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domenica 30 dicembre 2007




IDENTITÁ E GENERE
 Intervista a
Lucetta Scaraffia


Agenzia FIDES – 24/11/2007



LUCETTA SCARAFFIA E'
 - Professore Associato di Storia Contemporanea all’Università La 
   Sapienza di Roma
 - Vice-Presidente dell’Associazione Scienza e Vita
 - Membro del Comitato Italiano di Bioetica 


  • Può spiegare in che modo la teoria del "gender" tende a trasformare radicalmente - come Lei ha affermato - la cultura occidentale? 
    Perché per la prima volta una tradizione culturale sostiene che l’umanità è un insieme di individui indifferenziati, invece di accettare la realtà, cioè che è costituita da due identità sessuali diverse, e proprio per questo fertili. Non c’è mai stata nessuna civiltà che ha negato questa evidenza, e negarla significa costruire una società sulla menzogna, significa dire che non c’è bisogno di questa differenza per procreare, e quindi per prolungare nel tempo un gruppo umano.

    • E' d'accordo con chi ritiene che il termine "genere", adottato in maniera indiscriminata nei documenti delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea, sia adoperato come una leva per scardinare l'idea tradizionale di famiglia e l'identità sessuale definita?
    Sono d’accordo. Anche se spesso chi usa il termine “gender” lo fa senza sapere l’ideologia ad esso sottesa, ma solo perché pensa che è più elegante di differenza sessuale. Adottando “gender” si diffonde l’idea che non ci siano due identità sessuali ma una situazione di indeterminatezza, cosicché ciascuno può decidere a quale sesso appartenere. L’idea è che l’identità sessuale sia completamente svincolata dalla realtà biologica del corpo, ma debba corrispondere solo al desiderio individuale.
       
    • Perchè la questione di "nascere sessuati" ha grande rilevanza nel "pensiero della differenza"? Che cos'é il "pensiero della differenza"? 
      Il pensiero della differenza è quello che contraddistingue una corrente femminista che – invece di cercare di uniformare le donne al modello maschile – chiede che venga valorizzata la loro differenza. Il contrario del “gender”, quindi.

      • Dale O'Leary afferma che la ragion d'essere della teoria del "gender" è essenzialmente sul piano politico, per la sua utilizzabilità ai fini della totale normalizzazione della sessualità omosessuale. E' d'accordo? 
      Non del tutto. La teoria del “gender” è nata come funzionale al movimento femminista: se non c’è differenza sessuale, se non ci sono diversità fra gli esseri umani, tutti sono uguali, quindi non ci sono ragioni per negare alle donne l’emancipazione. E’ stato come se, invece di chiedere uguali diritti nella diversità si volesse negare la diversità per fondare l’uguaglianza dei diritti. Dopo le donne, certo, sono venuti gli omosessuali, che avevano il problema di una identità svalorizzata da cui liberarsi. E, attraverso il “gender”, ci sono riusciti. 


      MONDO AL CONTRARIO
      • Se la teoria del "gender" introduce un cambiamento così profondo, perchè, a Suo avviso, se ne parla così poco, almeno rispetto alla sua finalità, nel dibattito politico e culturale?
      Perché molti non sanno, non sono consapevoli, del pericolo che comporta. Ma anche perché combattere la teoria del gender significa essere considerati ignoranti, fuori dal mondo, ottusi conservatori, e molti non hanno voglia di pagare questo prezzo per dire la verità.


      Esiste, a suo avviso, la possibilità di arginare gli effetti che appaiono così devastanti della teoria del gender?
        Dicendo la verità, spiegando sempre cosa significa, e denunciando la menzogna che è nascosta dietro alle richieste degli omosessuali di sposarsi, avere figli, ecc.  Non si tratta di matrimonio, perché il matrimonio c’è solo per le coppie di sesso diverso – le uniche potenzialmente fertili - e non ci sono figli di due persone dello stesso sesso: al massimo, di una delle due. L’idea di famiglia che viene imposta a questi bambini è sbagliata, è falsa. E vivere nella falsità li danneggia, inibisce il loro sviluppo psichico dalla prima infanzia.
         

        (Dossier a cura di D.Q. – Agenzia Fides 24/11/2007)

        sabato 29 dicembre 2007

        Omosessualità- Intervista a Lucetta Scaraffia




        IDENTITÁ E GENERE
         Intervista a Lucetta Scaraffia


        Agenzia FIDES – 24/11/2007



        LUCETTA SCARAFFIA E': 
         - Professore Associato di Storia Contemporanea all’Università La Sapienza di Roma
         - Vice-Presidente dell’Associazione Scienza e Vita
         - Membro del Comitato Italiano di Bioetica


        Può spiegare in che modo la teoria del "gender" tende a trasformare radicalmente - come Lei ha affermato - la cultura occidentale? 
        Perché per la prima volta una tradizione culturale sostiene che l’umanità è un insieme di individui indifferenziati, invece di accettare la realtà, cioè che è costituita da due identità sessuali diverse, e proprio per questo fertili. Non c’è mai stata nessuna civiltà che ha negato questa evidenza, e negarla significa costruire una società sulla menzogna, significa dire che non c’è bisogno di questa differenza per procreare, e quindi per prolungare nel tempo un gruppo umano.

        • E' d'accordo con chi ritiene che il termine "genere", adottato in maniera indiscriminata nei documenti delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea, sia adoperato come una leva per scardinare l'idea tradizionale di famiglia e l'identità sessuale definita?
        Sono d’accordo. Anche se spesso chi usa il termine “gender” lo fa senza sapere l’ideologia ad esso sottesa, ma solo perché pensa che è più elegante di differenza sessuale. Adottando la teoria del “gender” si diffonde l’idea che non ci siano due identità sessuali ma una situazione di indeterminatezza, cosicché ciascuno può decidere a quale sesso appartenere. L’idea è che l’identità sessuale sia completamente svincolata dalla realtà biologica del corpo, ma debba corrispondere solo al desiderio individuale.

        • Perché la questione di "nascere sessuati" ha grande rilevanza nel "pensiero della differenza"? Che cos'è il "pensiero della differenza"? 
        Il pensiero della differenza è quello che contraddistingue una corrente femminista che – invece di cercare di uniformare le donne al modello maschile – chiede che venga valorizzata la loro differenza. Il contrario del “gender”, quindi.

        • Dale O'Leary afferma che la ragion d'essere della teoria del "gender" è essenzialmente sul piano politico, per la sua utilizzabilità ai fini della totale normalizzazione della sessualità omosessuale. E' d'accordo? 

          Non del tutto. La teoria del “gender” è nata come funzionale al movimento femminista: se non c’è differenza sessuale, se non ci sono diversità fra gli esseri umani, tutti sono uguali, quindi non ci sono ragioni per negare alle donne l’emancipazione. E’ stato come se, invece di chiedere uguali diritti nella diversità si volesse negare la diversità per fondare l’uguaglianza dei diritti. Dopo le donne, certo, sono venuti gli omosessuali, che avevano il problema di una identità svalorizzata da cui liberarsi. E, attraverso il “gender”, ci sono riusciti.
           
          MONDO AL CONTRARIO
          Se la teoria del "gender" introduce un cambiamento così profondo, perchè, a Suo avviso, se ne parla così poco, almeno rispetto alla sua finalità, nel dibattito politico e culturale?

          Perché molti non sanno, non sono consapevoli, del pericolo che comporta. Ma anche perché combattere la teoria del gender significa essere considerati ignoranti, fuori dal mondo, ottusi conservatori, e molti non hanno voglia di pagare questo prezzo per dire la verità.

          Esiste, a suo avviso, la possibilità di arginare gli effetti che appaiono così devastanti della teoria del gender?



          Dicendo la verità, spiegando sempre cosa significa, e denunciando la menzogna che è nascosta dietro alle richieste degli omosessuali di sposarsi, avere figli, ecc.  Non si tratta di matrimonio, perché il matrimonio c’è solo per le coppie di sesso diverso – le uniche potenzialmente fertili - e non ci sono figli di due persone dello stesso sesso: al massimo, di una delle due. L’idea di famiglia che viene imposta a questi bambini è sbagliata, è falsa. E vivere nella falsità li danneggia, inibisce il loro sviluppo psichico dalla prima infanzia.
           

          (Dossier a cura di D.Q. – Agenzia Fides 24/11/2007)

          giovedì 27 dicembre 2007

          Omosessualità: riallacciare i rapporti con la famiglia



          RIALLACCIARE I RAPPORTI 
          CON LA FAMIGLIA:  
          IL DONO DEL PERDONO






          Rientrare a casa per Natale può essere una benedizione limitata. L'attesa della gioia che potete vivere celebrando la nascita di Cristo con la vostra famiglia può entrare in conflitto con dei problemi non risolti tra voi e la vostra famiglia, in particolare con i vostri genitori. E' sufficiente in genere graffiare la superficie perché quelle questioni non risolte appaiano. Eppoi esse affiorano nel momento in cui meno ve lo aspettate, forse durante una conversazione. Il dolore che provate nel cuore durante queste conversazioni familiari atterra la gioia della festa.

          Ma ad un livello più profondo, le questioni in sospeso minano la vostra integrità personale. Il risentimento e l'amarezza legate alle ferite inflitte tra i membri della famiglia e l'attesa spesso irrealistica che vi spinge a credere che la famiglia dovrebbe essere diversa, frammentano il cuore stesso del vostro essere. Tutto ciò vi amputa della vostra eredità di essere umano e soffoca la gioia che potrebbe esistere con coloro dai quali avete ricevuto la vostra eredità. Aver veramente chiarezza di ciò che la vostra famiglia è stata, e ciò che è nel presente, è un passaggio fondamentale verso l'integrità personale. 


          - Identificare le pecche che ci separano gli uni dagli altri

          Prima che possiate riconciliarvi con la vostra famiglia, dovete innanzitutto discernere ciò che è stato spezzato. Per alcuni, è il più difficile di tutti i passi. In quanto cristiani, abbiamo spesso ereditato certi "valori" che ci spingono a negare che gli altri abbiano potuto ferirci, in particolare i membri della nostra famiglia.


          Abbiamo la tendenza a concentrarci talmente sul modo in cui abbiamo peccato personalmente che omettiamo di riconoscere e di discernere come gli altri abbiano potuto peccare contro di noi. E quando pensiamo ai membri della nostra famiglia, possiamo in qualche modo dare "un colpo di spugna" sulle ingiustizie ricevute, razionalizzandole e dichiarando: "hanno fatto tutto ciò che hanno potuto." Da un lato, è vero; dall'altro, questa affermazione non aiuta per nulla "il bambino ferito interiore", che continua a rodere il freno quand'è in famiglia e ad averla con i suoi membri per le ferite che gli sono inflitte.


          E' spesso difficile identificare le pecche perché certe ferite passate non ricadono necessariamente nella categoria di "peccato altrui". Molte ferite di cui avete fatto esperienza nelle vostre relazioni con la vostra famiglia, in particolare con i vostri genitori, non sono state viziosamente e deliberatamente inflitte da loro. Le ferite possono riferirsi a un periodo prolungato di negligenza affettiva, ad una mancanza di accettazione e d'incoraggiamento da parte dei vostri genitori, o ancora alla vostra percezione di un peccato di un membro della vostra famiglia verso un altro, in un modo che vi ha direttamente influenzato(a) (per esempio, degli abusi nella vita coniugale dei vostri genitori).


          Ciò che voglio dire con tutti questi esempi, è che i vostri genitori e fratelli e sorelle sono stati imperfetti nel modo in cui vi hanno trattato(a) e che vi hanno talvolta involontariamente ferito(a). E' importante che nominiate queste ferite, se volete esserne liberi. Chiedete al Signore di aiutarvi in questa esplorazione personale; fate pure ricorso, se necessario, all'assistenza di un amico o di un consigliere nel quale avete fiducia. Fate ciò nella speranza che il bambino interiore ferito e smarrito cessi presto di essere il vostro punto di riferimento principale nelle vostre relazioni con la vostra famiglia. 
          Il fatto di nominare le ferite che hanno segnato il vostro bambino interiore è il primo passo per liberare questo bambino e permettergli di riprendersi in voi e di amare di cuore la vostra famiglia.



          - Affrontare il peso e le conseguenze della ferita

          Datevi del tempo e dello spazio per provare ciò che vuol dire non essere perfettamente amato(a) da un genitore, un fratello o una sorella.  
          Non allontanatevi troppo rapidamente dal dolore che accompagna le ferrite che avete identificato. Parlatene a Dio. Parlate della vostra ferita a Dio e a un amico degno di fiducia; picchiate un cuscino per cominciare a liberarvi della collera nascosta dentro di voi, di questa collera originata dal fatto che non avete ottenuto ciò di cui avevate disperatamente bisogno e che vostro padre o vostra madre non vi hanno dato. A volte, occorrerà fare il lutto dell'amore e della stima che non avete potuto ricevere a causa di una rottura nella relazione con un membro della vostra famiglia.

          Cominciate a nominare i tratti di carattere che considerate come spiacevoli o decisamente ributtanti nel membro della famiglia che vi ha ferito(a). Potreste essere sorpresi di constatare che il non-perdono che continuate a serbare riguardo a colui o colei che vi ha ferito(a), in particolare se si tratta di un genitore, può predisporvi a sviluppare le stesse caratteristiche che detestate tanto in lui o in lei. 

          Steve Finn, pioniere nell'applicazione del perdono all'interno di una terapia cristiana, ha scritto:
          "Abbiamo la tendenza a diventare esattamente come colui o colei al quale serbiamo rancore. Siamo come condannati a vivere un giorno quello che non riusciamo a perdonare nell'altro. La fragilità del non poter perdonare qualcun altro indica che abbiamo la stessa debolezza in noi. Se non ci perdoniamo gli uni gli altri, lo stesso aspetto che giudichiamo nell'altro diventerà nella nostra propria vita un aspetto nel quale la grazia di Dio sarà inibita."


          Quando ci distacchiamo da un genitore a causa di una ferita passata, possiamo in questo modo perpetuare in noi le stesse caratteristiche negative presenti in coloro che hanno contribuito a ferirci. Come spiega chiaramente Steve Finn, il non-perdono crea in noi lo stesso acciecamento che colpisce colui o colei al quale non perdoniamo.
          Ci leghiamo alle loro fratture, incapaci di far loro grazia del loro peccato e la loro mancanza d'amore, incapaci di far grazia a noi stessi. Alla fine, rifiutiamo noi stessi, poichè non possiamo rifiutare un membro della famiglia, in particolare un padre o una madre, senza distaccarci da una parte vitale di noi stessi.

          "Odiare un genitore è, in fin dei conti, odiare se stessi."

          E' soltanto quando abbiamo nominato le ferite e gli orribili tratti di carattere dell'offensore, e che gli abbiamo perdonato, che possiamo avere la libertà di riconciliarci con lui o con lei, come pure con noi stessi.



          - Perdonare all'offensore
          La fase seguente comprende la necessità di applicare la grazia di Gesù all'offesa e all'offensore attraverso il perdono. Nello stesso modo con cui siamo stati liberati dal nostro peccato personale ricevendo il sacrificio purificatore di Gesù sul calvario, siamo liberi dai peccati interpersonali applicando la sua opera purificatrice a colui o colei che ha peccato contro di noi (Matteo 18,23-33). Ad un livello più fondamentale, questo genere di perdono esige che rinunciamo al nostro diritto di attaccarci al ruolo divino di giudice rispetto all'0ffensore e a tutti i sentimenti di vendetta e di amarezza ancora profondamente radicati in noi.
          L'opera che Gesù ha compiuto sulla croce per tutti i peccatori, compreso colui o colei che ha peccato contro di voi, diventa piuttosto il luogo dove potete deporre quel fardello che costituisce la vostra mancanza di perdono. 


          Lasciate che Gesù prenda il posto che gli spetta di diritto, quello di Signore e Redentore dell'offesa e dell'offensore. Egli leva dalle vostre spalle il giogo pesante e distruttore del vostro "diritto" naturale a rendere i colpi. Lo sostituisce con la sua croce, che comincia a compiere la sua opera nelle fenditure e fessure delle vostre relazioni frantumate, e a donarvi una grazia, una forza e un'obiettività nuove riguardo al vostro offensore.
          Invece di conoscere soltanto il dolore e la rabbia verso di lui(lei), cominciate a vederlo(a) innanzitutto attraverso ciò che Gesù ha fatto per lui(lei). E' la croce, e non l'offesa, che diventa il più grande simbolo che detterà la vostra reazione davanti all'offensore. Il bambino spezzato in voi - che barcolla ancora con la sua reazione al peccato dell'altro - si radica e si fonda nella grazia di Gesù verso l'offensore. Il perdono libera il bambino interiore perché emerga dalla sua immaturità e dalla sua posizione soggettiva; il bambino è libero di tenersi in piedi e di cominciare ad amare il membro della famiglia in modo appropriato.


          - Un'accettazione che guarisce 
          Avendo identificato l'offesa e l'offensore, avendo perdonato loro, siete ormai liberi di accettare semplicemente questo membro della famiglia così com'è. Cominciate ad avere una prospettiva nuova e ispirata della grazia; questa grazia che vi solleva dal vostro peccato e dalla vostra mancanza d'amore è la stessa che Gesù offre all'offensore. Scoprite che l'offensore non ha il monopolio del peccato e della debolezza: potete infatti rivaleggiare con lui in questo campo. Riconoscendo ciò, cogliete semplicemente un'altra occasione di applicare a voi stessi l'opera di guarigione di Gesù sulla croce, proprio come l'avete fatto per l'offensore. La vostra relazione è allora sottomessa all'autorità di Gesù. Anche se questa autorità non è espressa verbalmente e se non esiste che da parte vostra - cosa che è inevitabilmente il caso quando il membro della famiglia è non-credente - cominciate ad accettare questa persona sulla base della grazia che Gesù vi offre.

          Un'altra meravigliosa presa di coscienza si produce in tal caso. Scoprite che il membro della vostra famiglia con il quale avete avuto dei problemi fino allora, ha anche delle grandi qualità! Essendo stati recisi i legami nei quali vi teneva il vostro non-perdono, siete ormai libero di accettare ciò che è veramente buono in lui(lei). Per la prima volta, cominciate a ricevere delle cose buone da parte sua.

          Con vostra sorpresa, e forse lentamente, scoprite che alcune qualità che possiede sono anche le vostre: un'eredità ispirata da Dio che vuole che abbiate. Appropriarvi dell'eredità che avete ricevuto dalla vostra famiglia è un elemento centrale per la vostra propria integrità in quanto essere umano.
          Siccome non siete più una parte separata dal tutto, potete ora identificarvi a questa vita dalla quale siete nato(a) ed integrarla completamente in voi stessi. L'integrità personale ne è la conseguenza. Il bambino in voi si riunisce così di tutto cuore a voi imparando ad amare e ad essere amato nel seno della vostra propria famiglia.
          Che la vostra permanenza a casa per le vacanze sia riempita della grazia e della presenza guaritrice di Dio! 


          - Ritorno a casa: perdonare ai propri genitori ed accettarli. 
          Il processo che mi ha portato a ritovare l'unità con i miei genitori e la loro amicizia è stato un lavoro lungo e continuo. Sono cresciuto restando in un certo modo distaccato da mio padre e da mia madre; non ero veramente connesso a loro, sebbene mi avessero nutrito e si fossero presi cura di me lungo la mia infanzia. Durante i miei anni di liceo, mi sono chiuso ad ogni forma di amore da parte loro e mi sono spesso sentito incompreso. Giunto alla ventina, non mi è stato difficile raccogliere tutte le mie cose nella nostra casa innevata e fredda del Midwest e di prendere la via del sole californiano. I molti chilometri che ci separavano corrispondevano ora alla nostra separazione affettiva.

          In California, ho cercato di placare il mio isolamento emozionale accettando uno stile di vita risolutamente omosessuale. Ciò non ha fatto che aumentare il distacco che provavo dinanzi ai miei genitori, perché tenevo il segreto riguardo ai miei peccati sessuali. Dopo aver diverse volte tentato di trovare l'amore e la sicurezza affettiva attraverso relazioni omosessuali, mi sono ritrovato in uno stato di totale sconfitta spirituale ed emozionale ed ho chiesto aiuto a Desert Stream.


          Tre anni fa Dio ha grandemente utilizzato il programma Living Waters per aiutarmi a riconciliarmi con lui come pure con i miei genitori. Nel corso delle prime sessioni del programma Dio mi ha rivelato una delle radici del distacco che caratterizzava la mia relazione con i miei genitori e il rifiuto della mia propria identità sessuale.

          Ho chiesto a Dio di perdonarmi per l'odio che avevo serbato verso i miei genitori per tutti quegli anni ed ho pregato per poterli perdonare; ho potuto anche essere liberato da un legame di amarezza provocato da questo trauma. Ho continuato a crescere e a pregare per le mie relazioni con i miei genitori. Dio ha risposto alle mie preghiere e mi ha rivelato altri ambiti della mia vita che avevano bisogno di guarigione. 
          Dopo diversi viaggi a casa, ho scoperto che malgrado i cambiamenti che Dio aveva compiuto nella mia vita, mi era molto facile ritornare alle abitudini di un tempo e alle mie vecchie relazioni con i miei genitori. Non vedevano la mia crescita, i miei cambiamenti? Perché non erano  cambiati e non erano cresciuti? Ritornavo ogni volta in California frustrato, perché le mie permanenze a casa non erano ciò che mi ero aspettato. Dio mi chiese allora di rinunciare alle mie attese, di permettere ai miei genitori di essere se stessi, così com'erano, senza cambiare. Di nuovo, ho confessato il mio peccato e ridato i miei genitori al Signore.


          Un giorno che pregavo con il mio consigliere spirituale, Dio gli ha dato una visione dei miei genitori; si trovavano su un lato di una radura, in mezzo ai boschi, ed io dall'altro lato. Pregando, mi sono visto avanzare verso il centro della radura. I miei genitori mi hanno incontrato là, nel mezzo. Dio mi ha mostrato con questa visione che ero altrettanto responsabile del distacco continuo nella mia relazione con loro. 

          Se accettavo di fare un passo, i miei genitori mi avrebbero incontrato nel mezzo. Era la parte più rischiosa, perché vedevo, e vedo ancora, a che punto sono responsabile di aprirmi e di mantenere la comunicazione con i miei, senza imporre loro le mie attese. Non posso aspettare che diventino i genitori che voglio che siano. Ma posso parlare loro della mia vita e dell'opera che Dio fa in me. Ho allora cominciato a parlar loro dei cambiamenti della mia vita, buoni e cattivi; faccio loro sapere chi sono realmente, e la visione del Signore è vera. Hanno reagito molto meglio di quanto potevo immaginare. So che Dio non ha ancora terminato con me, ma una vera guarigione e una vera riconciliazione hanno molte più possibilità di avverarsi, perché adesso amo mio padre e mia madre.


          - Le mani della Grazia: Ricevere la Grazia di perdonare

          La prima volta che ho sentito il canto "Perdonami" di Reba Rambo e Donny McGuire, ho avuto l'impressione di uscire da una prigione. Torrenti d'emozioni sono sgorgati in me. Erano delle emozioni che non mi ero mai permesso di provare da anni: sofferenza, sentimenti di odio, di rabbia, di solitudine, di rifiuto. Come potevo perdonare, porgendo "mani di grazia", come questo cantico mi invitava a fare?

          Avevo negato le mie emozioni per talmente tanto tempo che ero terrorizzato all'idea di affrontare la realtà del mio dolore e di perdonare a coloro che me l'avevano fatta subire. Non cessavo di dire a me stesso: "Non devo perdonare a nessuno - non c'è mai stato niente di male nelle mie relazioni - non sono mai stato arrabbiato con nessuno." 
          Dio ha dovuto attendere a lungo prima di mostrarmi che i miei sentimenti erano legittimi. Grazie alla perseveranza di Dio, ho potuto iniziare a prendere la via del perdono.

          Abbiamo cominciato con mio padre. Mi è stato estremamente doloroso guardarlo onestamente, perché l'avevo molto idealizzato. Non poteva far nulla di male. Quando ho preso coscienza di ciò che avevo provato veramente al momento del divorzio dei miei genitori, sono entrato in contatto con la mia rabbia contro mio padre. Avevo bisogno di affrontare questa rabbia prima di poter perdonare a mio padre.

          Ero arrivato a credere che le mie relazioni erano confuse e caotiche a causa della partenza di mio padre. Mi ero soltanto concentrato sul perdono che dovevo dargli. E' soltanto l'anno scorso che ho cominciato a pensare all'influenza di mia madre nella mia vita e al fatto che avevo forse bisogno di perdonare anche lei! Mi ero sempre detto che lei aveva raccolto i pezzi che mio padre aveva lasciato... e che aveva fatto del suo meglio. Dei sentimenti di rabbia hanno cominciato ad emergere in me. La statua di "supermamma" che avevo eretta stava crollando.
            
          Questa presa di coscienza mi toccava nel più profondo del mio essere, ma Dio operava in me con tenerezza e dolcezza. Più procedevo in questo itinerario di perdono, più mi mostrava come mi amava. Quando guardavo al mio passato, più il dolore che esigeva il perdono diventava intenso, e più Dio mi rivelava l'incredibile profondità del suo amore per me. Questo amore ha contribuito a fare della nostra relazione una relazione di fiducia. 


          Sono ancora in un processo di perdono nei confronti di mia madre. Il semplice fatto di vedere a che punto le avevo dato uno status di totale immunità ha trasformato i miei contatti quotidiani con lei. Ora so perché c'è stata tanta rabbia in me che non potevo spiegare. Semplici cose, come parlarle al telefono o passare del tempo con lei, mi provocavano un impeto di rabbia. Quando il Signore mi mostra qual'è la prossima fase, ho l'impressione di non poter fare un passo di più. Provo della collera: "E se lei mi chiama quando sto affrontando i miei problemi?" La paura dura adesso meno tempo, perché ho imparato a dare più fiducia al Signore. 

          Con la grazia di Dio e la preghiera dei miei amici, potrò, un giorno, manifestare a mia madre i sentimenti che non ho mai potuto esprimerle prima. Egli mi dà la capacità di perdonare e di porgere le "mani di grazia" che mi hanno offerto il perdono.

          sabato 22 dicembre 2007

          Omosessualità - Una Storia - V Parte


          UNA STORIA - V PARTE
          - CRISTO IN NOI -

          Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere,
          perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro.
          (Gesù che parla al Padre di voi e di me)
          Giovanni 17,26



          La potenza della grande verità: "Cristo in voi, speranza della gloria" (Colossesi 1,27) divenne una realtà tangibile in me qualche mese dopo quell'effusione dello Spirito Santo che cambiò la mia vita. A quel tempo avevo già preso l'abitudine di cominciare ogni mia giornata mettendomi davanti a Dio attraverso la lettura della Parola e la preghiera.

          Dopo aver letto "La pratica della presenza di Dio" di Frate Laurent e i racconti del cammino spirituale di Frank C.Laubach, decisi di incominciare a mettere in pratica alcune cose che avevano fatto e d'invocare il nome di Gesù il più spesso possibile.

          Innanzitutto decisi di invocare il suo nome almeno una volta per ogni ora della giornata. Gradualmente sarei passato a una volta ogni mezz'ora, poi a tutti i quarti d'ora, poi ad ogni minuto. All'inizio, naturalmente, fallii miseramente nell'intento, lasciando passare delle ore senza pensarci. Allora, semplicemente, ricominciavo di nuovo, assicurandomi di non infliggermi false colpe per le mie dimenticanze. Dopo un po' scoprii che se dimenticavo di praticare la presenza di Dio, lo Spirito Santo me lo ricordava. Più di una volta mi svegliai al mattino per sentire lo Spirito in me invocare il nome di Gesù. Presto mi accorsi che ogni volta che i miei pensieri vagavano, andavano verso di lui.

          Mentre praticavo deliberatamente la presenza di Dio alzando gli occhi, distogliendoli da me stesso e invocando il nome di Gesù il più spesso possibile, cominciai a notare la bellezza del mondo attorno a me: nei miei studenti, nel mio gatto, nel paesaggio del sud-est dell'Ohio.
          Un pomeriggio di primavera fui presente a una riunione nell'ufficio del preside della facoltà di arti drammatiche dell'università in cui insegnavo. Gli altri membri del corpo insegnante occupavano le sedie poste tutt'attorno la cattedra del preside. Dietro a lui c'era una grande finestra panoramica con le tende totalmente scostate. La neve dell'inverno si era sciolta e delle piccole gemme verdi coprivano i rami degli alberi.

          Poco dopo l'inizio dell'incontro i miei pensieri si misero a vagare. Cominciai a ringraziare Gesù per la bellezza della sua creazione e per gli alberi ingemmati davanti alla finestra. Notando che non prestavo tutta l'attenzione a ciò che si stava dicendo, il preside mi chiese: "Mario, è tra di noi?" "Mi scusi", risposi.

          Mentre la riunione proseguiva, feci molta attenzione a non guardare più fuori dalla grande finestra panoramica. Siccome però mi prese un altro momento di noia, mi misi allora a guardarmi le mani e a pizzicare con delicatezza la pelle di ognuna delle nocche della mia mano sinistra col pollice e l'indice della mano destra. Mentre tenevo questo minuscolo pezzo di pelle tra le dita, pensai tra me: "La bontà e la realtà di Dio mi giungono tramite questa scena primaverile che ho visto dalla finestra; ma quanto più bello e reale è lo Spirito di Dio che dimora in questo pezzetto di pelle!"

          Improvvisamente il significato della presenza viva di Cristo in me m'investì come un'onda d'acqua viva. Compresi allora che se lo Spirito di Dio viveva misteriosamente in quel minuscolo pezzetto di pelle della mia nocca, la sua presenza permeava pure ogni cellula e fibra del mio corpo, che lo sentissi o no. Le parole dell'apostolo Paolo in 1Corinzi 6,19-20 si riversarono in me come sangue vivificante: "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo! Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!"

          Mentre questa verità continuava ad espandersi nella mia mente, guardai la punta rosea del mio dito e mi resi conto che se tutto ciò che avevo dello Spirito di Dio dimorante in me fosse stato nella punta di quel dito, avrei avuto sufficiente potenza divina per essere guarito. A partire da quel momento seppi nel più profondo del mio cuore che sarei stato totalmente guarito dalla mia omosessualità. E in fin dei conti lo fui. Una gioia immensa sgorgò da dentro di me. Devo esser stato raggiante di pia meraviglia.

          A mia insaputa, il preside aveva dato qualche occhiata furtiva verso di me per tutto quel tempo. Mentre fissavo con meraviglia la punta del mio dito e la realtà della potenza di Dio che vi dimorava, mi domandò con un tono di voce accentuatamente incuriosito: "Mario, cosa mai le sta succedendo?"
          Imbarazzato per essere stato ancora sorpreso in flagrante disattenzione, risposi: "Oh, non lo capireste, se ve lo dicessi." "Provateci", disse ironicamente.
          Non trovando nessun altro termine per descrivere la scoperta di questa verità vecchia come il mondo, mi rivolsi gioiosamente a lui e ai miei colleghi rispondendo con un'espressione che avevo imparato da Leanne Payne: "Ho appena capito che cos'è la realtà incarnazionale!"

          Il suo viso divenne completamente privo d'espressione e mi fissò così per diversi secondi. Poi sbattè gli occhi alcune volte e volse lo sguardo altrove senza dire una parola. La riunione riprese semplicemente il suo corso.
          Da quel giorno in poi mi relazionai col mio corpo in un modo totalmente diverso. Non era soltanto un corpo; era il tempio dello Spirito Santo. Ogni volta che avevo un desiderio carnale peccaminoso mi rifiutavo di disprezzare il mio corpo per questo. Praticavo invece la presenza dello Spirito Santo dimorante in me e fissavo il mio sguardo su Gesù finché il desiderio e la tentazione non cessavano. Non si tratta qui né di belle promesse piantate in aria, né di teologia esoterica. Si tratta di una realtà terra a terra, pratica e veramente normale, accessibile ad ogni cristiano.

          L'unione con Cristo

          Quando da adolescente iniziai per la prima volta una relazione personale con Gesù, non ricevetti alcun insegnamento sulla nostra unione con Cristo per mezzo dello Spirito Santo che dimora in noi. Fu soltanto dieci anni più tardi, dopo aver assistito al corso di formazione per adulti di Leanne Payne ed essere stato in seguito riempito potentemente dallo Spirito Santo in quella chiesetta dell'Ohio, che presi coscienza della realtà che "un Altro vive in me". Questa realtà è una verità fondamentale per la guarigione della persona.

          Ogni cristiano ha in sé un luogo interiore sano, quell'intimo posto in cui è in unione con Cristo. Riferendosi a chi lo amava, Gesù disse: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Giovanni 14,23). A partire da questa dimora in noi possiamo metterci all'ascolto del nostro cuore e di tutto ciò che contiene. Il cristiano che scopre dopo la sua conversione che il suo cuore è pieno di immondizia (come fu per me) è attrezzato per far ordine in tutta quella confusione, una volta che ha la certezza che c'è questo luogo sano dentro di lui, quel posto in cui Gesù e il Padre hanno stabilito la loro dimora.

          Delle ottanta volte in cui la parola "unione" appare nel Nuovo Testamento in inglese corrente, settantanove si riferiscono all'unione del credente con Cristo. Uno dei miei professori in seminario ricorda costantemente agli studenti che il concetto del nostro "essere in Cristo" è talmente diffuso nelle lettere di San Paolo che praticamente compare ad ogni pagina.

          Questa unione mistica tra il credente e Dio è la realtà che ci permette di essere trasformati dall'interno. Non dev'essere in nessun caso confusa con il monismo, che afferma che Dio è in tutte le cose, o con le idee (gnostiche) della New Age che sostengono che l'uomo è o diventa Dio. Come il teologo ortodosso padre Kallistos Ware ha detto: "Sebbene unito al divino, l'uomo resta uomo; non è né inghiottito né annichilito..." 1*

          Questa unione con Cristo fortifica la vita di preghiera del credente. Il teologo evangelico dott.Donald Bloesch scrive:
          Esiste un altro modo col quale Cristo rende possibile una vita di preghiera autentica: dimorando nel cuore del credente. Non soltanto intercede per noi in Cielo, ma con il suo Spirito egli prende dimora nel più profondo del nostro essere. Possiamo quindi rivolgerci a lui con fiducia e sicurezza perché egli è infinitamente vicino. San Paolo ricorda al suo uditorio: "Non riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?" (2Corinzi 13,5). Egli proclama con piena fiducia: "Cristo in voi, speranza della gloria" (Colossesi 1,27). Dentro all'essere di ogni cristiano c'è una luce, una voce interiore che ci spinge alla preghiera. E questa presenza interiore è un rifugio costante nei tempi di prova e di tribolazione. 2*

          Fu la realtà di Cristo nel credente che permise ai primi cristiani di subire il martirio con quella tale gioia. Nell'anno 202 l'imperatore romano Settimio Severo promulgò un editto che proibiva la diffusione del cristianesimo. Questo editto era diretto in particolar modo contro i nuovi convertiti e chi li istruiva. Una nuova convertita, Felicita, era incinta al momento del suo arresto. Fu imprigionata per molti mesi e durante questo tempo diede alla nascita una bambina. Vedendola gemere per i dolori del parto, i suoi carcerieri le chiesero come pensava che avrebbe potuto affrontare le belve nell'arena. Ella rispose: "In questo momento le mie sofferenze sono soltanto mie. Ma quando affronterò le belve ci sarà un Altro che dimorerà in me e che soffrirà per me perché io soffrirò per lui". 3*

          Questa realtà di "un Altro che dimora in me" fu d'importanza chiave nella mia guarigione dall'omosessualità, ed è la chiave per la guarigione di tutti. Qualsiasi fosse il ricordo orribile che mi risaliva alla mente, il peccato ignobile che mi veniva rivelato all'interno del mio cuore, il pensiero meschino o ridicolo che mi passava per la testa, il dolore ossessivo e lancinante che mi sommergeva, sapevo ormai che Cristo viveva in me. Certo della presenza di "un Altro che dimora in me", ebbi il coraggio di affrontare le belve dell'arena del mio cuore. Quel luogo sano dove Gesù dimorava in me era il mio vero centro.

          Diventare maturi

          La Bibbia ci chiama a diventare maturi in Cristo, ad abbracciare questo processo che dura tutta la vita. In Efesini 4,13, "finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo prefetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo", la parola "perfetto", téleios, è pure talvolta tradotta come "grande" o "adulto". 4* Noi non raggiungiamo la piena maturità né al momento della nostra conversione né mentre siamo da questa parte del Cielo. Durante il nostro viaggio qui sulla terra continuiamo piuttosto a crescere nella pienezza di Cristo. Si potrebbe pure chiamare questa crescita "identificazione con Cristo" o "santificazione".

          La santificazione è il processo del diventare santi con lo scopo ultimo di essere simili a Gesù. Per il cristiano, ogni divenire è incarnazionale: si tratta di una Vita che ci viene riversata dall'alto. Questa Vita è Gesù. Per questo motivo tutti i cristiani, e non soltanto l'apostolo Paolo, possono proclamare con gioia: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Galati 2,20).
          Il processo di identificazione con Cristo permette al credente di scoprire la sua vera identità. Il prodotto finale di questa identificazione è un'identità, ciò che la "New English Bible" chiama "il vero sé". Gesù disse: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi si preoccuperà della propria sicurezza sarà perduto, ma chi perderà se stesso per causa mia troverà il suo vero sé" (Matteo 16,24-25, traduzione letterale della NEB). Mentre agli occhi del mondo sembra aver perduto se stesso, il cristiano trova paradossalmente il suo vero sé seguendo Gesù.

          Il vero sé è il risultato di un ordine nuovamente creato nel quale gli esseri umani diventano figli di Dio a somiglianza del Figlio di Dio, "il primogenito tra molti fratelli" (Romani 8,29). Il viaggio della vita è quello dell'identificazione con Cristo. Nella gloria della fine dei tempi saremo simili a lui, liberi da ogni peccato e totalmente puri.
          Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli (Gesù) è puro. (1Giovanni 3,2-3)

          Proprio come il vero sé (o la nuova creatura, o l'uomo nuovo) è colui che è in unione con Cristo, il falso sé (o l'uomo vecchio) è colui che è in unione con Adamo. Comunque, la nostra unione con Adamo non è menzionata che una sola volta nel Nuovo Testamento (1Corinzi 15,22). Per questa ragione il cristiano evidenzia l'esistenza del vero sé in unione con Cristo mentre muore giornalmente al falso sé in unione con Adamo. La nostra identità primaria è quella di santi, non di peccatori.

          La capacità di obbedire

          In quanto Emmanuele, Gesù Cristo è Dio con noi. In quanto presenza che dimora in noi, lo Spirito Santo è Dio in noi. Siccome Dio è presente sia con noi che in noi, diciamo che è immanente: un aspetto centrale di ciò che significa essere un Dio personale. Tuttavia Dio può essere immanente soltanto perché è anche trascendente. E' sempre presente perché è "totalmente altro", diversamente da ogni cosa creata. Allo stesso modo è il Signore del Cielo e della Terra. In quanto Signore onnipotente, il Padre Celeste è quella fonte obiettiva che ci dice chi siamo realmente. Siccome lo Spirito Santo dimora in noi, la Parola di Dio ha un posto dentro la nostra anima e da lì porta frutto.

          Diventiamo maturi quando obbediamo a Dio. Con gli occhi distolti da noi stessi e diretti all'esterno, verso il Cielo, riceviamo da Dio quella parola oggettiva alla quale dobbiamo obbedire se vogliamo diventare maturi. In ogni cristiano il vero sé potrebbe pure essere chiamato "il vero io". Il vero io emerge quando fissiamo i nostri sguardi su Dio, "il vero Tu". Quando i nostri occhi sono fermamente fissi su Dio (Tu), ci viene riflesso il nostro vero sé (io).

          Martin Buber, un erudito ebreo nato a Vienna nel 1878, formulò in modo originale la teoria secondo la quale la relazione "io-tu" è essenziale alla crescita della persona. Egli differenzia la relazione "io-tu" da persona a persona, dal rapporto "io-esso" da persona a oggetto. Secondo Buber, ci può solo essere un "io" se c'è un "tu" che mi dice che c'è un "io". "Io divento attraverso la mia relazione con il tu; e quando divento io, io dico tu. Tutta la vita reale è incontro." 5*

          Gesù, colui che ci guida al Padre, è colui attraverso il quale la relazione "io-Tu" tra l'umanità e Dio è restaurata. Attraverso Cristo abbiamo ricevuto il "potere di diventare figli di Dio - i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Giovanni 1,12b-13).

          Non possiamo scoprire il nostro vero sé guardando in noi stessi. Il vero sé nasce piuttosto da da una relazione con Dio e con gli altri. Per definizione, il vero sé è diretto verso l'esterno e non preoccupato del proprio ego. Distogliendo i nostri sguardi dal nostro ego, possiamo partecipare alle realtà meravigliose che esistono al di fuori di noi stessi. Queste realtà meravigliose, quali la semplicità di un fiore, l'innocenza di un bambino o, come ha scoperto Madre Teresa, la dignità inerente ad ogni essere umano, cominciano a modellarci e a fare di noi delle persone conformi agli intendimenti che Dio ebbe nel crearci.

          La Bibbia c'insegna che credendo alle promesse di Dio ogni cristiano partecipa della natura divina.
          La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza. Con queste ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. (2Pietro 1,3-4)

          La Chiesa greco-ortodossa ha una teologia molto elaborata di ciò che significa "partecipare della natura divina". Questo privilegio dipende dalla redenzione e procede dall'unione del credente con Cristo. Gli ortodossi sottolineano come l'incarnazione di Cristo sia la potente realtà che permette al cristiano di partecipare della natura di Dio. Ireneo, uno dei primi padri della Chiesa, vedeva l'incarnazione non solo come Dio che viene verso l'uomo facendosi uomo, ma anche come "l'uomo che si eleva verso Dio." 6* In Gesù Cristo Dio si fece uomo e partecipò della nostra natura. Credendo in lui, ci accorda la grazia di partecipare della sua natura.

          Questo implica che, attraverso la nostra unione con Cristo, diventiamo come egli era, ossia delle persone sante e mature, e non che diventiamo Dio. Come Ireneo scrisse in "Contro le eresie", "Gesù ci ha redenti dall'apostasia con il suo sangue affinché diventassimo santi." 7* Atanasio si è espresso in questo modo: "Gesù ha santificato il corpo prendendo un corpo lui stesso." 8* Partecipare della natura divina non implica che siamo senza peccato. La stessa tradizione cristiana che ci ha trasmesso questa teologia ci ha pure tramandato la "Preghiera di Gesù": "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore."

          Partecipare della natura divina è l'aspetto integrale della santificazione che rende capace il cristiano di obbedire a Dio. "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Giovanni 14,23). Dimorare in Dio e partecipare della sua natura è ricevere il potere divino d'obbedire. Sennò è puro sforzo umano. L'obbedienza è al cuore del nostro cammino nel diventare maturi in Cristo. Obbediamo perché la sua natura è in noi. A questo riguardo Oswald Chambers scrive:
          Non c'è possibilità di dubbio quando Dio parla, se parla alla sua propria natura in me; una pronta obbedienza è l'unica consegenza. Quando Gesù dice: "Vieni", vengo semplicemente; quando dice: "Lascia andare", lascio andare; quando dice: "Abbi fiducia in Dio in questa faccenda", ho veramente fiducia. Tutto ciò prova che la natura di Dio è in me. (corsivo aggiunto) 9*

          La natura di Dio in me redime la mia natura in me. Sono giusto perché la sua natura giusta dimora in me attraverso lo Spirito Santo, non semplicemente perché conosco intellettualmente una verità teologica riguardo la sua giustizia in me.

          Grazie alla sua natura in me mi viene data la capacità di scegliere e di desiderare il bene. A causa dell'opera redentrice di Gesù, il mio desiderio del male può essere cambiato in zelo per il bene. "(Gesù) ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone" (Tito 2,14). La tentazione non dovrebbe puramente ricordare al cristiano che il suo "falso sé" esiste ancora in lui. La tentazione dovrebbe essere piuttosto per noi un'occasione per mettere in pratica la verità secondo la quale "un Altro vive in me", dandoci la capacità di scegliere il bene e di combattere il male nel mondo, la carne e il diavolo.

          Quindi, miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. E' Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni. (Filippesi 2,12-13 - corsivo aggiunto)

          E' l'azione di Dio in me che mi ha dato il coraggo di sopportare i primi mesi lungo i quali venni guarito dalla mia nevrosi omosessuale. La presenza di Cristo in me non è un sentimento che devo rievocare; è invece una realtà che trascende il mio essere sensibile. Per questa ragione, mentre il mio corpo era in preda a desideri omosessuali, ho dovuto invocare Gesù in quei momenti in cui non lo sentivo vicino a me. In sua presenza, senza vergogna o senso di colpa, aspettavo finché quei desideri devastanti passavano. Alla fine i desideri omosessuali che un tempo avevo così ardentemente cercato di soddisfare si trasformarono in tentazioni di fare qualcosa che non volevo più fare. Un Altro viveva in me. Cristo in me, la sua giustizia in me, mi trasformavano dall'interno.

          Adesso, quando sono tentato di peccare, distolgo immediatamente lo sguardo da me stesso e invoco il nome di Gesù. Poi, senza negare il mio stato di peccatore, confesso che la mia identità primaria è il mio vero sé in unione con Cristo. A partire dal centro di questo me stesso dove partecipo della natura di Dio, esercito il potere che mi è stato dato di obbedirgli. Continuo a praticare la presenza di Dio con me e in me finché la tentazione cessa. Facendo ciò, ho potuto constatare che la durata di una tentazione è limitata. Più noi perseveriamo nella presenza di Dio, più la tentazione è breve. Non ho mai negato l'esistenza delle tentazioni nel mio corpo. Sono semplicemente giunto a riconoscere una realtà più importante: un Altro vive in me e mi aiuta a superare la prova.

          Abbiamo tutti bisogno di fare uno sforzo morale per obbedire a Dio. Ma dobbiamo sapere che i nostri sforzi umani vengono accresciuti dalla potenza di Dio nella misura in cui partecipiamo della sua natura, portiamo ogni giorno la nostra croce e seguiamo Gesù.

          La mia vita di preghiera

          Quando seguivo il corso di formazione cristiana per adulti di Leanne Payne, lei ci suggerì di tenere un diario di "preghiera d'ascolto". Seguii questo consiglio e cominciai ad annotare nel mio diario i passaggi della Bibbia che leggevo ogni mattina estraendo quei versetti che mi parlavano in modo particolare. Spesso li utilizzavo anche nella mia preghiera al Signore. Poi attendevo attivamente alla sua presenza che mi desse una parola di risposta. In questo atteggiamento d'ascolto e d'attesa avevo frequentemente un'immagine mentale del mio cuore appoggiato sul cuore di Gesù. Per oltre un mese lo sentii dirmi la stessa cosa: "Ti amo, Mario". E per un mese trascrissi fedelmente queste tre parole che Dio mi rivolgeva ogni giorno.

          Alla fine del mese, divenni stanco di sentire sempre le stesse tre parole: "Ti amo, Mario. Ti amo, Mario. Ti amo, Mario..." Allora chiesi al Signore: "E' più di un mese che sento le stesse tre parole. Non mi potresti dire, per favore, qualcos'altro?" In quel momento ricevetti la sua risposta: "Tu non mi credi."

          Presi allora quelle tre parole e le tenni quietamente nel mio cuore alla presenza del Signore finché non penetrarono profondamente in me.
          Henri Nouwen scrive:
          La preghiera ha luogo quando il cuore parla al cuore; è in quel momento che il cuore di Dio è unito al cuore che prega. Perciò conoscere Dio diventa amare Dio, proprio come essere conosciuti da Dio equivale ad essere amati da Dio. 10*

          E' conoscendo Dio ed essendo conosciuti da Dio che scopriamo il nostro cuore e che veniamo liberati per poterci identificare di più con Cristo. Poiché il cuore non guarito può diventare il nostro peggior nemico, Dio ne rivela a poco a poco il contenuto affinché possiamo continuare a maturare in lui.
          Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. (1Giovanni 3,19-20 - corsivo aggiunto)

          Nella mia vita di preghiera Dio mi rassicurò presto del suo amore per me e per questo cominciai a confidare in lui affinché mi mostrasse tutto ciò che il mio cuore conteneva veramente. Non c'era alcun rischio per me nell'essere conosciuto da Dio perché ero sicuro del suo amore. Ciò mi diede la libertà di essere dolorosamente onesto, vulnerabile e umile davanti a lui.

          Se restiamo vulnerabili davanti a Dio nella preghiera, ci ritroviamo davanti a tutta la confusione e al peccato che ci hanno accompagnato nella nostra vita cristiana. Là, alla presenza di Dio, possiamo lasciargli vedere senza paura quelle cose che non avremmo mai osato rivelare prima della nostra conversione. Dopo avergli svelato ed offerto queste parti oscure del nostro vecchio io, restiamo in attesa davanti a lui mentre ci trasforma, ci guarisce o ci arma per distruggere quelle parti del nostro vecchio io carnale.

          Gli psicologi cognitivi fanno subito notare che erronei schemi di pensiero dettano molti comportamenti e sentimenti che governano la nostra vita. Essi sanno che l'introduzione di nuovi pensieri positivi in una mente ingombrata da atteggiamenti malati è fondamentale per la guarigione. La preghiera profetica biblica o preghiera d'ascolto che va, effettivamente, al di là dei pensieri positivi, è fondamentale per il rinnovamento della mente:
          Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Romani 12,2)

          Quando nella preghiera d'ascolto attendiamo fiduciosi davanti a Dio, diventiamo coscienti di tutti i pensieri irrazionali, meschini e colpevoli che ci modellano negativamente. Possiamo oggettivare questi pensieri negativi trascrivendoli sul nostro diario, chiedendo poi a Dio di sostituirli con la parola di verità positiva e rigeneratrice della Sacra Scrittura o con una parola profetica da parte sua.

          E' nella preghiera che affrontai gli atteggiamenti, le critiche e i giudizi negativi che avevo verso gli altri. Questi pensieri mi impedivano d'entrare in stretta relazione con coloro verso i quali ero più critico, in particolare i miei fratelli cristiani. Alla fine misi per iscritto questi giudizi sugli altri sul mio diario di preghiera e ne domandai perdono a Dio. Lo pregai poi di aprirmi gli occhi per vedere tutte le buone qualità che quelle persone avevano. Con l'aiuto di Dio ho sostituito i miei vecchi pensieri di giudizio categorico sugli altri con dichiarazioni positive e veritiere a loro riguardo. Misi per iscritto queste nuove affermazioni veritiere nel mio diario accanto ai vecchi giudizi categorici che avevo precedentemente avuto. Ciò mi ha permesso di amare di più gli altri.

          La responsabilità e la volontà

          Siamo creature dialogiche; diventiamo maturi ricevendo la parola degli altri e rispondendo ad essa. Noi che desideriamo la guarigione dobbiamo metterci ogni giorno in una posizione di ricettività, attendendo con viva aspettativa davanti a Dio quella parola che ci guarirà. Una volta ricevuta, qualunque ne sia la fonte - la Bibbia, un altro cristiano, la lode, una buona predica o una parola profetica avuta da Dio nella preghiera - abbiamo quindi la responsabilità di agire in base ad essa, mettendola in pratica. La responsabilità è al cuore dell'itinerario di maturazione in Gesù Cristo.

          Il cristiano... parte dal principio che l'uomo ha la sua essenza e la sua libertà nella Parola di Dio, parola di creazione e di grazia. Con quest'atto di Dio, impensabile senza una reazione responsabile dell'uomo, l'uomo ha il suo essere. Egli è uomo attraverso la sua relazione con Dio. Al di fuori di questa relazione l'uomo è una caricatura di uomo; egli è, come diciamo in tedesco, un "non-uomo". ... L'uomo è umano perché e fintantoché vive nell'amore di Dio e perciò nell'amore verso il prossimo, suo fratello. 11*

          Prima della redenzione, viviamo in un monologo. Separati da Dio, siamo decaduti dallo splendore divino e presi in una spirale discendente del "non-uomo". E' nel dialogo con il nostro Creatore che rispondiamo al grande atto d'iniziativa redentrice di Dio culminante con la croce di Cristo. Facendo ogni giorno delle scelte responsabili davanti a lui diventiamo i migliori facilitatori della nostra propria guarigione. Ma la nostra risposta alla croce decide pure il nostro destino: o il Cielo, o l'inferno.

          Per fare delle scelte responsabili davanti a Dio la nostra volontà di scegliere dev'essere intatta. Esercitare la volontà quando è ferita è come cercare di tirar fuori i nostri piedi da una buca piena di catrame. Tutti i nostri sforzi e le nostre energie si esauriscono in futili tentativi di liberarci dalla fossa. Quando la volontà è ferita e l'anima è sfinita a forza di lottare contro questa pozza collosa, una persona diventa passiva.

          Trascorso un periodo di passività particolarmente lungo, gridai a Dio chiedendogli perché l'esercizio della mia volontà richiedeva degli sforzi così giganteschi. Mi ricordai allora, come ho riportato in precedenza, di un'osservazione che uno dei vecchi impiegati di mio padre mi aveva fatto: "Mario, tuo padre è il solo uomo che conosco che sia capace di castrare un altro uomo con uno sguardo cattivo." Era vero, gli occhi di mio padre erano spesso pieni di rabbia, di scherno e di disgusto quando mi guardava. Anch'io mi sentivo castrato dai suoi sguardi. La mia volontà, al pari della mia mascolinità, era stata seriamente ferita da lui.

          Prendendo coscienza di ciò, domandai a Ted e a Lucy Smith, membri dell'équipe di Pastoral Care Ministries, di pregare per me. Ted chiese a Dio di guarire tutti i campi della mia mascolinità dove mi sentivo castrato da mio padre. Poi Lucy, per mezzo di una visione nello Spirito, ricevette un'immagine della mia volontà: "Vedo la tua volontà come un filo molto fino che è sul punto di rompersi. Domandiamo a Gesù di guarire la tua volontà, Mario." Mentre pregavamo, Lucy ebbe un'altra immagine. "Vedo il Signore avvolgere la sua volontà attorno all'esile filo della tua. La sua volontà è come una spessa corda d'oro che egli avvolge attorno alla tua."

          Qualche settimana dopo questa preghiera, entrai in un senso di responsabilità nuovo nei confronti della mia guarigione, cosa che cambiò la mia vita. Avevo ancora bisogno di numerose guarigioni per le ferite del passato. In effetti, ne avevo a sufficienza per poter piagnucolare e gemere per i vent'anni successivi. Ma una nuova dimensione della vita si apriva davanti a me: un futuro sgombro del passato. Ora mi attendendevo una vita normale, libera da rimandi quotidiani al mio passato doloroso. Perciò decisi di non menzionare più il mio passato se non nel contesto della preghiera, dell'insegnamento o del mio ministero verso gli altri.

          Alcuni potrebbero dire che passai dalla posizione di vittima a quella di sopravvissuto. Ma anche la parola sopravvissuto aveva per me una connotazione negativa, perché si trattava di un termine generato dal passato. Mi vedevo invece come la nuova creatura in Cristo che la Bibbia mi diceva che ero (2Corinzi 5,17). Più di ogni altra cosa, volevo diventare un operaio nel regno di Dio, libero infine dal passato. Per la prima volta compresi il senso di Luca 9,62: "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio."

          Dopo che gli Smith pregarono con me, la mia debilitante passività scomparve. Da quel momento ho fatto molte preghiere di "guarigione della volontà" per le persone che avevano bisogno di essere liberate dalla loro passività come pure di assumersi la responsabilità delle loro vite davanti a Dio. Eccone un esempio:
          Vieni, Spirito Santo. Anche in questo momento, Signore Gesù, permettimi di afferrare forte la tua mano tesa. Levando le mani verso il Cielo e alzando il mio sguardo distogliendolo da me stesso, grido come ha fatto San Paolo: "E' nella mia debolezza, Signore, che si manifesta la tua forza."

          Ora, Signore, entra nella mia volontà e guariscila, là dove è stata ferita. Rivelami ogni persona che nel passato ha esaurito, ferito, o perfino spezzato la mia volontà. (Lasciate che lo Spirito Santo parli al vostro cuore riguardo ad ogni persona che vi ha così ferito.) Ora, Signore, concedimi la grazia di scegliere di perdonare quella persona che ha peccato contro di me. (Nome della persona), ti perdono nel nome di Gesù per il tuo peccato contro di me. Ti perdono per avermi ferito nella mia volontà. Non sarò mai più modellato dal tuo peccato contro di me. Guardo adesso a Dio perché restauri la mia volontà.

          Che la tua potenza divina, o Signore, si avvolga attorno alla mia debole e stanca volontà; fa' che cresca e si fortifichi. Che la mia volontà sia una con la tua, Padre Celeste. Ti ringrazio di compiere questo proprio adesso. Ti ringrazio per rendermi capace di obbedirti. Ti ringrazio, Signore, perché d'ora in poi mi assumerò la responsabilità della mia vita davanti a te. Amen.

          La preghiera profetica secondo la Bibbia

          Se da un lato la Bibbia è la Parola di Dio per tutti e si applica ad ogni cuore umano, Dio, per mezzo dello Spirito Santo, rivolge delle parole profetiche al singolo credente in preghiera, dei messaggi applicabili soltanto a quella persona. Il credente del Nuovo Testamento è in una posizione assai migliore per ricevere una parola profetica di Dio rispetto a quello del Vecchio Testamento. Nel Vecchio Testamento soltanto i profeti e i capi d'Israele ricevevano lo Spirito Santo. Nel Nuovo Testamento, tutti i credenti possono riceverlo.

          Nel libro di Gioele viene annunziata la grande profezia del giorno del Signore:
          Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e le schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. (Gioele 2,28-29)

          Nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, Pietro annuncia che la profezia di Gioele 3,1 si compì con l'effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. In quel momento lo Spirito Santo venne ad abitare in tutto il popolo di Dio. Prima della Pentecoste lo Spirito Santo riposava soltanto su alcuni appartenenti al popolo di Dio. Questo è il cambiamento essenziale del ruolo dello Spirito Santo tra il Vecchio e il Nuovo Testamento.

          Nel Vecchio Testamento era il profeta che sentiva parlare il Signore, dato che lo Spirito di Dio riposava su di lui. Lo Spirito di Dio e la dichiarazione profetica erano inestricabilmente legati. In entrambi il Vecchio e il Nuovo Testamento la profezia non è nient'altro che il corretto ascolto della voce di Dio in presenza del suo Spirito.

          Perciò quando nella sua prima lettera ai Corinzi (14,1 e 14,39) San Paolo incoraggia tutti i credenti di Corinto ad aspirare al dono della profezia, li esorta a mettere in pratica quel dono che consiste nell'ascoltare correttamente la voce di Dio. Il dono di profezia del Nuovo Testamento è per tutti i credenti, perché tutti i credenti partecipano dello Spirito di Dio. La preghiera profetica non è nient'altro che la volontà di afferrare la mano tesa di Dio. Donald Bloesch scrive:
          Sono d'accordo con i profeti e i Riformatori che affermano che l'essenza della preghiera non è un'elevazione mistica dell'intelligenza verso Dio, ma la discesa dello Spirito Santo nei nostri cuori (cfr. Isaia 45,8 e 64,1; Salmi 42,8 e 144,5-7; Ezechiele 2,1-2; Zaccaria 12,10). Non si tratta di salire una scala mistica verso il Cielo, ma di afferrare la mano tesa di Dio (cfr. Isaia 64,7). 12*

          Per mezzo delle alleanze con il suo popolo, della Bibbia e dello Spirito Santo, Dio ci tende la mano e inizia il dialogo con noi. Tocca a noi afferrare la sua mano tesa, parlargli a nostra volta, ed aspettare poi la sua risposta con fiducia. Possiamo attendere con fiducia perché crediamo che il nostro Dio è un Padre che ascolta. Il Salmista lo esprime in questo modo: "Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t'invoco e sto in attesa" (Salmi 5,4). Bernhard W.Anderson, scrivendo riguardo a questa attesa attiva davanti a Dio, afferma:
          In questo contesto, il verbo attendere esprime una tensione verso il futuro, un'anticipazione entusiasta di ciò che è da venire. Sperare vuol dire attendere con tutto il proprio essere quell'aurora in cui la parola di perdono ri-generatrice sarà pronunciata (Salmi 130,5-6); significa attendere ardentemente che Yahvé il Re venga nella sua potenza salvatrice. 13*

          La preghiera è il mezzo con cui abbiamo il nostro incontro quotidiano con Dio. Come ha detto Martin Buber: "Tutta la vita reale è incontro". Diventiamo maturi attendendo attivamente quella "parola ri-generatrice" di Dio che ci conferma il nostro essere nuove creature in Cristo. A questo proposito Emil Brunner dice:
          Se è vero che l'uomo trova la sua essenza nella responsabilità, ossia nel lasciarsi interpellare da Dio, o se, come si diceva un tempo, l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, è evidente che l'uomo può essere se stesso soltanto ricevendo la Parola divina. 14*

          Per mezzo delle nostre conversazioni con lui, Dio ci parlerà dei peccati, sia nostri che quelli altrui, che ci legano e ci impediscono di identificarci di più con Cristo. Una volta che questi peccati sono rivelati, possiamo ricevere il rimedio di Dio per liberarcene. Scegliamo di pentirci e chiediamo perdono per le nostre colpe, oppure riconosciamo i peccati degli altri contro di noi e scegliamo di perdonarli davanti a Dio. Più siamo liberati dai nostri propri peccati e da quelli degli altri, più il nostro vero sé emerge e si fa avanti.

          La parola di Dio richiede sempre una risposta da parte nostra. Avete mai notato quante dichiarazioni che cominciano con un "se" Gesù fa nei Vangeli? Queste dichiarazioni sono condizionali. In Matteo 19,17 Gesù dice: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti." In Marco 9,35 Gesù dice: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti." In Giovanni 13,17 Gesù, parlando degli atti di servizio, dice ai suoi discepoli: "Sarete beati se li metterete in pratica." Queste promesse ci chiamano ad un dialogo con Dio. Il loro adempimento dipende dalla nostra scelta di accettarne le condizioni. Oswald Chambers collega questo principio al discepolato:
          Dio, con la sua grazia, modella ed eleva la nostra vita. Noi abbiamo dunque la responsabilità di condurre gli altri a questo livello spirituale. ... Ogni volta che nostro Signore parlava dell'essere discepoli, cominciava sempre le sue frasi con un "se", mai con un enfatico "dovete". Essere discepoli comporta in sé un'opzione. 15*

          La preghiera non è soltanto il nostro incontro quotidiano con Dio, è anche il nostro incontro quotidiano con noi stessi. Là, alla presenza di Dio, possiamo vedere oggettivamente con i suoi occhi tutto ciò che sta dentro i nostri cuori. Se vogliamo diventare tutto ciò che Dio voleva che fossimo creandoci, dobbiamo voler morire a tutte le insensatezze e ai peccati che dimorano in noi. Infine, è nella preghiera che riceviamo da Dio quelle parole di conferma che ci edificano e ci incoraggiano a crescere sempre più conformi all'immagine di Gesù Cristo.

          mercoledì 19 dicembre 2007

          Cinema e TV in favore dell'omosessualità

          CINEMA E TV IN FAVORE DELL’OMOSESSUALITA’


          E’ in corso da anni una strategia mediatica per far recepire l’omosessualità. Ecco le modalità impiegate al cinema e in televisione. In prodotti che hanno scarso successo di pubblico.

          Armando Fumagalli
          Il Timone Aprile 2005



          Uno dei cambiamenti più forti avvenuti negli ultimi 15 anni nella pubblica opinione – anche se siamo sicuri che è meno forte di quello che appare sui media – riguarda la valutazione morale dei comportamenti omosessuali.

          E’ un altro dei molti campi in cui cinema e tv, ben prima di arrivare ai dibattiti parlamentari, hanno giocato la loro battaglia movendo i sentimenti dell’opinione pubblica per portarla a valutazioni diverse da quelle che la morale cristiana – e di molte altre religioni – insegna.

          Negli ultimi anni questa campagna mediale a favore dello stile di vita omosessuale si è intensificata. In Italia abbiamo avuto recentemente vari programmi tv su reti minori come La 7 o Fox Life, ma anche trasmissioni in tarda serata su Italia 1. La questione omosessuale è tornata alla ribalta con la recente messa in onda di una fiction di Raiuno che ha messo in evidenza come il fenomeno omosessuale sia ormai stato “sdoganato”. Il cinema da molti anni porta avanti la sua battaglia: ormai nella gran parte del cinema europeo su tre personaggi almeno “deve” essere omosessuale.

          Un regista osannato e pluripremiato come Almodòvar in modo più o meno esplicito a seconda dei film conduce una sua personale battaglia contro la Chiesa e contro la distinzione sessuale fra maschile e femminile. L’ultimo suo film, La mala educaciòn, è tanto estremo nel portare avanti l’ideologia gay che il pubblico lo ha in buona parte rifiutato. I due precedenti, Tutto su mia madre e Parla con lei erano meno diretti, ma per questo molto più efficaci per i suoi scopi. Infatti, fra i tanti tranelli della propaganda gay (dove per propaganda gay intendiamo l’ideologia che dà una certa lettura della condizione omosessuale, proponendo i gay pride, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ecc.), non bisogna credere che ogni prodotto televisivo o cinematografico con questo marchio sia garantito da successo: in generale i programmi “trasgressivi” hanno largo spazio sui giornali, sulle riviste, nel “dibattito”, ma poi la gente li rifiuta. I giornali parlano di “grandi successi”, ma si tratta di fenomeni di culto e/o di nicchia.

          Basti solo un esempio: la serie Sex and the City, che ha fatto versare fiumi di inchiostro ai giornalisti, ha avuto una media di circa 500.000 spettatori in Italia: un decimo di quello che raccoglie una fiction di scarso successo. Il film Eros, di cui si parlava da anni prima che uscisse, firmato da “maestri” come Antonioni, Wong-Kar-wai e Soderbergh, si è inabissato al botteghino. Lo stesso vale per molte trasmissioni gay che non raggiungono se non pubblici di nicchia: I magnifici cinque, dove 5 omosessuali aiutano un malcapitato a migliorare la proprie maniere, veleggia su uno share dell’1,5%.


          La morale cristiana insiste nell’insegnare una distinzione fra il rispetto che va dato alla persona – a tutte le persone, compreso naturalmente le persone omosessuali – e quindi il fatto che nessuno possa essere discriminato nei suoi diritti fondamentali, dalla valutazione morale degli atti sessuali, che (tanto per gli omosessuali quanto per gli eterosessuali) sono non solo leciti, ma buoni, solamente all’interno del matrimonio e in un contesto di reciproca donazione nella stabilità di una vita insieme e di apertura alla vita. E il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna per fondare una famiglia aperta – almeno in potenza – alla procreazione e all’educazione dei figli.

          La strategia della ideologia gay invece è stata di confondere queste due idee (no alla discriminazione per le persone e valutazione morale dei comportamenti), presentando gli omosessuali soprattutto come vittime: dal suscitare rifiuto per ingiuste discriminazioni si faceva scivolare verso l’accettazione dello stile di vita omosessuale tout court.

          Il “manifesto” di questa strategia è stato il film Philadelphia (1993), che utilizzava per la prima volta, in un film per il grande pubblico, questa efficacissima retorica: l’omosessuale subisce una grave ingiustizia (viene licenziato da uno studio di avvocati solo perché è malato) e quindi il pubblico empatizza giustamente con lui. Da qui però la storia viole convincere – in modi narrativamente molto efficaci – su qualcosa di molto ulteriore, e cioè che la scelta omosessuale è in tutto e per tutto equiparabile a quella eterosessuale.

          La strategia per far penetrare questa mentalità tra la gente comune era già stata lucidamente delineata in un articolo programmatico di una rivista gay (Cristopher Street) del dicembre 1984 (cfr. il bel saggio del critico cinematografico M. Medved, resoconto su Aceprensa, n° 56 del 1999).

          Tale strategia consisteva in:

          Normalizzazione
          : abbattere i sentimenti negativi presentando continuamente situazioni di omosessuali per far passare l’idea che si tratti di comportamenti diffusi e comunque “normali”. Da qui anche la continua manipolazione dei dati sulla quantità di omosessuali, presentati come se fossero il 10% della popolazione, mentre in Paesi dove sono state fatte ricerche approfondite, anche recenti, i dati non superano l’1 o il 2%.

          Presentare gli omosessuali come vittime. E’ il tasto su cui continua a battere l’deologia gay, che si illude e vuole illudere che le difficoltà esistenziali, relazionali, affettive degli omosessuali siano dovute solo alla mancanza di riconoscimento sociale, quando moltissima letteratura psicologica (tranne quella recentissima, che in buona misura è stata “silenziata” dalle pressioni dei gruppi gay) manifestano la condizione omosessuale come una condizione radicalmente instabile e difficile, frutto e causa di frustrazioni. Da qui, per es. (e non dal mancato “riconoscimento sociale”), l’alta percentuale di suicidi che si trova, purtroppo, fra gli omosessuali.

          Demonizzare chi si oppone. Gli “omofobi” sono spesso “incarnati” da nazisti o membri del Ku Klux Klan, oppure sono militaristi repressi, o fanatici religiosi violenti e ripugnanti.

          Bisogna riconoscere che di fatto questa strategia è stata realizzata e in buona misura ha funzionato. Spesso perché, come dicevamo, fa leva su sentimenti “buoni” (la compassione, il rifiuto delle discriminazioni), ma poi li aggira con sofismi emotivi per far arrivare le persone li dove non vorrebbero.

          Certamente nel riflettere sul percorso fatto in questi anni non si può non pensare anche a quale è stata e quale deve essere la presenza di cattolici non ingenui nei media di maggior diffusione e impatto culturale, come la ty e il cinema, per dare un po’ più di verità alla situazione e ai – purtroppo veri – problemi delle persone omosessuali, ma anche e soprattutto per presentare in modo convincente ed efficace il valore della famiglia vissuta secondo il progetto di Dio.