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sabato 31 dicembre 2011

Si può Cambiare_ Una madre che ha superato la Disforia di Genere (DIG) si racconta per amore di suo figlio



Una madre che ha superato la Disforia di Genere (DIG) si racconta per amore di suo figlio.  


"... PER  PAURA DI  FERIRLI  NON  NEGHIAMOGLI  LA VERITA'"


Il disturbo dell'identità di genere (spesso abbreviato in DIG), detto anche disforia di genere, è un disturbo in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico cioè quello assegnato anagraficamente alla nascita. Il DIG è indipendente dall'orientamento sessuale e non va confuso con esso: infatti una transessuale da maschio a femmina (MtF) può essere eterosessuale o lesbica, così come un transessuale da femmina a maschio (FtM) può essere eterosessuale o gay.

------------------------------------ Testimonianza:


“Gender”: come trasformare un problema famigliare in stile di vita

 

Ho superato i miei problemi di identità (DIG  Disforia di Genere) in un tempo dove la società ancora ti permetteva di superarli, trovando delle naturali strategie psicologiche. Non venivano pubblicizzate tante “alternative”, per mia fortuna, e l’unica possibilità era quella di imparare ad adattarsi alla realtà. 
La maggior parte dei bambini con DIG, specialmente se aiutati a sanare le dinamiche famigliari distorte, risolvono spontaneamente questo problema in 2 modi: procedendo verso l’eterosessualità (un tempo ciò accadeva a quasi tutti), oppure dirottando verso l’omosessualità (oggi più di ieri). Questo tipo di bambina di cui sto parlando si vive psicologicamente come un ragazzino, si riconosce in questa sua identità manifestandolo in 2 modi principali: il primo nel vestirsi, giocare, relazionarsi e fare tutto come un maschietto ( “io sono come loro”), il secondo (successivo rispetto al precedente) , riuscendo a percepire questa sua identità falsata anche nel relazionarsi con le bambine (“loro sono diverse da me e questo conferma il mio sentirmi maschio”). Questo secondo tipo di vissuto, rapportato a oggi e con la mentalità corrente, può portare prima verso l’omosessualità e in seguito in alcuni casi anche verso la transizione. Ovviamente per i maschi il discorso è analogo, ma all’inverso. 
Tornando al mio passato, non trovando alternative diversificate né nella società e tanto meno nella mia testa (ma nemmeno trovando l’aiuto dei genitori nel cambiare le dinamiche famigliari), ho risolto il tutto in un modo spontaneo ma anche un po’ contorto. Mi spiego. Dapprima mi sono trovata a vivere i rapporti come un “omosessuale” uomo fa senza rendersene conto, cioè prendevo dagli uomini la loro virilità che sentivo essermi stata negata. In poche parole mi sentivo empaticamente appagata nel guardare e toccare loro. Per i primi anni sono stati rapporti sempre solo vissuti a senso unico, non permettevo loro né di toccarmi e né di spogliarmi, era troppa la vergogna che provavo nel mostrarmi donna. 
Però con il tempo, vivendo empaticamente il loro piacere, sentendomi desiderata dagli uomini, ho iniziato a vivere e sentire come desiderabile e piacevole anche la mia identità femminile che sempre più ha trovato il coraggio di emergere. Più alimentavo il loro piacere, più aumentava anche il mio e nel contempo aumentava l’apprezzamento per quello che ero veramente. Fin dalla mia più tenera età avevo iniziato a capire che il mio desiderio ossessivo d'essere bambino corrispondeva anche al timore inconscio di “deludere” i genitori ogni volta che ero costretta a smascherarmi come bambina. LA MIA IDENTITA’ FALSATA ERA LEGATA A LORO, ALL’IMPRESCINDIBILE BISOGNO D’ESSERE ACCETTATO E PERCIÒ AMATO CHE HA IL BAMBINO DA PARTE DEI GENITORI. UN BISOGNO VITALE CHE ARRIVA ANCHE A NEGARE LA PROPRIA IDENTITÀ SE INCONSCIAMENTE ANCHE ERRONEAMENTE PERCEPISCE CHE COSÌ DEV’ESSERE PER ESSERE PIÙ AMATO. 
LA DIG (Disforia di Genere) infantile è prima di tutto un problema d’amore e di accettazione, d’identità solo di conseguenza e in apparenza. Quando mi chiedevo perché piangevo e volevo essere a tutti i costi un maschio, non riuscivo a darmi risposte, ma quando mi arrabbiavo e volevo andare contro questa mia identità imponendomi di fare cose da bambina, magari chiedendo regali da femmina, appena mi immaginavo nel farlo sentivo una sensazione frammista a vergogna e senso di deludere i genitori e non lo facevo (deludere i genitori corrispondeva alla paura di non essere più amata).
 C’era una madre dominante, non accogliente, quasi ostile che attuava differenze discriminanti evidenti tra noi figlie femmine e il maschio più piccolo. C’era un padre completamente assente, che però prendeva sempre le mie difese, anche perché ero l’unica che lo aiutava nei lavori ; questo faceva arrabbiare ancora di più la mamma nei miei confronti. Perfino apertamente mi diceva del suo disagio provato ogni volta che ero presente in casa. Solo dopo la grande gioia di essere diventata mamma a mia volta, questa ferita è guarita completamente da sola, anche nel bisogno affettivo. Inutile dire che come sono spariti i miei problemi, sono iniziati quelli del figlio. 

Ero stupita di come così piccolino cercasse la figura di un padre. Il padre biologico è un uomo cresciuto a sua volta senza il padre, morto quando lui aveva pochi mesi di vita, e quando gli ho dato la notizia dell’arrivo di nostro figlio ha ritenuto, dopo aver appreso il mio rifiuto alla sua richiesta di abortire (cosa che non accettò), di andarsene sostenendo che il bambino sarebbe potuto crescere “bene come lui” anche senza la presenza di un padre (?). Lui infatti era cresciuto “così bene”  che, non avendo sperimentato il valore di quella importantissima figura di riferimento che è quella del padre, ha lasciato anche suo figlio solo, inconsapevole di quanto lo stava così penalizzando. (Avrei potuto obbligarlo a riconoscerlo, ma non se lo meritava). 
Questo per sottolineare come l’assenza di un genitore si può ripercuotere negativamente in modi molto diversificati nello sviluppo della persona. Il padre biologico di mio figlio sarebbe stato uno di quei bambini che sfuggono dalle statistiche dei figli con disagi dovuti alla mancanza di un genitore: alle scuole superiori aveva vinto perfino un premio come miglior allievo, ma, come dimostrato dalla realtà, le ripercussioni negative possono emergere durante tutto l’arco della vita, magari quando meno ce la si aspetta, e assumere molti volti. 
Mio figlio si affezionava ad ogni uomo che instaurava un qualche piccolo rapporto con lui e appena scopriva che non c'era più ne soffriva terribilmente, con manifestazioni di sofferenza anche molto evidenti in più circostanze. Questo non succedeva mai con le donne che si occupavano di lui mentre io lavoravo. In seguito mi sono legata ad un uomo che non è riuscito a dargli tutte le piccole attenzioni che un vero padre avrebbe dovuto dare… favorendo le 2 figlie femmine. Come avrei potuto fargliene una colpa, quando sono stata io a mettere al mondo un figlio senza il padre?! Piuttosto dovevo essergli grata per tutto ciò che in ogni caso ha saputo dare. 
Così ho iniziato ad essere iper-protettiva, a cercare di separare il figlio nella quotidianità da quest’uomo che era anche diventato suo padre per adozione. Istintivamente la mia intenzione era quella di evitargli delle sofferenze. Probabilmente alcune le ho evitate, ma ne ho causate altre. Vedevo crescere nel figlio un'eccessiva vergogna verso la sua sessualità, proprio come avevo vissuto anch’io fin dai primi anni di vita, mentre per lui questo è iniziato dopo i 6, 7 anni, nella nuova situazione famigliare e dopo la nascita della sorellina. Ora nessuno lo doveva più vedere nemmeno in mutande e quando indossava un pigiama aderente si piegava in avanti per nascondere le sue forme, tirando giù il più possibile il sopra del pigiama. 
Facendo ricerche in base ai suoi strani comportamenti, trovai che avevano un’analogia con i ragazzi che subiscono abusi sessuali. Eppure ero certa che non era il suo caso. Successivamente in adolescenza, con tutti gli atteggiamenti tipici di chi non accetta di vedersi trasformare in uomo, ho appreso della “sua omosessualità”. Dal canto mio non mi ero preoccupata più di quel tanto, perché credevo fosse solo una fase passeggera adolescenziale, un volersi conformare per ribellione alla nuova mentalità della società. 
Ha iniziato a frequentare “ambienti per adolescenti alternativi” di Milano dove sopraggiungevano attempati uomini adulti che approfittavano dei ragazzini (c’è un riscontro oggettivo anche nei verbali della procura dei minori) e ne è talmente rimasto deluso che per anestetizzare il tutto, si è buttato nella droga facendo precipitare la situazione in modo molto tragico. Solo allora ho iniziato a fare ricerche nei web su tutto quanto raccontavano a proposito di omosessualità. E’ stato incredibilmente scioccante, come accendere non solo una lampadina, ma un enorme faro nel buio. 
Subito dopo aver letto che alcune bambine con forti problemi d’identità arrivano anche a fare la pipì in piedi, ho capito che ciò che ha convissuto con me per i primi quasi 30 anni della mia vita si chiamava disforia di genere. Non avevo mai saputo dare un nome a tutto quel che avevo provato e vissuto, in un tempo dove la società ti obbligava a reagire senza tanti se e ma. Ma nemmeno sapevo che fosse un problema di molti, o anche solo un problema… ero semplicemente io, una bambina che piangeva perché a tutti i costi voleva essere un maschietto, che modellava il pube sperando che crescesse il pene e che credeva di essere nata nel corpo sbagliato, che ha sempre giocato al calcio a casa, a scuola e in seguito nelle squadre femminili anche di Hockey su ghiaccio, senza mai fare la doccia con le altre ragazze fino ad oltre i 22, 23 anni, poiché pur avendo un corpo statuario, mi vergognavo nel mostrare la mia femminilità. 
Sono stata per 4 anni alle scuole medie, con un maschio quale compagno di banco. Avevo il culto della muscolatura e della forza fisica e ogni giorno mi allenavo in tutti i modi per aumentarle. Mi piaceva battermi con i ragazzi, sfidarli e vincere. Bucavo i genitali e i seni delle Barbie di mia sorella con gli aghi provando piacere nel farlo e mi chiedevo come mai facessero dei giocattoli così provocanti dal lato sessuale e come mai la mia mamma e mia sorella sembravano non accorgersi che erano erotiche e che gli facevo i buchi, mentre l'unico bambolotto che ho accettato in regalo, era un bambino con il pene di plastica che faceva la pipì, anche in quel caso l’ho voluto solo perché aveva il pene e mi sembrava strano che la mamma me lo lasciasse prendere senza capire che era quello lo scopo della mia scelta. 
Già attraverso questi 2 tipi di giocattoli sessuati al maschile e al femminile percepivo me stessa nei 2 modi differenti in cui mi sarei potuta realizzare sessualmente nel futuro, combinatamente alla DIG, il primo nel percepirmi uomo che possiede il corpo di una donna (la Barbie rappresentava una possibile apertura verso l’omosessualità, se avessi saputo che esistevano questo tipo di persone) e il secondo vivevo quel pene empaticamente come fosse il mio (il bambolotto invece rappresentava un’apertura verso l’eterosessualità, anche se in verità era un’eterosessualità contorta). 
Proprio per questo i bambini con una Disforia di Genere sviluppatasi in tenera età, la maggior parte delle volte risolvono spontaneamente in adolescenza questo problema evolvendolo in eterosessualità o omosessualità. Creavo situazioni e giochi con i compagni dove li spingevo a spogliarsi e mi stupivo del fatto che loro lo facevano sempre, mentre io mai mi sarei spogliata davanti a loro. Evidentemente loro non avevano problemi d’identità e vivevano le loro parti genitali con naturalezza e senza eccessiva vergogna. Mentre io da una parte ero attratta in modo ossessivo da tutto quanto era genitale e dall’altra mi vergognavo tantissimo del mio sesso genetico femminile. 
I problemi d’identità dei bambini piccoli sono fortemente legati al sesso genetico e partono da una presa di consapevolezza collegata ad un rifiuto di quella parte anatomica percepita come non amabile e apprezzabile per colpa delle dinamiche famigliari. Da quella presa di consapevolezza seguita subito dal rifiuto scaturisce la Disforia di Genere (DIG), dove il bambino inizia inconsciamente ma categoricamente ad identificarsi nell’altro genere, non perché non esiste differenza tra i generi, ma proprio perché cerca questa differenza al contrario. Desideravo tantissimo avere il pene al punto che me lo sentivo (effetto arto fantasma), per questo guardando un ragazzo che si masturba o toccandolo, percepivo il suo piacere su di me.
 Il maschietto con una DIG cerca di spingere il pene all’interno di sè, non lo vuole, lo nega. Ho ricordi vivissimi di tutti i pensieri che avevo e le sensazioni che provavo fin da piccolissima, dovuti proprio al fatto che, essendo la mia una crescita sofferta e anomala, continuamente mi obbligavo a pormi domande e a scavare nei ricordi per cercare di dare un senso a ciò che facevo, che sentivo e che volevo essere,  il tutto contrastando con forza  ciò che vedevo con gli occhi essere invece realmente.
 Mia madre sembrava contenta che avessi questa identità da maschio, si arrabbiava solo quando non volevo mettere i vestiti da femmina che lei stessa mi cuciva. Del resto anche lei mi ha sempre detto di non essere stata felice di essere femmina e che avrebbe voluto essere maschio per far felice suo padre, poiché erano in 3 sorelle. Anche mio padre sembrava contento di com’ero, mi difendeva sempre. 
Ho sempre voluto gli stessi giocattoli di mio fratello: macchinine, soldatini, palloni e pistole, e i miei genitori me li hanno sempre comprati senza porsi problemi. La mamma in seguito ha iniziato a cucirmi solo pantaloncini bermuda per la bella stagione. Vestita in quel modo mi ricordava anche il mio maestro, incontrato dopo tanti anni. Oggi ci sono libri di persone che hanno cambiato orientamento sessuale che descrivono tutto, come fossero la fotocopia della nostra vita, mia e di mio figlio. Ho capito i problemi di mio figlio; ogni riga che leggevo confermava tutto quello che avevo osservato svilupparsi in lui nelle varie fasi della crescita e tutto quello che avevo vissuto io stessa confrontati con l’ambiente famigliare.
 Questa società riempie il mondo di menzogne e disinformazione al punto da voler condurre un ragazzo che si trova in queste situazioni a prendere un’unica direzione sofferta e forzata…Proprio come accadeva un tempo, ma in senso totalmente opposto. Mio figlio, al contrario di me, ha saputo subito dare un nome a ciò che sentiva, ma dietro quel nome esisteva solo la falsa idea di essere nato così. 
Abbiamo parlato, litigato, l'ho messo davanti a tutta la verità sulla sua infanzia, ricordandogli ogni particolare. Le fidanzatine all'asilo e i primi anni di scuola, ricordi che sembrava aver rimosso. Gli ho ricordato tutta l'evoluzione del suo cambiamento negli anni, di come si è piegato sotto la sua sofferenza, con segni evidenti che però non ho saputo interpretare per mancanza di conoscenza. L'ho ferito profondamente e il suo dolore era il mio dolore, ma ho voluto andare avanti fino in fondo e infine gli ho chiesto il perdono a mio nome e a nome del papà. Non ho buttato le colpe sul padre, ma le ho divise tra noi, come giusto. E' stato un momento veramente doloroso ma lo sentivo necessario in nome della verità. 
Quella sera, in seguito alla discussione, si è chiuso in camera e non è più uscito fino al giorno dopo. Sebbene dicesse di non credere alla possibilità di cambiare, si è messo a leggere tantissimi libri sulle neuroscienze cognitive e le filosofie della mente, e tutto questo gli ha permesso di capire che il suo sè viene dalla mente; cambiando il modo di pensare, immaginare e sognare, cambia anche la realtà. Lui credeva in una forma radicale e totalizzante nelle cose che aveva letto, mentre io preferivo credere in Dio, proprio per questo un po’ lo prendevo in giro. 
Comunque ha iniziato veramente a cambiare modo di vivere, di relazionarsi con le persone e dopo circa un anno (e dopo aver ricevuto una forte delusione da parte di una ragazza che l’ha fatto sentire ferito e umiliato), forse proprio pensando di non avere più nulla da perdere, ha trovato il coraggio di fare quel balzo che ancora lo frenava verso un cambiamento definitivo. Quello che sosteneva impossibile per se stesso, cioè l'avere rapporti con una ragazza, si è in seguito avverato e ne è stato felicissimo. Passava i giorni e le notti con lei e quando tornava a casa sembrava ogni giorno un po’ più cresciuto. Per me è stato un avvenimento di gioia, ovvero la gravidanza e l’arrivo di mio figlio, a dare il tocco finale al mio personale cambiamento, mentre per mio figlio è stata una forte delusione che lo ha portato a reagire positivamente.
 Per altri può essere un incontro casuale con una persona dell’altro sesso e per altri ancora l’incontro con la fede. Non c’è un’unica strada che porta al cambiamento, come non c’è un’unica strada che porta all’omosessualità, sicuramente però la possibilità di cambiare esiste per tutti, ma tutto dipende anche da come una persona vive psicologicamente quell’avvenimento, con quanto entusiasmo, coerenza, coraggio e determinazione. 
Né io né mio figlio ci siamo sottoposti a “terapie riparative”, però la psiche e le informazioni hanno avuto un ruolo fondamentale nel cambiamento. Questo tipo di terapie non sono altro che informazioni che lavorano sulla psiche togliendo vecchie credenze sbagliate e mettendo nuove conoscenze che in seguito permettono alla persona di vedere la realtà sotto un’altra luce. Sono tutti dei cammini, dei processi di maturazione e conoscenza che possono continuare anche per anni, fin quando capita l’evento che dà la svolta definitiva. Solo quando si arriva a vedere le cose diversamente si può cambiare, ma per vederle diversamente bisogna conoscere molte verità di tante realtà che ci riguardano. Un tempo erano nascoste dall’ignoranza e dalla mancanza di conoscenza e oggi, purtroppo, a nasconderle è l’ideologia LGBT. 
Fin quando una persona crede di essere se stesso “gay” e di essere nato in questo modo con una sorta di marchio geneticamente sigillato, non potrà mai cambiare. Credo fortemente che l'aiuto dei genitori possa essere di grande importanza in queste dinamiche. Non nell'obbligare il ragazzo a prendere una decisione voluta dalla famiglia, ma scavando negli errori in modo da poterli correggere, dando delle risposte e delle spiegazioni ai figli e chiedendo loro anche il perdono se necessario. In quanto donna di fede, credo anche fortemente che le preghiere dei genitori vengano sempre ascoltate.
 Oggi posso tranquillamente confermare che a mio figlio piacciono le ragazze, è felice e libero da droghe (non fuma nemmeno più le sigarette). Per quel che concerne la mia storia, sono stata una persona con problemi di identità così marcati dentro di me, da impedirmi di avere le mestruazioni fino a 18 anni, dopo che un medico me le ha provocate con delle pastiglie. Questo per dimostrare quanto la nostra mente possa influenzare anche il corpo. A 10 anni ho anche finto di essere maschio ed ho fatto la corte a delle bambine più piccole, spinta unicamente dal bisogno così forte di sentirmi maschio. 
Ricordo ancora che credevo d’essere l’unica al mondo ad aver provato quel tipo di esperienza psicologica, sulla quale mi ero posta molte domande trovando l’unica risposta in quel mio fortissimo bisogno identitario falsato. Per fortuna che a quell’età non sapevo esistessero persone che si definiscono lesbiche o transgender altrimenti avrei creduto anch’io di essere nata con quell’identità e non avrei potuto vivere la gioia di essere madre e nemmeno la gioia di dare un padre a mio figlio. Questo solo grazie alla mentalità, oggi ritenuta dai più, ottusa e arcaica, della società in cui sono cresciuta. 
Purtroppo oggi come allora, manca l’aiuto e la corretta informazione che possa dare ad un giovane la possibilità di capirsi. Un tempo non sapevi nemmeno di avere un problema, ti facevi tante domande che restavano senza risposta, pensavo d’essere nata nel corpo sbagliato …. Oggi non ti poni più nemmeno domande, perché ti hanno già inculcato un’unica risposta: - “Sei gay o transgender” – Peccato che sia la risposta sbagliata.

sabato 17 dicembre 2011

Testimonianze tratte dal Forum SI PUO CAMBIARE: "Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale..."


"Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale, capite, dicono accettati cosi. Invece io non mi accetto cosi. Vorrei fare le cose da maschi ma una forza immensa in me me lo proibisce. Ho paura"


Manuel ha detto... 
Ciao a tutti. io sono manuel. Manuel lo dico è un nome fittizio.ho già raccontato la mia storia sul forum. Adesso sono seguito da uno psicoterapeuta ad indirizzo freudiano e ci vado una volta a settimana. E' uscito una cosa non bellissima in me. Ho interiorizzato i comportamenti di mia madre. Faccio, mi comporto, dico le cose che dice mia madre. Sono triste per questo perchè ho scoperto che la mia infanzia non è stata bella. 

Ho ricordi della mia infanzia non belli. Ricordo che a 3 anni mio padre per me era un perfetto estraneo: chi è per me quell'uomo? Ricordo che se volevo vedere gli sport di forza, i muscoli grossi dei maschioni e avevo 3 anni, venivo posto in una posizione di vergogna. Come se io facessi una cosa immorale. Ragazzi oggi dico che non sono omosessuale, ma peggio, dico di essere una donna.
Vorrei stare in mezzo ai maschi ma mi sento un pesce fuor d'acqua. Non esco da otto mesi perchè la gente mi prende in giro. Mi chiama femminuccia. I miei genitori litigano in continuazione e io non posso far nulla. 

Ho letto una pubblicazione in lingua inglese di un noto psichiatra. Ragazzi non sapete come mi sono ritrovato appieno in quello che ha scritto. Io voglio dire una cosa. Non è un caso che tutte le persone omossessuali hanno alle spalle la stessa storia, le stesse problematiche ecc. 

Allora perchè le associazioni di psicoterapia fanno orecchie da mercanti e non ti aiutano? Capisco anche che inserire l omosessualità e le altre patologie come disturbo, sarebbe la fine del mondo gay, perchè per loro è normale vivere cosi. Se io dico a uno psicologo che mi sento donna, per lui è normale, capite, dicono accettati cosi. Invece io non mi accetto cosi. Vorrei fare le cose da maschi ma una forza immensa in me me lo proibisce.  

Ho paura.Sapete di cosa ho paura. Ho paura che se sto in mezzo agli uomini, gli altri dicono vuoi stare in mezzo agli uomini perchè ci vuoi scopare. Invece no è cosi. Una carezza. un gesto di affetto, questo avrei voluto. Invece soffro in silenzio e non sto assolutamente bene. Ciao e scusate per lo sfogo
Vorrei contattare marco dagli usa: nessuno di voi é riuscito a contattarlo? 
17 dicembre, 2011


manuel ha detto... 
Volevo fare l uomo fin da bambino invece mi hanno fatto vergognare di esserlo. ora vorrei essere una donna ma non posso esserlo. sono a metà. e bastava poco per essere uomo. avrei voluto da bambino l'abbraccio di un uomo e la stima di mio padre. volevo essere confermato come uomo da mio padre. e invece ho avuto un padre abusante e distante, gli amici della mia città che mi hanno preso e mi prendono in giro e una mamma che mi diceva che ho capelli ricci come una donna, il seno come una donna, nascondi il pisellino. Si dice che si nasce omosessuali ma io penso che è tutto un fattore ambientale. se io muoio e mi suicidio non soffro più: la verità non la so neppure io. 
10 gennaio, 2012

Sono sempre Manuel. io ho 30 anni, ormai potrei dire che la mia vita è distrutta. Si vi dico che è distrutta perchè per 30 anni sono stato a stretto contatto con mia mamma e mia sorella. Mio padre sbatte la porta e se ne va. ho 30 anni ma mi sono bloccato all' età di 3 anni perchè a 3 anni toccare un maschio per mio padre e mia madre era cosa da ricchioni. Oggi in un centro commerciale, famiglie con bambini, coppie tutte felice e allegre. io ero l'unico infelice. Vedevo le donne abbracciate dai loro uomini. Io in quegli uomini cerco protezione. Protezione che un padre non mi ha dato.Ogni giorno davanti alla televisione a vedere le partite e a masturbarsi il pene. Questo è stato mio padre. Un modello che non ho seguito e ho assorbito mia madre. Una che mi ha detto di nascondere il pisellino e che bella femminuccia che ho. Meglio nascere orfano 
11 gennaio, 2012 

domenica 4 dicembre 2011

Uscire dall'omosessualità - Prima Fase della Terapia con Donne SSA - di Janelle Hallman


Janelle Hallman - Psicoterapeuta

La Prima Fase  della Terapia
con Donne SSA*

 Costruire Fondamenta Sicure

Parte 2

di Janelle M. Hallman


Nella prima parte di questa serie ho esposto il processo di accettazione e in che modo un ambiente terapeutico accogliente può accrescere il senso di sicurezza di una donna. Di seguito descriverò brevemente il processo di "sintonizzazione" e la sua importanza nella creazione di un ambiente sicuro.

Sentirsi al sicuro grazie alla Sintonia

Una cliente una volta mi ha detto:

Sei rimasta a lungo in silenzio. Sapevo che stavi ascoltando.
Il tuo silenzio mi diceva: "Continua a parlare, io sono impegnata con te.
"Tu mi guardavi sempre, anche quando dovevo dire cose disgustose e vergognose.
Ti sei addirittura sporta in avanti. Questo genere di cose mi hanno confortata.
Sapevo che eri con me, mi ascoltavi e non eri disgustata.    – Ellen


La Sintonia è la comunicazione non verbale, come il contatto visivo, la mimica, la modulazione della voce, i gesti, il momento giusto e il tocco, propria del rapporto tra un/a bambino/a e la propria madre , “in cui entrambi condividono affetto e focalizzano la propria attenzione l’uno sull’altro in modo che le esperienze piacevoli del/la bambina/o siano amplificate e le sue esperienze stressanti siano ridotte e contenute” [2]

Recentemente ho visto un video che illustrava la potenza della sintonizzazione con i genitori. A una mamma di una bambina di sei mesi fu chiesto di rimanere sintonizzata e impegnata con la sua bambina entrando negli stati emotivi della bambina. Quando la bambina rideva, rideva anche mamma, affermando la gioia e il piacere della bambina. Se la bambina si agitava, la mamma le mostrava la sua attenzione attraverso la sua espressione facciale e il suo tocco rassicurante. Quando la bambina emetteva suoni e gorgoglii, la mamma la incoraggiava con lo sguardo e imitando i gorgoglii della bambina. La bambina era interessata ed eccitata.

Ma poi la madre è stata incaricata di interrompere sintonia mantenendo un’espressione vuota o girando la faccia dall'altra parte. La bambina inizialmente continuava a giocare gioiosamente. Ma quando la mamma le offriva soltanto una risposta impassibile, la bambina diventava vistosamente agitata. Ma la mamma non era lì a rassicurarla. La madre distoglieva lo sguardo. La bambina diventava sempre più sopraffatta dall’angoscia e da un’insicurezza crescente.

Egli provava e riprovava ad attirare l’attenzione della mamma agitando le membra ed emettendo percettibili vagiti, ma senza alcun risultato. La bambina alla fine si accasciò sul suo seggiolone, abbassò gli occhi e cercò di trovare conforto succhiandosi una manina. Il suo io interiore si era letteralmente spento.


La sintonia con i genitori è considerata dagli specialisti dell’attaccamento uno dei processi più influenti nello sviluppo di un nucleo autonomo all'interno di un bambino e nel mantenimento un attaccamento sicuro con il bambino anche in età adulta.
Senza di esso, il bambino vive un isolamento relazionale. La formazione del loro fondamentale senso di sé sarà seriamente alterato, se non del tutto arrestato.

Purtroppo, molte donne, quando erano piccole come questa bambina, non hanno vissuto momenti di sintonia con una certa costanza o regolarità.
E’ mancata loro l'esperienza significativa di essere oggetto della completa, impegnata ed equilibrante  attenzione di un’altra persona.
Erano, quindi, state deprivate dell’ambiente in cui crescere e sviluppare i propri stati d'animo e il proprio nucleo fondante. Anche ora, possono essere facilmente inondate dal vuoto della vergogna e della paura dell'abbandono, quando percepiscono di non essere comprese o amate. La sintonia terapeutica è una potente tecnica curativa per queste donne. Può essere letteralmente ristabilito l'ambiente in cui una donna può continuare la sua formazione interiore. Una donna descrive questa esperienza:


Sono rimasta scioccata la prima volta che sono andata da Beverly, la mia nuova psicologa.
Era così attenta e compassionevole.
Mentre mi ascoltava, le uscirono delle lacrime dagli occhi.
Sapevo che era lì con me. Sapevo che qualcuno si interessava a me.
Questo è stato importantissimo per me!
Non ci sono parole per esprimere il senso di benessere che ho vissuto.
Avevo così bisogno di qualcuno che semplicemente mi ascoltasse e si prendesse cura di me.
Era un rifugio sicuro. - Joyce

Per offrire ai miei clienti sintonia totale o comunicazione emotiva, devo aprirmi e permettere al mio "stato d'animo" di essere influenzato da loro. Il mio obiettivo è di allineare  il più possibile allineare il mio stato interiore con il loro così posso sperimentare ciò che il mio cliente sta vivendo all'interno del suo mondo soggettivo interno in un dato momento. [6] Per poi comunicare la mia sintonia attraverso il contatto con gli occhi o i gesti.


Quando lei si rivolge a me con forza e rabbia, punto i miei piedi sul pavimento e, restando seduta con la schiena eretta, mi chino in avanti con forza e determinazione - e un leggero
sorriso. Io sono con lei e la posso gestire.
Questa sintonizzazione le invia il messaggio non verbale chela comprendo nel senso più profondo e che quindi non è da sola. Io e lei siamo in armonia, sperimentando
qualcosa insieme. E dal momento che io sono "con lei", lei si
sente al sicuro.

Mi ricordo che mi guardavi dopo che mi ero aperta con te.
Mi abbracciavi con gli occhi. Avevo la pelle d’oca.
L’abbraccio era autentico. La luce e il calore che
Provenivano dai tuoi occhi mi hanno avvolta.
E’ stato davvero incredibile. Ho sentito qualcosa toccarmi
fino al fondo della mia anima. - Wendy


L'esperienza della sintonia fornisce a una donna la struttura e il supporto di cui ha bisogno per cominciare a collegarsi, a regolare e a comprendere le proprie emozioni, reazioni e comportamenti. Mentre riflette su queste esperienze dentro di sé, può essere in grado di riconoscere e quindi integrare aspetti di se stessa in precedenza ignorati, negati o trascurati.
Il lavoro della psicoterapia quindi non è quello di de-enfatizzare o disinnescare tali momenti di sintonia ma è quello invece di incoraggiare e abbracciare tali momenti. Solo così saremo potremo aiutare i pazienti nel recupero del loro nucleo, del loro sè distaccato, alienato. Come un altro scrittore spiega:

L'esperienza affettiva di innescare una connessione  empatica
tra due esseri separati è la magia d'amore,
la santità della spiritualità, e il miracolo dell’umanità.
Che due esseri, separati da una vita di esperienze uniche,
possano "sentire se stessi dentro l'altro "
è veramente straordinario.



Contenere e regolare
La Sintonia è particolarmente importante per aiutare una donna a regolare e gestire la sua ansia. Quasi
ogni donna con cui ho lavorato, lotta con una qualche forma di ansia. Può esserle familiare, qualcosa con cui ha convissuto per anni, oppure può essere circostanziale, derivante dalla novità o dalla natura del
lavoro terapeutico. L’ansia p servire come "coperta" emotiva utilizzata per coprire altre forti emozioni che non si è mai sentita abbastanza sicura o abbastanza forte da affrontare. indipendentemente dalla sua fonte, ho imparato che è estremamente importante che io gestisca la sua ansia con attenzione e rispetto. Mentre l’affronto in questo modo, lei impara attraverso l'esempio come accogliere, regolare, e processare non solo la sua ansia ma anche tutti i suoi sentimenti.

Riassumendo, la prima fase della terapia con donne attratte da persone dello stesso sesso può essere suddivisa in tre distinti compiti terapeutici:

1. Creare sicurezza - Accogliere
Processi terapeutici fondamentali: Accettazione e Sintonia
Compito del cliente: Rilassarsi

2. Creare  fiducia - Aiutare
Processi terapeutici fondamentali: Cura e Impegno
Compito del cliente: Ricevere

3. Stabilire e mantenere un sicuro attaccamento: Rapporto
Processi terapeutici fondamentali: Empatia e il qui-e-Adesso
Compito del cliente: "Divenire"

*SSA= Same Sex Attraction (attrazione per lo stesso sesso)
Traduzione di Patrizia B.


sabato 3 dicembre 2011

Omosessualità: Studio USA_ la terapia sugli omosessuali funziona e non danneggia




Studio USA: 
la terapia sugli omosessuali funziona
 e non danneggia







I terapeuti a favore della normalizzazione dell’omosessualità sostengono che sia impossibile cambiare l’orientamento sessuale e che il tentativo di cambiamento è intrinsecamente dannoso. Tuttavia, i risultati finali di un lungo studio pubblicato sulla rivista peer-reviewed “Journal of Sex and Marital Therapy” hanno decretato, come tante altre ricerche, che la terapia di cambiamento è possibile, funzionante e non pericolosa.


Gli psicologi Stanton L. Jones del Wheaton College e Mark A. Yarhouse della Regent University sono gli autori di questo studio longitudinale che ha seguito gli individui che hanno cercato il cambiamento dell’orientamento sessuale coinvolgendosi con appositi centri specializzati. Gli autori fanno notare che lo studio supera la tipica critica avanzata circa i dati delle terapie per il same-sex attraction (SSA), secondo cui i risultati non sarebbero adeguatamente documentati in un giusto periodo di tempo. Questo studio invece ha seguito 98 candidati per un periodo di 6-7 anni dopo la conclusione della cosiddetta “terapia riparativa”.


I risultati mostrano chiaramente come la maggior parte dei candidati ha avuto successo nell’obiettivo di cambiare l’orientamento sessuale e che il tentativo non è stato affatto dannoso. D’altra parte questo è già stato in qualche modo appurato nel 2010 dallo studio apparso sul “Journal of Human Sexuality” ed intitolato Homosexuality and Co-Morbidities: Research and Therapeutic Implications, nel quale si concludeva così: «cambiare orientamento sessuale non porta a tentativo maggiore di suicidio».


 Gli autori riferiscono anche che la misura del disagio psicologico non è, in media, aumentata né associata, quando è presente, al tentativo di cambiare l’orientamento: «Questi risultati non dimostrano che il cambiamento di orientamento sessuale è categoricamente possibile per tutti o per nessuno, ma piuttosto sostiene che sono possibili cambiamenti significativi, che diventano poi cambiamenti reali a lungo termine». Il comunicato ufficiale sottolinea anche che «i risultati non dimostrano che nessuno rimane danneggiato dal tentativo di cambiamento, ma piuttosto che il tentativo non sembra essere dannoso o intrinsecamente dannoso».

Sul sito Lifesitenews.com si ricorda che nel 2009 è stata pubblicata una meta-analisi sulla terapia per persone con indesiderata attrazione dello stesso sesso (o “unwanted same-sex attraction”), la quale ha concluso che l’omosessualità non è immutabile e che gli individui in cerca di cambiamento potrebbero trarre beneficio da tale terapia. Il rapporto ha incluso 600 rapporti di medici e ricercatori pubblicati principalmente su riviste professionali e peer-reviewed.


Sebbene l’American Psychological Association (APA), dichiaratamente “gay-friendly” scoraggi i professionisti della salute mentale ad offrire una terapia di riorientamento sessuale, la posizione ufficiale del gruppo ammette che ci sono “insufficienti prove” per approvare o screditare la pratica. L’omosessualità è stata declassificata come un disturbo mentale nel 1973 dal “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders” (DSM), dopo anni di forte pressione da parte degli attivisti della lobby gay e con una votazione molto discussa. Questo, riporta ancora l’importante sito web, ha innescato un cambiamento politico di altre associazioni professionali, che oggi si oppongono in maniera uniforme alla SSA therapy

L’APA è anche dichiaratamente pro-choice in merito all’aborto, tuttavia uno studio recente ha dimostrato che la sua dichiarazione si basa su studi minori e superficiali e che la sua posizione è altamente politicizzata.
Ricordiamo infine che il dott. Robert Spitzer, allora il responsabile del cambiamento nel DSM, ha tuttavia invertito -30 anni dopo- la sua posizione sulla terapia per le persone omosessuali, scegliendo di supportarla. 

Un omosessuale chiede aiuto all'APA
Nel 2004 invece, il noto psicologo Robert Perloff, ex presidente dell’APA, ha aderito ufficialmente alla National Association for Research & Therapy of Homosexuality (NARTH) -www.narth.com- sostenendo: «sono felice di aderire alla posizione della NARTH: essa rispetta la dignità di ogni cliente, l’autonomia e il libero arbitrio. Ogni individuo ha il diritto di rivendicare un’identità gay o di sviluppare il suo potenziale eterosessuale. Il diritto di cercare una terapia per cambiare il proprio adattamento sessuale è considerato ovvio e inalienabile. Condivido pienamente la posizione della NARTH». 3 ottobre 2011

http://www.uccronline.it/2011/10/03/studio-usa-la-terapia-sugli-omosessuali-funziona-e-non-danneggia/