendete del tempo per personalizzare questa preghiera. Può essere anche utile che la persona che impartisce questo insegnamento utilizzi ciò che segue come un modello per la preghiera alla fine di una sessione d'insegnamento.


1. -- Domandate al Signore di rivelarvi le relazioni spezzate che necessitano del vostro perdono.


2. -- Padre celeste, io scelgo, di mia propria volontà, di perdonare a ...... . Gli(le) perdono per ...... (elencate specificatamente le offese).


3. -- Padre, ti prego di perdonargli(le) queste cose e di non imputagli(le) degli oneri a causa di ciò che mi ha fatto. Liberandolo(la) della sua colpa, ti prego di liberare pure lui(lei).


4. -- Padre, ti chiedo perdono per aver tenuto nel mio cuore del risentimento e dell'amarezza verso questa persona e di aver a lungo rifiutato di perdonarla. Ricevo ora il tuo perdono e ti prego di purificare il mio cuore.


5. -- Padre, scelgo anche di non persistere in un atteggiamento di non-perdono verso di te e di non avercela più con te per aver permesso che queste cose mi accadessero. Ti perdono, non perché tu abbia bisogno di essere perdonato, ma perché ho bisogno di farlo.


6. -- Padre celeste, se ci sono ancora dei sentimenti negativi in me verso questa persona, ti prego di purificarmene. Desidero aprirmi al tuo Santo Spirito affinché operi in me una purificazione, e mi abbandono a lui. Sostituisci le mie emozioni negative con il frutto del tuo spirito (l'amore, la gioia, la pace, la pazienza, ecc.).


7. -- Padre celeste, ti prego di guarire ora le zone ferite della mia anima. Guarisci la mia memoria di queste offese, affinché possa guardare indietro e vederle in modo realista, sapendo non solo che sono state dolorose, ma anche che tu, Signore, hai guarito ogni ferita. Utilizza queste esperienze per la guarigione di coloro che mi circondano.


8. -- Ed ora, Padre, ti chiedo di benedire ...... e di dargli(le) la tua abbondante misericordia. Fai prosperare ...... in tutte le maniere possibili: nel suo corpo, nella sua anima e nel suo spirito.
(Continuate a chiedere a Dio di benedire e di far prosperare questa persona finché siete guarito(a) da tutti i vostri sentimenti negativi verso di lei. Ed ogni volta che comincerete a provare qualcosa di negativo verso di lei, utilizzate questa occasione per benedire questa persona e intercedere per lei.)


- Letture raccomandate
Rileggete il capitolo 8 di "Pursuing Sexual Wholeness" ("Verso una sessualità riconciliata"). Leggete "Riallacciarsi con la famiglia: il dono del perdono" nell'appendice 5. Leggete il capitolo 4 di "The Broken Image" ("L'immagine spezzata") di Leanne Payne.


- Domande
1. Leggete questo corso con attenzione utilizzando la seconda parte come guida per valutare verso chi continuate ad essere arrabbiato. Identificate in cosa consiste la vostra sofferenza (domandate l'aiuto dello Spirito Santo) e pregate passando in successione i vari "gradi del perdono". Fatelo per il numero d'offese necessarie, ma fatelo almeno una volta.


2. In quale modo la vostra relazione con il genitore dello stesso sesso è stata influenzata nel modo in cui vedete voi stessi in quanto uomini o donne? Rispettate il vostro genitore dello stesso sesso? Qual'è il genere di sentimenti che sono legati a questa relazione? Avete ancora bisogno di perdonare? Se sì, fatelo utilizzando il corso come guida.


3. E che ne è della vostra relazione con il genitore del sesso opposto? Se è stata abusiva, o se c'è dell'ingarbugliamento nella relazione madre/figlio(padre/figlia), potete esprimere liberamente la vostra collera verso questo genitore? Cominciate il processo del perdono verso il genitore del sesso opposto durante il vostro tempo personale di preghiera.


4. Verso i vostri genitori siete più un bambino ferito o un adulto che cerca la riconciliazione? Avete bisogno del dono della divina obiettività?


5. Notate come Leanne Payne utilizza il perdono dato agli altri nella preghiera per la guarigione interiore con coloro che aiuta. C'è un esempio che potete mettere in parallelo con la vostra esperienza personale e il vostro bisogno di perdonare agli altri?


6. Cominciando a prendere coscienza del vostro bisogno di perdonare e pregare in questo senso, permettete al dolore di risalire alla superficie. 

E' necessario che facciate il lutto di ciò che non avete ricevuto nel vostro passato. Datevi la libertà di sentire la vostra collera di fronte alle ingiustizie commesse contro di voi. 
Poi cominciate a lasciare il Signore assorbire questa sofferenza man mano che perdonate. Tramite il perdono, egli ci dona la grazia di provare nuovamente e di guarire le nostre emozioni ferite.


- Note
(1) Tratto dal libretto di Steve Finn, "Forgiveness"
(2) Leanne Payne, "Crisis in masculinity", pag.53
(3) Leanne Payne, "Crisis in masculinity", pag.53
(4) Elisabeth Moberly, "Homosexuality", pagg.44-45
(5) Leanne Payne, "Crisis in masculinity", pagg.57-58