Post più popolari

sabato 30 agosto 2008

A chi ci si può rivolgere in Italia



A CHI CI SI PUO' RIVOLGERE
IN ITALIA

          
         
        


Per ricevere indicazioni riguardo a psicologi/psicoterapeuti, scrivete al   narth.italia@gmail.com   specificando in quale zona dell'Italia vi trovate. 


 
Associazioni a cui è possibile rivolgersi:

Ass. Agapo Bergamo Pro Life – Coordinamento MpV-S&V Bergamo
Ass. Alleanza Cattolica Movimento Europeo per la Difesa della Vita e della Dignità Umana
Ass. Famiglia Domani Confederazione italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità
Ass. Gruppo Lot Regina della Pace Dott. Alessandro Meluzzi, Psichiatra e psicoterapeuta
Ass. Medici Cattolici di Brescia Dott.ssa M. Ceriotti Migliarese, Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta
Ass. Obiettivo Chaire Dr.ssa Silvia Ceriani, medico fisiatra
Ass. Scienza & Vita – Bergamo Prof. Mario Binasco, psicoanalista e docente
Ass. Scienza & Vita – Brescia Prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo, neuropsichiatra;

Agenzia Corrispondenza Romana


   

OBIETTIVO CHAIRE é il nome di un'équipe multidisciplinare formata da professionisti del campo psicologico, medico, filosofico, pedagogico e da sacerdoti.
Le iniziative si propongono:

1. l’accoglienza e l’ascolto della persona che chiede sostegno;

2. l’accompagnamento spirituale, psicologico e medico a coloro che liberamente ne fanno richiesta;

3. l’attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani;

4. lo studio, la ricerca e la promozione di un’informazione seria e documentata;

5. la ricerca delle cause (spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata.

Molto interessante l'opuscolo "ABC per capire l'omosessualità" (disponibile anche online nel sito Obiettivo Chaire).


LIVING WATERS EUROPE, offre in Italia e nel Canton ticino (Svizzera italiana), programmi, corsi e seminari per uscire dall'omosessualità. Per informazioni si può fare riferimento anche all'associazione CONSULTORIO DELTA con sede in Svizzera.

GRUPPO LOT
é un gruppo di giovani cattolici che in passato hanno frequentato i corsi di Living Waters e di Obiettivo Chaire per le ferite della sfera affettiva e relazionale. 

Di ispirazione cristiana, il GRUPPO LOT si affida, per la guarigione delle ferite relazionali, agli insegnamenti delle Scritture e alla potenza di trasformazione della preghiera. Organizza non soltanto incontri di preghiera e di riflessione ma anche picnic e uscite in barca, riconoscendo quanto sia importante poter interagire e condividere le proprie esperienze con persone dello stesso sesso che vivono problemi analoghi.

La rete del NARTH ITALIA può fornirvi alcuni riferimenti nominali di terapeuti che potrebbero esservi di aiuto. Scrivete a narth.italia@gmail.com, specificando in che zona dell'Italia vi trovate. Purtroppo non é facile trovare psicologi che si occupano di questa problematica, quindi non é detto che ve ne siano nella vostra zona o nella vostra regione. La bella notizia é che anche in Italia sempre più persone si stanno organizzando e muovendo in questa direzione.
 ____________________

Esistono, inoltre, molte organizzazioni (religiose e non), diffuse soprattuto negli Stati Uniti e nei Paesi del nord-Europa, che da diversi anni aiutano persone omosessuali a ritrovare la propria naturale tendenza eterosessuale.

I siti web di queste organizzazioni sono quasi esclusivamente in lingua inglese, anche se alcune delle più importanti (Narth, Exodus International, Courage ed altre) hanno iniziato a pubblicare materiale tradotto in varie lingue.

L'ostacolo della lingua non favorisce purtroppo la diffusione anche in Italia di un importante messaggio di speranza per molte persone che desiderano cambiare il proprio orientamento sessuale.

mercoledì 20 agosto 2008

Omosessualità: La gravidanza spirituale negata e i disturbi dell'identità

LA GRAVIDANZA SPIRITUALE NEGATA
   I DISTURBI DELL’IDENTITA'                                           
                                                          
                                                                          

       di Bruto Maria Bruti     


IL GREMBO SPIRITUALE

Gravidanza, etimologicamente, significa pesantezza, cioè portare il peso del figlio, farsi carico di un figlio.
Da questo punto di vista si può dire, metaforicamente parlando, che esiste una gravidanza materna e una gravidanza paterna.
Non può un piccolo essere umano essere privato, nel suo processo di crescita fisica, comportamentale e psicologica, di ciò che per lui è alla base della sua stessa origine e della sua stessa essenza, cioè l’unione di un uomo e di una donna.
Lo sviluppo di un nuovo essere umano non può essere naturale e completo se esso viene privato dell'amore, della testimonianza e dei modelli del padre e della madre che deve avere in quanto tali modelli sono costitutivi del suo stesso fondamento, della sua stessa origine.

San Tommaso D’Aquino spiega che i genitori devono fornire ai figli non solo un grembo fisico, ma anche un “grembo spirituale”( cfr S. Th., II-II, q.10, a.12). Questo discorso vuole esprimere la fondamentale funzione dell’amore che si potrebbe chiamare di “procreazione spirituale “.

La necessità vitale per l’essere umano della gravidanza spirituale è stata dimostrata dal celebre esperimento di Federico II di Svevia. Alcuni neonati vennero affidati ad alcune nutrici, le quali li dovevano accudire e nutrire, ma in modo assolutamente distaccato, senza alcun coinvolgimento affettivo, senza rivolgere loro alcun segno di affetto: questi neonati, pur essendo accuditi e nutriti, morirono rapidamente.

La verità è che “Senza lo sguardo di un altro che ci accoglie quando veniamo al mondo (…), noi non riusciamo a sopravvivere (…), siamo nutriti da questo sguardo accogliente ancor più che dal cibo”
( C. Vigna )

Per meglio capire questo discorso si può adoperare una metafora di Botturi: “L’uomo viene alla luce in un altro uomo” (F. Botturi)
Cioè l’uomo ha bisogno del riconoscimento del proprio valore “per attivare pienamente le proprie capacità affettive e intellettuali e per raggiungere il senso della propria identità: chi non si sente affettuosamente accolto, non riesce ad accogliersi; chi non sa accogliersi non ha la carica affettiva sufficiente per esplicare le sue capacità fondamentali” ( F. Botturi ).


L’ identificazione primaria di ogni essere umano avviene con la madre che è fonte di cure e di nutrimento. Si tratta della fase di simbiosi che attraversa vari momenti: La madre è l’io del bambino, la madre è parte integrante dell’io del bambino, la madre è appoggio-difesa del bambino. Il padre, invece, è, per il bambino, il primo tramite con gli altri: primo ponte con il mondo, primo ponte con l'altro da sé.

Più tardi, il maschio si separa dal modello della madre per identificarsi con il padre e questa è l’identificazione secondaria.

La madre è l’archetipo di ciò che nutre, custodisce, protegge, tutela, fa crescere. Il Padre è l’archetipo dell’altro da sé e, in un secondo tempo, è l’archetipo dell’autorità amorevole che guida, progetta, domina le cose e difende.
L'educazione familiare può essere sbagliata e può anche formare in modo deviato un individuo ma le ricerche scientifiche più recenti di Irenaus Eibl-Eibesfeldt, il grande scienziato dell’etologia animale e fondatore dell’etologia umana, dimostra che ogni istituto alternativo alla famiglia è di per sé nocivo alla formazione della personalità.

Eibesfeldt dimostra che senza legami familiari e personalizzati, costituiti dal padre e dalla madre, l'individuo perde la capacità di nutrire amore per la società, diventa incapace di auto-stima e di autodisciplina.
Solo l'uomo che ha avuto una famiglia amorevole formata da un padre e da una madre è capace di vedere se stesso come un valore e di vedere dei fratelli negli altri uomini. Senza un padre e una madre amorevoli e fra loro collaboranti, inoltre, gli individui non possono sviluppare in modo normale le identità sessuali psicologiche, non possono sentire la naturale attrazione per la persona sessualmente diversa e complementare con cui unirsi attraverso gli organi genitali anatomicamente e fisiologicamente predisposti e compatibili per questa unione.


 Che cos’è l’identità? 
L’identità nasce dalla consapevolezza fra ciò che in noi è uguale agli altri e ciò che è diverso dagli altri: questa è l’identità.
L’amore, poi, nasce dalla giusta disuguaglianza fra persone equivalenti cioè di uguale valore: ogni individuo, infatti, si dirige verso l’individuo diverso da lui per completarsi. Tanto maggiori sono le differenze, tanto più investono tutti i livelli della persona, tanto maggiore sarà il bisogno vicendevole di relazionarsi, di completarsi e di aiutarsi: come nel magnetismo, tanto più i poli sono diversi, tanto più essi si attraggono. Possiamo dare e ricevere solo ciò che abbiamo di diverso e specifico: nessuno ha bisogno di ricevere ciò che già possiede.
L’amore e la fecondità hanno bisogno di armonia e l’armonia è precisamente l’unità nella diversità. L’unità nella diversità è l’essenza stessa della vita e dell’universo


L’OMOSESSUALITA’ NON E’ GENETICA

Gli ultimi studi genetici sul problema dell’omosessualità hanno dimostrato che la genetica non c’entra per niente e quindi non c’entrano né ormoni né difetti fisiologici.
Sono stati esaminati i gemelli omozigoti, quelli che hanno gli stessi geni al 100% e quindi la stessa struttura biologica. Ebbene, in quei rari casi in cui un gemello segue un comportamento di tipo omosessuale, nel 90% dei casi, l’altro gemello segue un comportamento sessuale normale. In questi casi di discordanza, per quanto riguarda l’orientamento sessuale, si è visto che i gemelli avevano vissuto un diverso rapporto con il padre. Al gemello omosessuale era mancata, da parte del padre, la sua autorevole influenza all’interno del focolare domestico e poi l’ascolto, l’attenzione, l’amore, l’approvazione da parte del padre.


NOTA:
Contro l'ipotesi dell'omosessualità come disturbo genetico, è interessante lo studio realizzato sul comportamento sessuale dei gemelli omozigoti, cioè con tutti i caratteri ereditari uguali e con la stessa struttura biologica ( Bailey e Pillard, Archives of General Psychiatry 48 (1991): 1081-96). Tale studio, fatto per dimostrare questa incidenza genetica, ha evidenziato che, fra i gemelli omozigoti, vi è una concordanza del 52% nei rari casi in cui un gemello ha scelto un comportamento di tipo omosessuale. Tuttavia il dato più importante emerso da questi studi è che il 48% dei gemelli omozigoti, pur essendo stati allevati insieme, mostra orientamenti sessuali opposti anche in quei casi rari.
Perché circa la metà dei gemelli omozigoti presenta una discordanza per quanto riguarda l'orientamento sessuale?
Il dato sottolinea l'insufficienza e i limiti delle teorie biologiche sull'omosessualità (William Byne 1994).

Ma anche la concordanza del 52% era falsa. Lo scienziato Neil Whitehead ha dimostrato che la percentuale a favore dei gemelli omozigoti entrambi omosessuali (52%) era falsa perché la metodologia applicata si basava su soggetti che non erano stati scelti a caso ma su soggetti volontari della comunità gay. Il perfezionamento della metodologia applicata ha dimostrato che l'incidenza era solo del 10%. Studi più approfonditi sui gemelli omozigoti - di cui uno omosessuale e l'altro eterosessuale- hanno scoperto che ciascun soggetto descriveva e aveva vissuto l'ambiente familiare, il rapporto con il padre, in modo diverso: le differenze percepite avevano condotto l'uno verso l'omosessualità e l'altro verso l'eterosessualità ).


LO SVILUPPO DELL’IDENTITA’ SESSUALE

Abbiamo detto che il primo sviluppo dell’identità sessuale dei piccoli esseri umani (maschi e femmine ) avviene con la madre perché la madre è — fonte di cure e di nutrimento —: e questa è l’identificazione primaria. Poi nel maschio deve avvenire gradualmente la separazione dalla identificazione materna, deve avvenire la rinuncia del maschio alla sfera femminile. In questa fase è fondamentale la positiva influenza del padre nel processo di separazione dalla madre, l’aiuto della madre per favorire il cammino del bambino verso il padre e l’identificazione con il padre come modello.

L’omosessualità, dice Joseph Nicolosi, uno dei più grandi esperti nella ricerca e nella terapia dell’omosessualità, non è una malattia ma il sintomo di un disturbo avvenuto nello sviluppo dell’identità: è il sintomo di un problema emotivo e rappresenta bisogni emotivi insoddisfatti nell’infanzia, specialmente nella relazione con il genitore dello stesso sesso.
Nell'omosessuale maschio lo sviluppo dell’identità è stato disturbato da fattori ambientali che possono variamente combinarsi e che possiamo sintetizzare in questo modo:

1) assenza del padre
2) padre insignificante e non autorevole
3) padre che non ama, non ascolta e non aiuta a crescere il figlio
4) assenza di modelli maschili alternativi.
5) una madre iper-coinvolta, intrusiva e talvolta dominante
6) un ragazzo costituzionalmente sensibile, introspettivo e raffinato che è esposto ad un rischio
maggiore di sentirsi carente nell'identità sessuale
7) Difficoltà di relazionarsi con i coetanei ( e questo fattore, per alcuni
studiosi, sarebbe il fattore scatenante )
8) abusi sessuali subiti nell’infanzia
9) interpretazione negativa della figura paterna, per aspetti caratterologici del bambino, anche se il genitore non è inadeguato.
10) un precoce condizionamento dovuto ad atti sbagliati e ripetuti a un punto tale da trasformarsi in abitudini.



DISTACCO DIFENSIVO
Il bambino, per questi motivi, attua il cosiddetto "distacco difensivo" (teoria di Elizabeth R. Moberly ), cioè rifiuta il padre come modello e in quanto maschio.


E’ come se dicesse: " Rifiuto te in quanto maschio e rifiuto ogni modello maschile
"L’omosessualità è un tentativo sbagliato di riparare la ferita originaria, si tratta di un "impulso riparatore": l’individuo, come dice Jung, invece di sviluppare gli elementi repressi e indifferenziati della mascolinità nel profondo della psiche, cerca di appropriarsi di quanto gli manca a livello biologico-sessuale nel contatto con altri uomini.
L’omosessualità non è il desiderio di unione con l’altro, ma piuttosto il desiderio di appropriarsi di quelle qualità dell’altro di cui l’individuo si sente carente.
Anche i ricercatori gay David P. McWhirter e Andrew M. Mattison riconoscono nel desiderio omosessuale l’esigenza di rimediare a deficit del processo di formazione dell’identità.

Il partner finisce per simboleggiare la parte carente del proprio io e l'atto di unirsi a questa persona dà all'omosessuale la sensazione, soltanto momentanea, di essere finalmente completo. L'omosessualità è l'erotizzazione di un bisogno profondo di amore, non risolto nell'infanzia, che non risolve il bisogno.



Quale finalità inconscia e sbagliata si nasconde nell'ATTO omosessuale?

Si possono sintetizzare alcune finalità:
tentativo di attirare il "padre" non avuto per trattenerlo con sé, tentativo di appropriarsi, attraverso il sesso, delle qualità di cui ci si sente carenti, tentativo di dominare un altro uomo attraverso la seduzione, tentativo di potersi trasformare, attraverso il contatto fisico con un "uomo ritenuto forte", negli uomini forti che si vorrebbe essere, tentativo di avere le coccole non avute nell'infanzia.

Emblematica, per esempio, la testimonianza di questo ex omosessuale: Richard Wyler in
http://www.peoplecanchange.com


"Eravamo affettuosi e gentili, miti e profondi, e per queste caratteristiche le ragazze amavano la nostra compagnia, le nostre mamme ci tenevano legati a loro con un atteggiamento protettivo, i nostri padri ci tenevano a distanza e i nostri coetanei maschi ci rifiutavano.
Il vero problema della nostra natura era l'estrema suscettibilità e la conseguente tendenza a drammatizzare le situazioni e a credere sempre di essere rifiutati e discriminati, anche senza un reale motivo. Le nostre percezioni divennero la nostra realtà.

Un messaggio culturale sbagliato dice che gli uomini veri non si toccano tra loro. Purtroppo questo tabù influenza negativamente il rapporto fra padre e figlio, anche quando si tratta di bambini piccoli e tra fratelli e amici intimi.
Molti giovani crescono privati del sano contatto fisico e con il desiderio di essere coccolati da un uomo. Questo bisogno naturale che non riceve soddisfazione nell'infanzia non sparisce nell'età adulta. Per noi quel desiderio era così primitivo, e così a lungo negato, da indurci a cercare il sesso con un uomo, quando in realtà desideravamo solo un contatto fisico rassicurante.
Non conoscevamo nessun altro modo per ricevere quell'agognato contatto non sessuale."
Scrive Nicolosi: “Papà coccola tuo figlio perché se non lo fai tu, lo farà qualcun altro a posto tuo”.


OMOSESSUALITA’ FEMMINILE


L’omosessualità femminile è statisticamente più rara di quella maschile proprio perché l’identificazione primaria di ogni essere umano avviene con la madre. L'omosessualità femminile, a differenza di quella maschile, è, inoltre, più soggetta a periodi di alternanza con fasi eterosessuali. L’omosessualità femminile è il risultato del conflitto fra il modello del padre e della madre: è il risultato di un conflitto fra le gravidanze spirituali.

In estrema sintesi, la psiche femminile “ferita” porta all'omosessualità e la ferita è dovuta a situazioni di vita che provocano un atteggiamento ambivalente nei confronti della femminilità, atteggiamento che può essere riassunto nel messaggio:" Essere donna è pericoloso e indesiderabile". Questo messaggio viene veicolato attraverso 8 situazioni tipiche che sono state spiegate dalla psicologa Diane Eller Boyco, ex lesbica e oggi coniugata.

1) molte madri trasmettono alle figlie un'immagine negativa della femminilità

2) Ideologia femminista rivoluzionaria e cultura maschilista che danno un'immagine negativa della femminilità

3) Madre vittima passiva dei soprusi del marito o umiliata dal marito o considerata insignificante rispetto ai ruoli maschili.

4) madre vittima di abusi che comunica alla figlia che essere donna è rischioso

5) interruzione traumatica del legame madre-figlia (per esempio grave forma depressiva della madre)

6) trauma provocato da una violenza sessuale

7) la figlia non desiderata e non accettata

8) complesso di inferiorità rispetto alle coetanee

(Congresso mondiale di psicologia analitica esistenziale, 2006 - Bruto Maria Bruti)

sabato 9 agosto 2008

Omosessualità: E così volete diventare un Terapeuta Riparativo ....


E così volete diventare 
un Terapeuta Riparativo ....


Di Joseph Nicolosi, Ph.D. 



Negli ultimi anni mi ha gratificato vedere un numero sempre maggiore di studenti laureati, interessato a lavorare con clienti che provano attrazione per persone dello stesso sesso (SSA) * e che desiderano cambiare. Alcuni di questi giovani studenti hanno lottato con questo problema e desiderano utilizzare ciò che hanno appreso per aiutare gli altri.

"Ma ne vale la pena?" si chiedono.

Nel rispondere, vorrei descrivere sia gli aspetti positivi sia quelli negativi.

Aspetti Negativi
Coloro che non sono in grado di gestire le controversie "è meglio che lascino perdere”. Imparerete presto ad astenervi dal dire al passeggero cordiale, seduto accanto a voi su un aereo, ciò che davvero fate per vivere. (Potreste scoprire che questa nuova conoscenza non ha una mentalità così aperta come sembrava in un primo momento). Idem per i cocktail party. Alcune persone vi loderanno come un eroe moderno, mentre altri vi accuseranno intollerantemente di intolleranza – completamente ignari dell’intrinseca contraddizione. Preparatevi ad essere fraintesi.

Se utilizzate il termine "terapia riparativa" per descrivere il vostro approccio, sappiate che tale termine è sia una benedizione sia una maledizione. Preso alla lettera, il termine può sembrare offensivo (il concetto di "riparare" qualcuno, come si farebbe con un auto), ma questo non è il suo vero significato. Il vocabolo "riparativa" si riferisce al concetto di omosessualità come impulso a riparare, che è in realtà una buona notizia per il cliente con sentimenti SSA indesiderati.

Molti uomini sono stati portati a credere che i loro sentimenti di attrazione per persone dello stesso sesso stanno a significare che sono "strani", "perversi" e "degeneri". Ma ora, attraverso il concetto di spinta riparativa, si rendono conto che i loro bisogni sono un normale e sano (anche se in ritardo con lo sviluppo) tentativo di stabilire quel legame con persone dello stesso che non hanno stabilito nella loro infanzia. La comprensione del concetto di spinta riparativa fa si che si attenuino i sentimenti di disgusto e di vergogna che il cliente prova nei confronti di se stesso, ed implica anche un progetto positivo per il cambiamento, attraverso l'acquisizione di un rapporto intimo, non sessuale, con un uomo. Tutto questo richiede molte spiegazioni, ma per molti clienti, tali spiegazioni iniziano gradualmente a suonare come vere, in quanto rispecchiano la loro vita.


Il cliente scopre rapidamente che il terapeuta riparativo gli offre una più profonda accettazione di quella che aveva trovato nella comunità gay, dove regna il tabù: "Mai chiedere perché sei gay". (Vedi la mia intervista sul sito web NARTH con l'ex attivista gay Michael Glatze). Al contrario, nella terapia riparativa, il cliente è incoraggiato a indagare apertamente i deficit nei legami emotivi della sua infanzia.

Un altro svantaggio... vi sentirete ripetutamente frustrati nel vedere come i mass media travisano ciò che dite e citano frasi fuori del loro contesto. Preparatevi a essere traditi da quel simpatico giornalista del LA Times che vi chiama a casa, vi intervista per mezz’ora, e alla fine, usa soltanto una sola frase – fuori contesto – proprio quella che da di voi un’idea completamente falsa.
Qualche tempo dopo, potrete farvi convincere da un’affabile cronista del Washington Post che la sua intenzione, a differenza di altri cronisti, è quella di scrivere davvero una storia chiara ed equilibrata, in cui l’imparzialità possa finalmente prevalere. Ma poi, quando l'articolo esce, vi sentirete ancora una volta indignato.

Ecco un altro paradosso: aspettatevi che, in privato, un buon numero di colleghi terapeuti vi incoraggi e vi rassicuri: "Stai facendo un grande lavoro". Essi ammirano il vostro lavoro e dicono che sono dalla vostra parte. Ma, ammettono: "Non potrei mai dirlo pubblicamente, sarebbe troppo distruttivo per la mia carriera".



Forse l’aspetto negativo peggiore è il seguente: aspettatevi di lavorare in maniera sincera con un adolescente che sta male e che sta esplorando le opzioni della sua identità sessuale, che crede sinceramente che l'umanità sia stata progettata per l'eterosessualità e che lavora bene nel corso del mese che trascorre con voi.
Poi, cinque anni dopo, scoprite che è stato eletto presidente del Club di Gay e Lesbiche del suo collegio - e, con vostro sgomento, adesso ha un video su YouTube attraverso il quale insulta voi e il vostro lavoro.

Non è raro per i giovani che si interrogano sulla propria sessualità, fare marcia indietro una o due volte prima di decidere riguardo la propria identità sessuale.
Il giovane cliente, con il quale avete uno stretto rapporto di comprensione oggi, può benissimo trovare conforto e sostegno in un gruppo di attivisti e amici gay, e poi decidere di rifiutare pubblicamente voi e le vostre idee.


Aspetti Positivi
Se non vi siete ancora scoraggiati, continuate a leggere.

I benefici superano di gran lunga i costi. Avete il privilegio di studiare e sviluppare un nuovo settore di trattamento che sfida ciò che l'APA – con il suo silenzio forzato sulle origini dell’omosessualità – sta cercando di realizzare in questo settore. Vi è una soddisfazione contro-culturale nel raggiungere il successo in un settore in cui vige la correttezza politica. (Questa soddisfazione è di gran lunga superiore alla paralizzante indignazione che si prova ogni volta che si sente parlare di un altro episodio dell’Oprah Winfrey Show.)

Ma soprattutto, avete il privilegio di lavorare, molto intimamente, con uomini idealisti che sono decisi a non restare vittime di sentimenti omosessuali che non vogliono, e a realizzare il proprio sogno di un matrimonio tradizionale e di una famiglia.

Vi è grande soddisfazione nel vedere per la prima volta, nel tuo studio di consulenza, un uomo che ha alle spalle una vita di privata tortura; per anni egli ha lottato contro la sua SSA indesiderata, senza avere idea del perché essa lo tormenta così, o di che cosa può fare per cambiare. Come vittima della correttezza politica, non gli è mai stata offerta un'altra prospettiva sulle origini dei suoi sentimenti indesiderati.

Venire da voi rappresenta l'ultimo passo, e in 45 minuti, egli "sa che sapete", e inizia ad assemblare tutti i piccoli frammenti della sua vita – la sofferenza, la confusione, la vergogna, il dolore, l'alienazione, la solitudine – Dopodiché voi, come terapeuti, potete entrare in mezzo a tutto ciò ed aiutarlo a riordinare i frammenti in modo da farne scaturire il significato profondo; tale comprensione trasformerà la sua vita. Per il terapeuta, questo lavoro richiede una capacità di donare se stesso e di creare una squisita armonia, che lascia esausti, ma paradossalmente euforici, alla fine della giornata.


Una soddisfazione marginale ma potente si ha quando, nel momento in cui ci si sente scoraggiati e si comincia a credere che il dibattito non potrà mai essere portato a termine con successo, si riceve una lettera per posta con allegata una foto di una coppia di sposi. La nota all'interno dice "grazie" da un uomo che ha lavorato con te molti anni fa.
Oppure, quando si riceve una lettera da un uomo che vi esprime la sua profonda riconoscenza per averlo aiutato a salvare il suo decennale matrimonio – dopo che gli era stato detto, da un altro psicologo, che era nato omosessuale e che avrebbe trovato pace solo se avesse lasciato moglie e figli per iniziare una nuova vita con un altro uomo.
Nel cassetto della mia scrivania, ho una raccolta di tali lettere e immagini per ricordare a me stesso il senso del mio lavoro.
In effetti, noi abbiamo il privilegio di camminare con molti di questi clienti fino all’Inferno, per poi tornare indietro.

*Same Sex Attraction: Attrazione per persone dello stesso sesso


Tradotto da Patrizia B. per il NARTH 

giovedì 7 agosto 2008

Testimonianze tratte dal Forum SI PUO CAMBIARE: Forse è per questo che Dio l'ha permesso?

john ha detto... 

Questo blog mi ha permesso di sapere che c'è una speranza. Sono un ragazzo omosessuale di 25 anni. Ho intuito questa cosa all'età di 13 anni quando mi infatuai in modo violentissimo di un mio compagno di classe. Ero spaventato: quando lo vedevo mi prendeva una fitta allo stomaco, passava l'appetito, batteva forte il cuore e se per caso mi parlava o mi metteva un braccio intorno al collo amichevolmente... ebbene in quei casi mancava letteralmente il respiro e pensavo di morirne. 

Passati gli anni questa attrazione verso i maschi è stata sempre più consapevole...anche se mi accorgevo molto spesso che l'attrazione l'avevo per alcune parti del corpo in particolare e per un bel viso. Ho anche provato a barare mettendomi con delle ragazze:è stato un vero disastro, con l'aggravante che soffrivo di più perchè sapevo di aver fatto soffrire la "lei" di turno a causa di un mio inconfessabile esperimento. 

Sono cattolico. Credo profondamente in Dio. Una differenza tra ieri e oggi c'è, tuttavia. Ieri non sapevo e non credevo che Lui potesse cambiarmi. Dicevo: "impossibile! non posso smettere di avere un'erezione per un bell'uomo e non posso averla per una donna!". Al contempo in me maturavano due idee terribili: l'ineluttabilità della mia condizione (per cui o rimango casto a vita o alla fine cedo), e il fatto che Dio aveva permesso una cosa così. Perchè? Questa domanda mi ossessionava. 

Da un po' di tempo, invece, tramite confessione con un bravissimo sacerdote, tramite un mio amico e tramite anche questo blog, SO per certo che Dio può guarirmi e può guarirci. Con una preghiera piena di fede, altrimenti non gli permettiamo di lavorare in noi. Siamo persone devastate dalla sofferenza e con l'io a pezzi. Ogni cosa, ogni fallimento in questo cammino di guarigione ci farà tremendamente soffrire. Sarà ancora una tentazione per mollare. Ma bisogna procedere. 

Io sto lavorando in questo senso da pochissimo: 1 mese. Sto riscoprendo l'efficacia della preghiera e quanto Dio mi ama e quanto desidera con tutto il suo Essere di cambiarmi. Forse è per questo che Dio l'ha permesso? Perchè lo potessimo cercare e trovare? Non lo so...è una domandona. Ma potrebbe essere così. 

mercoledì 6 agosto 2008

NARTH: Una Risposta Esauriente alle Obiezioni al Trattamento dell'Omosessualità










Una Risposta Esauriente
alle Obiezioni al Trattamento dell’Omosessualità

A cura del NARTH
(Associazione psicologica e psichiatrica Americana)
 

Traduzione di Patrizia Battisti

 
Introduzione

Nel 1973 l’Associazione Psicologica Americana è stata costretta a cedere ad anni di pressioni da parte di attivisti gay e lesbiche, rimuovendo l’omosessualità dalla propria lista diagnostica dei disturbi mentali. Da allora, e nonostante considerevoli proteste, l’APA continua ad inchinarsi dinanzi alle pressioni di un Comitato attivo di Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transessuali (GLBT), assumendo linee di condotta a sostegno di un programma politico anziché rispondere alla legittima ricerca scientifica.

Per esempio, durante la Convenzione Annuale tenutasi ad Honolulu nel 2004, il Consiglio dei Rappresentanti dell’APA, adottò una risoluzione a sostegno dei matrimoni tra gay, dichiarando “ingiusto e discriminatorio negare a coppie dello stesso sesso il legale accesso al matrimonio civile e ai connessi benefici, diritti e privilegi.”

La risoluzione si basava sulla raccomandazione del Gruppo di Lavoro APA sulle Relazioni e le Famiglie di membri dello Stesso Sesso, costituito principalmente da attivisti gay e lesbiche e da persone chiamate a far parte della task force per il loro noto sostegno all’agenda politica del GLBT.

Nel 1997 l’APA ha adottato la sua attuale politica, che si oppone a qualsiasi tipo di terapia che tratti l’omosessualità come una malattia mentale, ma non ha denunciato esplicitamente le terapie di tipo riparativo. Nell’aprile di quest’anno, rispondendo di nuovo alle richieste di vocali membri omosessuali, l’APA ha autorizzato la creazione di una task force sulle Risposte Appropriate all’Orientamento Sessuale, rivedendo ed aggiornando la linea di condotta del 1997.


Non stupisce che l’APA abbia ignorato la nomina di molti candidati qualificati che avevano una reale background clinico nei processi della terapia del cambiamento, ed abbiano invece nominato un comitato composto principalmente da noti accademici e terapeuti pro-gay, che da anni avevano reso nota la propria opposizione alle terapie di affermazione.

L’opposizione alle terapie del cambiamento sembra ruotare attorno a tre generali obiezioni che l’Assemblea Scientifica Consultiva, operando sotto la direzione di James E. Phelan, Psy.D, affronterà in questa scheda informativa del NARTH.

________________________________________________________________

L’Associazione Psicologica Americana (APA) sostiene le seguenti tre obiezioni al trattamento dell’omosessualità:

1. Non esiste alcuna prova decisiva o convincente a dimostrazione che tali tentativi terapeutici offrano un reale cambiamento.

2. Gli Sforzi per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati dannosi e possono condurre ad un maggiore odio di se stessi, alla depressione e ad altre conseguenze auto-distruttive.

3. Nella popolazione omosessuale non vi è un numero maggiore di patologie rispetto a quello riscontrato nella popolazione in generale.

____________________________

1 Il termine omosessualità (e forme di esso) è utilizzato in questo rapporto nella sua accezione storica e scientifica.
Gli autori sono consapevoli che i termini lesbica e gay sono da preferirsi quando sono riferiti a gruppi specifici.

*Questa è una versione abbreviata di un’ampia relazione disponibile presso NARTH, 16633 Ventura Blvd, Encino, CA 91436-1801; (818) 789-4440.

______________________________________________

L’Assemblea Scientifica Consultiva ed il Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità (NARTH) presenta i seguenti dati in risposta alle citate obiezioni:

1. “Non esiste alcuna prova decisiva o convincente a dimostrazione che tali tentativi terapeutici offrano un reale cambiamento”

I risultati degli interventi mirati al cambiamento dell’orientamento sessuale sono stati ampiamente documentati a partire dalla fine del diciottesimo secolo. L’applicazione di diversi paradigmi ed approcci ha condotto ad esiti diversi. Ciò, di per sé, ha mostrato la possibilità di cambiamento anche in assenza di studi randomizzati. Gli esiti del trattamento erano generalmente definiti dalla misura delle modifiche del desiderio sessuale (da omosessuale ad eterosessuale) ed è stato documentato sia attraverso le testimonianze delle persone direttamente coinvolte sia attraverso altri tipi di dati (Kinsey, Pomeroy, & Martin, 1948; Klein, 1978; Sell, 1997).
Anche in assenza di interventi, gli studi hanno dimostrato che l’orientamento sessuale non è un costrutto unitario e unidimensionale (Weinrich & Klein, 2002).

L’orientamento sessuale, inteso in termini di sesso delle persone verso cui l’individuo é sessualmente ed affettivamente attratto e verso cui prova sentimenti di amore e/o di attrazione sessuale, è definito come un continuum piuttosto che come una variabile dicotoma. La maggior parte delle persone é essenzialmente orientata verso un solo sesso ma prova anche una qualche forma di attrazione verso l’altro sesso. Altri individui sperimentano un’attrazione più o meno bilanciata sia per gli uomini sia per le donne.


Sebbene, in realtà, l’attrazione sessuale sia concettualizzata come un continuum, gli individui (perlomeno nelle culture occidentali) tendono a descrivere se stessi come appartenenti a uno dei seguenti tre orientamenti: gay o lesbico, bisessuale e eterosessuale. Il proprio dichiarato orientamento sessuale può non essere conforme alle proprie effettive attività sessuali, che includono comportamenti, conoscenze e fantasie collegate alla sessualità (p. 266).

I diversi approcci impiegati per il cambiamento dell’orientamento da omosessuale a eterosessuale sono stati documentati per iscritto, utilizzando vari paradigmi. Ancor prima del sopravvenire della psicoanalisi Freudiana, Charcot, attraverso l’uso dell’ipnosi, nel 1882, riferì di alcuni successi in quanto “pazienti omosessuali sono diventati eterosessuali” (Horstman, 1972, p. 5). Anche Albert von Schrenck-Notzing (1892) ha riferito di un caso in cui utilizzando terapie ipnotiche si è verificato un cambiamento dell’impulso dell’attrazione sessuale da omosessuale ad eterosessuale.

Sebbene lo studio psicoanalitico di Bieber et al. (1962), condotto su uomini omosessuali, secondo il quale il 27% delle persone che avevano completato il trattamento erano diventate esclusivamente eterosessuali, sia stato ampiamente criticato per difetti di ricerca, un esame di 285 membri anonimi dell’Associazione Psicoanalitica Americana condotto 30 anni più tardi da Macintosh (1994), ha rivelato che su 1215 pazienti omosessuali trattati da psicoanalisti, il 23% è passato dall’omosessualità all’eterosessualità e che l’84% dell’intero gruppo ha ottenuto significativi benefici terapeutici.

Le percentuali di successo dichiarate dai terapeuti del comportamento sono state, nei casi riferiti, sostanzialmente di un terzo o maggiori (Bancroft, 1974; Birk, Huddleston, Miller, & Cohler 1971). Throckmorton (1998), esaminando gli esiti del trattamento, ha rilevato che molti consulenti comportamentalisti hanno sostenuto l’utilità dell’utilizzo di una molteplicità di tecniche del comportamento ai fini del riorientamento verso l’eterosessualità.

Il Dr. Nicholas Cummings, ex presidente dell’APA, ha rivestito l’incarico di Direttore del Mental Health con la Kaiser-Permanente Health Maintenance Organization. Durante i 20 anni in cui è stato alla Kaiser-Permanente ha trattato più di 2000 pazienti e il suo staff ne ha trattati altri 16.000. Né lui né i membri del suo staff hanno mai cercato di riorientare i loro pazienti verso l’eterosessualità a meno che gli stessi pazienti non avessero indicato, in maniera inequivocabile, che era quello lo scopo che desideravano raggiungere con la terapia. Tra i pazienti che si prefiggevano tale scopo, il 67% ha ottenuto buoni risultati con il 20% di riorientamento (Cummings, 2007).

Anche I terapeuti sessuali hanno documentato cambiamenti nell’orientamento sessuale. L’Istituto Kinsey ha documentato il trattamento di più di 80 uomini omosessuali che avevano raggiunto un adattamento eterosessuale soddisfacente (Pomeroy, 1972). Nel trattamento di 90 omosessuali (Masters and Johnsons 1979) è stata riportata una percentuale di fallimenti del 28.4% nell’arco di 6 anni (Schwartz & Masters, 1984). Essi hanno scelto di riportare la percentuale di fallimento per evitare vaghi concetti di successo. Sebbene la percentuale di fallimento non sia stata uguagliata dalla percentuale dei successi, è stato utile comparare gli esiti positivi del loro lavoro con quelli riportati in altri studi centrati sul cambiamento dell’orientamento (Diamant, 1987).

Anche meta-analisi di studi anno dimostrato il riorientamento dei pazienti verso l’eterosessualità: il 33% è stato riscontrato nelle meta-analisi di Clippinger (1974); il 35% in quelle di James (1978); e il 33% in quelli di Jones e Yarhouse (2000). Byrd and Nicolosi (2002) hanno utilizzato la tecnica meta-analitica in 146 studi riguardanti la valutazione dell’efficacia del trattamento. L’analisi ha rilevato che il paziente medio sottopostosi al trattamento ha ottenuto migliori risultati rispetto al 79% dei pazienti che si sono sottoposti a trattamenti alternativi, e anche rispetto alle percentuali di pretrattamento in diverse valutazioni degli outcome.

Infine, le risposte dei pazienti a domande concernenti il modo in cui hanno vissuto il cambiamento, hanno fornito dati a conferma che il cambiamento è possibile, almeno per alcuni. Nicolosi, Byrd, and Potts (2000), con enormi sforzi da parte dell’Associazione Nazionale per la ricerca e la Terapia dell’omosessualità, hanno esaminato retrospettivamente 882 omosessuali insoddisfatti, servendosi di un questionario costituito da 70 elementi di informazione. Dopo essersi sottoposti alla terapia oppure contando soltanto sulle proprie forze, il 20-30% dei partecipanti ha riferito di essere passato da un orientamento omosessuale a un orientamento esclusivamente o quasi esclusivamente eterosesuale. Dei 318 che si sono dichiarati esclusivamente omosessuali prima del trattamento, 56 di loro, pari al 17.6%, hanno riferito, durante l’indagine, di considerarsi esclusivamente eterosessuali.


Shidlo and Schroeder (2002) hanno intervistato 182 uomini e 20 donne che si erano sottoposti a terapie di riorientamento sessuale, per scoprire se tali terapie erano state percepite come dannose o utili dai pazienti. All’inizio i ricercatori hanno reclutato i partecipanti grazie alla pubblicazione, nelle riviste omosessuali, del seguente annuncio: “Aiutateci a documentare il danno provocato dalle terapie omofobiche!” Dall’esame dei 202 partecipanti risultò che 176 non avevano ottenuto alcun beneficio dalla terapia mentre per 26 di essi la terapia aveva aveva avuto successo. 12 stavano ancora lavorando su stessi, riferendo di alcune “ricadute”; 6 non lottavano più contro i sentimenti di attrazione omosessuale in quanto riuscivano a gestirli; 8 erano nel “periodo di passaggio eterosessuale” (p. 253); 3 persone sono state collocate al 7^ livello della scala Kinsey in quanto si sono autodefinite eterosessuali ed hanno riferito di avere comportamenti e relazioni eterosessuali, negando di avere comportamenti omosessuali.


Spitzer (2003), della Columbia University, ha intervistato telefonicamente 200 soggetti, che avevano partecipato a diversi processi di riorientamento, utilizzando un questionario di 114 domande a risposta chiusa. Prima dell’inizio del processo di riorientamento, il 46% dei maschi e il 42% delle femmine provava attrazione soltanto per persone dello stesso sesso. Dopo l’intervento, il 17% dei maschi e il 54% delle femmine hanno riferito di essere attratti esclusivamente dal sesso opposto. Dopo tali risultati Spitzer ha affermato “Pertanto, esistono prove che il cambiamento dell’orientamento sessuale, seguendo alcune forme di terapia riparativa, si verifica in alcuni uomini omosessuali e in alcune lesbiche” (p. 403).

La dissertazione di Karten’s (2006) ha preso in esame gli sforzi di riorientamento sessuale di 117 uomini attratti da persone dello stesso sesso che si erano sottoposti a vari tipi di intervento per cambiare orientamento. Utilizzando una scala di autoidentificazione sessuale di 7 livelli in cui il livello 1 sta ad indicare esclusiva omosessualità e il livello 7 esclusiva eterosessualità, egli ottenne i seguenti dati: all’inizio dell’intervento gli uomini riportarono, in media, il mediocre punteggio di 2.57 (2= quasi completamente omosessuale; 3= più omosessuale che eterosessuale); durante l’indagine (dopo l’intervento) riportarono il punteggio di 4.81 (4= ugualmente omosessuale e eterosessuale; 5= più eterosessuale che omosessuale). Il cambiamento era statisticamente significativo.

Infine, una compilazione di 3 recenti sondaggi (Nicolosi, Byrd, & Potts, 2000; Shidlo & Schroeder, 2002; and Spitzer, 2003) ha prodotto una percentuale di successi del 31%. Esiste un’enorme differenza nelle percentuali di successo tra gli studi di Nicolosi et al. (2000) e di Spitzer (2003) e quelli di Shidlo and Schroeder (2002). Ciò è probabilmente dovuto ai metodi di campionamento dei ricercatori. Nicolosi et al. (2000) e Spitzer (2003) utilizzarono campioni provenienti da fonti che possono, con più probabilità, fornire risultati positivi (ad esempio da organizzazioni come NARTH), mentre Shidlo e Schroeder (2002) si servirono di campioni provenienti in gran parte da fonti omosessuali, più inclini a fornire risposte negative alle terapie riparative. Ciononostante, alla fine, la percentuale media di successi prodotta è ancora del 31%, non molto diversa da precedenti meta-analisi di resoconti.

Riassumendo, numerosi resoconti sul cambiamento dell’orientamento da omosessuale a eterosessuale sono stati documentati utilizzando una varietà di terapie, così come sopra descritto. Questi elementi di prova sono una risposta alle affermazioni che non esistono prove convincenti della possibilità di cambiamento. Anche in assenza di uno studio randomizzato, gli esiti degli interventi volti al cambiamento dell’orientamento sessuale sono estesi e vari.

2. “Gli Sforzi per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati dannosi e possono condurre ad un maggiore odio di se stessi, alla depressione e ad altre conseguenze auto-distruttive.

In generale, non è stata dimostrata la dannosità della terapia riparativa. Come è stato già detto, gli sforzi terapeutici per modificare l’orientamento sessuale si sono dimostrati utili per un certo numero di clienti. Anche quando questi erano delusi per il fatto di non aver modificato i propri pensieri, sentimenti, fantasie o comportamenti sessuali verso persone dello stesso sesso, i clienti hanno generalmente riferito di essere soddisfatti dei cambiamenti verificatisi. Mentre l’insoddisfazione del cliente è una possibile e spiacevole conseguenza di qualsiasi terapia, tale insoddisfazione non è di per sé “dannosa” e può essere minimizzata dalla pratica responsabile di un accurato e tempestivo consenso informato.

Gli autori che si oppongono in modo netto alla pratica della terapia riparativa, avvertendo che essa può o potrebbe essere dannosa, riconoscono, ciononostante, che tale terapia non sempre lo é. Ad esempio Haldeman (2001), che dichiara di aver aiutato clienti sottoposti a questa terapia, ha osservato che: “Non tutti gli individui sembrano essere stati danneggiati dalla terapia di conversione. Non è raro, infatti, che alcuni abbiano riferito che un fallito tentativo abbia avuto uno strano e indiretto effetto benefico, come (ad esempio) quello di “abbandonare” il diniego del proprio orientamento sessuale” (pp. 119-120).


Susseguentemente, dopo aver descritto i rischi ai quali, secondo lui, i clienti della terapia riparativa erano esposti, Haldeman ha definito la valutazione del rischio con queste parole: “Con questo non intendo suggerire che tutte le terapie di conversione sono dannose o che i professionisti del settore della salute mentale dovrebbero cercare di fermarle” (p. 128). Un’altra ricerca, spesso citata, incentrata sul reale o potenziale danno causato a “soggetti che si sottopongono a terapie di conversione” ha dimostrato che tali terapie non sempre sono considerate dannose da chi ne usufruisce (Shidlo & Schroeder, 2002).

Mentre lo studio era stato inizialmente ideato per “documentare il danno” procurato dalle “terapie omofobiche” al fine di “informare il pubblico riguardo gli effetti spesso dannosi di tali terapie” (come scritto nel testo utilizzato per il reclutamento dei partecipanti), gli inattesi risultati concernenti positivi cambiamenti hanno portato ad includere nello studio “sia i successi sia i fallimenti percepiti dall’individuo” (p. 259).

In generale, gli autori hanno affermato che “i dati presentati in questo articolo non forniscono informazioni sull’incidenza e sulla prevalenza degli insuccessi, dei successi, dei danni, dei benefici o delle violazioni etiche della terapia di conversione” (p. 250, in corsivo nell’originale). Gli autori hanno constatato che delle 31 persone che hanno preso parte ai corsi di trattamento clinico (“qualsiasi tipo di terapia fornita da psicologi abilitati, psichiatri, assistenti sociali, esperti di terapia familiare e matrimoniale, o consulenti”) 22 persone hanno considerato “utile” il trattamento ricevuto e 9 persone lo hanno valutato “sia utile sia dannoso”. 85 lo hanno considerato “dannoso” e 2 “né utile né dannoso”. Chiaramente, un numero significativo non ha considerato la propria esperienza inequivocabilmente “dannosa” (p.257).

La terapia del riorientamento è dannosa? Per quanto riguarda le persone che hanno preso parte al suo studio, Spitzer (2003) rileva, non vi è alcuna prova che sia nociva. “Al contrario”, egli dice, “ è stato rilevato che la terapia è stata utile in molti modi, al di là dal cambiamento dell’orientamento sessuale” (p. 413). E poiché il suo studio ha constatato notevoli benefici e nessun danno, Spitzer ha affermato che l’Associazione Psicologica Americana dovrebbe smettere di applicare un duplice standard, disapprovando la terapia del riorientameno e allo stesso tempo incoraggiando energicamente la terapia affermativa-gay per la conferma e il consolidamento dell’identità gay, della quale non esiste alcuna “prova rigorosamente scientifica che ne dimostri l’efficacia” (p.413).

Inoltre, Spitzer ha scritto nelle sue conclusioni, “i professionisti della salute mentale dovrebbero smetterla di muoversi nella direzione di proibire una terapia che ha come scopo il cambiamento dell’orientamento sessuale. Molti pazienti, che hanno acconsentito a sottoporsi alla terapia, dopo essere stati informati della possibilità di andare incontro a delusioni nel caso in cui la terapia non avesse avuto successo, possono compiere una scelta razionale di lavorare per sviluppare il proprio potenziale eterosessuale e minimizzare l’attrazione omosessuale indesiderata” (p. 413).

La terapia del riorientamento viene scelta soltanto da clienti spinti dal senso di colpa, vale a dire da ciò che è comunemente conosciuto come “omofobia”?
E’ il contrario, conclude Spitzer. Infatti “la capacità di operare questa scelta dovrebbe essere considerata fondamentale per l’autonomia e l’autodeterminazione del cliente” (p. 413).

I critici suggeriscono che una delle conseguenze della terapia riparativa è lo sviluppo di un atteggiamento negativo verso l’omosessualità (ad esempio, Haldeman, 1991). Non è chiaro se questa vaga critica si riferisca a clienti singoli, al pubblico, a corporazioni di professionisti, o a tutte queste entità.




Se l’affermazione riguardo l’accresciuta omofobia sta a significare che coloro che scelgono la terapia acquisiscono atteggiamenti ancor più negativi nei confronti del sentimento di attrazione per lo stesso sesso e verso se stessi, essa costituirebbe una valida critica soltanto se venisse dimostrato che tali atteggiamenti sono inculcati dalla terapia riparativa e costituiscono un suo inevitabile effetto collaterale.

La disponibilità della terapia riparativa, durante gli ultimi decenni, ha avuto un effetto irrilevante sull’incoraggiamento o il mantenimento di una valutazione negativa da parte della stessa comunità gay o del pubblico in generale. Da alcuni decenni esiste una chiara tendenza, da parte degli omosessuali stessi e del pubblico in generale, a credere che l’omosessualità sia innata, che coloro che sperimentano l’omosessualità non siano da biasimare e che non debba essere consentita l’ingiusta discriminazione nei confronti di tali persone (Bell, 1976; 2000 Harris Poll in Schneider, 2006; Herek, 2002; Kryzan & Walsh, 1998; Otis & Skinner, 2004; Robinson, 2006).

L’asserzione che “il maggiore odio per se stessi, la depressione e altre autodistruttive” esperienze siano le conseguenze dannose degli “sforzi per cambiare orientamento sessuale” deve essere presa in considerazione anche nel contesto di qualsiasi altro processo terapeutico. Ad esempio, la psicoterapia dinamica a breve termine spesso induce i clienti a divenire consapevoli della depressione, ansietà ed altre emozioni residue del loro passato più o meno recente. A breve termine, mentre cercano di astenersi da pratiche sessuali o altro (ad esempio, uso di sostanze), i clienti possono sperimentare un aumento del “senso” di depressione, etc.

Un accrescimento di sentimenti spiacevoli può non rappresentare un indizio di “danno”, ma può offrire l’opportunità di affrontare sentimenti precedentemente “congelati” da comportamenti che alterano l’umore (es: gratificazione sessuale), sostanze (es: alcol o droghe) o altre pratiche (es: pornografia).
I clienti che pongono fine a una qualsiasi terapia prima che le questioni emotive sottostanti o gli schemi di comportamento compulsivo siano effettivamente risolti, si sentiranno certamente peggio di come si sentivano quando hanno iniziato la terrapia. 

Inoltre, nella misura in cui le persone con desideri omosessuali sono coinvolte in compulsioni sessuali e/o soffrono di altre difficoltà relazionali o psicologiche, può essere possibile e realistico un alto tasso di recidività, come quello rilevato nel trattamento di abuso di sostanze e altre dipendenze.

Concordiamo con l’affermazione di Haldeman’s (2001): “Chiaramente, tutti gli esiti potenziali (e reali) della terapia di conversione (sia utili, sia dannosi) devono essere ulteriormente documentati e valutati. Ne risulterà una migliore comprensione riguardo ai tempi e alle condizioni in cui il processo di terapia riparativa può produrre migliori risultati. 


Ulteriori studi dovranno prendere in considerazione non un singolo approccio della terapia riparativa ma una molteplicità, se non addirittua la maggior parte degli approcci terapeutici utilizzati per aiutare un qualsiasi cliente con i problemi che si presentano comunemente, ivi compresi: depressione, ansietà, vergogna, angoscia irrisolta legata alla famiglia di origine, abuso sessuale ed emotivo, difficoltà relazionali, scarsa assertività, abitudini compulsive che generano assuefazione, etc.

Qualsiasi credibile critica concernente la dannosità o l’utilità delle terapie riparative dovrà delineare con precisione i metodi, gli scopi e i costrutti teoretici del trattamento, che sono asseritamente ritenuti dannosi sia intrinsecamente e generalmente, sia individualmente e specificatamente. Finora ciò non è stato chiaramente dimostrato. In realtà, le conseguenze negative sono inevitabili in ogni campo, e non è stato dimostrato che le conseguenze negative attribuite alla pratica della terapia riparativa superino i benefici testimoniati da coloro che hanno trovato utili tali terapie.

3. “Nella popolazione omosessuale non vi è un numero maggiore di patologie rispetto a quello riscontrato nella popolazione in generale”.

La ricerca ha dimostrato che gli omosessuali (soprattutto gli uomini) soffrono di un maggior numero patologie rispetto alla popolazione in generale. Ciò si è dimostrato vero nei seguenti ambiti: correre rischi, in maniera suicida, attraverso rapporti sessuali senza protezione (van Kesteren, Hospers, & Kok, 2007); violenza (Owen & Burke, 2004); comportamento asociale (Fergusson, Horwood, & Beautrais, 1999); abuso di sostanze (Sandfort, de Graaf, Bijl, & Schnabel, 2001); tentativi di suicidio (de Graaf, Sandfort, & Ten Have, 2006); promiscuità (Laumann, Gagnon, Michael, & Michaels, 1994); parafilia (fisting) (Crosby, & Mettey, 2004); chiedere denaro in cambio di prestazioni sessuali (Schrimshaw, Rosario, Meyer-Bahlburg, ScharfMatlick, Langstrom, & Hanson, 2006); dipendenza sessuale (Dodge, Reece, Cole, & Sandfort, 2004); disordini della personalità (Zubenko, George, Soloff, & Schulz, 1987) e psicopatologie (Cochran & Mays, 2007; Sandfort, de Graaf, Bijl, & Schnabel, 2001).

Le donne lesbiche hanno problemi molto pù gravi di quelli della loro controparte eterosessuale, in modo particolare per quanto concerne la salute (Cochran & Mays, 2007; Johnson, & Palermo, 1992; Moran, 1996). Le scoperte derivanti da un’indagine nazionale compiuta su 1925 lesbiche, il più esteso compiuto fino ad oggi, hanno rivelato che oltre il 50% di esse aveva preso in considerazione il suicidio e che il 18% lo aveva tentato; il 37% aveva subito violenze fisiche; il 32% era stato violentato o aveva subito attacchi di natura sessuale e il 19% aveva avuto relazioni incestuose. Quasi un terzo di esse aveva fatto giornalmente uso di tabacco e circa il 30% aveva bevuto alcol più di una volta alla settimana (Bradford, Ryan, & Rothblum 1994).

In generale, vi è una maggiore incidenza di queste problematiche nella popolazione omosessuale (circa tre volte tanto, e a volte anche di più) rispetto alla popolazione in generale.

Alcune caratteristiche patologiche sono più prevalenti di altre. E’ difficile trovare nella società gruppi di dimensione comparabile con tali profonde e diffuse patologie.

Un’analisi completa dell’insieme degli studi compiuti su questo argomento rivela l’esistenza di un vasto numero di pubblicazioni in cui è stato stabilito un legame quantitativo con l’omosessualità. Sono state esaminate soltanto le categorie più prominenti ma ne esistono molte altre.
La consueta spiegazione è che la discriminazione sociale è la sola responsabile. Ad ogni modo, la possibilità di una spiegazione alternativa incentrata sulle condizioni intrinseche della struttura psichica degli omosessuali non è stata del tutto scartata; in realtà, numerosi studi realizzati in culture diverse mostrano che la prevalenza dell’omosessualità sembra indipendente dalla tolleranza culturale o dall’ostilità verso di essa. 

Un legame di tipo quantitativo tra patologie e omosessualità è stato indiscutibilmente stabilito – l’alternativa è nel complesso soltanto teorica e la sua estensione quantitativa in larga misura non dimostrata.